venerdì 27 settembre 2019

Don Luigi Maria Epicoco - Che cosa vuol dire avere fede? (testo)




COSA VUOL DIRE AVERE FEDE?
di Don Luigi Maria Epicoco

Esiste un desiderio profondo di incontrare Gesù, di ascoltare cosa ha da dire a ciascuno di noi perché, forse, nemmeno noi, fino in fondo, riusciamo a capire che cosa ci attrae davvero.
Anche noi ci sentiamo un po’ come Pietro davanti a questo invito – forse un po’ piccato – di Gesù che dice “Volete andarvene anche voi..”… perché, quando tu cominci a seguire il Signore, quando cominci a prendere sul serio quanto il Signore ti sta chiedendo, quando il cristianesimo non è più semplicemente la raccolta punti delle messe domenicali, ma comincia a diventare qualcosa che ha a che fare con tutta la tua vita, con tutta la vita che accade fuori da una chiesa, allora tu ti accorgi che – a volte – è dura seguire il Signore e ci viene voglia di andarcene perché vogliamo cercare scorciatoie per vivere. Vogliamo trovare modi per vivere in modo meno impegnato la nostra vita, più leggero, ma la felicità è una cosa pesante: la felicità è tenere i piedi ben fissi a terra. Seguire Gesù, a volte, è faticoso ed ha ragione Pietro a dire “Da chi andremo Signore?”… Chi altro ha quelle parole di vita eterna che ci racconti Tu?
La domanda che ci poniamo con questa riflessione è difficile: che cosa vuol dire avere fede? Forse noi dobbiamo, però, partire dall’anti domanda cioè che cosa significa il contrario, ciò che fede non è. Anche noi siamo vittima di un pregiudizio rispetto alla fede: la fede non è quel qualcosa di cui ci siamo convinti.
Ad esempio, la fede non è un ragionamento convincente: se fosse così, basterebbe semplicemente ragionare sulle cose per poter avere fede. Avere fede non significa avere ragione, non significa crearsi la ragione in una discussione.
La fede non è un ragionamento convincente e non è neppure un’educazione: tutti noi che siamo stati educati cristianamente, dobbiamo stare molto attenti a non confondere la fede con l’educazione cristiana ricevuta. A cosa serve l’educazione cristiana ricevuta? A raccapezzarci, a saper rimanere a galla, a capire come un navigante su una barca può prendere una qualsiasi direzione per non perdersi. Ma è troppo poco raccapezzarsi per dire di avere la fede. La nostra educazione cristiana ci permette di stare nel mondo senza soccombere, ci aggrappa a dei valori importanti, significativi, che abbiamo preso dal Vangelo, ma il cristianesimo non è una questione di valori e non è una questione di educazione, non è qualcosa che ci può insegnare qualcuno a scuola.
Allora non è un ragionamento convincente, non è un’educazione ricevuta, non è nemmeno un’altra cosa pericolosissima: una consolazione psicologica. Siccome la vita è difficile, siccome tutti abbiamo paura di vivere, ci rifugiamo nel cristianesimo per trovare un antidolorifico, per trovare qualcosa che ci consoli: questa non è la fede in Gesù Cristo.
Questo lo capiamo subito leggendo il Vangelo: i discepoli non arrivano a Gesù per ragionamento, è Gesù che arriva a loro. La fede entra, irrompe nella vita dei discepoli perché Gesù li va a cercare ed incontrano questa fede perché gli succede qualcosa. E’ nell’esperienza che incontrano Gesù, non nei ragionamenti; è in qualcosa che è successo  dentro la loro vita che incontrano Gesù.
A me piace dire che, ciascuno di noi, vive tre stagioni importantissime nella propria fede: la prima è quella di cui si diceva sopra, la fede che indossiamo, la fede che ci raccontano gli altri, quella che impariamo al catechismo, la fede del segno di croce, dell’Ave Maria che impariamo a memoria, del Padre Nostro, la fede dei racconti degli altri, del comportarsi in un certo modo, la fede di amare, di rispettarsi, della solidarietà: ma questo è un livello di fede che non implica, per forza, un incontro con Gesù. Questa è una fede buona ma non ci salva la vita! Noi abbiamo la vita salva quando accade qualcos’altro cioè il cristianesimo non è più qualcosa che indossiamo ma qualcosa che arriva dentro il nostro cuore, qualcosa che oltrepassa i nostri vestiti, non è più un atteggiamento; non è più, semplicemente, qualcosa che abbiamo capito, ma qualcosa che ha toccato il nostro cuore, come quando ti innamori di qualcuno, come quando soffri, come quando ti piace qualcosa.
Non è più semplicemente qualcosa che passa attraverso la testa ma che giunge in una parte più profonda: è quello che succede a Pietro quando, per la prima volta, incrocia Gesù. In un’esperienza di profonda tristezza e depressione, descritta dal Vangelo come una notte buia nella quale questi pescatori non hanno preso nulla; la sensazione di fare un sacco di fatica e di non raccogliere nulla…vi ricorda niente? Di fare un sacco di fatica nelle nostre famiglie, nelle nostre relazioni, di fare un sacco di fatica nelle cose della nostra vita e ci sembra sempre di arrivare, alla sera, stanchi e senza niente, con le mani vuote, con le reti vuote come erano quelle di Pietro. E uno straniero, uno che loro non conoscono, che non sanno che è Gesù Cristo – perché questa è la bellezza del cristianesimo: Gesù non si traveste, per forza, da qualcosa di religioso per arrivare dentro la nostra vita ma si nasconde in qualsiasi ambito dell’esistenza, pur di arrivare a ciascuno di noi -, questo straniero si affaccia nella vita di quest’uomo triste e depresso che è Pietro e gli domanda il senso di quelle reti vuote.
“Non avete preso nulla”…che è un po’ come dire…Dì la verità, non sei veramente felice…Nessuno di noi ha il coraggio di dire, ad alta voce, questa cosa perché non vorrebbe offendere la donna che ha sposato, i figli messi al mondo, il lavoro che con tanti sacrifici è riuscito ad avere, le persone che ci circondano. Ma il problema vero è che non può iniziare nessun vero cristianesimo, dentro la nostra vita finchè non troviamo il coraggio di dire, ad alta voce, che forse non siamo veramente felici, ci manca qualcosa. Gesù viene a ricordarci, innanzitutto, l’evidenza di quelle reti vuote, il dire ad alta voce che ci manca qualcosa. A quelli che pensano che non gli manca nulla, Gesù non può dire niente, non può raccontare niente: il Vangelo si può annunciare solo ai poveri.  Il Vangelo si può annunciare soltanto a uno che sente questa mancanza, che si sente profondamente umano e sente il peso di cosa significhi essere umani.
Cosa c’è di più facile di manovrare una persona triste e depressa? Ma non è il metodo di Gesù perché Egli, prima di proporre qualcosa di grande, di decisivo nella vita di Pietro, gli riempie prima le reti: gli ridona di nuovo una pienezza, lo guarisce da questa tristezza ed insoddisfazione e, poi, gli propone qualcosa. Tutto questo per dirvi che, ad un certo punto, non reggono più le nostre educazioni, i ragionamenti cristiani: ad un certo punto, la vita ci inchioda davanti a qualcosa che ci succede ed è lì che il Signora si affaccia e fa una domanda che arriva al fondo del nostro cuore, che interpella ciascuno…ma sei felice? Che cosa stai cercando veramente? Che cosa ti riempie il cuore? Per che cosa vale la pena il fatto che ti sei svegliato stamattina? Scriveva una persona <>: ha ragione perché, a volte, ci vuole coraggio ad alzarsi dal letto la mattina, ad affrontare la vita, perché la vita non è semplice!
Che cos’è veramente la fede? E’ qualcosa di molto più grande. E’ un incontro che, in maniera indelebile, mette dentro ciascuno di noi la certezza che esista, al fondo della nostra vita, un bene. Non è più semplicemente raccapezzarsi o rimanere a galla, non è più semplicemente cercare di sopravvivere, non è più questo! Ad un certo punto ti viene dato un destino, hai una meta, hai un viaggio, hai un motivo di cui ancora non sai nulla, non conosci il nome proprio di questo destino, non sai che significa ma avverti che la vita nasconde un tesoro prezioso, che – dietro le cose contraddittorie di cui questa vita è fatta – è nascosto un tesoro di bene. E non sai perché! Perché – se ci ragioni – dici “Perché io credo che esista ancora un bene quando tutto mi dice il contrario? Anche i miei ragionamenti mi dicono il contrario! Anche le mie emozioni, a volte, mi dicono il contrario!”.
Perché la fede non è una questione né di pensieri, né di emozioni: è qualcosa di molto più profondo, è una vittoriosa certezza che noi non riusciamo a spiegare che esiste il bene e che tutta la nostra vita è ricapitolata in questo bene, che tutto è pieno di significato, anche le cose che non capiamo, anche le cose più contraddittorie. Non è più semplicemente una questione di consolazione, anzi, è questione di aprire gli occhi.
La fede è incontrare questo Gesù che imprime questo dentro di te!
Sarebbe molto bello se ciascuno di noi trovasse il coraggio di essere così concreto perché, a volte, noi pensiamo che qualcuno che ci annuncia il Vangelo debba semplicemente allargare la nostra visione del mondo: non è così ma io devo fermarmi e dire “Ho mai incontrato Gesù Cristo dentro la mia vita?”. Fratelli miei, non mi sto riferendo al fatto che, ad un certo punto, Gesù ci appare, non mi sto riferendo ad esperienze mistiche o straordinarie, a segni che attirano la nostra attenzione ma a qualcosa di molto più concreto. E’ mai successo qualcosa di decisivo dentro la nostra vita che ha impresso, nel fondo di noi stessi, questa certezza? A volte, Gesù, lo abbiamo incontrato in un buon padre, in una buona mamma, in una nonna, in un amico, in un professore, in un catechista, in un prete, in una situazione, l’abbiamo incontrato in un dolore come nell’amore per qualcuno.
Succede, ad un certo punto, qualcosa di concreto nella nostra vita, dove Gesù ci tocca: è quello l’inizio vero della nostra fede, quando sappiamo dire qual è il nome proprio di questo incontro. Non è offendere Gesù dire che il nome di questo incontro è quello di una persona precisa o di una situazione precisa; a volte sono cose che succedono o persone che incontriamo così, in maniera gratuita, che lasciano un segno indelebile come una bruciatura, come qualcosa che non puoi toglierti più di dosso perché la fede è un dono: il dono di un fuoco al fondo di tutta la nostra esistenza.
E’ questo che abita i discepoli quando incontrano Gesù. Molto spesso non sanno spiegare o raccontare Gesù, non sanno ridire le cose come Lui le sapeva dire. Spesso non sanno fare i miracoli che faceva Gesù, spesso devono fare i conti con la loro umanità, col fatto che arrivano pure a rinnegarlo o, per lo meno, a scappare davanti alle cose serie. Pensate come, davanti allo scandalo della croce, tutti gli amici di Gesù vanno via, scappano e  lo lasciano da solo. Ma sono persone che hanno incontrato Gesù: Giuda ha incontrato Gesù, è stato toccato da quest’uomo.
La fede non ci toglie la nostra umanità, non ci toglie la nostra miseria ma mette, al fondo di tutto, anche della nostra miseria, una luce, un bene.
Che cosa significa avere fede? Significa credere a questo bene che è al fondo di tutto, nonostante tutto, nonostante i ragionamenti, nonostante le emozioni contrarie, nonostante l’ingiustizia della vita che, tante volte, noi dobbiamo vivere. Ecco perché credo che sia assolutamente significativo il brano del Vangelo di Luca (Luca 18,1-8)  perché, dietro la storia di questa donna, forse c’è una parabola per ciascuno di noi. Chi è questa vedova? Una donna che ha perso il marito. Ma cosa simboleggia una donna del genere? E’ una donna che non ha più qualcuno che abbia cura di lei umanamente, non ha più le spalle parate, avverte che la sua vita non ha più alcun tipo di rassicurazione. E’ una donna che non vive più le sicurezze del mondo perché niente più, nel mondo, può rassicurarla: la sua sicurezza – che era suo marito . non c’è più. Questa donna che ha ormai le spalle scoperte, da un punto di vista umano, incontra davanti a sé un giudice iniquo; sembra una vittima questa donna, schiacciata dalla mancanza di qualcuno che le voglia bene e la vita che si manifesta davanti a lei come ingiustizia. Eppure, questa donna è raccontata da Gesù come l’emblema della fede perché lei continua ostinatamente a domandare qualcosa contro l’evidenza dell’ingiustizia di quel giudice.
“Fammi giustizia!” L’ostinazione di questa donna di credere, fino in fondo, al bene  nonostante la vita le abbia riservato la perdita delle sicurezze e la percezione di un’ingiustizia che la circonda. Il giudice, di fronte al quale lei si trova, è un giudice ingiusto. Quante volte la vita si manifesta a noi come un’ingiustizia, come qualcosa che non ci ripaga, come qualcosa che ci promette la felicità ma poi non ce ne dà, come qualcosa che dovrebbe riempire il nostro cuore e poi non lo riempie.
Credere significa essere ostinati: ostinati nel domandare, ostinati nel credere, ostinati nel fidarsi di questo bene. Noi, invece, che cosa facciamo quando ci succede qualcosa, quando ci crolla una certezza? Ciascuno di noi ha un marito che ha perso cioè ha una certezza che è crollata, a volte perché è crollata la salute, a volte è crollata perché hai perso la persona che amavi, a volte è crollata perché hai fatto un’esperienza difficile, altre volte perché perdi in senso materiale le cose. Quando tu ti accorgi che la vita in sé è inaffidabile, che le cose di questo mondo – ad un certo punto -  si perdono, quando tu ti scopri vedovo, quando tu ti riscopri come questa donna precaria, quello è il momento in cui noi crediamo moltissimo alle nostre spalle scoperte e cominciamo ad inginocchiarci davanti alla perdita delle sicurezze, diventiamo tristi e depressi. In quel momento pensiamo che il destino della nostra vita sia nefasto, sfortunato,  che noi siamo destinati a non essere mai felici perché non è possibile essere felici senza avere più nessuna certezza.
Che cos’è il Vangelo? Credere che noi siamo chiamati ad essere felici anche quando la vita ci toglie tutte le certezze. Tu credi questo? Perché se tu non credi questo, non credi nel Vangelo di Gesù. Gesù non è uno che ti promette che tuo marito non morirà mai o che non perderai mai nessuna sicurezza! Gesù non promette questo, non ci rassicura, ci dice che questa cosa, di avere le certezze crollate, può succedere nella vita. Ma tu credi che si possa essere felici anche quando tutto crolla? La professione di fede dobbiamo farla davanti alla nostra storia innanzitutto: la nostra storia ci interpella come qualcuno che dice “Vediamo se credi adesso, ora che il sole non splende più  e che è buio…tu credi? Ora che non hai più un bastone su cui poggiarti, credi? Ora che non hai più il tepore di qualcuno che ti abbraccia, credi?”.
Se la fede fosse qualcosa che abbiamo semplicemente inventato noi, abbiamo allora tutto il diritto ad essere atei, abbiamo tutto il diritto a perdere la fede; ma la fede che ci ha dato il Signore è più grande della nostra mancanza,  è più grande del crollo di tutte le nostre sicurezze. A che cosa dovrebbe servire pregare? A che cosa dovrebbe servire leggere il Vangelo o avere una vita spirituale? A prenderci un dono che noi non abbiamo ma che riceviamo: è il dono di essere felici nonostante la vita ci dica esattamente il contrario, nonostante tutto il nostro passato, la nostra storia, nonostante tutto quello che abbiamo vissuto ci dica che non è possibile credere in un Dio che, invece, può. Questa donna vedova si trova davanti ad un giudice iniquo: svegliarsi la mattina e cercare di fare una cosa buona per ricevere qualcosa di buono e tu non ricevi qualcosa di buono, ricevi batoste, le cose non tornano. La vita non è giusta, assomiglia a questo giudice: ma questa donna è ostinata! Anche se tutta la vita che affronta è ingiusta, anche se ha di fronte giorni in cui i conti non tornano, questa donna è ostinata “Fammi giustizia”…Voglio essere felice! Io credo! Potremmo tradurre così: io credo.  E Gesù dice che questo giudice - non perché sia buono o giusto ma per stanchezza – esaudisce questa donna.
 Questa ostinazione che ci ha regalato il Signore, che è la nostra fede, è più forte del mondo, è una fede che ha vinto il mondo – ci dice la Parola. Questo significa credere: poter sperimentare, dentro di noi, la forza di questa ostinazione. Avete presente quando un bambino piccolo deve prendere una medicina amara e la madre, per convincerlo, gli dà una caramella o un cucchiaino di miele? Certe volte, il nostro cristianesimo assomiglia a questo cucchiaino di miele: per ingoiare l’amaro della vita, la fede ci dà un cucchiaino di miele. No, fratelli miei, non è questo il cristianesimo! Il cristianesimo è l’ostinazione di questa donna, è sale, è coraggio, è carattere, è saperci mettere contro tutto e tutti, è sperare contro ogni speranza, è saper guardare la nostra vita in un modo completamente diverso, con una forza che non viene da noi e che, alla fine, vince, con una ostinazione in cui persino il giudice – persino la vita ingiusta – cede e dice “Tieni!”.
Ecco perché il mondo ha bisogno di noi, anche di tutti quelli che dicono che Dio non esiste e che noi siamo dei poveri illusi…nel loro cuore, ci guardano con la speranza che, invece, abbiamo ragione. Tutti, tutto il mondo ha bisogno dell’ostinazione di chi crede: in questo senso Gesù dice che noi siamo il sale della terra, la luce del mondo! Una persona che vede noi, non vede qualcuno che ha capito tutto o che ha la risposta a tutto, qualcuno che è rassicurato in tutto: noi siamo come tutti gli altri! Anche noi siamo dei poveracci, anche noi non abbiamo un ragionamento che ci spieghi tutto quello che succede, anche noi non abbiamo parole che spieghino il dolore innocente, anche noi, davanti ad un bambino che muore di cancro, non abbiamo parole  o ragionamenti…e se li avete, non siete cristiani. Perché il cristianesimo è silenzio davanti allo scandalo del dolore. Anche noi non abbiamo parole, anche noi viviamo la precarietà di questa vita, anche noi che abbiamo la fede.
Ma quel di più che ci è stato donato è rimanere ostinatamente vivi, nonostante tutto, ostinatamente aggrappati a questo bene, ostinatamente speranzosi,  ostinatamente capaci di andare avanti nonostante…Ma non è una forza che viene da noi: è una ostinazione che viene dal cielo! In questo senso, forse, ciascuno di noi dovrebbe domandarsi se gli basta semplicemente l’educazione cristiana: davanti alla perdita di qualcuno che te ne fai dei valori cristiani? Che te ne fai di qualche idea che qualcuno ti ha propinato? Che te ne fai di tutto quello che qualcuno ti ha dato da mettere addosso? Arriva un momento in cui la vita ti spoglia di tutto e i ragionamenti non reggono più…e quando sei nudo e crudo davanti alla cruenza della vita, che cos’è che ti rimane se non il fatto che, ad un certo punto, hai incontrato qualcuno che ha cambiato la tua vita!  E te l’ha cambiata, non perché ti ha spiegato, ma perché ha impresso dentro di te qualcosa che non potevi darti da solo.
Non so se ci avete mai fatto caso che il giorno del Battesimo, alla fine del rito, fra i gesti che compiamo esteriormente per dire quello che è accaduto, il sacerdote accende una candela al cero pasquale  - che rappresenta Gesù Risorto - e la consegna alla famiglia, la consegna simbolicamente a quel battezzato e dice “Questa è la luce della fede”. Poca roba…quanto ci vuole a spegnere una candela? Basta un soffio e, a volte, la vita è così piena di burrasche che – altro che soffio! – subito si spegne.
Che cosa significa, allora, essere dei credenti? Saper difendere questa fiamma delicatissima che si può spegnere da un momento all’altro ma che non ci fa disperare fino in fondo, finchè quella candela è accesa, il buio non arriva. Finchè quella candela è accesa, tu sai qual è il passo successivo che devi fare…forse non vedi, fino in fondo la strada, ma sai dove mettere i piedi.
Questa è la nostra fede: è qualcosa di infinitamente fragile ma di così infinitamente essenziale per ciascuno di noi. La fede non è la forza della spada: è la delicatezza della candela che ci viene consegnata nel buio pesto della storia. Gesù - che non aveva visioni edulcorate o romantiche della realtà - quando pensa a noi, lo fa con un realismo che non dovremmo mai perdere “Sarete come agnelli in mezzo ai lupi”: Gesù sa benissimo quanto è difficile, a volte, vivere e sentirci addosso tanti lupi. E c’è un lupo più pericoloso di tutti, un lupo che tutti ci portiamo dentro: è il lupo del nostro io, del nostro egoismo. Solitamente, questo lupo si mette alle porte del nostro cuore e non fa entrare nessuno, spaventa tutti, non fa entrare l’amore perché questo lupo del nostro io è sempre sulla difensiva, è un lupo che non si fida. Voi siete così:  inermi come agnelli davanti ai lupi ma ricordate chi è il vostro pastore, ricordatevi di chi siete.
Allora questo ci domanda il Signore: non ci chiede di diventare più cattivi o più forti dei lupi, ma di ricordarci semplicemente di chi siamo. E’ il nostro Pastore colui che vince i lupi, è il nostro Pastore colui che vince, innanzitutto, quel lupo che è a guardia delle porte del nostro cuore e che non fa entrare niente. E’ il nostro Pastore che vince i lupi che sono intorno a noi: quella parte ingiusta della vita è un lupo e Lui l’ha vinta con la croce! Il nostro Pastore è morto per salvarci la vita, per salvare la vita a ciascuno di noi.  Questa è la vittoriosa certezza della fede che è messa nel cuore di ciascuno di noi.  Potremo anche essere, per tutta la vita, come questa donna ma questa donna ha la vita salva, perché ha professato la sua ostinazione fino alla fine. Ed è particolare come il Vangelo si concluda con questa domanda che spero vi inquieti, che non vi faccia dormire “Quando il Figlio dell’uomo tornerà sulla terra, troverà ancora la fede?”…Troverà ancora qualcuno che è rimasto umano? Troverà qualcuno che crede in questa ostinazione che ci è stata messa nel profondo del cuore? Troverà qualcuno che crede ancora in questo destino? Troverà qualcuno che vive così?
O troverà perdenti che hanno creduto di più al fragore della tempesta che a Lui che dice “Non avere paura”? Troverà persone che hanno deciso di arrendersi al buio piuttosto che credere ad una luce nascosta di cui tu senti la presenza?
Tutta la fede cristiana non nasce da una visione ma da una Parola. La nostra fede viene dall’ascolto, non dalle visioni: le visioni sono evidenti ma, in questa vita, l’unica cosa evidente è che le cose non vanno. Ed una parola ci dice, invece “Non fidarti di quello che vedi, la vita vale la pena, la vita ha un senso”. Ma io vedo Signore che non ha nessun senso. “Tu fidati di me”.
Voglio concludere con la stessa sensazione che, credo, abbia messo Gesù addosso ad un uomo, ad un padre disperato di nome Giairo che cerca Gesù nella sua disperazione. C’è un momento, nella vita, in cui la sofferenza ci rende davvero dei poveri ed è lì che cerchiamo Gesù perché capiamo che ci manca qualcosa: tu puoi anche essere il capo della sinagoga,  puoi avere tre lauree, avere dieci milioni sul tuo conto in banca, puoi avere tutto sotto controllo, puoi essere la persona più onesta del mondo ma tutto questo non basta quando, ad un certo punto, la vita ti mette davanti a delle cose che sono più grandi di te. Quest’uomo è disperato, la figlia sta morendo, sono gli ultimi minuti di vita di questa bambina, e lui cerca Gesù in questa disperazione “Signore, vieni da mia figlia e guariscila” e Gesù si mise in cammino.
In realtà, succede qualcosa durante questo cammino, Gesù compie un altro miracolo ma perde tempo e, nel frattempo, questa bambina muore; allora, i servi di quest’uomo gli vanno incontro e gli dicono di lasciar perdere ormai, di non dare più fastidio a Gesù “perché tua figlia ormai è morta”; evidentemente morta, la morte come evidenza. Gesù fissa i suoi occhi negli occhi di quest’uomo e dice: “Tu continua solo ad avere fede” e si misero in cammino verso casa. 
Molte volte la vita ci dice che evidentemente è tutto finito: ricordatevi di questo Gesù che, invece, sussurra nel vostro orecchio “Tu continua solo ad avere fede”, tu continua soltanto ad essere ostinato, tu continua soltanto a credere a quello che senti essere vero nel profondo del tuo cuore: questa è la nostra fede, questa è l’ostinazione che ci salva, questo è ciò che ci riporta a casa, questo è ciò che rende la nostra vita piena di sapore, piena di sale. Una vita senza Gesù è una vita sciapita, che non ha più nessun senso, nessun significato: ad un certo punto, esauriamo il significato della nostra vita per quello che ci succede ma Gesù è l’unico che riempie sempre di significato la nostra vita. Avere Lui e rimanere aggrappati a Lui non significa avere una vita più semplice, ma una vita costantemente piena di sapore. Vi auguro che la vostra vita sia sempre così saporita e, quando toccherà a tutti noi finire il viaggio di questa esistenza, ricordate le parole di Don Tonino Bello “Fratelli miei che la morte vi trovi vivi”: questo è il segno della fede. La morte ci troverà vivi e sarà solo un passaggio per noi, sarà solo una Pasqua: allora sì che dalla parola passeremo alla visione e, quello che sentivamo essere presente, lo vedremo.
Può darsi che tutte le considerazioni fatte non siano vere oppure sì: solo noi possiamo decidere per che cosa vogliamo vivere. Da quello si capirà che fine faremo e che cosa succederà già da domani mattina.

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