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lunedì 10 agosto 2009

Facebook e la spersonalizzazione



tratto da Il Sussidiario.net

Una dei tanti dispacci d'agenzia diffusi qualche giorno fa, recitava: «Facebook e MySpace pericolosi, perché causano traumi psicologici che portano a tragedie, compreso il suicidio.

Il verdetto è dell'arcivescovo Vincent Nichols, capo della chiesa cattolica in Inghilterra e nel Galles, che in un’intervista al Sunday Times lancia un vero e proprio allarme sui siti di networking sociale. "L'amicizia non è una merce - dice Nichols - l'amicizia è qualcosa che implica impegno e dura quando funziona bene". L'alto prelato si dichiara preoccupato dalla crescente incapacità di costruire relazioni inter-personali proprio a causa dell'eccessivo uso di messaggini, e-mail e scambi via internet al posto di incontri e conversazioni faccia a faccia o perlomeno al telefono. L'effetto è “disumanizzante”, argomenta, e le comunità virtuali non potranno mai creare circoli di persone "a tutto tondo". Così, i giovani si ritrovano a coltivare rapporti che, in realtà, non esistono e quando se ne rendono conto, subiscono un trauma psicologico gravissimo. E “tra i giovani spesso un fattore chiave per arrivare al suicidio è il trauma da relazioni effimere”, avverte Nichols».

Come c’era da aspettarsi i giornali hanno titolato su quest'ultima frase, annunciando, con una sintesi ardita che, secondo il prelato inglese, Facebook è accusato di provocare suicidi. Anche leggendo la sola agenzia e non l'intero articolo pubblicato dal Times, si comprende facilmente che il pensiero dell'arcivescovo Nichols è parecchio più articolato e anche ampiamente condivisibile.

Non v'è dubbio alcuno che la nascita del web abbia costituito la vera grande rivoluzione dei media dell'ultimo secolo. Altrettanto vero che le varie applicazioni che sono state poi create, dal motore di ricerca ai social network, stanno cambiando radicalmente il nostro modo di studiare, lavorare, divertirci, socializzare. In una parola, stanno cambiando il nostro modo di vivere.

Alla domanda se la società era pronta ad assorbire e gestire un simile cambiamento sembra proprio di dover rispondere di no. E l'aforisma di McLuhan “il mezzo è il messaggio” si sta trasformando in un’assai amara profezia. La prima bolla di internet lo dimostra: plotoni di topo manager hanno investito cifre folli in aspettative di sviluppi tecnologici senza farsi domande su quali contenuti avrebbero dovuto veicolare e perché. Milioni di persone acquistano di continuo cellulari sempre più performanti in attività multimediali e sempre più scarsi nella connessione telefonica: la popolazione, soprattutto quella rappresentata dalle classi giovanili, è conquistata più che altro dall'aspetto ludico della tecnologia, mentre è sempre più ignara della ricerca di un qualsiasi contenuto di qualità. Decine di migliaia di marketing manager hanno perso inutilmente le notti su Second Life, dimenticando che in natura nulla si crea e nulla si distrugge, e che ciò che è virtuale non può essere reale: e quindi non esiste.

Meglio chiarire, per non essere tacciati di passatismo: in campi come quello aeronautico, industriale, matematico o anche speculativo, le simulazioni virtuali hanno un’importanza fondamentale proprio perché servono a interpretare o ad affrontare meglio il reale. I dolori cominciano quando il virtuale occupa tutto il posto del reale. A quel punto milioni di anni di evoluzione vengono cancellati, la memoria depositata nel cervello rettiliano perde fondamentali punti di riferimento, i rapporti umani si disgregano in una confusione disordinata, senza che un nuovo ordine si affacci all'orizzonte.

Come abbiamo ribadito, il motore di ricerca offre l'opportunità di giganteschi risparmi di tempo, facilitando oltre ogni limite immaginabile studi e ricerche, ma nel contempo notizie e informazioni non verificate e certificate rischiano di fare danni gravissimi. I social network offrono l'opportunità di ritrovare amici persi da tempo nel turbine della vita, scambiarsi pareri, idee, recensioni di libri e spettacoli, ma possono anche illudere milioni di persone che un amico sconosciuto incontrato sul web possa scaldarti il cuore.

Questo voleva dire semplicemente l'arcivescovo Nichols: nell'era in cui trionfa uno dei più performanti mezzi di comunicazione interattiva, il contenuto della comunicazione è diventato talmente nullo o inesistente che – paradossalmente – la gente si sempre più sola. E poiché la solitudine è senz’altro una delle concause del suicidio, ecco che l'eccesso di virtualità, con i suoi finti amici, irreali o surreali, può alla fine diventare una esasperante causa di solitudine.

Don Giussani soleva ripetere che l'educazione è un fatto di mimesi e di esperienza. Nella società virtuale rimane al massimo la mimesi, l'acritica imitazione e venendo meno il principio dell'esperienza, crolla ogni possibile impalcatura sulla quale impiantare rapporti umani di qualsivoglia genere.

Se è questo che vogliamo, stiamo semplicemente desiderando la fine del mondo.

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Segnalo anche uno spassoso articolo comparso su Il Foglio intitolato:

Perché Facebook ha senso solo se è usato come strumento per offendere le persone

Buona lettura!



mercoledì 22 aprile 2009

Facebook: domani smetto.


di Massimo Introvigne
fonte CESNUR
Titolo originale: Il romanzo “Facebook: domani smetto”: una nota sui rapporti tra Facebook e religione

“Facebook: domani smetto” di Alessandro Q. Ferrari (Castelvecchi, Roma 2009) è un romanzo intelligente e che fa riflettere. Ferrari, del resto, è uno degli autori dei fumetti che di recente hanno rilanciato la Walt Disney Italia con un successo anche internazionale ritornando alla “linea chiara” e alle storie semplici e comprensibili, e dimenticando le tentazioni d’imitare i giapponesi.

Il romanzo non si consiglia ai bambini per il riferimento insistito e che sembra ormai obbligatorio in ogni opera di narrativa che si voglia vendere a un certo libertinismo sessuale: ma anche questo del resto fa parte di Facebook. In breve, l’opera – che ha una tecnica che si potrebbe definire cinematografica – mette in scena una serie di persone che si avvicinano più o meno casualmente a Facebook e – dopo qualche esperienza che in alcuni casi non è negativa – ne finiscono completamente risucchiate, dedicando al “social network” un numero spropositato di ore e finendo per perdere gli amici, le fidanzate e anche il lavoro.

Il paragone con la droga è proposto in modo esplicito e insistito.

Tramite gli “amici di amici” su Facebook alla fine molti dei protagonisti s’incontrano. Non per tutti la storia è a lieto fine, anzi lo è solo per coloro che riescono a smettere e ad abbandonare Facebook (alcuni abbandonano Internet in generale, e una delle protagoniste se ne va senza computer in Tailandia).

Una prima osservazione è che il libro descrive due problemi reali, il primo è stato studiato da psicologi e psichiatri già da molti anni: il rischio di una dipendenza da Internet che ricorda la dipendenza dalla droga e che isola chi ne è vittima dal mondo reale. Gli studi risalgono in gran parte a un’epoca in cui Facebook non c’era, e certo Facebook rischia oggi di aggravare il problema. Il secondo problema è al centro dello studio sociologico di Internet avviato, con altri, da Tim Jordan: si tratta del cosiddetto “information overload” (sovraccarico d’informazioni). Grazie a, o per colpa di, Internet riceviamo più informazioni di quante siamo capaci di assorbire, vagliare e organizzare e alla fine entriamo in crisi. Anche qui, Facebook può aggravare il problema.

Se dunque questi problemi sono reali, vi è un aspetto su cui il libro appare parziale e datato. Nel febbraio 2009 Facebook ha annunciato che gli utenti che sono su Facebook (che oggi sono più di duecento milioni, non più i centocinquanta milioni citati dal romanzo) principalmente per business o cause non profit sono diventati la maggioranza. Per la verità per il business a fini di lucro altri strumenti continuano a essere più importanti di Facebook, mentre quest’ultimo è forse lo strumento più rilevante al mondo per cause politiche (Obama insegna), religiose, culturali e sociali. Di questo in “Facebook: domani smetto” non c’è traccia. I protagonisti del romanzo sono su Facebook principalmente per quello che in gergo giovanile si chiama genericamente “cazzeggio” o per cercare avventure amorose. Personaggi simili, naturalmente, su Facebook ci sono e anzi pullulano: ma forse non sono (più) la maggioranza.

Il romanzo di Ferrari m’interroga e stimola una riflessione non solo come sociologo ma anche come cattolico. Facebook e altri strumenti simili sono “buoni” o “cattivi” per il cristiano? Il problema è stato affrontato anche dal Magistero, in particolare attraverso due documenti cruciali: il Messaggio di Giovanni Paolo II per la XXXVI Giornata mondiale delle comunicazioni sociali “Internet, un nuovo Forum per proclamare il Vangelo”, del 24 gennaio 2002, e il Messaggio di Benedetto XVI per la XLIII Giornata mondiale delle comunicazioni sociali “Nuove tecnologie, nuove relazioni”, del 24 gennaio 2009.

Le date sono significative: Facebook è nato nel 2004 nelle università e si è esteso fuori dell’ambiente universitario nel 2006, così che il documento di Giovanni Paolo II si situa prima dell’esplosione di questo strumento. Al riguardo, è anzitutto necessario evitare quello che i sociologi di Internet chiamano (ma l’espressione è più antica di Internet) «determinismo tecnologico», la convinzione cioè che novità tecnologiche determinino automaticamente conseguenze sociali, e che queste conseguenze siano permanenti.

Quanto al primo punto, le conseguenze non sono mai automatiche ma dipendono da un numero molto alto di variabili.

Quanto al secondo, la velocità con cui la tecnologia muta rende molto incauto chi pensa a conseguenze permanenti o punta tutte le sue fiche su strumenti che diventano rapidamente obsoleti. Per rimanere all’Italia, chi non ricorda i proclami di Beppe Grillo secondo cui i blog avrebbero dominato la politica, pronunciati proprio mentre negli Stati Uniti (come poi sarebbe successo anche in Italia) Facebook stava rendendo ampiamente obsoleti i blog? O gl’investimenti di Antonio Di Pietro per costruirsi una presenza su Second Life, uno strumento che si è rivelato del tutto effimero? Anche Facebook, che oggi è sulla cresta dell’onda, con ogni probabilità sarà superato tra qualche anno da qualche cos’altro. La storia della tecnologia è sottoposta a continue accelerazioni.

Insegna dunque Giovanni Paolo II che la Chiesa proclama sempre la stessa dottrina, ma le transizioni tecnologiche esigono che questa proclamazione avvenga tramite «nuove forme di evangelizzazione», le quali richiedono che la Chiesa «impari a parlare le diverse lingue» che di volta in volta emergono. Oggi si tratta di «Internet [che] può offrire magnifiche opportunità di evangelizzazione se utilizzato con competenza e con una chiara consapevolezza della sua forza e delle sue debolezze». Internet spesso «rende possibile un primo incontro con il messaggio cristiano, in particolare ai giovani, che sempre più ricorrono al ciberspazio quale finestra sul mondo». Naturalmente, non tutto va per il meglio: «Internet ridefinisce in modo radicale il rapporto psicologico di una persona con lo spazio e con il tempo. Attrae l'attenzione ciò che è tangibile, utile, subito disponibile. Può venire a mancare lo stimolo a un pensiero e a una riflessione più profondi, mentre gli esseri umani hanno bisogno vitale di tempo e di tranquillità interiore per ponderare ed esaminare la vita e i suoi misteri e per acquisire gradualmente un maturo dominio di sé e del mondo che li circonda. La comprensione e la saggezza sono il frutto di uno sguardo contemplativo sul mondo e non derivano dalla mera acquisizione di fatti, seppur interessanti. Sono il risultato di un'intuizione che penetra il significato più profondo delle cose in relazione fra loro e con tutta la realtà. Inoltre, quale “forum” in cui praticamente tutto è accettabile e quasi nulla è duraturo, Internet favorisce un modo di pensare relativistico e a volte alimenta la fuga dalla responsabilità e dall'impegno personali».

Come ovviare a questi problemi? È necessario, risponde Giovanni Paolo II, che «la comunità cristiana escogiti modi molto pratici per aiutare coloro che entrano in contatto per la prima volta attraverso Internet, a passare dal mondo virtuale del ciberspazio al mondo reale della comunità cristiana». «Il fatto che mediante Internet le persone moltiplichino i loro contatti in modi finora impensabili offre meravigliose possibilità alla diffusione del Vangelo. Ma è anche vero che rapporti mediati elettronicamente non potranno mai prendere il posto del contatto umano diretto, richiesto da un'evangelizzazione autentica. Infatti l'evangelizzazione dipende sempre dalla testimonianza personale di colui che è stato mandato a evangelizzare (cfr Rm 10, 14-15)».

Queste ultime parole di Giovanni Paolo II sembrano davvero profetiche se riferite ai social network come Facebook, che allora non esistevano. Forniscono già la chiave di quello che Papa Wojtyla metteva a tema: il corretto «utilizzo di Internet per la causa dell’evangelizzazione». Facebook, infatti, in modo molto più immediato e interattivo di un sito Internet o di un blog moltiplica la visibilità delle bandiere (Facebook come si è accennato ha ora superato i duecento milioni di utenti: le dimensioni di «un continente» per usare l’espressione di Benedetto XVI), e fa nascere rapporti virtuali che il gergo dei creatori dello strumento chiama precisamente «amicizie». Che cosa pensare di queste amicizie? Risponde, nel secondo dei documenti citati, lo stesso Benedetto XVI. Anzitutto, il desiderio di stringere nuove amicizie, sia pure virtuali, non è di per sé negativo: «Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologiche. Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione».

Ma anche qui c’è un rovescio di medaglia: «occorre essere attenti a non banalizzare il concetto e l’esperienza dell’amicizia. Sarebbe triste se il nostro desiderio di sostenere e sviluppare on-line le amicizie si realizzasse a spese della disponibilità per la famiglia, per i vicini e per coloro che si incontrano nella realtà di ogni giorno, sul posto di lavoro, a scuola, nel tempo libero. Quando, infatti, il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo, la conseguenza è che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale. Ciò finisce per disturbare anche i modelli di riposo, di silenzio e di riflessione necessari per un sano sviluppo umano». Chiunque abbia letto il romanzo di Ferrari, ma anche chiunque non si comporti come i protagonisti di quel libro e tuttavia sappia quanto tempo porta via Facebook se lo si vuole utilizzare in modo sistematico e coerente al servizio di una causa, e quanto possa sottrarre al sonno o ad altre attività, non potrà non sentire come rivolto a sé il monito del Papa.

Se dunque la prima indicazione – che vale per ogni tecnologia – è quella di considerare anche Facebook (e ogni altro strumento Internet di ieri, di oggi e di domani) come un mezzo, non come un fine, di dominare la tecnologia e di non lasciarsene dominare, la seconda è quella – già sottolineata con grande vigore da Giovanni Paolo II nel 2002 – di non banalizzare l’amicizia rinchiudendola nel cerchio virtuale, e di passare sistematicamente e dove si può dall’amicizia virtuale all’amicizia nel mondo reale.

Dal magistero pontificio ricaviamo dunque le seguenti indicazioni:

1. I nuovi strumenti, come ogni strumento, presentano insieme occasioni e rischi (tra cui quello di esserne assorbiti, introducendo nella propria vita rapporti distorti e malsani con il tempo), ma non devono essere considerati di per sé negativi, anzi offrono «meravigliose possibilità alla diffusione del Vangelo».

2. Chi si trova nelle possibilità di farlo deve trarre profitto da queste possibilità: «Carissimi, sentitevi impegnati ad introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita!» (Benedetto XVI).

3. L’apostolato via Internet e via Facebook non può né deve essere affrontato in modo casuale e dilettantesco: «Nei primi tempi della Chiesa, gli Apostoli e i loro discepoli hanno portato la Buona Novella di Gesù nel mondo greco-romano: come allora l’evangelizzazione, per essere fruttuosa, richiese l’attenta comprensione della cultura e dei costumi di quei popoli pagani nell’intento di toccarne le menti e i cuori, così ora l’annuncio di Cristo nel mondo delle nuove tecnologie suppone una loro approfondita conoscenza per un conseguente adeguato utilizzo» (ibid.).

4. L’apostolato funziona quando passa da online a offline cioè quando finalmente si conosce di persona chi per qualche tempo abbiamo conosciuto solo su Facebook.

Concludo ringraziando Ferrari per lo stimolo offerto dal romanzo e citando Giovanni Paolo II:

«Internet permette a miliardi di immagini di apparire su milioni di schermi in tutto il mondo. Da questa galassia di immagini e suoni, emergerà il volto di Cristo? Si udirà la sua voce? Perché solo quando si vedrà il Suo Volto e si udirà la Sua voce, il mondo conoscerà la “buona notizia” della nostra redenzione. Questo è il fine dell'evangelizzazione e questo farà di Internet uno spazio umano autentico, perché se non c'è spazio per Cristo, non c'è spazio per l'uomo».

domenica 22 marzo 2009

Facebook e se fosse un grande inganno?


Carissimi probabilmente rimarrò l'unico sulla terra a non voler avere a che fare con Facebook, ma più passa il tempo e più mi convinco della negatività di questo strumento.
Se da un lato offre la concreta possibilità di contattare molte persone che hanno fatto parte della nostra vita, o permette di creare gruppi e "fare nuove amicizie" ritengo che sotto sotto si nasconda un grande inganno.

Facebook è primariamente un frutto del vouyerismo imperante, per cui ci si vuole impicciare di tutto e di tutti per sapere vita, morte e miracoli di persone conosciute o di cui si è appena sentito il nome, talvolta solo ed esclusivamente per soddisfare un non meglio precisato desiderio morboso. Se la privacy va il più delle volte a farsi friggere, ciò che preoccupa ancora di più è l'annacquamento dei sentimenti. Si parla di amicizie che amicizie non sono e si intessono relazioni che solo in rarissimi casi possono dirsi reali.

Un articolo letto questa mattina ha confermato questo mio pensiero, è di Carlo Meroni e lo potete leggere da Il Sussidiario.net.

Ve ne propongo un significativo estratto che fa molto riflettere.

P.S. Tra le altre cose ci presenta la drammaticità del fenomeno poco noto degli hikkomori. Sempre più diffusi anche in Italia.


[...]
A quella virtuale preferisco la vita vera, quella che è maestra, ma solo per chi ha l’umiltà di mettersi il grembiule da scolaro. E dopo un po’ di testate prese, ora so bene cos’è l’amicizia, quella vera, non quella fra virgolette. So di essere fortunato perché ho due amici. Diffido seriamente di chi ne vanta più di cinque, perché ho imparato che un’amicizia degna di questo nome è davvero rara come un tesoro. E quella di Facebook non lo è. È solo una pagliacciata per inconcludenti giovani e adulti d’oggi, circondati di beni, di contatti, di connessioni, di infinite possibilità. Ma nella sostanza terribilmente soli e privi di vere, serie relazioni. Un po’ come il Carlo Verdone del celebre film: «Faccio un sacco de cose, vedo un sacco de ggente, leggo molti libbri», ma in realtà si trattava di un bulletto di periferia solo come un cane.

Uno che ha relazioni (nel vero senso della parola) con moglie (o marito), figli, qualche amico vero, e che metta vera passione nel suo lavoro, credo che non abbia tempo in avanzo da perdere su Facebook.

Il problema del mondo odierno è che c’è in atto un diabolico progetto per svuotare le parole della loro reale portata e del loro significato originario. Così la vita non è più un dono d’amore ma un’esigenza personale della quale posso disporre a piacimento. Di conseguenza, anche la morte, più alta tragedia umana, diventa la “sedazione assistita” o la “dolce morte” dell’eutanasia. Il “perdono”, un’aspra montagna da scalare, rimanda tutt’al più ad una hit di Tiziano Ferro. Anche l’amore è diventato una semplice rima da canzonetta, un sentimento che va e viene a piacimento secondo l’umore del momento.

E così anche per l’amicizia. Non più una cosa terribilmente seria, ma una moneta fasulla che non costa nulla scambiare su Facebook dopo solo pochi minuti di conoscenza. Per un amico vero ci si sveglia di notte, si rischia di andare nei guai per difenderlo, ci si mette in gioco in prima persona, si è disposti alla completa condivisione. Chissà se gli “amici” di Facebook sanno condividere qualcosa di più alto rispetto al “club di quelli che odiano Berlusconi” o altre amenità simili.

Brutta bestia questa tecnologia. Non voglio fare il retrogrado, ma essere realista e giocare la battaglia della vita coi soldati che abbiamo a disposizione, senza idealismi o paraocchi. Che mi frega se mio figlio dialoga (anzi, “chatta”) con uno di Sidney discorrendo sul nulla, se poi non è in grado di sostenere la presenza di un amico “scomodo”, magari perché nero o handicappato nella sua classe?

Facile raccontare quel che si vuole a un semisconosciuto che sta a chilometri di distanza, più difficile spezzare il pane e dividerlo con la persona presente al proprio fianco, a scuola, in casa o in ufficio. È solo l’uomo, le persone, che devono stare al centro delle cose: la tecnologia ci è amica se è realmente a servizio dell’uomo, non se l’uomo ne diventa schiavo.

Mai sentito parlare di hikkomori? È un termine giapponese che sta ad indicare quei giovani che vivono reclusi nelle loro stanze e che hanno come forma di contatto con il mondo esterno solamente la rete. È un malessere particolarmente sviluppato fra i giovani giapponesi (20% dei maschi in età adolescenziale). Sembra addirittura che il 2% dell’intera popolazione giovanile del mondo ne sia affetto.

Di recente questo assurdo stile di vita ha fatto breccia anche in Italia, e stiamo iniziando a scoprirlo assieme a molte famiglie disorientate e poco preparate per affrontarlo. I ragazzi hikkomori si chiudono progressivamente al mondo esterno. Iniziano a evitare contatti con amici, parenti o altro. Successivamente smettono di andare a scuola e interrompono le relazioni con i propri familiari. Al culmine del processo di isolamento si chiudono in camera, dalla quale escono raramente, e vivono solo on-line.

Il loro nome diventa il nickname della chat. I loro amici sono perfetti sconosciuti. I loro interessi sono tutti accomunati da un aspetto: la fruibilità di cose e persone solo tramite internet. Alcuni chiudono direttamente a chiave la porta della propria stanza. Questo non per giorni, ma per mesi e in alcuni casi anni. Altri escono solamente la notte per mangiare o rubare le sigarette a fratelli e genitori. In molti confondono il giorno con la notte. Inutile sottolineare che interrompono ogni contatto con la famiglia. È questa la tecnologia di cui tessiamo le lodi? Questa è la meta alla quale tendiamo?

I soliti “esperti” hanno avanzato l’ipotesi che la colpa dell’autoreclusione di questi ragazzi sia dovuta alle pressioni sociali, alla severità del sistema scolastico, alla spinta verso l’omologazione, alle madri oppressive, ai padri assenti, al bullismo, alla dipendenza dai videogiochi attraverso i quali si costruiscono una realtà alternativa. Io, da “non esperto” credo che la questio sia un’altra: la mancanza nei nostri ragazzi di una solida struttura interiore, di una spina dorsale che non si fletta al primo alito di vento, che abbia una minima capacità di affrontare la vita con i suoi inevitabili alti e bassi. E quindi, meglio affrontare la realtà virtuale che quella reale.

Il Papa, qualche giorno fa in Campidoglio ha detto: «Gli episodi di violenza e di emarginazione giovanile manifestano un disagio più profondo; sono il segno di una vera povertà spirituale che affligge il cuore dell’uomo contemporaneo. La eliminazione di Dio e della sua legge, come condizione della realizzazione della felicità dell’uomo, non ha affatto raggiunto il suo obbiettivo; al contrario, priva l’uomo delle certezze spirituali e della speranza necessarie per affrontare le difficoltà e le sfide quotidiane. Quando, ad esempio, ad una ruota manca l’asse centrale, viene meno la sua funzione motrice».

Non pretendo che tutti siano d’accordo col Santo Padre come lo sono io. Ma se l’asse centrale della nostra ruota non è Dio, quale può essere? La letteratura? La musica? L’arte? Gli ideali di Patria? La famiglia? Fate vobis. Se però l’asse motrice della ruota è la webcam, la chat, il web, l’avatar e così via credo che questa ruota percorrerà assai poca strada.

Caro Veneziani, andiamoci piano con l’elogio di Facebook. Meglio che ci delizi con le sue dissertazioni politiche, letterarie e filosofiche. Le preferiamo di gran lunga. Se ha voglia di risentire l’idioma natìo, lasci perdere Facebook e faccia più spesso un salto nella terra dei dolmen e dei normanni. Se ogni tanto ha voglia di “struscio”, le consiglio vivamente quello reale, rispetto a quello virtuale: si vedono in giro certe facce da sbellicarsi dalle risate. Alcuni li ho già notati su Facebook.