venerdì 6 novembre 2020

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 16,1-8

 Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: "Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare".
L'amministratore disse tra sé: "Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua".
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: "Tu quanto devi al mio padrone?". Quello rispose: "Cento barili d'olio". Gli disse: "Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta".
Poi disse a un altro: "Tu quanto devi?". Rispose: "Cento misure di grano". Gli disse: "Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta".
Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza.
I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

Parola del Signore 


Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco 

Credo che per capire la pagina del vangelo di oggi, dobbiamo sottolineare un dettaglio che non si riesce a desumere immediatamente: Gesù è seduto a tavola e la compagnia non è delle migliori, infatti è seduto a tavola con pubblicani e peccatori. Tra i tanti discorsi che ci riporta l’evangelista Luca, nella pagina di oggi Gesù racconta una strana parabola in cui tesse l’elogio di un amministratore disonesto. “C'era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore”. Forse il pretesto di questa parabola nasce da qualche fatto di cronaca locale conosciuto non solo da Gesù ma anche dai suoi ascoltatori. Quest’uomo aveva rubato durante la sua amministrazione e il padrone accortosi lo vuole lincenziare. Per salvarsi il futuro escogita un’ultima disonestà: “L'amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d'olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Se per tutta la vita ha preso per sé, alla fine per salvarsi la vita dona (condona) agli altri. È questa la scaltrezza che deve avere un peccatore che si converte. Infatti Gesù sembra suggerire che la vera furbizia non è accumulare ma donare, perché solo il dono ci salva il futuro. Non importa quindi di ricostruirsi la fedina penale perduta, importa che cosa vogliamo farne del tempo che rimane. Sta suggerendo ai suoi commensali come comportarsi da quel momento in poi. 



giovedì 5 novembre 2020

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 15,1-10

 Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”.
Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”.
Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Parola del Signore 


Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco 

“Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro»”. C’è una doppia scena nel vangelo di oggi: da una parte chi ascolta Gesù (i peccatori) e dall’altra parte chi mormora (farisei e scribi). Basterebbe questa divisione per spingerci a farci un profondo esame di coscienza. Chi siamo noi in questa scena? Quelli che ascoltano o quelli che parlano male? Quante volte nella vita invece di ascoltare che cosa il Signore ci sta dicendo negli eventi che viviamo passiamo invece il tempo a parlare male, a mormorare, a tenere gli occhi fissi in maniera invidiosa sulla vita degli altri. Chi vive così non riesce a comprendere la novità che Gesù è venuto a portare. Egli infatti mostra che Dio è un padre di tenerezza pieno di misericordia e non invece il Dio che Adamo percepisce nascondendosi da Lui per paura. Paradossalmente ci sentiamo più a nostro agio a credere a un dio che ci spaventa che a credere a un Dio che ci ama. Ma Gesù cerca di correggere questa distorsione interiore che abbiamo nei confronti dell’immagine di Dio, e lo fa raccontando due storie. La prima riguarda la pecorella smarrita e la seconda la dracma perduta. In entrambi casi il fulcro della scena è la gioia che il pastore e la donna provano quando ritrovano ciò che avevano perduto, quasi a voler suggerire che se Dio ci viene a cercare lì dove ci siamo cacciati, non è per punirci o farcela pagare, ma perché questo lo riempie di gioia. Per questo Gesù dice che una volta ritrovata la pecora il pastore non le rompe le zampe come era prassi fare allora per educarla a non allontanarsi più, ma se la carica sulle spalle. Ugualmente nella storia della dracma perduta, Gesù paragona Dio a una donna che smarrendo una moneta di pochissimo valore, la cerca con foga, facendo emergere che se per il mondo non valiamo nulla, davanti a Dio siamo amati più di nostra madre, perché egli ci dà un valore che il mondo non ci riconosce. Per questo ci cerca con ostinazione. 



mercoledì 4 novembre 2020

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 14,25-33

 Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.

Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Parola del Signore 


Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco 

“Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse”. Gesù ha uno strano modo di fare selezione tra i suoi discepoli. Egli infatti non si sente rassicurato dal numero crescente di persone che gli vanno dietro, ma dalle motivazioni di fondo. Il regno di Dio è gratuito ma c’è una condizione di fondo che deve essere rispettata per potervi entrare: rinunciare a ogni tipo di possesso. “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo”. La povertà radicale a cui Gesù fa riferimento non deve essere fraintesa con un fondamentalismo religioso che disprezza le persone o la vita. Egli vuole dire che Dio entra nel cuore di una persona se trova spazio. Ma se quello spazio destinato a Dio è riempito da qualcos’altro, fosse anche una cosa buona come il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, sé stesso, allora Dio non avrebbe nulla da dirci o da fare con noi. Gesù può innescare la vita spirituale in coloro che non hanno paura di farsi poveri, cioè di coltivare dentro loro stessi una mancanza che sanno poter essere abitata solo da Dio. Infatti se la natura funziona perché c’è un sole che illumina, riscalda e muove la vita, così è anche per il nostro mondo interiore. Un albero bellissimo, pur essendo straordinario non può mai prendere il posto del sole. E se malauguratamente ciò accadesse inevitabilmente si verrebbe a creare un processo di morte, non di vita. Ma se il sole è al suo posto persino quell’albero avrebbe la grande possibilità di poter essere se stesso e vivere. Scegliere di essere poveri significa rinunciare a possedere qualunque cosa nella vita fino al punto da rischiare di sostituirla a Dio. Ma questo processo di attenzione e purificazione è una vera croce a cui ognuno deve poter dire il proprio si. Infatti chi rinuncia avverte il peso di quel distacco, ma non lo fa per eroismo ma per furbizia d’amore. 



martedì 3 novembre 2020

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 14,15-24

 Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Parola del Signore 


Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco 

Sono estremamente convinto che la prima maniera che ha lo spirito di operare nella vita di una persona è allargargli i desideri. L’affermazione del commensale all’inizio del brano del vangelo di Luca di oggi è un chiaro indizio che si sta smuovendo qualcosa in lui: “Uno dei commensali, avendo udito ciò, gli disse: «Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio!»”. Ma Gesù interviene subito per non lasciare che questo desiderio rimanga solo un pio proposito, ma diventi davvero il principio di una rivoluzione. E per fare ciò racconta una parabola mettendo in scena un banchetto a cui alcuni sono invitati. È un chiaro riferimento all’opera di Dio che ha pensato la vita come un invito e il regno di Dio come una festa. Ma quelli che ufficialmente sembrano avere le carte a posto per entrare e sedere a mangiare, rifiutano con dei “validi” motivi che potremmo sintetizzare in questo modo: il possesso, il commercio e il piacere. Se ci pensiamo bene queste tre grandi scuse sono ciò che solitamente tengono la nostra vita in ostaggio. Avere fede, infatti, significa smettere di trovare rassicurazione nel possesso delle cose, ma in realtà quasi mai siamo disposti a liberarci da questa latente idolatria. A noi piace usare le cose per sentirci sicuri e non per incontrare ciò che conta davvero, così alla fine sono le cose stesse a possederci e non il contrario. Allo stesso tempo preferiamo sempre una logica di vita commerciale a una forma di vita gratuita. Commerciare significa fare le cose sempre con un tornaconto, quando invece Dio ci chiede di imparare la gratuita delle cose. La ricerca del piacere è l’ultimo impedimento che potremo definire come il possesso delle persone. È sempre d’impedimento all’incontro con Dio chi usa le persone per star bene lui, riducendo l’altro a oggetto e non incontrandolo mai veramente. Allora gli unici che mangeranno di quella cena saranno quelli che per un motivo o per un altro sono affamati, e hanno smesso di sentirsi sazi di cose che non contano nulla.



lunedì 2 novembre 2020

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Gv 6,37-40

 Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno».

Parola del Signore


Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco 

Pensare la morte è la cosa che ci riesce più difficile. Eppure ogni volta che perdiamo qualcuno che amiamo siamo costretti a scontrarci con la sua innegabile realtà. Il vangelo non censura la morte, e solo una lettura superficiale può pensare che il tema della resurrezione è uno stratagemma consolatorio per vincere l’angoscia che essa produce nel cuore dell’uomo. Infatti Gesù non ci evita il passaggio della morte, ma semplicemente lo spalanca a una luce nuova. Israele ha cominciato a fare spazio alla possibilità della resurrezione molto tardi. E comincia a farlo non attraverso la convinzione che l’anima è immortale, ma attraverso una consapevolezza che man mano si va rafforzando: l’Amore di Dio è così fedele da essere eterno. Ed è proprio perché questo amore è eterno che diventa il principio stesso della resurrezione. Dio ci ama fino al punto da non poter permettere che ognuno di noi vada a finire nel nulla, nel vuoto, nella semplice dissoluzione. Il Suo amore è talmente grande che ci viene a raccogliere dall’abisso di questo finale inesorabile che segna la creazione. La modalità attraverso cui Dio attua questa redenzione è Suo Figlio Gesù: “sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno”. Dobbiamo sempre pensare alla morte come un salto nel vuoto in cui Gesù ha la capacità di afferrarci al volo. Senza di Lui avremmo ben ragione ad essere disperati. Attraverso di Lui possiamo vivere e morire con immensa fiducia. Ma questa fiducia, e questa luce non vengono da convinzioni personali, ne tanto meno da ragionamenti convincenti. Essi sono un dono, il dono della fede. Mai come oggi dobbiamo chiedere al Signore questo dono, perché solo esso vince davvero la morte.


sabato 31 ottobre 2020

Don Luigi Maria Epicoco - Le ragioni del lupo

Don Luigi Maria Epicoco - La missione salva la vita

Don Luigi Maria Epicoco - Il battesimo per rinascere dall’alto nella com...

Don Luigi Maria Epicoco - Alzati, và a Ninive la grande città

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 14,1.7-11

 Dal Vangelo secondo Luca

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.

Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto.

Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Parola del Signore 


Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco 

“Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola”. Così inizia il Vangelo di oggi, e la sensazione che si ha è che l’insegnamento che Gesù sta per dare sia accomunabile a una sorta di galateo o peggio ancora di tatticismo, ma così non è: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Qui il problema non è se convenga o no mettersi ai primi posti, ma la nuova logica del giudizio di Dio che non considera i primi posti i posti migliori, privilegiando invece l’atteggiamento degli umili, unici che non solo comprendono il Suo messaggio ma che alla fine sono esaltati da Lui. A noi l’umiltà piace quando riguarda le storie dei santi, gli esempi edificanti, le finte scene di chi dice “no non è vero che sono bravo”, ma alla fine rischiamo di fare la magra figura di quello che un giorno disse “io sono umile e me ne vanto”. L’umiltà è invece un realismo completamente libero da quei ragionamenti mondani in cui si vale per il posto che si occupa. L’umile, proprio perché ha una giusta percezione di sé, non ricerca un posto per esistere ma lascia che la sua esistenza possa essere resa tale dall’amore gratuito di un Dio che si accorge soprattutto di coloro che confidano completamente in Lui. L’umiltà è smettere di confidare in se stessi. L’umiltà è smettere di ritenere granitiche le proprie certezze e i propri ragionamenti escludendo così di fatto la dinamica del Mistero che altro non è che Dio che ci supera e ci stupisce. L’umile è colui che la vita mette per ultimo, e che nella vita eterna è il primo. 



venerdì 30 ottobre 2020

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 14,1-6

 Dal Vangelo secondo Luca

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano ad osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisia.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: "E' lecito o no guarire di sabato?" Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: "Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?". E non potevano rispondere nulla a queste parole

Parola del Signore 


Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco 

Il sabato che viene descritto nel Vangelo di oggi, è l’ultimo sabato che l’evangelista Luca menziona nel suo Vangelo in cui Gesù agisce per compiere un miracolo. Dopo aver aperto la mano all’uomo con la mano paralizzata, e raddrizzato la donna curva, nel vangelo di oggi Gesù guarisce un idropico, forse figura di quei farisei che si sentono gonfi di quello che sanno e per questo non riescono a passare per la porta stretta che conduce al Regno. Ma tutto questo accade gratuitamente e paradossalmente trasgredendo l’inattività sacra del sabato: “Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Davanti a lui stava un idropico. Rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no curare di sabato?». Ma essi tacquero”. I suoi uditori non sono in silenzio perché approvano, ma perché aspettano che sia Gesù stesso a rispondere a questa domanda magari dicendo qualcosa che possa dare loro materiale per accusarlo. Gesù non vuole contestare una dottrina ma vuole che non si perda mai di vista il motivo vero delle cose, e anche della stessa dottrina. Può capitare anche a noi, in questo momento storico, di incaponirci teologicamente su alcune cose fino al punto di non riuscire più a vedere ciò che davvero conta di quello che affermiamo. “Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse: «Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole”. Un asino o un bue a volte valgono più della sofferenza delle persone. E la mia non è un’esagerazione: basta farsi un giro sui social per vedere come c’è più indignazione per un cane o un gattino abbandonato che invece per un uomo che muore affogato su un barcone, o un bambino che non può venire al mondo per un intoccabile diritto all'aborto, o un anziano che è considerato un peso sociale e per questo fortemente invitato a scegliere una “dolce morte” (che tradotto significa “togliersi di mezzo”). 


giovedì 29 ottobre 2020

Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco - Lc 13,31-35

 Dal Vangelo secondo Luca

In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Parola del Signore 


Commento al Vangelo di Don Luigi Maria Epicoco 

Il brano del Vangelo di oggi inizia con il preannuncio della morte di Gesù: “In quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere»”. Gesù reagisce a questa notizia tirando fuori due immagini suggestive: dà della volpe a Erode e paragona la misericordia di Dio a una gallina che raccoglie la sua covata sotto le sue ali. Ne va da sé che una gallina davanti a una volpe è finita, ma è qui che si compie tutto il mistero salvifico di Dio: Gesù è fatto fuori con violenza dai grandi del mondo, ma in quella morte inizia qualcosa di nuovo, esattamente come misteriosamente una manciata di lievito seppellita nella pasta alla fine la fermenta tutta. Il cristianesimo ci abitua a leggere la storia non lasciandoci ingannare dalle apparenze. Infatti molto spesso la cronaca degli eventi ci suggeriscono un finale, ma poi nella realtà quel finale è capovolto. L’amore di Dio vince sempre alla fine contro la violenza del male e dell’odio, perché il male non solo è distruttivo ma alla fine si distrugge quando incontra qualcosa che non può ridurre al suo stesso odio. La resistenza che Gesù compirà con il perdono che darà ai suoi crocifissori è già il chiaro segno di un capovolgimento che diventerà pieno con la Sua resurrezione. Dobbiamo sempre decidere come vivere la nostra vita, e comprendere che per quanto ci sembra che da volpi si fa molta strada, alla fine è l’amore tenero di una chioccia che ha cura e protegge ad avere davvero la meglio. L’amore è disarmato per questa alla fine è anche disarmante, cioè spezza la punta di tutte le armi del male perché non riesce a scalfire la sua logica del dono, e della perdita accettata per amore. Il racconto si conclude con la profezia dell’ingresso trionfale di Gesù nei giorni della Sua Passione: “Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!»”.