domenica 15 settembre 2019

Don Luigi Maria Epicoco - Amore sponsale che genera relazione (testo)



AMORE SPONSALE

che genera relazione

di Don Luigi Maria Epicoco






L’amore non è parlare bene dell’amore; l’amore, anzi, non ha niente a che fare con le parole. Ciò che si dirà non ha niente a che fare con l’amore vero perché l’amore vero è una scienza pratica, non è una cosa che si può praticare con le parole ma è una cosa che si fa. L’amore è un fatto, qualcosa che non è racchiudibile in nessuna dottrina, in nessun catechismo, in nessuna parola, in nessuna predica.

L’unica cosa che possiamo fare con le nostre parole o con la dottrina o con i nostri concetti è, semplicemente, indicare questo luogo concreto che è l’amore che è, appunto, una scienza pratica.

Credo che Paolo perda tempo nel declinare la carità, perché i cristiani di Corinto, come noi oggi, hanno (abbiamo) questo problema fondamentale di confondere gli sforzi sulle cose con le cose, di avere delle idee vaghe delle cose grandi della vita e di renderci conto che, le cose che contano, non sono le idee vaghe: l’amore non è un’entità astratta, l’amore universale non esiste. L’amore è sempre particolare: nessuno di noi campa di amore astratto! L’amore è quando tu incontri qualcuno, quando quell’amore diventa un volto, un nome, quando diventa un dettaglio: questo è il metodo di Cristo, di Dio Padre.

Dio Padre, per parlarci dell’amore, si è fatto dettaglio, si è fatto uomo. Ma non un uomo qualunque! Non è diventato semplicemente umano il nostro Dio! E’ diventato Gesù Cristo che è quel volto, che è quella persona, che è quel dettaglio.

Nell’indicazione di tutto questo, noi dobbiamo cogliere una lezione immensa: per parlare di queste cose grandi della vita, dobbiamo scendere sempre nel dettaglio, dobbiamo diventare molto pratici. Un consiglio che offro spesso, a persone che riescono a confessare o chiedono un consiglio, è di non avere paura di prendere i vostri preti o le vostre guide, di metterle al muro e dire “Spiegami praticamente che significa questa cosa”…cioè noi dobbiamo poter tornare a casa e aver capito praticamente in che senso funziona: non possiamo soltanto essere innamorati dell’idea che, da qualche parte, nascosto nell’universo, esista l’amore.

Ma come si fa l’amore? Noi abbiamo, forse, usato in maniera sbagliata questa espressione “fare l’amore”: l’amore è soltanto una cosa che si può fare, qualcuno ci deve insegnare a farla, a fare la carità.

Paolo stesso non scrive libri di teologia, le sue lettere non sono libri di teologia: esse sono grondanti di dottrina ma è la dottrina di un uomo che, mentre scrive, ha davanti a sé il volto di una comunità. Paolo non spiega la carità in astratto ma la spiega tenendo, davanti ai propri occhi, la comunità di Corinto. Permettete, brevemente, di dire perché Paolo fa questo discorso: Corinto è una chiesa bellissima, vivissima, stracolma di carismi, in essa si sperimenta tanto la varietà dello stile, lo Spirito Santo si esprime, in questa comunità, con carismi molto diversi. Già questa è una bellissima notizia perché, riscoprire il volto carismatico di una comunità, significa riscoprire che ciascuno di noi ha un dono particolare dello Spirto Santo. Provo ad essere concreto: è come se qualcuno di noi scopre di avere il carisma particolare della preghiera, un altro il carisma particolare di ascoltare gli altri, un altro il carisma particolare di predicare, un altro ancora il carisma particolare di soccorrere. Tutti questi carismi vengono fuori quando si comprende che il Signore non fa preferenza di persone: anche tra noi, ci sono questi carismi che, a volte, rimangono sotto la cenere e, forse, la prima grande domanda da farci è “Che carisma ha dato a me il Signore? Alla mia comunità? Alla mia porzione di Chiesa?”. Così, alzando di livello, dal personale arriviamo all’ecclesiale, domandandoci come lo Spirito Santo si sta manifestando in questo momento, risvegliare la parte ecclesiale di noi è già una buonissima notizia.

Corinto, appunto, è una comunità ricca di carismi ma, questo è anche il suo più grande problema, perché, a volte, noi pensiamo che basti riscoprire i propri carismi per dire di avere una chiesa. Invece, la comunità di Corinto vive la faziosità, cioè il fatto di capire che ciascuno è reso consapevole del proprio dono, ma lo contrappone all’altro: i carismi, nella comunità di Corinto, sono diventati un’occasione di divisione.

E’ paradossale: i carismi sono suscitati dallo Spirito Santo ma noi, invece di usare questo per fare chiesa, lo usiamo per contrapporci agli altri. Pensate alle suore di clausura in lotta con la caritas: uno pensa di essere meglio perché prega, l’altro perché vicino ai poveri…sono doni carismatici diversi, uno contemplativo ed uno attivo, ma ciascuno dice che uno è meglio dell’altro, ciascuno cerca di affermare il proprio carisma rispetto all’altro. Due cose bellissime preghiera ed aiuto al prossimo: eppure, queste due cose bellissime, possono diventare il motivo per cui in una chiesa si è separati, contrapposti, in lotta, in conflitto.

Questa è una buona notizia per ciascuno di noi perché, se la Sacra Scrittura ci racconta questo, è affinchè nessuno si senta a disagio se vive questo problema, cioè di aver riconosciuto in ciascuno di noi un particolare dono dello Spirito ed, allo stesso tempo, di sperimentare la miseria di essere divisi. Questo problema nasce perché ognuno di noi si sente a proprio agio in ciò che sta vivendo: quando una persona, per esempio, ha il carisma di pregare, si accorge di una grande efficacia della preghiera e vorrebbe convincere gli altri che è davvero efficace la preghiera; allo stesso modo, quando uno scopre il carisma di soccorrere un povero, avverte tutta l’efficacia di quel gesto e vorrebbe convincerne tutti. Così, passiamo molto tempo della nostra vita ecclesiale, a tentare di convincere gli altri che il nostro carisma è quello giusto. Tutto ciò nasce da un fraintendimento di fondo: Paolo scrive per cercare di chiarire come si possono tenere insieme carismi diversi. Chi ha ragione? Paolo scrive questo capitolo proprio per spiegare chi ha ragione e, lo fa, spiegando la differenza tra due parole: carisma e carità.

La carità non è carisma: il carisma lo si possiede (io ho un carisma) mentre la carità è il modo con cui io uso quel carisma. Ci si fa santi non perché si ha un particolare carisma ma per l’uso che si fa di quel carisma: la carità è il modo attraverso cui io esercito il mio carisma. E’ un po' come dire che io posso avere un meraviglioso carisma ed, allo stesso tempo, se non lo vivo come un modo di amare, quella cosa automaticamente non mi fa santo. Paolo usa parole che, quasi, sfiorano l’eresia perché dice…Se io avessi tutta la scienza, se conoscessi tutto il catechismo ma non lo usassi per amare, non servirebbe a niente…Poi fa un passaggio ancora più pericoloso e dice…Se io avessi la fede che sposta le montagne, ma non avessi la carità, non mi servirebbe a niente la fede. Noi possiamo andare a finire all’inferno avendo una immensa fede; vi dirò di più: c’è qualcuno che ha una fede più grande della nostra ed è il demonio, le più belle professioni di fede nel Vangelo, le fa il demonio. Uno non si salva perché ha la fede, cioè perché riconosce che Cristo è il Figlio di Dio, il Santo di Dio. La difficoltà del male è che non riesce a trasformare la fede in carità, in un modo di amare, non riesce a collegare il carisma con il modo: questo è paradossale per ciascuno di noi.

Forse, dovremmo fare un grande esame di coscienza personale, relazionale, ecclesiale e capire se abbiamo chiaro che non possiamo semplicemente esercitare ciò che abbiamo ricevuto, ma domandarci se il modo in cui lo esercitiamo, ha a che fare o meno con la carità: solo così risponderemo alla domanda se ci stiamo facendo santi o no!

Si è santi non per ciò che si ha ma per come si esercita ciò che si ha: spero sia chiaro questo che spiega Paolo. Aggiungo personalmente che, quando si parla di carismi, pensiamo sempre a cose positive ed, effettivamente, abbiamo dentro cose che abbiamo ricevuto dal Signore; ma, a volte, abbiamo cose che non abbiamo ricevuto nemmeno dalla nostra libertà: se ci si fa santi per il modo in cui si usa ciò che si ha, capite che uno deve farsi santo anche quando non si tratta di usare carismi. Per esempio, se si ha un cancro, deve chiedersi se è collegato alla carità cioè se vive la malattia con amore…non ci si fa santi soltanto perché si è nella sofferenza, ma solo se quella sofferenza diventa un modo di amare: questo ci fa santi, non la sofferenza in sé. Quindi, cose buone che abbiamo ricevuto da Dio, cose che abbiamo scelto noi: io, nel discernere vocazionalmente di farmi prete, ho pensato, ad un certo punto della mia vita, che un modo buono di amare, per me Luigi Epicoco, era quello di farmi prete. Qualcuno di voi ha scelto di sposarsi perché si è reso conto che il modo migliore di amare era investire in quella relazione. Ma ci sono cose che non abbiamo scelto noi e ci sono comunque: non possiamo soltanto pregare, dicendo al Signore di liberarci, ma dovremmo chiedere al Signore come si può vivere in carità, come trasformare in un modo di amare anche le cose che non ho scelto nella mia vita. I Santi sono coloro che esercitano in maniera eroica la carità, non quelli che sopportano in maniera eroica ciò che gli capita: i santi hanno trasformato in una occasione di amore ciò che poteva semplicemente essere una disgrazia.

Quando parliamo di carità, di amore, dobbiamo stare attenti perché, di solito, si pensa alla caritas e questo è un problema serio, perché la carità di cui si sta parlando qui, è al fondo della caritas ma non coincide con essa. E’ qualcosa che è al fondo della nostra struttura di essere cristiani; questo è un problema proprio di noi occidentali che, ad un certo punto, abbiamo diviso la sostanza dalla forma: ci sono cose che sostanzialmente sono quelle e, allo stesso tempo, quelle cose che sostanzialmente sono quelle, hanno una forma cioè un modo visibile di essere percepite. Noi non possiamo dire “sostanzialmente è amore poi il come, la forma in cui si manifesta, una cosa vale l’altra”: assolutamente no! Nel cristianesimo la forma è sostanza, non un amore qualunque ci santifica, non una forma qualunque di amore ci santifica: guardate che questa è la predica del mondo, il mondo ci dice che è amore…no, no, non qualunque amore ci santifica! Un amore con una forma particolare, una forma specifica: la forma di amore che ci santifica è Gesù Cristo. Egli è la forma dell’amore cristiano: quando noi pensiamo a cosa significa amare, stiamo pensando a come forma unica ed imprescindibile quella di Cristo. E quando dico Cristo, non parlo di qualcosa di vago o dottrinale, ma di Cristo crocifisso: questo è il centro della forma dell’amore. Che cos’è la croce? Quante volte si dice che la croce è la sofferenza, invece no: la definizione è amare fino a dare la vita, questa è la definizione. Quando diciamo che dobbiamo farci santi esercitando la carità, cioè trovando la modalità di vivere bene le cose che abbiamo nella vita, stiamo dicendo che dobbiamo trasformare tutta la nostra vita in un amore che dà la vita come Cristo crocifisso e risorto: è questa la forma migliore dell’amore! L’unica forma che ci salva è capire che tutto il nostro sforzo è imparare un amore così, un amore che abbia la forma di Cristo.

Non sono un interprete del Papa ma, credo, che quando dice che dobbiamo andare alle periferie esistenziali, dobbiamo stare molto attenti ad intenderci su cosa siano: Gesù non è stato crocifisso nella piazza principale di Gerusalemme ma fuori, nelle periferie, perché l’amore che dà la vita è un amore che si esprime così. Io non sono più il centro: l’amore è decentrarsi, è togliersi di mezzo perché chi stai amando diventa il centro. Allora Cristo, con il suo amore, che è amore crocifisso, ci insegna a decentrarci, ci insegna la periferia, a toglierci dal centro. Che cos’è l’amore? Togliersi di mezzo: non è più il nostro io il centro di tutto.

Questo è un problema serissimo: quando pensiamo all’esodo, pensiamo sempre al popolo di Israele per 40 anni nel deserto, che esce dall’Egitto, a quanto è antipatico questo Egitto, questo faraone. Ma, finchè pensiamo che il faraone è un nemico, che è fuori di noi, ci è semplice capire che l’esodo è una cosa buona. Se io vi dico, invece, che quel faraone è il nostro io, che la battaglia più grande, noi la facciamo contro noi stessi, questo è il nostro problema: il nostro amore è un continuo lasciare la schiavitù d’Egitto del nostro io, per uscire fuori verso una terra promessa, l’altro, il nostro fratello, le persone che abbiamo di fronte, sono la nostra terra promessa. E’ un viaggio mai concluso quello del nostro esodo, è un cammino costante di liberazione, perché il faraone ci ripensa sempre, vuole di nuovo riportarci nell’Egitto: il nostro io vuole costantemente tornare al centro e, noi, costantemente dobbiamo amare di amore crocifisso, di un amore che dà la vita e che sa farsi periferia, che sa scegliere di decentrarsi, di non essere più lui il centro. Sapete quante patologie relazionali, familiari, ecclesiali, guarirebbero se cominciassimo a leggere tutto in quest’ottica! La rabbia verso la moglie o il marito nasce dal fatto che la moglie o il marito non corrispondono a quello che il proprio io ha stabilito: io sto male perché tu non sei come io volevo…Non è più…tu sei importante…è che tu non ti sei accorto di quello che volevo io, perché sono io il centro, volevo questo, volevo quello: questo non è un amore che ci salva.

Allora, imparare la carità significa imparare la periferia, imparare a decentrarci, a toglierci di mezzo, a fare emergere l’altro, il tu. E questo ci risulta sempre molto difficile perché noi non capiamo che il Signore, anche quando ci dà un carisma, non lo dà mai per noi: il Signore mette in mano a me un pezzo di pane per dare da mangiare a mio fratello, non mi dà il pane perché lo mangi io, ma vuole che la mia fame sia saziata da un altro, e con il pane che ho in mano io, devo saziare un altro ancora…questa è la chiesa. E’ accettare che abbiamo bisogno dell’altro, che il pane che io ho in mano non serve a saziare me: uno può avere il dono della parola, io posso dare consolazione agli altri, ma le parole che dico agli altri a me non servono a niente, io sono nell’inferno totale. Ciò che il Signore ci consegna come un dono, ce lo consegna come un dono per gli altri, non per noi stessi: questo spalanca i carismi alla chiesa. Se io ho ricevuto un dono, non l’ho ricevuto per me ma per un altro, io non posso farmene nulla di questo dono. Il male, invece, ci mette in mente una menzogna, la menzogna dell’autosufficienza: io non ho bisogno dell’altro perché il pane ce l’ho in mano io. Noi, invece, abbiamo costantemente bisogno dell’altro: un prete, nemmeno un vescovo o il Papa, possono assolversi da soli. Io ho la facoltà di assolvere gli altri ma ho bisogno che qualcun altro assolva me. Questa rete di bisogno l’uno dell’altro è la chiesa: in questo senso, fuori dalla chiesa, non c’è salvezza. In questo senso, noi abbiamo bisogno di chiesa e capite che è una tentazione dire di non aver bisogno della chiesa. Non sto dicendo che la chiesa è sempre bellissima ed è sempre corrispondente a quello che mi aspetto: nonostante sia sgarrupata, brutta, accidentata, peccatrice, io ne ho bisogno. Senza la chiesa io non sono sazio, non posso saziarmi del pane che ho in mano perché esso può saziare un altro ma io ho bisogno del pane degli altri. La comunione è rendersi conto di quanto noi abbiamo bisogno di chiesa: questo è ancora più profondo del bisogno che abbiamo di collaborare. In tante diocesi del mondo, c’è una fatica enorme a far collaborare, a coinvolgere ecc…perché noi pensiamo che la comunione sia una collaborazione. La comunione per noi è vitale, senza di essa noi non abbiamo salvezza, non abbiamo Cristo che non ci ha dato semplicemente il messaggio evangelico, ci ha dato anche la chiesa, il modo.

Questo è il motivo per cui Paolo perde tempo con la comunità di Corinto a dire…Amici non ve ne fate niente dei vostri doni, se non capite che quei doni li dovete spendere per gli altri, per la chiesa, che quel dono deve edificare la chiesa, che tu devi amare dando la vita ad un altro…anche se tu hai la fede e fai miracoli, quel dono non ti salverà. Anche se tu, un giorno, morissi per i tuoi ideali ma senza questa dinamica di carità, non ti servirebbe a nulla morire.

La carità ci salva. Ma che cos’è la carità? Di che è fatta? Quali sono le istruzioni d’uso della carità? Come noi potremmo cominciare a dire, guardando a noi stessi, praticamente, che cosa significa vivere una carità che santifica, che edifica la chiesa. Ecco, allora, le parole di Paolo: sarebbe necessaria una conferenza per ciascun versetto, ma cercherò di dire qualcosa aiutato da quello che dice il Papa, aggiungendo qualcosa che ci aiuti a renderlo attuale nelle nostre dinamiche personali ed ecclesiali.

Paolo, per prima cosa, dice che la carità è paziente: la prima manifestazione della carità è avere pazienza. Noi confondiamo la pazienza con la tolleranza, ma la pazienza è accettare che l’altro non è riducibile a quello che io mi aspetto di lui. Perché noi perdiamo la pazienza? Perché ci accorgiamo che la persona che abbiamo di fronte non è così come io me l’aspettavo, non do il diritto a quella persona di essere diversa, di essere libera, misteriosa, di poter sbagliare. Noi manchiamo di pazienza quando non lasciamo che le persone siano reali. Se, quando mi sono sposato, avevo in mente che mia moglie fosse così e, poi, mi accorgo che non è così, io non ho pazienza; comincio ad avere pazienza quando accetto che la donna che ho sposato, reale ,può e deve essere diversa da quella che mi sono disegnato nella testa, che amare significa lasciare che quella persona sia reale e deluda ciò che avevo immaginato. Uno è paziente quando permette all’altro di essere se stesso. Questa cosa, ad esempio, per i sacerdoti si verifica quando si aspettava qualcosa dalla comunità e non accade ecc…Per quanto noi ci abbiamo costruito e sognato su qualcosa, quello che abbiamo davanti, essendo reale, ha il diritto di essere diverso da quello che io mi aspetto nella testa. L’amore è accettare la diversità che c’è tra il mio ideale e la realtà: io pensavo che tu fossi…invece sei…io amo ciò che sei, non ciò che dovresti essere per me. Questa è la pazienza e, per forza, così intesa, deve essere unita alla benevolenza: la benevolenza è cercare di guardare e promuovere il bene dell’altro, non è semplicemente sopportare che l’altro esista, perché sarebbe semplicemente tolleranza (tolleranza non è una parola cristiana perché significa schifare gli altri ma, per una civiltà di fondo, non farci del male). No! A me interessa il tuo bene: per fare un esempio pratico, pensiamo ad un padre ed un figlio. Quando è nato quel figlio, ci ho sognato sopra, quanto volevo che diventasse un dottore…poi invece, vuole fare il musicista…allora lo tollero, cioè non condivido minimamente le sue scelte, ma lo tollero perché non possiamo litigare tutti i giorni in casa. Questa è tolleranza ma non è amore: l’amore è imparare ad accettare che tu lo volevi medico ,ma è un musicista e tu devi amare il musicista, andare ai concerti anche se non vorresti andarci, promuovi il suo bene perché l’amore non è un sentimento ma è decidere la nostra libertà, è uscire da noi stessi, è decentrarci. Morire in croce è una cosa che fa male, perché è difficile togliersi di mezzo, è difficile rinunciare al medico che volevo io ed accettare il musicista: pazienza e benevolenza sono lo sforzo di fare questo. Ora calate questo esempio nella dimensione ecclesiale.

La carità non è invidiosa: l’invidia è la tristezza per il bene degli altri, siamo invidiosi perché pensiamo di mancare di quello che gli altri hanno. Nel linguaggio popolare, si dice che l’erba del vicino è sempre la più verde. Anche in questo caso, tutto questo capita perchè noi siamo al centro. Perché non godiamo del bene degli altri? Perché siamo ancora noi al centro; se uno si decentra, allora, comincia a godere, comincia a dire…sono felice. Anche qui non c’è carità, perché carità è questo sforzo di togliersi di mezzo e di godere.

La carità non è vanagloriosa, non si gonfia: la vanagloria è fare una cosa buona ed usarla per affermare noi stessi. E’ un po' godere del bene perché, quel bene, fa emergere di più me. Il vanaglorioso usa sempre la parola “io”; il contrario, la discrezione è l’amore più bello: pensate ad una madre che si sveglia presto la mattina, senza che nessuno se ne accorga, fa quello che deve fare, senza che nessuno se ne accorga e senza che nessuno le dica grazie. L’amore non è vantarsi del bene che si fa, l’amore è vivere il gusto di fare le cose senza fare emergere noi stessi. Questo si manifesta nella capacità di ascoltare: chi è vanaglorioso non riesce ad ascoltare gli altri, parla sempre di sé. Ieri sera, tornando a casa, ho incrociato una universitaria che vive con me, alla fermata metro e questa ragazza tornava da un turno con l’equipe di strada che portano da mangiare ai poveri, e mi diceva una cosa molto bella: uno esce da casa, col freddo, per andare a portare il panino al povero perché, fondamentalmente, ha bisogno del povero cioè ha bisogno di poter dire “io faccio questo”. Il panino arriva al povero ma, capite, che quella carità non ci santifica, perché la carità che ci santifica è accorgerti che, mentre porti il panino, quel povero è infastidito e non gli importa nulla che gli stai portando quel panino, perché la vita lo ha incattivito, lo ha reso aggressivo. Allora ci resti male e dici…come? Vado a portare il panino e mi maltratta. Certo! Perché per te i poveri sono l’oggetto che ti fa star bene e, quindi, quando cade la visione poetica e romantica dei poveri, non ti servono a niente. Spesso, invece, i poveri non vogliono da mangiare ma vogliono essere ascoltati. Sono rimasto impressionato una volta quando, uscendo dalla mia parrocchia, c’era un ragazzo che chiedeva l’elemosina e gli ho chiesto come fosse andata. Mi ha risposto, in un italiano stentato, ed ha detto “Nessuno mi ha guardato negli occhi”: fratelli miei, non è la filantropia che ci fa santi, è la carità che ci fa santi. E la carità è accorgersi dell’altro, non semplicemente della pancia vuota dell’altro. Il vanaglorioso non ha bisogno dell’altro ma che l’altro abbia bisogno: noi abbiamo bisogno del povero per noi stessi, abbiamo bisogno della sua pancia vuota per noi stessi. Invece, molto spesso, scappiamo da quella sensazione di impotenza, di non poter far nulla per queste persona se non ascoltarle. Che hai fatto oggi? Niente! Non ho potuto fare niente, l’amore è una faccenda inutile cioè non ha un utile, non deve avere utile. Il vanaglorioso no: usa il bene – e si potrebbe obiettare “ma quello è un bene” – certo, ma per affermare se stesso e, questa, non è carità.

La carità non manca di rispetto: mancare di rispetto significa far giungere all’altro, costantemente, uno sguardo di giudizio. E’ un po’ come se una persona, effettivamente, ha fatto delle cose sbagliate nella vita e viene sempre guardato con giudizio, mai con fiducia. E questo ci rende arroganti, anche se abbiamo ragione: non basta avere ragione per giustificare la nostra arroganza. Non è possibile che uno sia dalla parte della ragione, dalla parte di Cristo e questa cosa lo renda arrogante, e questa cosa giunga agli altri come giudizio. Io sono l’ultimo prete del mondo, ovvero un filosofo di montagna, ho fatto i miei studi in teologia ma non mi reputo neanche un teologo, insegno filosofia e non voglio nemmeno entrare nella questione dell’Amoris Laetitia, anche perché spesso sono questioni mediatiche; ma voglio dirvi che la cosa che ci sfugge, nell’insegnamento di Papa Francesco, è che non è possibile che il nostro essere cristiani giunga sull’altro come giudizio, con tutta la ragione che abbiamo. Nessuno mette in dubbio che quello che stiamo dicendo è vero, ma non può giungere come un giudizio, non può giungere con arroganza sugli altri. Che ne sappiamo noi della sofferenza delle persone? Non è possibile che uno dica “La prima forma di carità è la verità”: certamente, è la verità ma la verità che si dà nell’umiltà. Ancora una volta la forma è sostanza. Le persone che conducono l’adultera davanti a Gesù stanno dicendo una cosa vera, l’hanno presa in flagrante adulterio, quella donna ha tradito e nessuno mette in dubbio che sia sbagliato tradire il proprio marito, ma lo sguardo che hanno queste persone nei confronti di quella donna è di giudizio. Gesù non vuole mettere in discussione la tesi che la fedeltà sia una cosa importante, ma vuole mettere in discussione lo sguardo di queste persone e riaffermare la tesi che la fedeltà è una cosa importante: Gesù vuole che di nuovo si faccia pace tra forma e sostanza.

Un cristiano non può essere arrogante: ora come si fa ad essere umili, vorrei dirvelo ma non lo so. Certamente, però, mi domando spesso se le cose che ho capito e reputo vere nella mia vita, giungono agli altri come giudizio.

La carità non cerca il proprio interesse: San Tommaso dice che è più proprio della carità, amare che non voler essere amati, il che è esattamente il nostro contrario. Nessuno mi scolta, nessuno mi accoglie, nessuno ha cura di me…Cristo dice “Fallo tu”. Ma nessuno lo fa con me! Fallo tu. Vuoi essere amato? Ama tu. Vuoi essere ascoltato? Ascolta tu. Trasforma la tua frustrazione in resilienza, trasforma quello che a te manca in quello che devi fare, trasforma quello che ti fa soffrire in quello che devi fare tu per primo. E’ un’indicazione a te il dolore che provi.

La carità non si adira: quando l’altro è un nemico, le relazioni sono sempre di competizione e non di amore. Quando uno si adira non è una questione esterna, è interna, è un fastidio interno che proviamo nei confronti delle persone perché l’altro non è visto come qualcuno da amare, ma come uno che è in competizione con me, è un nemico. Il problema è che nessuno può dircelo se noi non siamo leali con noi stessi. Attenzione! Norma basilare: in tutto ciò che stiamo dicendo, dobbiamo fare una grossa differenza, così lo abbiamo moralmente chiaro: non è che se uno sente l’invidia, automaticamente ha commesso peccato. Uno commette peccato quando sente l’invidia e acconsente all’invidia che sente. Non si possono cambiare i sentimenti che si provano: cioè se, per come sono fatto io, mi si gira lo stomaco quando vedo qualcuno, questi sono sentimenti ma non è peccato. E’ peccato quando quella cosa che senti, ad un certo punto, diventa una scelta; per esempio mi fa parlare male, mi fa agire male. Quindi, S. Paolo non è uno sprovveduto che sta dicendo “Adesso non dovete più sentire invidia”…No! Non dovete più acconsentire all’invidia che sentite. Ho fatto una conferenza sulle famiglie, a Perugia, un signore mi ha detto “Padre, lei mi deve spiegare una cosa: io ho partecipato ad un ritiro, ed ho sentito così grande l’amore di Dio nella mia vita, che ho ringraziato Dio perché mi sono sentito amato. Poi, il pomeriggio, sono tornato a casa, ho litigato con mia moglie e la volevo buttare dal settimo piano. Come è possibile questa cosa, che la mattina mi sono sentito amato dall’amore di Dio ed il pomeriggio…?”. Ho detto a questo signore “Ma l’hai buttata dal settimo piano?” “No”. E allora questi sono i santi: i santi sono quelli che vogliono buttare le persone dal settimo piano e non lo fanno. Non sono quelli che non hanno questo sentimento. Attenti, altrimenti dovremmo fingere di essere altre persone: noi siamo persone che sentono tante cose contraddittorie ma decidono di non farlo. La carità è prendere una decisione sulle cose che sentiamo: ecco perché non è un’indole e non ci viene semplice, ecco perché è una cosa che si fa e che non ci viene spontanea.

San Paolo, concludendo, scrive così “La carità tutto scusa, tutto crede, tutto spera e tutto sopporta”. Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, dà delle definizioni e dice che l’espressione “tutto scusa” non significa che ci facciamo piacere tutto; le persone che tutto scusano sono quelle che evitano di sottolineare il male degli altri, il male intorno, non propagano il male, la maldicenza, lo sparlare. Uno che scusa è uno che non dà il microfono alle cose negative, non parla del male non perché lo nasconde ma perché non gli dà il microfono, non presta se stesso. Uno si accorge del male dell’altro ma non sparla del male dell’altro.

Tutto crede: è impossibile tirar fuori il bene dagli altri se non mi arriva la fiducia, se tu non credi in me. L’amore che non dà fiducia non serve a niente perché, soltanto quando una persona sente addosso la fiducia dell’altro, tira fuori il meglio di sé. Se io non credo in te, non ti sto amando. Bisogna dare fiducia alle persone, smettere di controllarle, fidarsi. Ma uno dice…L’ultima volta che mi sono fidato, mi ha tradito…Quante volte Signore dovrò perdonare mio fratello, 7 volte? Capite quante volte noi dobbiamo rimettere in gioco la fiducia? Tu mi hai tradito? D’accordo, io ti perdono ma mi dai la password facebook e l’accesso al cellulare, così mi fido. Certo così è facile fidarsi.

La fiducia è un elemento fondamentale dell’amore.

Tutto spera: il Papa scrive che la speranza è dire che devi sempre ricordarti che, magari, molte cose non riuscirai a cambiarle nella vita, ma Gesù Cristo ha già vinto in quella faccenda. Tuo marito sarà così per sempre, quella comunità non la raddrizzi, si porterà quella cosa per secoli, ma Gesù Cristo ha già vinto e questo ci fa tornare a sperare, a dire che le cose possono cambiare e che le cose che non riusciamo a cambiare, alla fine, cambieranno perché il Signore ha già vinto. Una visione più globale, una speranza più grande.

Tutto sopporta: credo che sia la definizione più bella dell’amore cristiano. E’ l’amore malgrado tutto. Tutto sopporta significa che non importa quello che sta accadendo nella mia vita, amerò malgrado tutto quello che sta accadendo nella mia vita, amerò così.

Concludo con una storia che a me ha impressionato moltissimo. Una donna calabrese va a fare un pellegrinaggio a Loreto; questa donna, madre di due figli, portatori entrambi di handicap gravissimi, va a Loreto e dice “Io non chiedo alla Madonna la grazia di guarirli ma la grazia di farmi morire dopo di loro, perché io possa avere cura di loro fino alla fine”. Questo è l’amore malgrado tutto: è rendersi conto che, a volte, le cose non cambieranno, che quei figli saranno così per tutta la vita e, nonostante questo, invece di inveire, si trasforma quella cosa drammatica e tragica in un modo di farsi santi. Ti chiedo questa cosa Signore, fammi morire dopo di loro perché io possa accudirli per tutta la loro vita: questa è la carità che ci fa santi, tutto il resto sono imitazioni del demonio che non conducono da nessuna parte, è l’amore del mondo che scimmiotta l’amore di Cristo ma non salva. Allora credo che, ciascuno di noi, davanti a questa declinazione della carità di Paolo, possa riguardare se stesso, ciò che ha, i propri carismi, possa rendersi conto che la chiesa che viene edificata non lo è dai carismi ma dalla carità, che in una chiesa possono anche esserci pochissimi carismi ma è la carità che edifica la chiesa. La carità è un’unione profondissima tra la grazia di Dio e la mia libertà: non è una faccenda solo di Dio la carità, ma è una faccenda anche della nostra libertà. Se noi non decidiamo di amare, l’amore non ama al posto nostro, ma se Cristo non ci avesse amati, nessuno di noi potrebbe veramente decidere di amare.




















mercoledì 4 settembre 2019

Don Luigi Maria Epicoco - Fate quello che vi dirà (testo)



FATE QUELLO CHE LUI VI DIRA’
La forza di quell’avvenga per me

di Don Luigi Maria Epicoco

Faremo un piccolo percorso perché il tema mette insieme due pagine del Vangelo: le nozze di Cana e l’Annunciazione. Prima di entrare nel cuore del tema, penso sia molto importante che io dica una cosa impopolare. Impopolare perché? Perché il nostro mondo non funziona secondo quello che vi sto per spiegare e, siccome noi viviamo nel mondo, molto spesso, la nostra mentalità ha a che fare con quella del mondo. Pertanto, mi scuso se, in questa prima parte - che non entrerà subito nel cuore del tema – dirò una cosa impopolare ma spero possa aiutarvi a fare una rincorsa per capireil tema che si affronta.
La domanda che apre la nostra riflessione è questa: come ha potuto Maria ascoltare la voce dell’Angelo? Come è possibile che questa donna, ad un certo punto, ascolti la Parola di Dio che le arriva attraverso l’Angelo?
La seconda grande domanda: come ha potuto Maria accorgersi che ad una festa, come quella delle nozze di Cana, manca il vino. E’lei che se ne accorge! Il Vangelo ci dice che è questa donna ad avere occhio, ad avere l’accortezza di capire che quella festa sta per trasformarsi in una tragedia. Come è possibile tutto questo?
Credo che se non rispondiamo a questa domanda, tutto ciò che diremo sarà bello ma non sarà vivibile per ciascuno di noi, perché tutte le cose belle che possiamo dire di Maria, della libertà del Vangelo, sono vere e belle soltanto se anche noi possiamo viverle. Noi possiamo vivere quelle cose belle e vere che incontriamo nel Vangelo e, soprattutto, in quella pagina straordinaria che è Maria. Maria ha una capacità di ascoltare ed accorgersi (tenete a mente questi due verbi perché sono i due verbi della vita interiore): Maria ascolta la parola dell’angelo Gabriele e si accorge che manca il vino alle nozze di Cana.
Perché vi ho detto che questa prima parte sarebbe stata impopolare? Perché viviamo in un mondo, in una cultura, in un modo di stare al mondo, che non ci fa vivere dentro di noi ma ci fa vivere fuori di noi. La grande predica del mondo non è sull’interiorità ma sull’esteriorità, cioè sul pensare che la cosa più decisiva della nostra vita, accade fuori di noi e non dentro di noi.
Nella storia della Chiesa, c’è un personaggio straordinario che è Agostino: è un convertito, uno che ha vissuto la sua vita con la sua intelligenza, la sua retorica, le sue doti ma, nel cuore di questa vita che sembra realizzata, Agostino ha un vuoto enorme, una insoddisfazione enorme, un buco enorme. Ecco, in quella mancanza, in quella insoddisfazione, Dio si fa spazio, lo mette in crisie, incontrando alcune persone decisive dentro la sua vita, Agostino si converte. Ricordate che la conversione nella vita di una persona – cioè l’incontro reale con Cristo - non avviene mai per ragionamento, avviene sempre perché incontriamo qualcuno: quando il catechismo ci dice che la chiesa è sacramento universale di salvezza, non sta parlando tanto del diritto canonico, né delle pareti di un tempio. Si sta dicendo quello che è la chiesa in sostanza cioè un intreccio di relazioni e, proprio questo intreccio di relazioni, è il sacramento che Dio usa per salvarci. Qual è la chiesa che Agostino incontra per salvarsi? Sua madre Monica, poi il Vescovo Ambrogio, Simpliciano, persone che gli sono amiche, che entrano dentro la sua vita e lo raccolgono da una situazione di crisi.
Ecco, noi incontriamo la chiesa quando incontriamo delle relazioni decisive che, ad un certo punto, ci portano all’incontro con Cristo. Perché abbiamo citato Agostino? Perché, dopo la conversione, nel libro delle “Confessioni”, Agostino dice…Ti cercavo ovunque, Ti cercavo nelle creature, Ti cercavo intorno a me, Ti cercavo nei ragionamenti, mi gettavo nelle creature, nel piacere, nella gioia che era nel mondo, in una grande esteriorità e Tu, invece, eri dentro me stesso, eri più intimo di me a me stesso…E’ molto interessante quello che scrive Agostino: sta dicendo che tutto quello che stiamo cercando dentro la nostra vita è  dentro di noi. Non lo dobbiamo cercare come si cerca qualcosa in una mappa, non dobbiamo cercarlo pensando– questa è la più grande tentazione –che la felicità esiste ma non è qui, è in un altro posto, che la felicità esiste ma non è in questo momento ma in un altro momento della nostra vita. La scoperta di Cristo è quella di accorgersi che tutto quello che tustai cercando, non lo devi aspettare come qualcosa che deve accadere, è qualcosa che è nascosto dentro di te. Scrive Agostino << In interiore hominehabitat veritas>>: è nell’interiore di noi, nel cuore di ognuno di noi, che abita la verità. Allora la più grande rivelazione cristiana non è andare in un posto, non è dire “arriverò a quegli anni e quelli saranno gli anni decisivi per me”…immaginate, per esempio, un giovane che dice “aspetto i 18 anni…” poi arrivano e non succede nulla! Allora uno dice… “dai facciamo 25 anni, solitamente il mezzo secolo è una bella tappa”…e, poi, sono finiti i 20 anni e cominciano i 30, finchè cominci a dire… “abbiamo tempo ci sono i 40 anni”…poi arrivano i 40 e mi sento ancora giovane, i giovani adulti, tutti modi di dire che stiamo aspettando che qualcosa accada in un tempo della nostra vita, in un tempo che ancora non riusciamo a vedere tant’è vero che, quando stiamo male, facciamo due cose fondamentalmente: o ci nascondiamo o non riusciamo a stare in un posto…sempre cambiare, cambiare, cambiare…oppure dobbiamo dormire, dormire, dormire… Sono due modi per non stare dentro la realtà: una persona si converte quando si accorge che tutto quello che sta cercando è qui, che tutto quello che sta cercando non è in un altro giorno ma in questo giorno, non è in un altro posto ma è in questo posto, in questo luogo cioè il posto, la geografia è il tempo in cui noi cantiamo le cose decisive della nostra vita, la nostra interiorità.
Per questo il mondo non vuole che noi entriamo dentro la nostra interiorità, perché se una persona entra dentro se stessa, sperimenta la libertà, sperimenta l’incontro con qualcosa che gli libera la vita, perché è l’incontro con un senso che riempie la sua vita. Chi sono le persone felici? Sono le persone che sonorealizzate? Non proprio! Le persone felici sono quelle che avvertono che, in tutto quello che stanno vivendo, c’è un significato. Tu non puoi dire “sarò felice se mi realizzerò in questa cosa o quest’altra” perché, a volte, la vita non ti dà l’opportunità di realizzarti in quel modo; la felicità è avvertire però che tutto quanto tu stai vivendo, anche la cosa più difficile, anche la cosa più faticosa, più brutta, è attraversata da un significato. E dov’è che ti accorgi che la tua vita è attraversata in un significato? In un libro? In un posto speciale? Dentro di te! Le persone libere sono le persone che si sono accorte di un avere un dentro e non semplicemente un fuori nella loro vita, si sono accorte che, la propria esistenza, non vale per la propria esteriorità ma per la propria interiorità. Allora la più grande rivoluzione che possiamo portare in questo mondo è portare l’impopolarità dell’interiorità, è portare in un mondo che ci spinge fuori, che ci spinge a riempire la nostra vita di tante cose per non pensare, in un mondo così – invece – fare noi qualcosa di trasgressivo: portare ciò che è dentro noi stessi, imparare la vita interiore.
La vita interiore (che non è ancora la vita spirituale, perché coltivare la vita interiore non significa ancora avere imparato che cos’è la vita spirituale… ma ci arriviamo nella grande rincorsa di cui dicevo all’inizio)…Nessuno può pensare di essere libero se non riscopre la propria interiorità, nessuno può dire davvero di poter sperimentare la libertà, se non si allena alla propria interiorità. E l’interiorità è fatta di tappe, a volte molto faticose, tappe che il mondo non favorisce: tu devi strappare, con tutto te stesso, le cose che sto per dirvi dalla mentalità del mondo.
La prima è la capacità in silenzio: una persona impara che cos’è la propria interiorità quando si allena al silenzio. Il silenzio è fatto innanzitutto a livello fisico: abbassare il volume di tutto ciò che riempie la nostra esistenza. Sapete, ci sono delle volte che noi non riusciamo a rimanere da soli, fermi, in un posto senza tenere qualcosa che parla: la tv, della musica, qualcosa che riempia il nostro silenzio. C’è una cosa che ci spaventa tantissimo: è il silenzio! Invece, noi dovremmo imparare ad allenarci al silenzio: dovremmo dire che, prima ancora di dire se sappiamo pregare, dobbiamo domandarci se noi ci siamo mai allenati a stare in silenzio, a viverci il silenzio, ad avere degli spazi, dentro la giornata, che sono spazi di silenzio. Non dico ore ed ore, però, la vita di una persona comincia a cambiare se, ogni giorno, quella persona ha la costanza di prendersi 10 minuti di silenzio. Sapete come traduce il Vangelo il silenzio? Con una immagine bellissima e dice: “Entra nel segreto della tua stanza”.
Perché a noi non piace il silenzio? Perché ci fa fare i conti con noi stessi e noi non vogliamo fare i conti con noi stessi; perché ci fa toccare, a volte, l’angoscia che ci abita; il silenzio ci fa toccare il vuoto che attraversa il nostro cuore. Siamo spaventati dal silenzio; eppure, non conosciamo nessuna via che ci riporti più autenticamente a riscoprire l’interiorità, se non il silenzio. Il Vangelo ci dice che Maria era capace di silenzio e lo dice a più riprese, soprattutto perché, nel Vangelo, Maria fa ma parla pochissimo e, quando fa qualcosa o parla, il Vangelo subito chiosa le sue parole o azioni, dicendo:“Ella serbava tutte queste cose, meditandole nel proprio cuore”. Allora, soltanto dopo che ci siamo allenati al silenzio, significa che abbiamo varcato la grande porta della nostra interiorità. Immaginate questo viaggio dentro di noi, questa capacità di entrare dentro di noi, come una persona che comincia a fare sport; nessuno può fare sport senza riscaldamento, senza prepararsi con un adeguato riscaldamento, altrimenti gli esercizi fanno male, non sono salutari. Allora cosa ci prepara alla preghiera? Allenarci al silenzio.
Amici miei, questo allenamento è fatto su ciascuno di noi ed è a misura di ciascuno di noi: magari a uno basta un mese vissuto nell’allenamento di 10 minuti di silenzio al giorno per cambiare la percezione della sua interiorità; un altro, invece, deve lavorare 10 anni su questo silenzio… ma non scoraggiatevi! E’ sicuro che, se noi non impariamo il silenzio, significa che non possiamo nemmeno entrare in quel luogo in cui si manifestano le due cose decisive della vita, che Maria si porta addosso: ascoltare e accorgersi.
Non avete anche voi il desiderio profondo di dire: ma qual è la volontà di Dio nella mia vita? Quando una persona si fa una domanda vocazionale, cioè una domanda alla quale rispondere per dire che la propria vita ha trovato un senso, la domanda vera è questa: che cos’è che rende la mia vita significativa? Volete che qualcuno risponda a questa domanda? Allora dovete allenarvi all’ascolto, perché a questa domanda non si risponde per ragionamento, non si risponde per logica, si risponde perché qualcuno ci risponde a questa domanda.
Noi siamo cristiani e credenti, pensiamo che la fede è un fatto decisivo dentro la nostra vita, perché sappiamo e crediamo che le domande più importanti della nostra esistenza hanno una risposta, non servono semplicemente a metterci in crisi. Le domande significative della nostra vita non servono semplicemente ad inquietarci, a toglierci il sonno: hanno una risposta! E Dio muore dalla voglia di rispondere a queste domande, ma se noi siamo capaci di ascoltarLo.
Solo se una persona si è allenata nell’interiorità, può avere anche la pretesa di dire: Gabriele mi sta parlando, mi sta rivolgendo un saluto, mi sta portando un annuncio. L’annuncio di ciò che è significativo dentro la nostra vita, inizia quando comincia il silenzio.
La seconda parola impopolare, dopola parola silenzio, è la parola solitudine; quando noi pensiamo alla solitudine, non dobbiamo pensarla come ad una forma di isolamento, né di punizione o fuga dagli altri, ma è la grande capacità, a volte, di staccarci da tutto quello che ci trattiene dal tornare dentro noi stessi. Tutti noi, ad un certo punto, abbiamo bisogno di questa solitudine: è bisogno di prendere distanza con quello che uno sta vivendo.
Noi siamo spaventati dalla solitudine, perché la nostra generazione è ferita soprattutto nelle relazioni, e la maggior parte delle ferite che hanno a che fare con le nostre relazioni, sono ferite di abbandono: chi doveva amarci non lo ha fatto come avrebbe dovuto e, quindi, noi abbiamo sperimentato il dolore di sentirci abbandonati, non voluti, non accettati ed abbiamo paura della solitudine perché, molto spesso, ci ricorda l’essere abbandonati, l’essere da soli, non avere nessuno. La solitudine, invece, è necessaria nell’incontro con noi stessi e nell’incontro con Dio. Cosa ci prepara ad entrare dentro noi stessi? La capacità di stare un po' da soli, di prenderci un tempo per noi, un tempo di silenzio ed un tempo da soli.
Ma queste due cose non servono a nulla se non ci aggiungiamo questa terza parola: fedeltà. Che cos’è che ci fa crescere in un percorso di riscoperta della nostra interiorità? La costanza. Amici miei, non importa la quantità, non importa che noi passiamo ore ed ore a fare quello che sto dicendo! Bastano anche pochissimi minuti ma avere la costanza di vivere quei minuti quotidianamente; cito spesso la fiaba del Piccolo principe…la volpe cerca di spiegare al piccolo principe che cosa significa addomesticare e gli dice “ogni giorno io verrò qui alle 4, e mi metterò lontanissimo da te perché ho paura, non ti conosco e ci vedremo ogni giorno lì alle 4, ma ogni giorno mi avvicinerò sempre un po' di più. Ogni giorno, questo rito di vederci lì alle 4, ci avvicinerà fino al punto in cui io sarò vicino a te e non avrò più paura di te. Da quel momento in poi, tu mi avrai addomesticato”.., Ecco,  se noi non impariamo costanza e fedeltà, ci comportiamo come quelli che partono con grande entusiasmo, durano un paio di giorni e poi dicono….allora, dopo due giorni di palestradove sono gli addominali?...la costanza! La fedeltà! Non c’è interiorità senza fedeltà.
Siamo alla terza parola: silenzio, solitudine, fedeltà. Vedete come il mondo ci dice il contrario?Rumore, parole continue, stare sempre con qualcuno e mai da soli, quando ti annoi di qualcosa cambia, non essere fedele…questo dice il mondo.
La quarta parola che penso sia importante è la parola sincerità. Non si può avere nessuna vita interiore se non si è leali con noi stessi. Per essere leali con noi stessi, abbiamo bisogno di qualcuno che ci voglia autenticamente bene e ci aiuti a fare verità su noi stessi, ad insegnarci ad essere sinceri con noi stessi. Se leggete l’esortazione apostolica scritta dal Papa dopo il sinodo dei giovani, “Christusvivit”, il Papa dedica uno spazio agli accompagnatori spirituali e dice che, nella chiesa, bisognerebbe istituire un ministero appositamente per far questo, cioè accompagnare spiritualmente le persone, soprattutto i giovani.  A cosa serve uno che ti accompagna spiritualmente? Non a rispondere alle tue domande. A cosa ti serve una persona che ti accompagna? Non a toglierti le castagne dal fuoco. Una persona che ti vuole autenticamente bene e ti accompagna spiritualmente è una persona che ti aiuta a fare verità su te stesso. Voi avete una persona da cui accettate la verità su voi stessi? Avete una persona che vi può dire esattamente quello che siete, senza sentirvi offesi, senza mettervi sulla difensiva…? Vi sentite talmente voluti bene che questa persona può aiutarvi a fare verità su voi stessi, cioè vi può dire…Siate sinceri…
Come agisce il male nella nostra vita? Non facendoci mai trovare qualcuno che ci aiuta ad essere sinceri con noi stessi, a difenderci da questo per vergogna, per paura del giudizio, perché non vogliamo scandalizzare, perché non ci sentiamo capiti…sono tante le scuse che ci spingono a non essere sinceri gli uni gli altri. Invece, abbiamo bisogno di verità, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti ad essere sinceri con noi stessi.
Finisco la parentesi di impopolarità prima di entrare nel tema: se noi non impariamo la vita interiore, Cristo è qualcosa che tu indossi e che smetti di indossare a convenienza, ma non è qualcosa che ti cambia la vita…Cristo o lo incontri nella parte più decisiva di te  -che è il tuo cuore  - oppure non ti serve. Questo è il grande insegnamento di Maria: Ella ha potuto prendere sul serio la volontà di Dio dentro la sua vita, perché era allenata a questo ascolto, all’interiorità. Maria ha potuto accorgersi di questa mancanza alle nozze di Cana, che stava per diventare tragedia, perché era allenata ad accorgersi, perché aveva interiorità.
Silenzio, solitudine, fedeltà, sincerità: non sono, forse, queste le parole che ci aiutano ad imparare cosa significa pregare o avere una vita spirituale? Facciamo un passetto avanti: cosa significa passare dalla vita interiore alla vita spirituale? Questo è il passo che fa lo Spirito dentro ciascuno di noi: da dove inizia questo lavorio dello Spirito? Da una cosa molto importante: dentro noi stessi non abita un vuoto ma un pieno.
Qual è la differenza tra lo yoga o le tecniche di rilassamento, tra lavorare su noi stessi e fare training autogeno (perché potrebbe essere anche questa la vita interiore) ed il cristianesimo? La maggior parte di queste tecniche servono a svuotarci da preoccupazioni, paure, insicurezze, ansie…tutte cose belle…Ma a noi, la vita interiore, non serve per svuotarci ma per incontrare un pieno, non per creare un vuoto: questa pienezza ha un nome proprio che è Cristo! Cristo è la pienezza che abita nel cuore di ciascuno di noi. Perché dobbiamo imparare il silenzio e la solitudine? Per fare vuoto? No! Per incontrare questo grande pieno che è Gesù Cristo che abita dentro ciascuno di noi. E che cosa fa Gesù Cristo dentro ciascuno di noi? Fratelli miei, ci parla! Dice a ciascuno di noi la volontà di Dio, quello che riempie la nostra vita di significato; è Colui che ci incoraggia, è Colui che dice “Segui me non seguire quell’altro che abita dentro di te”:  è il male che pure abita dentro di te e che, solitamente, vuole spostare la nostra attenzione non su quella pienezza, ma sul vuoto che ci deprime e ci angoscia…Non c’è niente per te! Niente riempie la tua vita di significato…tu non sarai mai felice…tu sei sbagliato…questo ci dice il male che ci abita. Chi fa la differenza in questo? Noi! Perché solo noi, con la nostra libertà, possiamo decidere chi ascoltare. Non possiamo decidere cosa incontrare dentro di noi, perché non dipende da noi, ma possiamo decidere chi ascoltare dentro di noi: quello sì che dipende da noi! Questa è Maria ed è lì che comincia la vita spirituale, perché essa è sentire la voce di Gabriele, è sentire Dio che ci sta parlando.
“Avvenga per me quello che hai detto” dice Maria nel Vangelo dell’Annunciazione: in maniera molto pratica, Maria ci sta dicendo una cosa importantissima cioè che, il primo modo di ascoltare la Parola di Dio, è quella di prendere sul serio ciò che ci sta accadendo. Dio ci parla sempre attraverso la nostra vita: problemi, cose belle o brutte, cose che vorremmo o non vorremmo. Uno impara alla maniera di Maria quando, vivendo cose che gli stanno succedendo, dice…Sì le voglio affrontare! Anche se non le ho scelte, io le voglio affrontare dentro la mia vita! Imparare a dire di sì a ciò che ci accade: questo è il primo modo di capire che cosa il Signore ci sta dicendo. Se tu non prendi sul serio la vita che hai davanti, anche se non ti piace, non riesci a capire quello che il Signore ti sta dicendo e passi tutta la vita ad essere arrabbiato – perché ti sta succedendo quella cosa - e a voler scappare da quella cosa. Con questa rabbia e questa volontà di fuga, nessuno può parlarti, perché ciò è possibile soltanto se tu dici “Va bene, avvenga per me quello che sta succedendo…Eccomi, sì”.
In questo senso, noi dovremmo imparare la preghiera: essa serve ad accogliere ciò che ci sta succedendo nella vita. A cosa dovrebbe servire la nostra preghiera? A non dover scappare davanti a tutto quello che la vita ci sta riservando, perché, soltanto se prendiamo sul serio la vita, cominciamo a capire anche qual è la volontà di Dio per ciascuno di noi.
Ma attenzione! Sentite quanto è consolante il Vangelo di Luca, quando ci spiega che cosa succede a Maria; quando incontra l’Angelo Gabriele non è che Maria dice “Eureka! Ho avuto l’illuminazione! Adesso so tutto!”...Qual è la reazione di Maria davanti a quell’angelo? La confusione: non capisce fino in fondo che cosa le sta dicendo il Signore, come capita anche a noi che non capiamo fino in fondo che cosa ci sta dicendo il Signore, in mezzo ai tanti problemi o situazioni che viviamo.
Maria capirà la volontà di Dio un po' alla volta, ma fa qualcosa di straordinario e rivoluzionario: ci insegna che la libertà è rischiare di fidarsi di Dio, prendendo sul serio la vita che abbiamo.
Rischiare di fidarsi di Dio, prendendo sul serio la vita che abbiamo: guardate che noi ragioniamo al contrario…diciamo…Signore cambiaci questa vita e noi la prenderemo sul serio e, se non hai idee, ti forniamo noi la fotografia della vita che vorremmo…insegnare a Dio a fare Dio.
Noi facciamo questo, ma la preghiera è il contrario! E’ dire…Signore io non ci capisco niente, sono in piena confusione ma io mi fido di Te e prendo sul serio quello che c’è in questo momento...
Fino a questo momento, abbiamo riflettuto sulla seconda parte dell’argomento, l’avvenga per me…La seconda grande lezione che ci dà Maria, questa volta alle nozze di Cana (quindi facciamo un passo indietro verso “fate quello che vi dirà”)…da dove nasce questa parola? Che cos’è che rende possibile il miracolo in quella festa di nozze che sta per trasformarsi in tragedia? Il miracolo inizia da una cosa molto semplice: inizia da Maria che va da Gesù e gli dice “Non hanno più vino”. Che cos’è che scandalizza di questa pagina del Vangelo? Noi ci aspetteremmo una risposta positiva, immediata, da parte di Gesù; invece, Egli dice “Che ho a che fare con te oh donna? Non è ancora giunta la mia ora”. Tradotto questo significa che tu vai a pregare ma, nella preghiera, invece di trovare quello che ti aspetti, sei deluso…Qui devo farvi una domanda importante? Siete disposti a credere che Dio vi ama anche quando la preghiera vi delude? Questa è la più grande rivoluzione che ci insegna Maria! Se tu ti aspetti che la preghiera ti dia soddisfazione, è lì che noi, a volte, rimaniamo a bocca asciutta; a volte, la preghiera ci delude, non perché Dio vuole deluderci ma perché noi abbiamo categorie affettive, psicologiche, spirituali che, a volte, sono ferite. Sono ferite dal peccato originale innanzitutto, ma anche dal male che abbiamo subito, dal dolore che abbiamo sperimentato: quando una persona, ad esempio, non ha mai potuto fidarsi di qualcuno nella vita, è difficile credere che di Dio puoi fidarti e, per quanto tu glielo dica, dentro di te c’è una resistenza che ti dice “Non fidarti!”. Questo significa che, molto spesso, quando tu preghi, lo fai così come sei e, così come sei, a volte, la percezione che hai di Gesù è quella di Gesù che ti dice “Io non voglio avere niente a che fare con quello che mi stai dicendo...”: è deludente!
Sei disposto a credere che Dio ti ama anche quando la preghiera ti delude? Solitamente, quando la preghiera delude, noi ce ne andiamo. No! Rimanere lì, credere che Dio ti ama anche quando la percezione della tua preghiera è deludente; per questo Maria, dopo che Gesù le risponde in quel modo, agisce e va dai servi come se Gesù le avesse detto “Ci penso io”. Maria va dai servi e gli dice “Fate quello che Lui vi dirà”:sembra quasi che Maria metta spalle al muro Cristo.
Credo che questa sia una lezione immensa per ciascuno di noi: è difficile essere liberi se noi non ci lasciamo deludere nella preghiera, perché crediamo più al fatto che Dio ci ama che al fatto che è la nostra preghiera che ci dà soddisfazione. Quanto sarebbe bello poter ragionare come Maria! Muoversi nella vita sapendo che è impossibile che a Dio non interessi di noi, che a Dio non interessi il nostro vuoto, il vino che manca. La mancanza di vino è la mancanza di gioia: hai salute, intelligenza, lavoro, delle persone accanto, una famiglia…che cosa ti manca? La gioia.Sono un passionista, porto anche l’abito, ma cosa ti manca? La gioia. Ho una moglie accanto oppure ho un figlio ma cosa ti manca? La gioia.
Capite che la cosa più decisiva della vita è sentire la gioia: questo è il vino, e Maria sta dicendo che manca il vino, manca gioia…vede un frate, un prete, una suora e dice “Manca gioia”…sta per succedere una tragedia perché, quando in una vocazione manca la  gioia, succede sempre una tragedia! Vede una famiglia e dice “manca gioia in quella famiglia”…sta per succedere una tragedia. Vede un giovane e dice “in questi ragazzi manca gioia”…sta per succedere una tragedia. Questo sta dicendo Maria! Come può Cristo ignorare questa mancanza di gioia dentro la nostra vita?
“Fate quello che Lui vi dirà”: ecco il più grande esorcismo che Maria ci insegna contro la delusione che, tante volte, noi sperimentiamo nella vita spirituale. A volte capita che alcuni dicano…ora mi metto a pregare, faccio una bella novena, mi rivolgo a questo santo, faccio questo ed ho risolto il problema. Poi si fanno novene, tridui, si va a messa, ci si confessa, insomma si fa tutto quello che, nella nostra testa, dovrebbe portare quel beneficio e qual è la risposta? Vi è mai capitato che, dopo aver pregato, le cose peggiorano?…Pensiamo che, forse, era meglio non pregare!? Non ci lasciamo distrarre da questo, pensate a Maria e pensate a come Maria esorcizza questo problema.
Come? “Fate quello che Lui vi dirà”. Se voi pensate a Maria ed al ruolo che ha in tutta la storia della chiesa…sono stato da poco a Lourdes e poi al festival dei giovani a Medjugorje e, qualche settimana prima, a Fatima, e ciò che unisce tutte queste esperienze, tutte le mariofanie, sta in questa frase: fratelli miei, Maria ha il grande ruolo di dirci “Fate quello che Lui vi dirà”. Adesso cerco di tradurvelo in maniera esistenziale, così che ve lo potete trattenere e portare dentro la vostra vita.
Perché Maria dice così, risponde in questo modo? Perché Maria sta difendendo la bontà di Dio contro la delusione della preghiera che ha appena fatto. Quindi, primo grande passo: credere che Dio ci ama contro tutto e contro tutti, anche quando le cose ci dicono esattamente il contrario, difendete, con tutto voi stessi, l’amore di Dio. Dio vi ama! Non mettete mai in crisi questo perché, se mettete in crisi l’amore di Dio, tutto crolla. Il male fa questo: vuole convincervi che non siete amati, vuole convincervi che Lui non sacrificherebbe mai suo Figlio per voi…invece Egli lo ha fatto, ha dato suo Figlio per ciascuno di noi! Difendete questo!
La seconda cosa: “Fate quello che Lui vi dirà” cioè Maria stabilisce una relazione assoluta con Gesù. Allora come si fa ad ascoltare, a fare quello che Gesù ci dice? Quali sono i luoghi dove incontriamo Gesù che ci dice che cosa fare? Sapete che, nel Vangelo delle nozze di Cana, Gesù dice una cosa molto semplice cioè di prendere le otri e di riempirle di vino e, poi, di portarle a tavola. La faccenda è semplice, però, quei servi diventano protagonisti di un miracolo,perchè ascoltano quello che Gesù gli sta dicendo e lo fanno. Sembra una cosa semplice! Ma è una cosa semplice e lo fanno perché è Gesù che glielo dice. Volete un altro esempio nel Vangelo? Non hanno pescato per tutta la notte e Gesù gli dice di gettare le reti...le avevano gettate pochi minuti prima e non avevano preso niente, ma glielo dice Gesù di rifare quella cosa: è perché glielo dice Gesù, e loro lo fanno, che tirano fuori le reti piene di pesci. Non è dalla semplicità o dalla complicanza delle cose che facciamo che avremo un risultato, ma dal fatto che  quelle cose ce le sta domandando Gesù: per questo hanno una efficacia. Allora dov’è che Gesù ci dice che cosa fare? Vi lascio tre luoghi dove, costantemente, potete fare l’esperienza di “Fate quello che Lui vi dirà”: il primo grande luogo è il Vangelo, il secondo è il cuore, il terzo luogo è la chiesa.
Primo: se non riscopriamo un genuino, costante, quotidiano, profondo, appassionato, familiare, ostinato amore per la Parola di Dio, noi saremo solo in balia delle nostre emozioni e dei nostri sentimentalismi. Solo la Parola di Dio ci fa incontrare Dio che ci parla. Non è vero che Dio ci parla anche con i pensieri e le emozioni perchè, a volte, nei pensieri e nelle emozioni, è anche il male a parlarci: come fai ad accorgerti che è Dio o il male se non hai un termine di paragone? E questo grande termine di paragone è la Parola di Dio: solo quando tu hai familiarità con la Parola di Dio, ti accorgi quando è Parola di Dio e quando non lo è. Nessuno può dire “sto facendo quello che Gesù mi dice” e non sa neanche come si apre il Vangelo. Dobbiamo imparare, di nuovo, la familiarità con la Parola di Dio.
Secondo luogo dove Dio ci parla: la tua coscienza e, scusate, se uso questo termine al posto di quello più conosciuto, che è il termine cuore. Dico coscienza perché, spesso, noi abbiamo la coscienza pulita perché non l’abbiamo mai usata! In questo senso è pulita, cioè nessuno ci ha insegnato ad usare la nostra coscienza, ad usare il nostro cuore. Non andate lontano! Non andate a cercare gli oracoli! Dice uno “Farò migliaia di kilometri per andare da quello, ma proprio da quel prete, da quella suora, da quell’uomo, da quel medico perché lui sì che ha la risposta!”. Avete una coscienza ed un cuore: lì sì che c’è lo Spirito di Dio che vi sta parlando, imparate ad entrare in questa grande stanza che è il vostro cuore. Ci sono due sedie nel cuore: in una c’è seduto Gesù e nell’altra, dovete sedervi voi,guardarvi in faccia e parlarvi. Per questo il Papa sta per canonizzare un grande Santo dei tempi moderni che è Newman: egli ci ha insegnato che esiste una coscienza che non è individualismo (cioè del tipo questo lo penso io quindi è vero). La coscienza non è un luogo soggettivo, ma è un luogo oggettivo, dentro di noi: abbiamo, però, bisogno che qualcuno ci insegni la strada per usare la coscienza ed il cuore. Quando la coscienza ed il cuore funzionano, lì Dio ti parla, Gesù ti dice che cosa devi fare. A Lourdes, la Provvidenza mi ha messo di fronte ad una comunità di frati conventuali  - vicini alla casa dove viveva la famiglia di Bernadette – che fanno l’apostolato di spiegare qual è il ruolo dell’Immacolata Concezione nella storia della Chiesa, portando, come esempio, questa grande figura di San Massimiliano Maria Kolbe, un frate convenutale morto nei campi di concentramento. Una mattina vengono scelti degli uomini per essere uccisi e viene scelto anche un uomo che è sposato ed ha dei figli; allora, San Massimiliano Maria Kolbe sente in coscienza di dire “lasciate lui e prendete me” e, stranamente, i soldati lo ascoltano cioè liberano quell’uomo (che vivrà fino a 90 anni e vedrà anche la canonizzazione di San Massimiliano Maria Kolbe).San Massimiliano Maria Kolbe viene rinchiuso e lasciato a digiuno per 15 giorni in una cella insieme a tanti altri e, poi, ucciso con una siringa letale. Muore al posto di un altro: dov’è che ha capito che era la cosa giusta da fare? Aveva il confessore vicino, in quel momento, che glielo diceva o avevaun piccolo manuale? Ha guardato dentro se stesso e ha detto “questa è la cosa giusta” e l’ha fatta secondo coscienza.
Fratelli miei, voi avete un cuore ed una coscienza: ascoltate, perché lì il Signore vi sta parlando. Soprattutto le persone che usano bene il cuore, sono persone libere: le persone che non sono libere, invece, ascoltano il giudizio dei vicini di casa e, per questo, non  sono mai liberi.
Terzo grande luogo: la Chiesa. Sì, ovviamente mi riferisco a tutto ciò che ci insegna la chiesa, al magistero, alla dottrina ecc…ma è quello che ho detto all’inizio, sono alcune relazioni significative. Dio vi parla,spesso, attraverso alcune relazioni significative che sono la Chiesa per voi. Vi accorgete che queste relazioni significative vi stanno dicendo che cosa Gesù vi chiede perché, quando ascoltate queste persone, vi sentite più libere anche se, a volte, vi fanno soffrire perché vi dicono cose che vi bruciano dentro. Chiara Corbella, questa giovane mamma che è morta in maniera eroica, anche per amore dei propri figli, diceva “Dio ha messo nel nostro cuore la verità e non è fraintendibile”…cioè uno lo sa se una cosa è vera o no, anche se è scomoda. Qualcuno può dirti una cosa che ti fa soffrire tremendamente ma, in fondo, tu lo sai che ha ragione. Cristo usa sempre una esperienza di Chiesa per dirci che cosa fare. Prendete sul serio la chiesa che il Signore vi ha regalato; ognuno di noi ha un modo di chiesa attraverso cui, la propria vita, si realizza.
“Fate quello che vi dirà”: Vangelo, cuore e chiesa.
“Avvenga per me quello che hai detto”: credo che il più grande atto di libertà che una persona possa vivere è quello di desiderare la vita. E quando una persona desidera la vita? Quando disobbedisce all’accusatore: il male, il serpente antico, il diavolo che, molto spesso, ci dice di non desiderare la vita, ci dice di scappare dalla vita, ci dice che nella vita troveremo soltanto dolore e sofferenza, che non va bene desiderare la vita perché lì sperimenteremo la morte.
Ecco la più grande pienezza che Maria ci insegna, il sì che la riempie di Cristo fino a partorirlo, è che Maria ha creduto alla vita contro tutto e contro tutti.
“Fate quello che vi dirà”: questa è la forza dell’avvenga per me…che cosa desidero per me? Qual è la forza dell’avvenga per me che mi cambia? Desiderare con tutto me stesso la vita.
Fratelli miei, in un mondo come il nostro, ferito da questo male oscuro della depressione che sembra toccare tantissimi di noi, il più grande atto rivoluzionario di evangelizzazione e di testimonianza che noi possiamo portare è quello di credere alla vita, alla bontà della vita, al bene della vita che il Signore ha dato a ciascuno di noie disobbedire a tutto quello che ci dice il contrario. Non pensate che la libertà sia fare quello che ti senti: a volte la libertà è mettersi contro corrente, non è fare quello che senti ma quello che è giusto. Concludo con questa immagine: pensate ad una barca che sta andando su un fiume e le correnti la spingono…se, ad uncerto punto, vi accorgete che, alla fine di quel fiume, c’è una cascata alta 200 metri, voi sapete che state andando a schiantarvi… Allora l’unica cosa che potete fare non è assecondare le correnti, assecondare quello che sento, ma è mettervi contro quelle correnti: è l’unico modo per salvarvi la vita….andare contro quello che ci sta portando verso il vuoto, verso la morte, verso la mancanza di pienezza.
Possa il Signore guarire dentro di noi l’umiltà necessaria per essere cristiani. Sapete perché avviene questo miracolo? Perché, in fin dei conti, questi servi si fidano. Volete vedere miracoli dentro la vostra vita? Siate umili! Le persone umili non sono degli sprovveduti, sono quelli che si fidano perché sanno che, se non si fidano, hanno già perso in partenza.

Don Luigi Maria Epicoco - Educare, l'arte che ci rende responsabili

sabato 31 agosto 2019

Don Luigi Maria Epicoco - Sono venuto a portare il fuoco (testo)




SONO VENUTO A PORTARE IL FUOCO
Desiderio, passione, felicità
di Don Luigi Maria Epicoco

Questa meditazione sarà divisa in tre tempi, dedicando il primo a fare una cosa che può sembrare inutile, cioè ridare carne al cristianesimo, concretezza all’esperienza cristiana.
Spesso, siamo convinti che essere cristiani significhi, ad un certo punto, trovare un’idea geniale sulla vita, un’idea geniale che ci chiarifichi la vita! Incontrare la fede significa incontrare una cosa che, ad esempio, spieghi un dolore che ho vissuto, che spieghi la contraddizione della mia vita o che mi dica che cosa devo fare domani…Questo tipo di cristianesimo solitamente ci delude, perché, quasi mai, riusciamo a trovare un’idea che riesca a dire tutta la nostra esistenza, quello che abbiamo vissuto e quello che vivremo. E questo per un motivo molto semplice: perché noi ci dimentichiamo che Gesù Cristo si è incarnato. Si è incarnato significa che è entrato nella storia, è entrato nello spazio e nel tempo: tradotto significa che Cristo è diventato un fatto.
Quindi, per capire se abbiamo incontrato o no Cristo, non dobbiamo rivolgerci alle nostre idee geniali, ma dobbiamo capire se, nei fatti, è successo che lo abbiamo incontrato.
Non vi spaventate perché non mi riferisco a niente di soprannaturale, nessuna apparizione o fenomeno mistico! Noi possiamo dire che incontriamo Cristo quando incontriamo qualcosa che rende la nostra vita viva, completamente viva; Gesù usa una espressione straordinaria, dicendo “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che questo fuoco fosse già acceso”. Dire che Egli è venuto a portare il fuoco, significa che ci sono dei momenti,nella nostra vita, in cui sentiamo che la nostra esistenza brucia per qualcosa, sentiamo che le cose non sono uguali da quando è successa quella cosa. Quando noi pensiamo ad un fatto così, dobbiamo pensare come concretamente all’incontro con qualcuno, ad un’esperienza che abbiamo avuto. Immaginate quando una persona si innamora: tutto cambia! L’aspetto del mondo cambia, lo sguardo con cui tu guardi gli altri cambia, il tuo sonno cambia, la tua percezione della scuola, della tua famiglia, delle percezioni, tutto cambia! Ma non perché è cambiato il mondo o l’aspetto del cielo, né perché sono cambiate le persone intorno a te, ma perché è successo qualcosa che ha cambiato la tua posizione.
Quanto tu ti innamori di qualcuno è come se la vita la riesci a vedere da un punto di vista completamente diverso, inedito: questo è l’incontro con Cristo!
E’l’incontro con qualcosa che, ad un certo punto, cambia completamente la nostra posizione. Ma Cristo non lo incontriamo mai in astratto, lo incontriamo sempre concretamente, in situazioni singolari, particolari. Non dobbiamo spaventarci nel dire che, da quando abbiamo conosciuto quella persona, in qualche maniera abbiamo fatto esperienza di Cristo, perché quella persona ha cambiato la nostra vita, la sentiamo diversa la vita; da quando abbiamo vissuto quella sofferenza, non siamo più le stesse persone di prima, perché sentiamo la vita in maniera completamente diversa; da quando abbiamo sperimentato quella cosa che ci è accaduta, la nostra vita non è più uguale.
Per capire se noi abbiamo incontrato o no Cristo, dobbiamo rivolgerci alla vita stessa, alla nostra vita. Sapete qual è l’errore che noi facciamo? Quello di pensare che Cristo si nasconda soltanto dietro le cose che noi possiamo catalogare come cose belle: Cristo ha la capacità di nascondersi dietro qualunque evento, anche quelli più terribili, brutti, quelli che ci fanno sentire impotenti, deboli, fragili.
La domanda vera è se dopo quella sofferenza, siamo diventate delle persone diverse, migliori. Ed anche se abbiamo sperimentato delle fragilità, la vita non è più come quella di prima; questa è l’esperienza dei discepoli.
I discepoli non erano esperti delle catechesi di Gesù, non ricordavano a memoria tutti i suoi discorsi, tutte le sue prediche; quello che tentano di ricordarsi lo dicono agli altri, qualcuno tenta di prendere appunti e vengono fuori i Vangeli, ma gli evangelisti stessi sanno che quello che Gesù ha detto e fatto è troppo grande per essere chiuso in un libro. La cosa più interessante è che, da quando hanno incontrato quest’uomo, la loro vita non è stata più la stessa.
Ora, se pensate alla vostra storia, certamente è successa la stessa cosa: ci sono degli eventi che scandiscono i tempi dell’esistenza. E` successa quella cosa e, dal quel momento in poi, la vita non è stata più uguale; è successo che ho incontrato qualcuno e, da quell’incontro, la vita non è stata più uguale; è accaduto che ho incrociato, in un particolare della mia esistenza qualcosa che, per gli altri, era assolutamente banale ma per me non era banale e, da quel momento in poi, la mia vita non è stata più la stessa.
Avere una vita spirituale significa riuscire ad accorgersi di quello che è accaduto dentro la nostra storia e capire come Dio ha usato la nostra storia per toccarci. Quando noi siamo toccati dalla nostra storia, lì siamo toccati da Cristo!
Ecco perché ho detto che vorrei ridare carne al cristianesimo: perché noi pensiamo sempre che Cristo è un’esperienza che dovremmo fare o che, magari, è un’esperienza che abbiamo fatto una volta, quando ci siamo messi in fondo nei banchi a pregare, o durante una veglia, in cui siamo scoppiati a piangere o durante un campeggio in cui siamo messi in cerchio, ci siamo detti delle cose ed abbiamo sentito una pace infinita. Sì è vero! In quel momento era certamente il Risorto a farsi presente; ma è troppo poco pensare che Cristo si trovi semplicemente qui, in un banco di una chiesa o in un campeggio o in un’esperienza che ci ha toccato emotivamente.
Cristo abita completamente la nostra storia e, ci sono dei momenti in cui tocca talmente tanto la nostra vita, che noi non siamo più le stesse persone di prima.
Pensate a Pietro: un pescatore, rude, certamente non un acculturato, non un sapiente. Cristo va a toccare quest’uomo alla fine di una notte in cui non ha pescato nulla; tocca la vita di quest’uomo facendogli una domanda fastidiosissima “Non hai preso niente?”…Ad un pescatore che non ha pescato nulla, tu gli domandi “ non hai preso nulla”... Eppure, a partire da questa domanda che brucia, che fa male, Gesù entra nella storia di quest’uomo e vivono insieme un’esperienza che dura tre anni.
Questa esperienza finisce in maniera drammatica, non soltanto perché Gesù muore, ma pochi istanti, poche ore prima della morte di Cristo, quest’uomo che si è vista cambiata la vita da quando ha incontrato questo sconosciuto Maestro che è andato a raccoglierlo dopo una notte di fallimenti, lo rinnega…No, non lo conosco
Eppure non lo stava interrogando la polizia dell’epoca o le autorità…era una serva che, vicino al fuoco, diceva “Aspetta io ti ho visto tu sei uno di quelli” “No, no perché dici questo? Io non lo conosco”“Ma hai un accento galileo, tu sei come lui!” “Vi dico no, non lo conosco”…Da quella notte, Pietro non è stato più la stessa persona di prima; ad esempio, da quella notte, Pietro ha avuto un sacco di difficoltà ad usare la parola amore e amare. Prima la usava con molta facilità. Sappiamo tutti che guardiamo le persone negli occhi e gli diciamo ti amo finché non facciamo l’esperienza di sbagliare o essere traditi: da quel momento in poi, quanto è faticoso dire a qualcuno ti amo, quanto è faticoso lasciarsi amare.
Ma Cristo non è così! Entra anche in quei momenti in cui noi siamo più deboli, più fragili, in cui non abbiamo più il coraggio di dire ti amo, in cui non crediamo più all’amore, in cui facciamo fatica a lasciarci perdonare.
Sapete Pietro come si confessa quella notte? Scoppiando a piangere. Per un istante incrocia il suo sguardo con lo sguardo di Cristo ed, in quel momento - dice il Vangelo -  uscì fuori e pianse amaramente.
Come si può incontrare Cristo in un pianto? Vi è mai capitato di piangere la notte? Di piangere quando nessuno vi vede? Di piangere perché non riuscite a trovare le parole per raccontare agli altri quello che state vivendo? Non abbiate paura…è Cristo! In quel momento, il Signore sta toccando la nostra vita, lo fa nella gioia e lo fa nel dolore: non ci fa più essere le stesse persone di prima perché, da quel momento in poi, quando tu hai sperimentato una grande  gioia o una grande sofferenza, la vita comincia a diventare più viva. E proprio perché più viva, tu ti senti più fragile a volte, più debole, più vulnerabile, ma sai anche – ed è questa la grande lezione che ci insegna Cristo – che non è tanto importante quanto tu sei debole, è importante quanto sei capace di affidarti, di non credere alla tua debolezza, ma di credere di più a qualcuno che ti parla e dice <>.
La professione della nostra fede non è fatta su cose che potrebbero essere una teologia che viaggia al di sopra della nostra vita; noi non siamo cristiani perché siamo bravissimi a spiegare il mistero della Trinità.
Siamo cristiani quando capiamo che la nostra professione di fede è decidere a che cosa voler credere, è dare credito. E, quando uno guarda con lealtà la propria vita, si accorge che dice “Sì da qualche parte esiste Dio e Gesù, il Figlio di Dio”, ma è discepolo della sua paura perché la sua paura ascolta, è discepolo della sua tristezza perché la sua tristezza ascolta, è discepolo della sua incapacità perché la sua incapacità ascolta.
Quanto sarebbe bello incontrare un Dio che, entrando dentro la nostra vita, ci dica “Adesso faccio scomparire la tua tristezza! Adesso faccio scomparire la tua debolezza! Adesso faccio scomparire la tua insicurezza!”: un mago che viene e ci risolve il problema.
No! Sarebbe troppo facile pensare che questa sia la fede. La fede è una scelta che accade davanti a cose diverse: tu ti trovi davanti ad una cosa vera che è la tua paura e, davanti ad Uno che ti dice “Credi più a me che alla tua paura. Sei disposto a fare questa scelta?”.
Quanto è difficile mettersi contro sè stessi! Quanto è difficile mettersi contro una parte di noi che grida “Non ce la farai mai! Non sarai mai felice! Non incontrerai mai niente di grande nella vita! La tua vita non ha nessun senso e nessun significato…”.
In fondo, ce lo aveva detto Gesù “Chi vuole seguirmi, rinneghi sè stesso”.
Questo, tradotto, significa che tu abbia il coraggio di mettersi contro, di disobbedire a te stesso perché soltanto se tu trovi il coraggio di disobbedire a te stesso, allora, quello che hai incontrato, non è per la tua distruzione, non è per la tua morte, ma è per la tua vita.
Chi è Pietro dopo quel tradimento? Chi è Pietro dopo quel pentimento? Non è più la stessa persona di prima: è più fragile ma è anche più fiducioso, è un santo. I santi non sono quelli che non sbagliano, ma quelli che riescono a vedere la grandezza e l’opera di Dio anche attraverso gli sbagli che hanno fatto.
Sapete perché vi sto dicendo questo? Perché non serve a nulla questa condivisione, se non partiamo da quella grande pagina del Vangelo che è la nostra vita, che è la nostra storia: finché penseremo che, quelle del Vangelo, sono storie che riguardano gli altri e cominciamo ad invidiare questi altri quando diciamoquanto vorremmo essere noi su quel mare  a prendere quelle reti, a sentire la voce di Gesù…Quanto vorremmo stare noi in quel cenacolo a toccarLo, a mangiare il pane e bere il vino con Lui…Quanto sarebbe stato bello buttarsi dalla barca, nuotare fino alla spiaggia e stare davanti a Lui risorto…essere presi sotto braccio da Lui che ti dice “Ma tu mi ami più di tutti gli altri?”…Quanto sarebbe stato bello!
Fratelli miei, oggi voglio annunciarvi che il Signore, costantemente, fa questo dentro la nostra vita! La domanda è: abbiamo occhi per accorgerci di come Gesù è entrato ed entra nella nostra storia? Solitamente no, per due motivi: il primo, perché pensiamo che Dio abbia a che fare solo con le cose belle e, siccome la nostra vita è fatta anche di cose che non sono belle, abbiamo difficoltà a comprendere cosa c’entri con la nostra esistenza. Ricordatevi la perfida tentazione del demonio, quando si avvicina a Gesù nel deserto per tentarlo; ricordate come comincia il discorso per tentarlo? “Se sei Figlio…” e, poi, gli domanda delle cose ma, la tentazione è questa: vuole mettere in discussione il suo essere figlio. Sapete cosa significa? Se veramente Dio è tuo padre perché ha fatto succedere quella cosa? Se veramente Dio esiste, dov’era quando hai fatto quello che hai fatto? Se veramente dice che ti ama, come ha potuto tollerare la sofferenza che hai vissuto? Che catechista straordinario il demonio! Come riesce ad allontanarci da Lui!
Nessuno di noi può capire quanto la propria vita è diversa, finché non la guarda come il momento attraverso cui Cristo tocca la nostra storia e la cambia.
“Sono venuto a portare il fuoco” e noi passiamo un’intera esistenza a difenderci dal fuoco. Sapete perché? Perché tutti vorremmo sentire forza e passione per qualcosa ma tutti noi ci proteggiamo dalla sofferenza. Vorremmo amare ma abbiamo paura di soffrire. Vorremo fare un viaggio ma siamo atterriti dall’idea di perderci. Vorremmo saltare ma dentro di noi c’è una voce che dice “E se ti fai male?”…Allora teniamo lontano il fuoco! Come possiamo essere cristiani se ci difendiamo dalla vita? Nessuno di noi può accogliere Gesù risorto finchè non accoglie tutta la vita, non solo la parte che gli piace, ma tutta la vita. Con questa grande speranza, il Signore entra nella nostra vita in qualunque evento, quando c’è la luce e quando c’è il buio.
La vera domanda che dobbiamo farci è: che persone stiamo diventando lasciandoci toccare dalla gioia o dal dolore? Credo che questa sia una domanda coraggiosa che deve cominciare ad abitare la nostra vita spirituale perché, fino a che pensiamo che la vita spirituale, sia pensare delle cose belle di Dio o dire delle cose belle  a Dio…questa cosa non cambia la nostra vita! Il Signore non ha bisogno di una lode che accresca la Sua gloria – dice la Parola di Dio -, ha bisogno della lode di chi, guardando la propria vita, capisce che, la propria vita, è diventato il luogo dove Lui si è manifestato.
Vi cito due episodi: il primo è quello di un uomo anziano con la moglie che si chiamava Elisabetta, lui Zaccaria, che passano un’intera esistenza ad aspettare un figlio che non arriva; alla fine arriva questo figlio e, ovviamente, quando arriva, Zaccaria non gli crede, motivo per cui rimane muto. Per tutto il tempo della gravidanza di Elisabetta, Zaccaria non parla: quando arriva il momento in cui devono dare un nome a questo bambino, Elisabetta, con un coraggio tipico delle grandi matriarche della Bibbia, dice “Si chiamerà Giovanni” e tutti i vicini di casa e parenti dicevano “Ma nessuno si chiama Giovanni in casa vostra! Chiamiamolo Zaccaria come il papà magari”. Si rivolgono a lui, al padre che prende una tavoletta e scrive “Giovanni è il suo nome” e, in quello stesso istante, si scioglie la lingua di Zaccaria e pronuncia questo straordinario inno di ringraziamento, di lode che conosciamo come il Benedictus “Benedetto il Signore Dio di Israele perché ha visitato e redento il suo popolo”. Non è che Zaccaria ha imparato il catechismo a memoria e lo sta ripetendo come una recita: è riuscito a vedere come la liberazione ha toccato la sua vita! E la canta, la dice, la racconta! Lo ha liberato…sì!Lui che viveva ostaggio della paura di aver sbagliato qualcosa nella vita…che cosa abbiamo fatto? Perché non abbiamo un figlio? che cosa di sbagliato abbiamo fatto?Perchè viviamo in questa contraddizione?
Quanto sarebbe bello se, vivendo la nostra vita spirituale, noi cominciassimo a capire quanto è concreto Gesù risorto! Quanto questo fuoco ha almeno tre grandi caratteristiche:
il fuoco illumina…se non ti lasci toccare dalla vita, rimani nel buio perché soltanto la vita ti illumina nel capire la vita;
il fuoco riscalda…solo se ti lasci raggiungere da Gesù nella tua vita, avverti anche che Dio è uno che è presente dentro la tua vita, non uno che spiega;
il fuoco brucia…nessuno di noi vuole bruciarsi, ma, a volte, è necessario bruciarsi perché il fuoco fa scomparire tutte le cose che non servono e lascia, invece, le cose che contano. Quando si prende qualcosa fatta di oro ma incrostata anche da altre cose, tu la passi al fuoco ed esso brucia tutte le incrostazioni e lascia solamente l’oro puro. A volte la vita ci brucia non per toglierci tutto, ma per farci risplendere di un oro che non potevamo conoscere se non attraverso quella esperienza del fuoco, del passare anche attraverso l’essere bruciati da quell’esperienza.
Luce, calore e il bruciare del fuoco. Ora una domanda che lascio a voi: abbiamo mai riconosciuto Gesù come un fatto nella nostra vita? Possiamo dire ad alta voce il nome del fatto con cui Lui ha toccato gli eventi, dove certamente Lui si è fatto presente perché, da quel momento in poi, noi non siamo più le stesse persone di prima? Riusciamo a vedere questo? Perché soltanto a partire da questo tocco ha senso anche parlare del resto.
“Mentre si stava avvicinando a Gerico, un cieco era seduto a bordo della strada, e chiedeva l’elemosina. Sentendo parlare la folla domandò che cosa accadesse; gli risposero:<>. Allora si mise a gridare: << Gesù Figlio di Davide abbi pietà di me!>>. Quelli che camminavano davanti, lo sgridavano per farlo tacere. Ma il cieco gridava ancora più forte: <>. Gesù, allora, si fermò ed ordinò che gli portassero il cieco e, quando fu vicino domandò << Checosa vuoi che faccia per te?>>. Egli rispose:<< Signore, che io ci veda!>>. EGesù gli disse <> e, subito, civide di nuovo e si mise a seguirLo, ringraziando Dio. Ed anche la gente che era presente, alla vista del fatto, si mise a lodare Dio>>.
Che cos’è la nostra vita senza Cristo? Che cos’è la nostra vita quando non incontra un significato? E` vita che elemosiniamo; elemosiniamo l’affetto degli altri, elemosiniamo attenzioni, elemosiniamo un posto nel mondo, elemosiniamo il minimo sindacale per sopravvivere… non è una vita felice: è una vita che elemosina.  Ed è la condizione di tutte quelle persone che non hanno trovato ancora un motivo che riempia la loro vita di un significato. Quando la tua vita è vuota, l’unica cosa che puoi fare è elemosinare. Sapete cosa succede quando una persona elemosina? Che qualcuno ti dà qualche spicciolo, qualcun altro, invece, ti ignora e tu…“mi vuoiun po' di bene?”“No! Non voglio darti nulla!”E tu sei umiliato…elemosini e tutti ti dicono di no e, ogni tanto, ti danno qualcosa, giusto per mettersi a posto la coscienza e la tua vita è una vita che non vede nulla, è una vita ai margini sul marciapiede ad elemosinare. Incontrare Cristo significa non vederlo subito, quasi nessuno nel Vangelo riesce a vedere subito Gesù o a riconoscerlo subito per ciò che è. Sapete come fa quest’uomo ad incontrare Cristo? Sentendo la folla accorrere: sente un trambusto di persone, non vede Gesù, non sente parlare Lui, non sente la sua predicazione o il racconto di un suo miracolo. Sente il caos di una folla che lo sta seguendo .
Io non so se il mondo, vedendo noi che siamo chiesa (cioè una folla che segue Gesù), se il mondo, sentendo il rumore del discepolato, gli venga voglia di domandare “Ma che succede?”. E’ Gesù di Nazareth che passa: può essere solo una informazione…sì è uno importante, uno che tutti conoscono, uno di cui si sente la fama…
E` Gesù di Nazareth che passa…Allora quest’uomo si mise a gridare…Fratelli miei, ricordate che la definizione più importante di preghiera, forse, la troviamo in questo brano. La preghiera è gridare, perché quando uno grida, significa che ci tiene a qualcosa, significa che ha toccato il fondo e che quello che sta domandando è prezioso per lui  “Gesù Figlio di Davide abbi pietà di me!” che, tradotto, significa “Almeno tu accorgiti di me!Almeno tu guardami! Almeno tu piegati verso quello che io sto soffrendo!” Cosa succede? Che la folla, la famosa folla che ha fatto nascere una domanda, lo sgrida... “Quelli che camminavano davanti, lo sgridavano per farlo tacere.Ma il cieco gridava ancora più forte: <>”.
Penso sia necessario fermarci per comprendere bene questi due miracoli prima di comprendere il grande miracolo: la cosa peggiore per una persona non è trovarsi nella condizione del cieco. Trovarsi nella condizione del cieco, a volte, non è per colpa nostra, a volte è perché la vita ci ha messo in quella condizione. Non è che quel cieco ha fatto qualcosa di pericoloso che gli ha tolto la vista! Si è trovato in quella situazione. Certe volte, noi ci troviamo ad elemosinare per le storie che abbiamo avuto, per la famiglia che abbiamo avuto, per quello che è la nostra esistenza. Non è importante capire come è potuto succedere questo dramma di trovarsi ciechi ad elemosinare la vita: il grande miracolo sapete che cos’è? E` che quest’uomo si trova in una condizione simile ma conserva dentro di sé una domanda. Qui, fratelli miei, il problema non è se siamo o no felici: la vera domanda è se desideriamo essere felici anche se, in questo momento, siamo infelici.
Ci abita questa domanda? Abbiamo una curiosità che ci dica: esisterà qualcosa di più grande di quello che sto vivendo in questo momento? Esisterà qualcosa di più grandedi questo dolore che sto vivendo in questo momento? Esisterà qualcosa di più grande del senso di vuoto ed inutilità che sto vivendo in questo momento? Questo è il primo grande miracolo che dobbiamo domandare al Signore: desiderare qualcosa nel nostro cuore. Sapete cosa succede quando tu cominci a desiderare qualcosa di grande? Che tutti ti vengono contro, che tutti quelli che ti circondano dovrebbero aiutarti ma, molto spesso, ti sgridano. Sapete perché? E’ più facile gestire un infelice che un felice. Le persone felici non si controllano, le persone felici non le tieni sotto controllo, non gli puoi mettere le redini; gli infelici li rigiri come vuoi, perché sono infelici e, qualunque cosa gli dai, riesci a tirarli da questa o dall’altra parte. Il mondo ci vuole infelici perché se tu sei infelice consumi, se consumi fai girare l’economia, se gira l’economia funziona il nostro mondo. Il mondo ha bisogno della nostra infelicità per funzionare.
Il cristianesimo è in polemica con questa mentalità,perché non si accontenta che tu sia una brava persona, ma vuole che tu sia felice. Affinchè tu possa essere felice, devi desiderare di essere felice! Allora hai bisogno non solo di una domanda di felicità, ma anche di passione. Che cos’è la passione? E’ l’ostinazione di questo cieco…ed egli gridava più forte…Figlio di Davide abbi pietà di me!
 Avete mai avuto una passione nella vita? Quando uno incontra una passione, lo racconta a tutti ed, all’inizio, tutti ti ascoltano; poi, ad un certo punto, dicono “Sì ma ora basta con questa storia! Quello è fissato con questa passione! Per cortesia, basta eh!”. Non ti capiscono perchè sei fissato con una cosa e, per non sentirci tagliati fuori, rinunciamo a questa passione, perché il nostro sport preferito è tenere contenti gli altri…perché se gli altri sono contenti, noi ci sentiamo accettati… se ci sentiamo accettati, pensiamo di aver risolto il problema.
“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, sono venuto a portare la divisione, a mettere padri contro figli e figli contro padri, madri contro figlie e figlie contro madri”…. Ma che razza di Dio è un Dio che divide e mette l’uno contro l’altro?
E’ un Dio che ti dice che c’è un peccato più grande di non onorare il padre e la madre: è non vivere nessuna vita per tenere contenti il padre e la madre. Ora, togliete la parola padre e madre, e metteteci qualunque altra persona: non si può essere felici tenendo contenti gli altri. Ad un certo punto, dobbiamo trovare anche il coraggio di deludere gli altri, perché noi abbiamo diritto a diventare noi stessi.
Abbiamo diritto ad essere diversi, Abbiamo diritto ad avere qualcosa che ci faccia diventare diversi. Allora, vedete, qual è il passaggio? Desiderare di essere felici. E quando tu desideri di essere felice, nasce in te una passione. La passione è sempre un problema per gli altri, ma tu devi essere ostinato in quella passione. Pensate che cosa è passato per la testa a Pietro Di Bernardone, stimatissimo mercante di stoffe pregiate ad Assisi, quando il suo unico figlio Giovanni - chiamato Francesco – se ne esce con questa storia che non vuole niente…che vuole fare il povero…Togliti dalla testa queste idee! Torna a casa!Mi spezzi il cuore vivendo così! Ricordate come Francesco stabilisce quella divisione? In piazza, davanti a tutti, si spoglia e restituisce i suoi vestiti al padre, dicendo “Da questo momento in poi ho un altro Padre, ho il Padre dei cieli”.
Sapete chi era Giovanni, chiamato Francesco, agli occhi di tutti?Un pazzo! Persone che decidono di essere felici, all’inizio, sono sempre ritenute pazze perché difendono la propria unicità, difendono il fatto che sono un capolavoro unico, irripetibile, che ha bisogno di venire fuori a patto che tu trovi una ostinazione per cui vivere, una passione.
Questo è il secondo grande miracolo che ci insegna il Vangelo che abbiamo prima riportato: il miracolo di desiderare di essere felici e il miracolo di trovare una passione contro anche tutti quegli altri che vogliono tenere in silenzio la nostra passione e la nostra ostinazione. Il mio non è un invito a ribellarvi, ad una rivoluzione cieca…no!E’ l’invito a non avere paura, a volte, di essere anche di turbamento. E’ inevitabile: quando una persona diventa se stessa, inevitabilmente turba, dà fastidio. Sapete perché volevano far stare in silenzio quel cieco? Immaginate tutta la folla osannante, il servizio d’ordine a posto, l’ambulanza parcheggiata in fondo alla piazza, transenne, tutto fatto così…e questo che grida“Figlio di Davide!”…Ma ci rovini tutto! Lo sgridavano.
La teologia chiama questa storia qui profezia: i profeti sono così, rovinano la scena, rovinano la perfezione di una organizzazione ma, solitamente, sono i profeti che aprono la strada alla grazia di Dio. Fratelli miei, dentro di noi c’è seppellito un profeta che grida,che vuole gridare contro tutto e contro tutti: è la grazia di Dio che sta spingendo dentro di noi e ci fa domandare un’unica cosa al Signore: “Signore accorgiti di me!”.
Gesù allora - dice il Vangelo - si fermò ed ordinò che gli portassero il cieco. Chi tiene sotto controllo la famosa folla che sgrida il cieco? Gesù che, ad un certo punto, dice “Fermi portatelo qua”…è un ordine di Gesù! Noi abbiamo un grande alleato alla grande domanda di felicità che ci portiamo nel cuore: è Gesù il grande alleato della nostra felicità. Perché dovremmo pregare o ascoltare il Vangelo? Perché abbiamo una vita cristiana? Perché sappiamo che in Lui abbiamo l’unico grande alleato. Quando studiavo a Roma, ogni tanto, succedeva qualcosa di difficile nella mia storia personale, ed io, tutto deluso, andavo dal mio confessore a raccontare tutto quello che succedeva e, lui, mi guardava negli occhi, e mi diceva una di quelle frasi che sembrano già pronte, buone per qualsiasi evenienza; mi metteva una mano sulla spalla e mi diceva “Luigi ricordati che soltanto Gesù Cristo è morto per te”. Col passare della vita, ho capito che aveva ragione: solo Gesù è morto per me e, tutti gli altri che hanno dato la vita per me, sono segno di Lui che ha dato la vita per me. Ecco la grande domanda che voglio lasciarvi: che cos’è che riaccende la domanda di felicità che è dentro il nostro cuore?Che cos’è che riaccende la passione? Avete mai fatto l’esperienza di sentire che, veramente, Gesù ha dato la vita per voi? Che, veramente, Lui ci tiene? Che, veramente, Lui ha la capacità di fermare tutta la giostra e di ordinare che tu vada davanti a Lui?
Gesù non vuole incontrare una massa di persone ma vuole incontrare te! Ogni tanto rimprovero gli universitari con cui lavoro perché, quando si celebra la messa, magari con 100 giovani davanti,, e tutti si fanno forte del fatto che comunque, alla messa qualcuno risponderà, c’è sempre qualcuno che risponde più forte…No! Quando partecipate alla S. Messa dovete pensare che è come se foste solo voi e solo Lui e non c’è nessun altro! La domanda è rivolta solo a te, sei interpellato tu in prima persona.
Quand’è l’ultima volta che vi siete sentiti interpellati di persona nella vostra esperienza di fede? Non come gruppo ma personalmente, sentire che ha fermato tutta la giostra e ti ha chiamato.
“Quando fu vicino gli domandò “Che cosa vuoi che faccia per te?” Che domanda! Passiamo un’intera vita a domandarci qual è la volontà di Dio. Volete capire qual è la volontà di Dio? Il punto di partenza è uno: che cosa desideri tu? Se vuoi capire la volontà di Dio, devi partire da quello che vuoi tu, questo è il punto di partenza di ogni discernimento. La volontà di Dio non è una cosa contro di noi, ma una cosa che parte da noi: la prima traccia della volontà di Dio, non è qualcosa che è fuori di noi ma parte da quello che desideriamo noi. Qual è la tua volontà Signore? Che cosa vuoi Tu da me? E Lui risponde: cosa vuoi tu? Tu cosa vuoi?...E’ bello pensare che il Signore non ci vuole esecutori di una vita o di un copione che non ha niente a che fare con noi…Il Signore, invece, parte sempre dal nostro desiderio più profondo: non si mette mai contro il nostro desiderio più profondo perché Lui ci ha messo quel desiderio profondo nel cuore. E’ Lui l’autore di quel desiderio. La vera domanda è che cosa vogliamo veramente, che cosa desideriamo…Gesù conosce già la risposta, ma è quell’uomo che deve dire, ad alta voce, ciò che vuole perché soltanto da questa esplicitazione, soltanto quando verbalizza ciò che si porta nel cuore, soltanto in quel momento, può accadere un miracolo! Uno può darti qualcosa soltanto quando ti accorgi che la vuoi veramente perché, finchè non vuoi veramente qualcosa, nessuno può darti niente! Ecco perché Gesù gli dice:“Che cosa vuoi che faccia per te?” Cosa vuoi?....Egli rispose “Signore che io veda”…Sembra la risposta normale di un cieco: che cosa può volere un cieco se non vedere. Ma non è una risposta banale questa, soprattutto perché pronunciata da quest’uomo: fino ad un istante prima, fino al momento in cui sta domandando questa cosa, quest’uomo non vede. Riportando questo nella nostra vita, che cosa significa? Che noi rimaniamo sempre a elemosinare la vita finchè non vediamo dove stiamo andando, da dove veniamo, che senso ha la nostra vita….finchè noi non vediamo, rimaniamo sempre schiavi della vita! Abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia vedere: Signore io voglio vedere! Non voglio che Tu viva la vita al posto mio o che Tu mi risolva il problema, ma che mi faccia vedere qual è la strada…Non voglio che Tu mi togli il viaggio, ma che Tu mi faccia vedere come si fa…Fa’ che io veda!
Questo è il coraggio che dobbiamo avere quando gli diciamo sia fatta la tua volontà: è un po' come dire “Sono disposto che Tu accenda la luce e che io, dopo che Tu hai acceso la luce, viva secondo quello che ho visto”. Perché il più grande nostro peccato è vedere e poi non prendere nessuna decisione rispetto a ciò che abbiamo visto, è avere una strada e non percorrerla, è avere l’occasione di essere felice e non fare nulla per essere felice. Quante volte, nella vita, il Signore ci dà quello che abbiamo sempre domandato ma non lo cogliamo! Abbiamo paura e sapete di cosa? Abbiamo paura delle decisioni, abbiamo paura di dire per sempre, abbiamo paura di dire per tutta la vita…e se poi ci siamo sbagliati? E se poi non è così? Vogliamo sempre una uscita di sicurezza, vogliamo che qualcuno ci dia la prova incontrovertibile che è esattamente così! Ma se Dio si comportasse in questo modo, ci toglierebbe la libertà: tu rimani libero quando conservi il dubbio.
Sapete perché l’Eucarestia è un mirabile sacramento? Perché tu sei messo nella libertà di credere che Lui è realmente lì presente oppure no! E se tu dici non è lì, nessun fulmine ti ammazza. E se non è niente vero? Se tutto quello che stiamo facendo non serve a nulla? E se non esiste nessun cielo, nessun Dio, nessuna resurrezione? Avete ragione! E’ proprio perché avete questo dubbio che siete liberi! Il Signore vi ha messo in questa condizione di libertà: se dite di sì è perché avete deciso, non perché vi è stata tolta la scelta. E finchè avete sempre l’opportunità di dire no, sarete liberi: per questo il Signore ci lascia questo, le grandi domande…Chi mi assicura che è così? Nessuno! Mi credi o no? Questa è la domanda seria…
Fa’ che io veda…credo che sia una preghiera serissima quella del Padre Nostro, perché quando diciamo“sia fatta la Tua volontà”, stiamo dicendo a noi stessi che siamo pronti a prenderci la responsabilità di quello che vogliamo veramente. Tu dici a Lui “sia fatta la Tua volontà”: quindi, da quel momento in poi, non posso più tirarmi indietro davanti a quello che io voglio veramente. Sapete qual è il nostro teatrino? Lamentarci, fare le vittime…poi uno ti mette nelle condizioni di cambiare…eh no! Perché se tu mi togli questa cosa,io che faccio? Ho sempre fatto la vittima, mi sono sempre lamentato, rigirato la frittata di essere lo sfigato del mondo!
Prenderti la responsabilità di quello che vuoi veramente: sei disposto a prenderti la responsabilità di quello che ti porti, in fondo, nel cuore? Questo significa dire a Lui “sia fatta la Tua volontà”!E’ un sì non in astratto, è un sì a quello che ti porti dentro, è un sì a te anche: quanto coraggio ci vuole, non a dire sì a Dio nascosto nei cieli,ma dire di sì a Dio che si è nascosto nel tuo cuore e che domanda una tua decisione.
 Non cercate la fede come qualcosa che vi possa togliere i dubbi. Cercate la fede come il coraggio di prendere una decisione, nonostante i dubbi: questa è la fede. Soltanto chi vive così, ad un certo punto, si accorge che è felice anche se gli altri non lo capiscono. Gesù descrive la felicità in questo modo: “il Regno di Dio è simile ad un uomo che ha trovato un tesoro nascosto in un campo,  trovato quel tesoro lo nasconde di nuovo poi va’,  vende tutto quello che ha e compra quel campo”. Agli occhi di tutti quest’uomo è un pazzo perché ha venduto tutto per comprare un pezzettino di terra inutile! Ma cosa ne sanno gli altri di cosa è nascosto in quel campo? Ma quanto è stupido quello che rinuncia a tutte le ragazze del mondo per dire di sì ad una sola: ma che ne sanno tutti gli altri del tesoro che è nascosto in quell’unica persona!
Ma che persone inutili queste suore che si chiudono nei conventi a pregare…che fanno chiuse là? Sono folli! Ma non lo sanno il tesoro nascosto!
E’ facile per noi giudicare quando non sappiamo niente del tesoro nascosto, ci sembra sempre illogico, inutile. Non capiamo che i grandi sì della vita esigono grandi decisioni,grandi radicalità, anche quando gli altri non le capiscono queste cose…ma non perché tu pensi, ma perché tu hai scoperto un tesoro nascosto e sei disposto a dar via tutto per quel tesoro nascosto nel campo. Le persone felici sono quelle che hanno trovato il tesoro nascosto, non hanno nulla secondo la logica del mondo, ma hanno un tesoro nascosto, hanno un motivo; le persone felici non “hanno” in termini di verbo avere,non hanno le cose, non sei felice perché possiedi una carriera, soldi, macchine, le persone che possiedi perché ti fanno star bene…no! Sono felici perché hanno trovato un motivo.
Fratelli miei, da quando abbiamo incontrato Cristo abbiamo incontrato un motivo e, questo, ci basta ad essere felici! Avere incontrato un motivo. Un giorno Gesù, finendo di parlare e spiegando una cosa così difficile come sè stesso donato nella propria carne e nel proprio sangue, la maggior parte delle persone che lo seguivano, se ne vanno tutte… è troppo duro quello che ci dici non riusciamo a comprenderlo…Lui rimane deluso da questo atteggiamento della gente che lo segue e, forse, un po' arrabbiato.Deluso guarda i suoi, i dodici e gli dice “Prego la porta è aperta…volete andarvene? Potete andarvene anche voi a casa…”Allora uno di loro, Pietro, lo guarda e gli dice “Sì è vero, ce ne possiamo andare ma dove andiamo? Tu solo hai parole di vita eterna”… Tu solo rendi la vita viva, Tu solo ci dai una vita che brucia, solo Tu! E’ vero neanche noi ti capiamo, neanche noi riusciamo a vivere come ci chiedi, è difficile per noi perdonare 70 volte 7 il fratello…hanno ragione ad andarsene… ma dove andiamo? Perché solo Tu hai parole di vita!
E’ difficile vivere il vangelo..ma dove andiamo? Solo Lui ha parole di vita eterna! Siamo qui non perché siamo migliori, nemmeno Pietro era il migliore…ma siamo qui perché siamo convinti che solo Lui ha parole di vita eterna e, quando tu ascolti quella parola, hai un motivo e, se hai un motivo, sei felice e la tua vita vale la pena.