venerdì 23 novembre 2018

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 19,45-48

Dal Vangelo secondo Luca
Entrato poi nel tempio, cominciò a cacciare i venditori, dicendo: «Sta scritto:
La mia casa sarà casa di preghiera.
Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri!».
Ogni giorno insegnava nel tempio. I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole.
Parola del Signore 

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco

“Poi, entrato nel tempio, cominciò a scacciare i venditori, dicendo loro: «Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri!»". Pregare e rubare dovrebbero essere due verbi da tenere costantemente a distanza. Non si può tenere insieme la logica dell’amore con la logica del possesso. E non si può vendere e comprare mai sulla pelle di chi cerca di sentirsi amato e di sentire un significato alla propria vita. I mercanti che Gesù scaccia dal tempio non riguardano il passato, e non riguardano persone diverse da noi. Gesù parla di noi, parla di quei mercanti che tutti ci portiamo dentro e rovinano la relazione con Dio applicando logiche matematiche di merito, di debito, di dare e avere. È dentro di noi che dobbiamo liberare il tempio da venditori e mercanti. Dobbiamo ritrovare nel nostro cuore “una casa di preghiera”. Un luogo, cioè, dove incontrare Dio, e non dove comprarne la Sua benevolenza. Se così non facciamo allora capita di avere una vita religiosa tutta incentrata sulla paura, sul senso di colpa, sulla convinzione che dobbiamo tenerci Dio buono e che se andiamo a messa la domenica ci andiamo per non finire all’inferno. Dio non userebbe mai l’inferno per convincerci a incontrarlo nell’Eucarestia domenicale. Ed è un insulto andarci per questo motivo. Se ci andiamo è perché Lo amiamo, e perché vogliamo lasciarci amare da Lui, e che una vita senza il Suo Amore è davvero un inferno. Noi, ad esempio, senza la messa domenicale non possiamo vivere, ma paradossalmente siamo liberi anche di non andarci. La conseguenza della nostra diserzione non è una punizione, ma solo ciò che accade a una persona che scala una montagna senza ne’ mangiare ne’ bere. Se sviene non è per punizione divina, ma per logica conseguenza di una sua scelta. Le nostre vite o recuperano un sano rapporto con Dio oppure sono vite rubate, vite da ladri, vite che hanno conseguenze nefaste. Ma si sa che delle volte è più facile vivere male che fare la fatica di vivere bene.

giovedì 22 novembre 2018

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 19,41-44

Dal Vangelo secondo Luca
Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».
Parola del Signore 

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco

Chi va in pellegrinaggio a Gerusalemme ha molto spesso l’opportunità di sostare in un suggestivo santuario che sorge sul costone del monte degli ulivi, a pochi metri da quel giardino dove si è consumata l’agonia di Gesù. Questo santuario prende il nome di Dominus flevit e altro non è che il posto tradizionale dove si pensa che sia accaduto l’episodio raccontato nel vangelo di oggi: “Quando fu vicino, vedendo la città, pianse su di essa, dicendo: Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi”. Tutte le volte che mi capita di guardare Gerusalemme da quel luogo mi si riempiono gli occhi di lacrime innanzitutto per la struggente bellezza che si vede da quel posto, ma anche per tutta la fragilità che c’è al fondo di quella bellezza. Gesù soffre come soffre una qualunque persona che ama e che non si rassegna davanti all’infelicità delle persone che ama, alla loro ostinazione, alle loro scelte sbagliate. Gesù sa bene che anche nella nostra vita ci sono punti di non ritorno. Che ci sono cose che lasceranno il segno, che ci porteranno alla distruzione, che non lasceranno di noi “pietra su pietra”. Ho visto i corpi, le mani, gli occhi, le parole e ragionamenti di tanti fratelli reduci da droga, alcol, vite disordinate, o situazioni di male scelte per anni. Ci sono cose che non si possono più cancellare e che più passa il tempo e più ci imprigionano, non ci lasciano via di uscita, ci oscurano la consapevolezza. Anche a me è capitato di implorare persone che amo di smettere di vivere in certe maniere, di assecondare tristezza e angoscia, di lasciarsi vivere, di non prendere decisioni, di mantenere il punto con l’orgoglio e la superbia. Ma l’amore implica la libertà. Dio ci ha amato e ci ama di amore libero. Non si può salvare Gerusalemme per forza, così come non si può salvare per forza chi si ama. Possiamo solo provocare la libertà altrui ma mai sostituirci ad essa. Fortunatamente Dio non smette mai di provarci, la sua misericordia è creativa.


mercoledì 21 novembre 2018

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 19,11-28

Dal Vangelo secondo Luca
Mentre essi stavano ad ascoltare queste cose, Gesù disse ancora una parabola perché era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all'altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile stirpe partì per un paese lontano per ricevere un titolo regale e poi ritornare. Chiamati dieci servi, consegnò loro dieci mine, dicendo: Impiegatele fino al mio ritorno. Ma i suoi cittadini lo odiavano e gli mandarono dietro un'ambasceria a dire: Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi. Quando fu di ritorno, dopo aver ottenuto il titolo di re, fece chiamare i servi ai quali aveva consegnato il denaro, per vedere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: Signore, la tua mina ha fruttato altre dieci mine. Gli disse: Bene, bravo servitore; poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città. Poi si presentò il secondo e disse: La tua mina, signore, ha fruttato altre cinque mine. Anche a questo disse: Anche tu sarai a capo di cinque città. Venne poi anche l'altro e disse: Signore, ecco la tua mina, che ho tenuta riposta in un fazzoletto; avevo paura di te che sei un uomo severo e prendi quello che non hai messo in deposito, mieti quello che non hai seminato. Gli rispose: Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l'avrei riscosso con gli interessi. Disse poi ai presenti: Toglietegli la mina e datela a colui che ne ha dieci. Gli risposero: Signore, ha già dieci mine! Vi dico: A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me».
Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme.
Parola del Signore 

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco

“Un uomo nobile se ne andò in un paese lontano per ricevere l'investitura di un regno e poi tornare. Chiamati a sé dieci suoi servi, diede loro dieci mine e disse loro: "Fatele fruttare fino al mio ritorno"”. Mi ha sempre impressionato molto come Gesù, che è Colui che ci ha promesso che sarà con noi fino alla fine del mondo, sappia con profondo realismo che la sensazione che tutti abbiamo è quella di sentirci invece soli a colmare l’assenza di “uno che se n’è andato lontano”. Credo che per capire questa contraddizione dobbiamo pensare a quello che fa una madre e un padre davanti a un figlio che cresce. Un buon genitore, come un buon educatore sa bene che le potenzialità di un figlio, di un ragazzo, vengono fuori solo se si ha il coraggio di sapersi fare da parte, di saper creare un’assenza che lo costringa a passare in prima fila, a prendersi le responsabilità, ad esprimersi, a tirar fuori. Un genitore o un educatore onnipresente può tirare fuori solo figli e ragazzi frustrati, insicuri e infelici. È la possibilità di una sana assenza che spinge a crescere, a far fruttificare. Certo, questo non è automatico, la storia di quell’uomo che risponde così drammaticamente a chi gli ha fatto l’atto di fiducia di affidargli qualcosa, ne è un esempio: “ecco la tua mina che ho tenuta nascosta in un fazzoletto, perché ho avuto paura di te che sei uomo duro; tu prendi quello che non hai depositato, e mieti quello che non hai seminato”. Ma non è forse questa la più grande sfida educativa? Cioè insegnare che né la paura, né il giudizio, né il senso di colpa possono essere criteri su cui fondare la propria vita, pena vedersela consumata, paralizzata, morta, vuota. Infatti c’è sempre una conseguenza a chi davanti alla fiducia reagisce con la pigrizia o con la paura. Il messaggio è chiaro: noi possiamo disobbedire sia alla pigrizia che alla paura. E questa disobbedienza può tirar capolavori fuori di noi. Questa disobbedienza non ci rende più servi ma figli di re.

sabato 17 novembre 2018

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Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 18,1-8

Dal Vangelo secondo Luca
 Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: «C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Parola del Signore 

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco

“Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi”. Prima di addentrarci nello specifico della parabola raccontata da Gesù, ci è utile soffermarci su questa breve indicazione: “dovevano pregare sempre e non stancarsi”. Infatti la preghiera è in realtà l’ostinazione della preghiera, nel senso che la sua qualità non è dettata da chissà quale performance, o da quale sensazione di benessere, bensì dal continuo tentativo di cercare di pregare, di provare a pregare, di tentare di pregare sempre, contro ogni ragionamento che ci dice di non farlo più, e contro ogni sensazione che ci dà l’impressione di essere in realtà soli a parlare con noi stessi. Questo credo sia il motivo per cui Gesù racconta la storia di questa vedova che chiede giustizia a un giudice “che non temeva Dio e non aveva rispetto di nessuno”. Non è forse la condizione che tutti sentiamo molto spesso nella preghiera? Invece di sentirci accolti molto spesso ci sentiamo rifiutati. Invece di sentirci ascoltati, ci sentiamo ignorati. Invece di riceve giustizia, riceviamo indifferenza. Ma è davvero così? Hanno davvero ragione le nostre sensazioni? Gesù dice che anche se le nostre sensazioni dicessero il vero la cosa che conta di più è l’insistenza. "Benché io non tema Dio e non abbia rispetto per nessuno, pure, poiché questa vedova continua a importunarmi, le renderò giustizia, perché, venendo a insistere, non finisca per rompermi la testa". Se persino una persona cattiva fa un ragionamento simile, immaginiamoci Colui che per definizione è Misericordia, Amore, Bontà, Benevolenza e che ci è stato annunciato non come un Dio lontano, ma come l’Emmanuele, il Dio con noi, ma come Padre. «Ascoltate quel che dice il giudice ingiusto. Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui? Tarderà nei loro confronti? Io vi dico che renderà giustizia con prontezza. Ma quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?». Ci vuole infatti fede per pregare, e molta audacia.


venerdì 16 novembre 2018

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 17,26-37

Dal Vangelo secondo Luca
Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell'uomo: mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca e venne il diluvio e li fece perire tutti. Come avvenne anche al tempo di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece perire tutti. Così sarà nel giorno in cui il Figlio dell'uomo si rivelerà. In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza, se le sue cose sono in casa, non scenda a prenderle; così chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà. Vi dico: in quella notte due si troveranno in un letto: l'uno verrà preso e l'altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l'una verrà presa e l'altra lasciata». Allora i discepoli gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, là si raduneranno anche gli avvoltoi».
Parola del Signore 

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco 

“Si mangiava, si beveva, si prendeva moglie, si andava a marito, fino al giorno che Noè entrò nell'arca, e venne il diluvio che li fece perire tutti”. Certamente affrontare la vita con una prospettiva simile non è certo l’ideale. Ma è lo stesso principio che spingeva i monaci a ricordarsi vicendevolmente ogni sera “ricordati che devi morire”. La memoria della morte o è un’angoscia paralizzante o un profondo esercizio di realtà. Infatti se ciascuno di noi cominciasse a pensare ad esempio che gli rimane solo un anno di vita, farebbe delle scelte ben precise. E allo stesso tempo se pensasse che manchino solo sei mesi, ne farebbe altre ancora più essenziali, e così via fino a pensare che alla fine ci è dato sapere che abbiamo tempo solo oggi, e che nessuno ci dice che domani saremo ancora vivi. La memoria sana della morte rende irripetibile ogni istante della vita. Ogni bacio sarebbe dato come unico. Ogni abbraccio sarebbe dato come unico. Ogni torto sarebbe più facilmente perdonato, perché davanti alla possibilità della morte quanti avrebbero ancora il coraggio di mantenere il punto per questioni francamente banali? Ovviamente tutto questo può sembrare eccessivamente esagerato, ma esasperare un punto di vista ci serve a capire la verità di fondo di una questione. Infatti bisognerebbe portare sempre fino alle estreme conseguenze i nostri ragionamenti e le nostre scelte. È nelle estreme conseguenze che si capisce il vero valore di qualcosa. «Io vi dico: in quella notte, due saranno in un letto; l'uno sarà preso, e l'altro lasciato. Due donne macineranno assieme; l'una sarà presa e l'altra lasciata. Due uomini saranno nei campi; l'uno sarà preso e l'altro lasciato». Tutto è sempre cinquanta e cinquanta. Non solo la possibilità di essere presi o lasciati, ma la possibilità che una malattia ci renda persone migliori o persone peggiori. Che un amore ci renda meno egoisti o più possessivi. Che un dono venga usato per il bene o per il male. Ogni cosa di questa vita è sempre racchiusa nel cinquanta e cinquanta.


giovedì 15 novembre 2018

Don Luigi Maria Epicoco - Primo passo: Catechesi sulla prima apparizione...

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 17,20-25

Dal Vangelo secondo Luca
Interrogato dai farisei: «Quando verrà il regno di Dio?», rispose: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Disse ancora ai discepoli: «Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell'uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: Eccolo là, o: eccolo qua; non andateci, non seguiteli. Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all'altro del cielo, così sarà il Figlio dell'uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga ripudiato da questa generazione.
Parola del Signore 

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco

«Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà: "Eccolo qui", o "eccolo là"; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi». Sapere che il regno di Dio non attira gli sguardi significa ricollocarlo nell’orizzonte della familiarità. Le cose a noi familiari non attirano il nostro sguardo, sappiamo che ci sono, che sono lì, come il fondale affidabile su cui innestare la nostra vita. Sembra quasi che siano invisibili, ma in realtà sono essenziali e ci si accorge di questo soprattutto quando vengono a mancare. Il regno di Dio o permea tutta la nostra normalità fino al punto da essere riscattato da una logica di emozioni, oppure esso rimane solo qualcosa di giustapposto alla vita. In questo senso non può essere indicato ma solo mostrato con la vita, esattamente come un uomo non può credere che l’amore per la propria donna è racchiudibile in un regalo, in un gioiello seppur di valore. Se questo amore non lo esprime con la propria vita a nulla serviranno le dimostrazioni esteriori. «Verranno giorni che desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell'uomo, e non lo vedrete. E vi si dirà: "Eccolo là", o "eccolo qui". Non andate, e non li seguite; perché com'è il lampo che balenando risplende da una estremità all'altra del cielo, così sarà il Figlio dell'uomo nel suo giorno». Nessuno, allora, può allora arrogarsi il diritto di racchiudere il regno di Dio in qualcosa, perché esso coincide con la vita stessa. Le cose possono solo essere segno della vita, ma non sono la vita stessa. La tentazione tutta contemporanea di reagire al relativismo con ideologie rassicuranti, precise, granitiche, copre solo la costante tentazione di trovarsi davanti a chi pensa di possedere il regno ma ne possiede solo un’ombra frutto di bisogno di sicurezza. I santi, in fondo, erano certi solo di essere profondamente amati, e molto spesso hanno dovuto attraversare strade che nessuno aveva mai battuto prima. Non erano relativisti, erano realisti. I relativisti non conoscono un amore così, i santi si.


martedì 13 novembre 2018

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 17,7-10

Dal Vangelo secondo Luca
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».
Parola del Signore 

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco

“Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: "Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare"”. Ci risulta difficile digerire questa considerazione di Gesù per almeno due motivi. Il primo è che l’ultima cosa che vorremmo provare al mondo è quella di sentirci “servi”; dovremmo anzi dire che passiamo tutta la vita a cercare di riscattarci dalla sensazione di sentirci sempre dei servi oppressi da un padrone. La seconda è quella di aggiungerci la parola “inutile”, come se non bastasse la paura che tutti coviamo in fondo al cuore di sentirci non significativi, vuoti di senso, appunto inutili. Penso che Gesù dica ad alta voce il nome proprio di due nostre paure appositamente per esorcizzarle. Quando si è ostaggio della paura si passa tutta la vita a fuggirla. Il suo vero potere sta proprio nel fatto che tutto ciò che facciamo è sempre in funzione di scappare in direzione opposta, non rendendoci conto che è proprio così che continua ad avere potere. In realtà per vincere una paura bisogna accettarla, farla entrare, accoglierla, e d’un tratto ci si rende conto che quando si smette di scappare si smette anche di aver paura. Se accettiamo di essere “servi”, cioè di sentirci delle volte senza scelta nel dover fare qualcosa anche di buono (la mamma, il papà, il prete, il consacrato, il malato, l’amico) allora di botto la frustrazione che ci provoca quella mancanza di scelta si tramuta in fortezza. Si comprende che non bisogna sopportare, ma scegliere ciò che non si è scelto. A tutto ciò bisogna aggiungere la logica di non essere riconosciuti in ciò che si fa, la mancanza di gratitudine, che altro non è che la radice della gratuità, della mancanza di tornaconto, di utile, cioè accogliere la sensazione di inutilità, sapendo che in fondo è certamente importante essere riconosciuti in ciò che si fa ma che questo non può diventare una droga per sopravvivere. La libertà non è forse accettare ciò che non si sceglie ed essere felici nonostante nessuno se ne accorga? 


sabato 10 novembre 2018

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 16,9-15

Dal Vangelo secondo Luca
Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.
Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire a Dio e a mammona».
I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui. Egli disse: «Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio.
Parola del Signore 

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco

“Fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne”. C’è da domandarsi cosa Gesù intenda davvero con una richiesta simile, e forse possiamo rispondere a questa domanda solo cercando di capire cosa siano le ricchezze ingiuste. Esse sono tutte le cose di questa vita. E sono ingiuste perché se la giustizia è dare a ciascuno ciò che gli spetta, allora tutte le cose di questo mondo non riescono a dare al nostro cuore ciò che esso si aspetta veramente. Infatti nessuna delle cose di questo mondo riesce a corrispondere fino in fondo al desiderio di felicità che ci portiamo dentro. Così da una parte ci saziano, ma non fino al punto da renderci felici. Su queste cose di cui la nostra vita è fatta possiamo farci amici, dice il Vangelo. Perché se è vero che nessuno di noi può rendere felice totalmente il prossimo, è pur vero che non si può rimanere indifferenti davanti alla fame degli altri. “Non di solo pane vive l’uomo” ricordava Gesù al diavolo che lo tentava, ma non ha mai detto che si può fare a meno del pane. E le peggiori ingiustizie di questo mondo nascono dall’ingiustizia del pane. Noi siamo chiamati a saper condividere con i poveri, con chi non ha, perché se Dio è schierato, lo è innanzitutto con questi nostri fratelli. Essi sono i famosi ultimi che diverranno i primi, e siccome nessuno di noi potrà mai avere le carte a posto per dire di meritare il paradiso, l’unica cosa che possiamo fare è affidarci a chi certamente lì ci sarà. “Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi”. Infatti la qualità di qualcuno la si vede da come sa trattare i dettagli. L’amore per le cose piccole è segno di quanto noi ci teniamo davvero. Ciò che conta non è mai qualcosa di grossolano e approssimativo. Esso invece è sempre cura per tutto fin nel più piccolo dettaglio. A chi è bravo nel dettaglio, Dio gli affida il tutto. I santi fondamentalmente sono questo.