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martedì 12 marzo 2013

33 secondi di sterilità



Possibile dire tante menzogne in soli 33 secondi?
Ci sono riusciti con ottimo successo gli autori di questo spot televisivo, studiato dal Ministero della Salute per promuovere la campagna di sensibilizzazione per la lotta contro l'AIDS. 
Ad essere lesi, insieme all'intelligenza dello spettatore, sono il buonsenso, la dignità dell'uomo e della donna, il concetto di amore, il concetto di vita, e via discorrendo...
Un ottimo articolo di Costanza Miriano, fa luce sull'assurdità dello spot pagato con i nostri soldi.

da costanzamiriano.com
Titolo: Rivoglio il mio centesimo

Rivoglio i soldi che il Ministero della Salute finanziato anche dalle mie tasse ha speso in mio nome per pagare lo spot per l’uso del preservativo. Non so a quanto ammonti la mia quota, fosse anche un centesimo la rivoglio, è sempre una monetina che si può usare per scopi più nobili, che so, tirarla a un piccione, appiccicarla sulla fronte con una pressione della mano per vedere se con una botta alla nuca cade. Sono cose importanti, rivoglio il mio centesimo.

Non con la stessa drammatica urgenza con la quale rivoglio i soldi – molti, molti di più, questi – spesi dal servizio sanitario nazionale per uccidere bambini piccolissimi nelle sale operatorie pubbliche, ma comunque rivoglio anche questo, il mio piccolo centesimo.

Lo spot sembra “solo” per promuovere il preservativo, e già si potrebbe discutere su questo (l’unica protezione davvero, certamente sicura dal virus Hiv è una condotta sessuale fedele, perché il lattice si rompe, non è mica titanio). Ma la verità è che lo spot parla solo marginalmente di questo. In realtà quello che vuole far passare è che l’”amore” – mai parola più abusata – è bello perché è vario, lui e lui, lei e lei, non ci facciamo tanto caso, basta che ci proteggiamo. E anche qui ci sarebbe da discutere: l’amore è proprio il contrario di proteggersi, è consegnarsi senza rete a una sola persona per sempre, e se non è un rischio questo…

Tra parentesi, così, tanto per chiedere, non so se sono troppo inesperta io, forse sì, ma che se ne fanno due femmine di un preservativo? E poi, qui sono un po’ più esperta, posso dire con certezza che una donna incinta – c’è anche lei nello spot (non ci facciamo mancare niente, con quel centesimo) – non se ne fa davvero niente di un preservativo, a meno che non stia per fare l’amore con uno che non è il padre del bambino.

Ma guardiamoci negli occhi: il vero tema non è il profilattico, ma la concezione dell’amore, e ovviamente non è quella banale, scontata, noiosissima, che noi continuamente ci ostiniamo a proporre con poca fantasia: un uomo e una donna. È invece quella  promossa in modo violento e martellante dalle potentissime lobby omosessuali. Dico che sono potentissime perché rispetto alla diffusione del fenomeno riescono sempre, anche in momenti di emergenza politica e sociale, a mettere la questione in agenda (ma con un paese nel nostro stato, sull’orlo del baratro, può essere  tra i problemi più urgenti?).

Ma il vero capolavoro è quello che dicono il padre e la madre che accarezzano il pancione (di lei; no, lo dico, perché qui non si è più sicuri di niente): “l’unica cosa che vogliamo trasmettergli è la protezione della vita”. A parte che se c’era un virus da trasmettere è stato trasmesso col concepimento, credo (se c’è un medico tra i lettori e mi sto sbagliando me lo dica, sono pronta a imparare nuove cose). Ma che vuol dire la protezione della vita? Il preservativo è proteggere la vita del bambino? Io avevo capito che serviva a non concepirlo.

E nella fiera della follia, c’è stato anche chi (la Lega Italiana Lotta all’Aids) ha avuto da protestare contro lo spot. Ma indovinate perché. Perché la parola preservativo non viene detta, e il simpatico oggetto viene solo mostrato. Il Ministero riconosce l’errore, adducendo motivi tecnici, e si affretta a mettere online la versione integrale. Mi raccomando.

Io comunque rivoglio il mio centesimo (e ringrazio fra Roberto che mi ha fatto notare la follia).

mercoledì 24 giugno 2009

Falsi rimedi


fonte Zenit.org

ROMA, martedì, 23 giugno 2009 (ZENIT.org).- La mozione della provincia di Roma che prevede l'installazione di distributori automatici di preservativi nelle scuole superiori di Roma, provincia e dintorni, solleva numerosi interrogativi che orientano a non considerare "meritevole" l'iniziativa in nome della cosiddetta informazione e prevenzione.

È noto, infatti, come nei Paesi che hanno adottato campagne di informazione esclusivamente sull'uso di profilattici e pillole contraccettive, non si sia ridotta né la trasmissione di malattie sessualmente trasmesse (come evidenziato da studi scientifici realizzati, in Africa, anche da non credenti), né le gravidanze non ricercate e né gli aborti conseguentemente procurati (Francia, Inghilterra e Spagna).

C'è da chiedersi, perciò, se non sia ormai opportuno cambiare l'orientamento finora proposto (e imposto) che, avallato dalle istituzioni, promuove una visione riduttiva della sessualità. La vera prevenzione, infatti, oltre gli aspetti sanitari della questione, impatta l'attuale emergenza educativa e la difficoltà a non oscurare i significati inscritti nella sessualità umana, declinata solo come esercizio di una funzione per il piacere e non come espressione della persona per un dono disinteressato di sé.

Diffondere nelle scuole i distributori di profilattici (già presenti nelle farmacie, nei centri commerciali, nelle tabaccherie, senza sollevare anche problemi di privacy) rappresenta un incentivo diseducativo all'esercizio della sessualità, un preoccupante precedente che ignora non solo i risvolti pedagogici (una società che non educa al dominio di sé è esposta ad ulteriori malattie e rischia di essere una società senza controllo, o meglio, più facilmente "controllabile"), ma anche la crisi finanziaria che ha tagliato fondi a prestazioni per anziani, malati e disabili.

Ci si chiede, perciò, se l'investimento in profilattici, per le scuole, sia stato anche per questo motivo, opportuno. Probabilmente motivi economici (legati alle ditte produttrici) e ideologici sono alla base di tale scelta. Spesso si ritiene che la "scorciatoia" sia la strada più facile per l'educazione affettiva e sessuale, ma si ignora che proprio una falsa sicurezza (come quella veicolata dalle campagne informative sui profilattici e sul vaccino contro il papillomavirus) abbassi il livello di attenzione dei propri comportamenti che possono così risultare dannosi per la salute e banalizzanti verso la vita nascente.

Nei Paesi in via di sviluppo, abituati alle privazioni, i migliori risultati per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse si sono ottenuti non con i profilattici, ma con le proposte educative orientate all'astinenza prematrimoniale e alla fedeltà coniugale. Nei Paesi sviluppati, invece, dove regna il "tutto e subito", non si accetta di rivedere la falsa idea di progresso e libertà, frutto della rivoluzione sessuale, che considera l'esercizio precoce e promiscuo della sessualità un indispensabile "diritto", da cui escludere i genitori, scippati così del loro prioritario diritto - dovere educativo.

Eppure, l'educazione integrale della persona, anche con il supporto di educatori alla procreazione responsabile, può aiutare adolescenti e giovani, a risalire, con la conoscenza della fertilità, dai segni ai significati dell'amore, della vita e del procreare umano: non una tecnica ma la proposta di uno stile di vita controcorrente umanizzante e liberante.

L'uso retto della ragione invita tutti: scuola, famiglia, agenzie educative, istituzioni, mass media a non lasciare soli i ragazzi davanti a modelli superficiali e banalizzanti la sessualità umana, perché è in gioco la loro salute e la loro felicità, presente e futura.

venerdì 20 marzo 2009

Una malata di AIDS con sei figli orfani afferma "A che mi servono i condom?"


Sempre sulla questione che sta tenendo banco in questi giorni, contribuendo ad aumentare ancor di più i già feroci attacchi contro il Sommo Pontefice. Questo articolo tratto da Il Sussidiario.net ci rivela l'ipocrisia della mentalità pro-condom.

venerdì 20 marzo 2009

Discutere del problema dell’Aids dalle redazioni dei giornali o dagli uffici politici delle varie istituzioni europee è una cosa; parlarne avendo negli occhi la situazione di decine di donne sieropositive, e dei loro figli che hanno preso il contagio, è tutt’altro affare. Rose Busingye dirige il Meeting Point di Kampala, un luogo di rinascita per 4 mila persone, tra malati e orfani, altrimenti condannate a vivere nel silenzio e nell’abbandono il loro destino di marchiate dall’Hiv.

In questo luogo di intensa umanità, le polemiche sull’uso del preservativo per abbattere il flagello dell’Aids giungono come un’eco lontana.
Rose, che effetto le fa sentire tante voci polemiche intorno a un problema col quale lei lotta ogni giorno?

Chi alimenta la polemica intorno alle dichiarazioni del Papa deve in realtà capire che il vero problema della diffusione dell’Aids non è il preservativo; parlare di questo significa fermarsi alle conseguenze e non andare mai all’origine del problema. Alla radice della diffusione dell’Hiv c’è un comportamento, c’è un modo di essere. E poi non dimentichiamo che la grande emergenza è prendersi cura delle tante persone che hanno già contratto la malattia, e per quelle il preservativo non serve.

Però resta il fatto che comunque si può fare qualcosa per evitare che il contagio si diffonda ulteriormente: in questo caso la prevenzione non è uno strumento utile?

Riporto un esempio, per far capire come veramente a volte non ci si rende conto della situazione in cui viviamo qui in Africa. Un po’ di tempo fa erano venuti alcuni giornalisti per fare un reportage sull’attività del Meeting Point: videro la condizione delle donne sieropositive che sono qui, e rimasero commossi. Decisero allora di rendersi utili, facendo un piccolo gesto per loro: regalarono alcune scatole di preservativi. Vedendo questo, una delle nostre donne, Jovine, li guardò e disse: «Mio marito sta morendo, e ho sei figli che tra poco saranno orfani: a cosa mi servono queste scatole che voi mi date?». L’emergenza di quella donna, e di tantissime altre come lei, è avere qualcuno che la guardi e le dica: «donna, non piangere!». È assurdo pensare di rispondere al suo bisogno con una scatola di preservativi, e l’assurdità è nel non vedere che l’uomo è amore, è affettività.

E per quanto riguarda invece le persone che possono avere rapporti con altre e diffondere il contagio?

Anche lì vale lo stesso discorso: bisogna innanzitutto guardare la loro umanità. Una volta stavamo parlando ai nostri ragazzi dell’importanza di proteggere gli altri, di evitare il contagio; uno di loro si mise a ridere, dicendo: «ma cosa me ne importa, chi sono gli altri? Chi sono le donne con cui vado?». E un altro diceva: «anch’io sono stato infettato, e allora?». L’Aids è un problema come tutti i problemi della vita, che non si può ridurre a un particolare. Bisogna innanzitutto partire dal fatto che bisogna essere educati, anche nel vivere la sessualità. Ma l’educazione riguarda innanzitutto la scoperta di sé stessi: la persona che è cosciente di sé, sa che ha un valore che è più grande di tutto. Senza la scoperta di questo valore – di sé e degli altri – non c’è nulla che tenga. Anche il preservativo, alla fine, può essere usato bene solo da una persona che abbia scoperto qual è il valore dell’umano, se ama veramente, e se è amato. Si pensa forse che dove il preservativo viene distribuito non prosegua il contagio dell’Aids? E poi in certi casi il discorso del preservativo, nelle condizioni in cui ci troviamo, può sembrare a tratti anche ridicolo.

In che senso?

Pochi giorni fa, ad esempio, abbiamo fatto vedere alle nostro donne che cos’è il preservativo, spiegando anche le istruzioni per l’uso: prima di usarlo bisogna lavarsi le mani, non ci deve essere polvere, deve essere conservato a una certa temperatura. Sono state loro stesse a interrompermi: lavarsi le mani, quando per avere un po’ d’acqua dobbiamo fare venti chilometri a piedi? E poi la polvere: anche qualche granello può essere pericoloso e rischiare di strappare il preservativo. Ma queste donne spaccano le pietre dalla mattina alla sera, e hanno la pelle delle mani screpolata e dura come la roccia! Per questo dico che si parla senza minimamente conoscere il problema e la condizione in cui ci troviamo.

Alla luce di questa diffusa ignoranza riguardo ai problemi reali della gente che vive in Africa, che effetto le fanno le polemiche contro il Papa?

Il Papa non fa altro che difendere e sostenere proprio quello che serve per aiutare questa gente: affermare il significato della vita e la dignità dell’essere umano. Quelli che lo attaccano hanno interessi da difendere, mentre il Papa di interessi non ne ha: ci vuole bene, e vuole il bene dell’Africa. Da lui non arrivano le mine che fanno saltare per aria i nostri ragazzi, i nostri bambini che fanno i soldati, che si trovano amputati, senza orecchie, senza bocca, incapaci di deglutire la saliva: e a loro cosa diamo, i preservativi?

In effetti l’Aids non è certo l’unico problema che attanaglia l’Africa.

Ci sono moltissimi altri problemi e situazioni tragiche su cui c’è totale indifferenza. Quando qualche anno fa c’è stato il genocidio del Ruanda tutti stavano a guardare. Qui vicino c’è un paese piccolissimo, che poteva essere protetto, e non si è fatto nulla: lì c’erano i miei parenti, e sono morti tutti in modo disumano. Non si è mosso nessuno, e adesso vengono qui con i preservativi. Ma anche a livello di malattie vale lo stesso discorso: perché non ci portano le aspirine, o le medicine anti-malaria? La malaria è una malattia che qui miete più vittime rispetto all’Aids.

Qual è la situazione ora in Uganda riguardo alla diffusione dell’Aids?

In Uganda si stanno facendo grandi progressi, e il nostro presidente sta operando benissimo e ottenendo ottimi risultati. E il suo metodo non è puntare sulla diffusione dei preservativi, ma sull’educazione: ha istituito un ministero per questo, e ha mandato la gente in giro, nei villaggi di analfabeti per educarli a un cambiamento della vita. La moglie del presidente è stata qui da noi poco tempo fa, e ha detto con forza che il vero punto che può far cambiare la situazione è smettere di vivere come i cani o i gatti, che devono sempre soddisfare i loro istinti; e ha parlato del fatto che l’uomo è dotato di ragione, che lo rende responsabile di quello che fa. Se l’uomo rimane legato all’istinto come un animale, dargli un preservativo non serve a nulla. Questo è il metodo che sta dando risultati, e ha portato la diffusione dell’Aids in Uganda dal 18% della popolazione al 3%. Il metodo funziona, e il cuore del metodo è fare in modo che la gente si senta voluta bene. Lo vediamo qui al Meeting Point: quando le persone arrivano qua, non vogliono più andare via.

Contraccezione e AIDS...





tratto da Il Sussidiario.net

di Andrea Costanzi (medico chirurgo)

Nel dibattito di ieri sulle parole del Papa a Yaoundè dedicate alla prevenzione dell’AIDS in Africa è stata omessa l’evidenza scientifica. Peraltro molto scarsa sul ruolo del condom nella prevenzione/riduzione della pandemia.

Come hanno scritto dall’Uganda Filippo Ciantia e Rose Busingye su Lancet nel Marzo 2008, «la posizione tradizionale Cattolica sui condoms e l’AIDS è la più ragionevole e la più solida scientificamente nella prevenzione dell’epidemia di AIDS».

In Uganda, paese simbolo dell’Africa sub-sahariana per la riduzione della prevalenza di sieropositivi dal 20 al 6%, l’approccio “ABC” all’AIDS (Abstain, Be faithful, use Condoms, cioè Astinenza, Fedeltà, Preservativi) è stato centrato su A e B e i dati sul declino della sieroprevalenza sembrano avvalorare questa scelta. «Il governo Ugandese – sostiene Stoneburner medico consulente dell’agenzia americana di cooperazione USAID – ha promosso A e B riducendo del 65% il casual sex, con una riduzione della prevalenza HIV del 75% nel gruppo di età tra i 15 e i 19 anni, del 60% tra i 20 e i 24 e del 54% nel complesso».

Studi delle più importanti riviste scientifiche dimostrano che il declino dell’HIV in Uganda è attribuibile alla riduzione dei rapporti casuali cioè l’adesione alla B. In Uganda, Kenya e Zambia il cambiamento di comportamento in particolare la riduzione dei rapporti casuali e premaritali ha comportato una riduzione della sieroprevalenza.

Lo stesso Lancet nel gennaio 2000 aveva paragonato il preservativo alle cinture di sicurezza che offrono una falsa percezione di protezione: infatti negli anni ’70 dopo averne introdotto l’obbligo aumentarono gli incidenti per l’aumento dei comportamenti a rischio. Concludeva l’articolo: «ci dovremmo chiedere perché la promozione del preservativo non ha effetto nei paesi del terzo mondo e se abbiamo il giusto equilibrio tra questi messaggi e quelli sull’invito alla riduzione dei partner».

«Dopo 20 anni di pandemia, non c’è alcuna evidenza che più preservativi portino a meno AIDS» secondo Edward Green dell’ “Harvard's' Center for Population and Development Studies”. Norman Hearst della University of California San Francisco segnala un pattern allarmante di correlazione tra l’aumento della vendita di preservativi in Kenya e Botswana con un incremento della sieropravalenza da HIV. «Le più recenti metanalisi parlano di un’efficacia del preservativo attorno all’80%, ma si stanno educando generazioni di giovani in Africa che credono che sia sufficiente. Quello che conta è il numero dei partner.»

In una review di 134 studi Monsignor Jacques Suaudeau del Pontificio Consiglio per la Famiglia sostiene che l’espressione “safe sex” usata per definire rapporti protetti debba essere sostituita più realisticamente da “safer sex”.

L’approccio comportamentale all’epidemia è stato sostenuto sin dall’inizio dal presidente Ugandese Yoveri Museveni che nel 1992 al congresso Mondiale sull’ AIDS a Firenze affermò: «In paesi come i nostri, dove una madre spesso deve camminare per 40 km per ottenere un’aspirina per il figlio malato o 10 km per raggiungere l’acqua, la questione pratica di garantire una costante disponibilità di preservativi o il loro uso corretto non potrà mai essere risolta. Io credo che la miglior risposta alla minaccia dell’AIDS consista nel riaffermare pubblicamente e chiaramente il rispetto che ogni persona deve al suo prossimo. Dobbiamo educare i giovani alle virtù dell’ astinenza, dell’ autocontrollo e del sacrificio che richiede innanzitutto il rispetto per gli altri».

Gli interventi di prevenzione dell’HIV in Uganda (in particolare la riduzione dei partner) nell’ultima decade hanno avuto l’effetto simile ad un vaccino medico efficace all’80%. Stoneburner lo definisce un vaccino sociale.

Lo stesso presidente ugandese Yoweri Museveni più recentemente attaccò la distribuzione di preservativi ai bambini delle scuole elementari descrivendola