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martedì 29 ottobre 2019

Don Luigi Maria Epicoco - La concreta tenerezza di Gesù (TESTO)



LA CONCRETA TENEREZZA DI GESÙ – don Luigi Maria Epicoco

Grazie di cuore per questo invito, grazie per la santa ostinazione con cui è stato preparato questo
incontro e voluta la mia presenza. Io purtroppo ci sarò per un pezzettino di questa giornata,
perché dovrò rientrare subito a Roma, ma sono felice di essere qui a condividere questo
momento di preghiera, riflessione, spiritualità; contento di incontrare voi e di farlo in questo
fazzoletto di terra così di cui ho sentito tante volte parlare, e in cui, oggi, riesco ad essere
fisicamente. Grazie perché penso che non poteva esserci posto migliore di questo per parlare
della tenerezza. Lo capiremo da subito. Vorrei iniziare questa meditazione usando non parole
mie, ma prendendo in prestito le parole di un uomo straordinario morto qualche mese fa, si
chiamava Jean Vanier ed ha dedicato la sua vita a testimoniare la tenerezza di Dio, fondando una
comunità che si chiama ARCA, che ha come scopo quello di farsi vicino soprattutto agli ultimi,
intesi come coloro che hanno gravi handicap e sono lasciati soli e vivono una solitudine e un
disagio che li tocca profondamente, perché sono scartati dalla società. Per loro ha creato questa
“famiglia”, perché quando si fa l’esperienza di questo tipo di sofferenze o ci si incattivisce, e il
dolore tira fuori il peggio di noi, oppure la sofferenza ci rende profondamente più sensibili. Cioè
è la sofferenza che ci apre alla tenerezza e ci insegna cos’è. La tenerezza non è una cosa che si
può spiegare con una conferenza, non è un discorso che si può ascoltare; è un qualcosa che ha a
che fare non tanto con le virtù teologali, con quello che abbiamo ricevuto nel nostro battesimo,
no, è una caratteristica dell’umanità che si apprende ad un certo punto della vita, perché c’è
qualcosa che ce la insegna esperienzialmente. Ma partiamo dalle parole di J. Vanier, un uomo
che è certamente santo per la sua testimonianza. Di solito quando pensiamo ai santi pensiamo a
persone staccate dagli altri o comunque a persone che non sbagliano mai; ma i santi non sono
persone prive di difetti o di carattere, i santi sono persone che, pur sbagliando, tentano di essere
cristiani fino in fondo, cercano di realizzare quella pagina di Vangelo che dice che una luce
accesa non può restare nascosta, deve essere messa in alto affinché illumini tutta la stanza. Nella
nostra vita cristiana, la carità è il tentativo di mettere in alto la luce della fede, affinché illumini
tutta la stanza. La grande tentazione che noi cristiani viviamo è quella di avere la luce della fede,
accesa dal cero pasquale, dalla Luce del Cristo Risorto, ma di usarla solo per noi, o di tenerla
nascosta, al chiuso del nostro cuore. Il Signore, invece, ci ha donato la fede affinché illumini la
stanza, ed è questo il motivo per cui va messa in alto, è questo il motivo per cui una fede che non
diventa carità è una fede che finisce. Un tentativo, dicevamo, e i tentativi non sempre sono
sinonimo di riuscita, ma ci si prova, perché la carità è il tentativo di rendere visibile ciò che il
Signore ci ha messo nel cuore. Scrive J. Vanier: “Nel libro della Genesi leggiamo che sulla terra
c’era così tanta violenza che Dio rimpianse di aver creato gli esseri umani (Gn 6,6). Così ci furono
il diluvio e l’Arca di Noè. La storia della terra è una storia di violenza; la terra è piena di violenza.
Perché tanta violenza? Perché bisogna essere più forti, i più forti per sopravvivere. Allora respingo
Dio ed elimino gli altri, per guadagnarmi la terra. Basta guardare i tifosi di calcio o quando i
canadesi battono gli americani a hockey! Diventano tutti matti: bisogna vincere ad ogni costo,
bisogna essere i più forti! Allora costruiamo frontiere e sistemi di difesa e creiamo tutto un
mondo fatto per proteggerci dalla violenza che noi stessi produciamo. Il che non vuol dire che non
ci siano stati anche dei profeti di pace nella Bibbia. La storia del popolo ebraico è una storia di
grandi profeti che hanno annunciato l’alleanza. Dai tempi dell’alleanza con Noè, Dio ha promesso
di non sterminare più l’umanità e di darle la pace. Gli ebrei attendevano un messia forte. Il popolo
ebraico aveva patito l’oppressione, prima dei persiani, poi dei greci e infine dei romani. La terra
d’Israele era piccola, ma ricca, e vari imperi volevano possederla. Per circa 700-800 anni, il popolo
aveva subìto la dominazione di nemici che lo facevano soffrire. Perciò dal messia Gesù ci si
aspettava la liberazione. Verso la fine della vita di Gesù, ci fu infatti una progressiva delusione
anche tra i discepoli a lui più vicini. Ma Gesù non è venuto solo per liberare Israele, è venuto per
liberare anche me, dalle mie violenze, dal desiderio di essere migliore degli altri calpestandoli.

All’Arca, abbiamo lavorato con uno psichiatra, un uomo eccezionale. Non era credente, ma era
profondamente umano. Un giorno sono andato a trovarlo e gli ho chiesto: «Secondo te, che cos’è
la maturità umana?». E lui mi ha risposto: «È la tenerezza». Perché la tenerezza è l’opposto della
violenza. È un atteggiamento del corpo: degli occhi, delle mani, del tono di voce. Consiste nel
riconoscere che l’altro è bello e nel rivelarglielo. Ma con il nostro corpo, attraverso la nostra
maniera di ascoltarlo, le parole che gli rivolgiamo. Gesù è venuto a insegnarci la tenerezza. È
l’atteggiamento che permette di accogliere l’altro e di vivere in relazione con lui. Ma poi c’è
l’esperienza della paura. Ho paura che l’altro mi schiacci. Per questo il cuore del messaggio di
Gesù è: amate i vostri nemici! «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite
coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male» (Lc 6,27-28). È incredibile.
Gesù è probabilmente la prima persona nella storia dell’umanità che osi chiederci una cosa così
impossibile. Perché lo sappiamo tutti che è impossibile. Se venite a sapere che qualcuno parla
male di voi, dietro alle vostre spalle, provate a dire bene di lui! Non ci riuscirete. Vi si gonfieranno
le ghiandole, proverete ma... niente da fare! Perché la vita protegge la vita. Ci difendiamo. E se ci
arriva una pietra addosso, reagiamo eccome, ci proteggiamo! Se qualcuno cerca di schiacciarmi,
io mi difendo! A meno che... Dio stesso non ci dia un difensore!” Ecco, mi è piaciuto, oggi, iniziare
da queste parole, che dicono che la tenerezza è qualcosa che riguarda il nostro corpo. Cosa
significa? Che quando noi diciamo che Gesù è la tenerezza del Padre, stiamo dicendo che
l’Amore di Dio è un Amore di cui possiamo fare un’esperienza fisica, concreta, e finché l’amore
non diventa qualcosa di fisico e di concreto non serve. Possiamo leggere il Vangelo e accorgerci
di quanta fisicità c’è nel Vangelo. Ad esempio: raramente sono citati i 10 comandamenti, sì, ci
sono, ma la cosa che conta di più è l’incarnazione, cioè l’atto con cui il Verbo di Dio è entrato
nella storia, si è fatto carne, è entrato nel grembo di una donna, è stato partorito, Maria ha
potuto tenerlo in braccio, Giuseppe ha potuto baciarlo, i pastori hanno potuto adorarlo; è Gesù
stretto ha abbracciato, ha stretto mani, ha guardato negli occhi, ha parlato, ha sorriso, ha pianto.
La fisicità di Gesù è la cosa più interessante della sua persona perché, se a Cristo togliamo il suo
corpo ciò che resta è teologia, è morale, è insegnamento, ma la vita di una persona non cambia se
incontra un insegnamento, la vita di una persona cambia quando incontra qualcuno. Dobbiamo
sempre domandarci se il cristianesimo lo abbiamo incontrato in teoria o lo abbiamo incontrato
nella persona di Gesù, se lo abbiamo incontrato nella morale che abbiamo dedotto dai vangeli o
come il Volto concreto di qualcuno che da quel momento in poi ci ha spinto a vivere
diversamente. Il grande esame di coscienza che tutti noi dovremmo avere il coraggio di fare è se
il nostro essere cristiani è mai diventato esperienza o se è rimasto catechismo. Io penso che il
bello, il cuore della nostra spiritualità sia questo: annunciare, attraverso il nostro stare insieme,
attraverso la nostra esperienza ecclesiale, che finché l’amore di Cristo non diventa esperienza,
questo amore non ci cambia la vita. Allora possiamo dire che finché non incontriamo la
tenerezza di Gesù noi non abbiamo una vita cambiata, cioè finché non incontriamo la
concretezza di Gesù noi non abbiamo la vita cambiata. E allora sono andato a cercare nei vangeli
gli episodi che possono essere utili per capire cos’è questa tenerezza, questa concretezza di Gesù,
che si esprime attraverso gli occhi, le lacrime, le mani. Incontrare e vivere la tenerezza di Gesù
significa anzitutto incontrare e vivere la tenerezza dei suoi occhi. Nel Vangelo ci sono soprattutto
due episodi che ci permettono di capire questa cosa. Il primo è quello di quel giovane che va a
cercare Gesù per chiedergli “Maestro che cosa devo fare per avere la vita eterna? Che cosa devo
fare per essere felice?” E Gesù dà una risposta da manuale: “Fa’ il tuo possibile”, mettiti in gioco
con il tuo possibile. Solo se ci mettiamo in gioco col nostro possibile possiamo chiedere a Gesù
qualcosa di più. Se tu non fai il tuo possibile e chiedi che Gesù ti aiuti, stai chiedendo una magia
non la grazia di Dio ecco perché Gesù risponde a questo ragazzo: fai quello che tu puoi fare con
le tue forze. Chissà quante volte Gesù aveva detto questo alla gente, chissà quante volte Gesù
aveva detto questo a tanti altri giovani che gli avevano fatto la medesima domanda; ma questo
ragazzo spiazza Gesù perché Gli dice: Maestro il mio possibile io lo faccio da quando sono

bambino, da quando sono piccolo. A questo punto c’è un pezzetto del vangelo che capovolge la
scena, quando si dice: Gesù fissatolo lo amò e gli disse “una sola cosa ti manca: va’ vendi tutto
quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi. Guardate io penso che non ci sia descrizione
migliore di questo sguardo che Gesù rivolge a questo ragazzo, di questo suo guardarlo negli
occhi. Voglio portarvi a fare una piccola riflessione: quando parlate alle persone le guardate negli
occhi? Sapete che quando una persona ha difficoltà relazionali ci si accorge di questo
dall'incapacità che ha di fissare occhi negli occhi la persona con cui sta parlando; questa
potrebbe essere una fragilità, una debolezza; a volte invece non guardare negli occhi qualcuno è
il sintomo dell'indifferenza. Gesù guarda negli occhi questo ragazzo, cioè lo prende sul serio. Il
mondo ha bisogno di persone che siano capaci di prendere sul serio gli altri! Noi molto spesso
anche con le persone che vivono in casa con noi, le persone con cui condividiamo la nostra
quotidianità, siamo incapaci di guardarci negli occhi di una tenerezza spicciola che è quella di
prenderle sul serio: l'unica cosa che cambia la vita delle persone è quando si sentono prese sul
serio per ciò che sono, cioè quando tu le guardi negli occhi perché soltanto quando tu guardi
negli occhi qualcuno puoi anche chiedergli qualcosa di serio. E’ quello che fa Gesù con questo
ragazzo prima lo guarda negli occhi e poi gli dice ti manca una cosa, ti manca un motivo per cui
dare la vita, e tu ti accorgi di aver trovato il motivo per cui dare la vita quando hai trovato il
motivo per cui daresti via tutto; è bello pensare che il vangelo ci domanda “cose esigenti”, è
radicale il vangelo. Però, prima di “chiedere” ci dice che Gesù ci guarda negli occhi. Voglio
lasciarlo dopo come il primo tassello, la prima traccia, la prima orma della tenerezza: essere serio
di tenerezza significa guardare negli occhi il fratello che ho accanto, Dobbiamo lasciarci
intercettare dal suo sguardo e intercettarlo a nostra volta e non evitare di guardarlo per paura di
cosa può chiederci. Immaginate che questo piccolo gesto venga a mancare, ad esempio quando
in casa un marito non guarda più negli occhi la moglie o viceversa, quando un figlio non guarda
più degli occhi la madre o una madre non guarda più un figlio,quando un collega al lavoro non
guarda più gli occhi della persona che gli siede accanto, quando in una comunità non si guarda
più negli occhi il fratello che abbiamo accanto. Facciamo cose cristianissime, ma abbiamo
smesso di guardarci negli occhi, cioè abbiamo perso l'alfabeto base, il minimo sindacale che ci
rende cristiani. Allora noi possiamo fare anche atti eroici in nome di Gesù Cristo, ma ci siamo
persi la cosa più semplice, tu puoi preparare il cibo migliore per tuo figlio, ma la cosa che vuole
quando torna a casa è che lo guardi negli occhi e cioè che ti accorgi che esiste, che è una persona.
Ora tenete a mente quanto sia prezioso lo sguardo perché adesso passiamo ad un altro episodio.
Questa volta ci troviamo in un momento drammatico della vita di Gesù perché gli scribi e i
farisei stanno cercando di trovare un pretesto per farlo fuori, per accusarlo di qualcosa. E un
giorno si presenta l'occasione opportuna, perché beccano una donna in flagrante adulterio.
Questa donna ha sbagliato e non c'è niente che dica che non ha sbagliato o che le persone
hanno frainteso, ha sbagliato e viene portata davanti a Gesù col pretesto di domandarGli: Mosè
ci dice di ammazzare questa donna, tu che dici? Sapete qual è la prima reazione di Gesù? Non
guardare la donna, ma fissare lo sguardo a terra e mettersi a giocherellare con la sabbia e a scrive
sulla stessa. Perché fa questo? Perché tutti la guardano e la giudicano guardandola; Gesù è
l'unico che per non umiliarla non la guarda. Ecco allora che ci sono sguardi che dicono l'amore e
sguardi che dicono il giudizio; noi dovremmo imparare gli sguardi che dicono l'amore e dovremo
astenerci dagli sguardi di giudizio, perché per giudicare qualcuno non c'è bisogno di usare
parole, lo si fa già nel modo in cui lo si guarda. Sapete, una saggezza antica ci ha sempre detto
che gli occhi sono lo specchio dell'anima. La prima tenerezza che Gesù usa è la tenerezza del suo
sguardo, Gesù si accorge della sofferenza, si accorge di coloro che hanno bisogno, si accorge di
chi è umiliato, e a seconda delle situazioni fissa nel profondo o si astiene dallo sguardo, la sua è
davvero una tenerezza concreta e palpabile!! Vorrei concludere questa questa prima tappa, che è
la tappa dello sguardo. con questa domanda: ci siamo mai sentiti guardati da Gesù?

Guardate che una persona può dire di essersi sentita guardare da Gesù quando s'è sentita
guardare senza maschere, senza fingere di essere un'altra persona. Noi possiamo dire che
abbiamo incontrato l'amore di Cristo quando davanti a questo amore siamo stati noi stessi senza
vergogna, senza paura, senza l'ansia di sentirci giudicati. Ma attenti, perché molto spesso noi
confondiamo lo sguardo di Gesù con lo sguardo del diavolo, che è lo sguardo dell'accusatore che
c'è nel cuore di ciascuno di noi. Noi abbiamo paura di mostrarci per ciò che siamo perché
abbiamo paura di essere giudicati; uno può dire di avere incontrato la misericordia quando
davanti a Gesù ha smesso di fingere per essere pienamente se stesso. Dico piccolo esempio
quanta difficoltà noi facciamo delle nostre confessioni ad essere spudoratamente sinceri, perché
abbiamo paura di scandalizzare la persona che ci sta ascoltando, abbiamo paura che la persona
che ci sta ascoltando si faccia un'idea sbagliata o distorta di ciascuno di noi, quasi mai ad
esempio, sacramentalmente, abbiamo il coraggio di essere così: puliti, sinceri, di togliere le
nostre maschere. Uno può dire di aver fatto l'esperienza di misericordia se guarda il modo con
cui si confessa ad esempio. A me è capitato una volta, ero un seminarista gli ultimi anni prima
dell'ordinazione, sono entrato in una chiesa, cercavo un padre che mi dicevano essere un uomo
di Dio e io ho detto “Padre penso che sia arrivato il momento di fare una confessione generale”;
beh, una cosa bella prendere tutta la vita e consegnarla al Signore attraverso quel sacerdote!
Bene, questo Padre mi si è seduto di fronte e mi ha detto: “Se avrai il coraggio di parlarmi dei
tuoi peccati anche fuori dalla confessione, allora sarai pronto di ricevere il perdono di Dio nella
confessione”. E sapete perché? Perché se io me stesso lo rivelo nella confessione, ho la
rassicurazione che non lo dirà a nessuno; significa che io ancora non mi fido, io ancora non mi
fido di aprire me stesso all'amore di Dio anche se in una persona degna di fiducia. Ecco: questo
grande lavoro di lasciarci guardare per come siamo, e di lasciarci guardare da Gesù. E più noi ci
lasciamo guardare con questo sguardo, più il nostro sguardo diventa segno di tenerezza, perché
se tu non ti sei sentito guardato così, è difficile guardare gli altri allo stesso modo!| Ecco così la
prima declinazione della tenerezza: la tenerezza degli occhi di Gesù!
Per la seconda tenerezza ci manteniamo sempre nella geografia del volto: è la tenerezza delle
lacrime. Avete mai pensato al fatto che Gesù ha pianto? Lui, il Figlio di Dio, quello che faceva i
miracoli, moltiplicava i pani e i pesci, Colui che sarebbe risorto, Colui che ha fatto dei segni
grandissimi dentro la sua vita, proprio Lui, davanti alla sofferenza di alcune persone, ha pianto.
Anche in questo caso voglio riportarvi due episodi, per farvi comprendere che cos'è la tenerezza
di Gesù attraverso le sue lacrime. Il primo episodio è legato al trauma di perdere un figlio. Gesù
un giorno si sta recando in un villaggio che si chiama Nain e si trova ai piedi del monte Tabor;
mentre si sta recando in questo villaggio, incrocia una processione funebre, c’è una vedova che
sta accompagnando al cimitero il suo unico figlio. Il vangelo dice che Gesù, vedendo quella
donna, pianse, si commosse profondamente e fermò quella processione.
Ora fermiamoci un attimo, non andate subito al miracolo. Il primo vero grande miracolo che
tante volte noi non riusciamo a fare entrare dentro la nostra vita è che Gesù prima di dare una
soluzione alla nostra sofferenza è uno che condivide la nostra sofferenza, Gesù è uno che sa
quello che stiamo soffrendo, perché Lui ha deciso di sentirlo da dentro, di coinvolgersi nella
stessa angoscia, nello stesso vuoto, nello stesso spaesamento. Gesù è entrato nella storia, non
conosce più la mia vita da fuori, la conosce da dentro, allora se voi sapete che nessuno può
capirvi, per fede noi crediamo invece che Gesù può capirci, perché Lui sa la sofferenza che noi
stiamo vivendo, la conosce, non rimane indifferente, non si limita semplicemente a dire “adesso
ti do una soluzione a questa sofferenza”, perché il primo grande dramma che vive una persona
che soffre è che si sente non capita nella propria sofferenza, e che per quanto possa spiegare agli
altri quello che sta provando, si sente sola. Uno fa esperienza della misericordia di Dio quando si
ricorda che in quello che non riesce a dire, in quello che non riesce a condividere con gli altri, in
quello che sta soffrendo nel profondo del cuore, Gesù c’è, Gesù lo vede, Gesù lo ha preso su di sé.
Io non sono solo quando soffro! Guardate che se noi ci ricordassimo di questo troveremo anche

la forza di soffrire, perché certe volte non c'è via d'uscita alla sofferenza, certe volte bisogna
semplicemente attraversare la sofferenza, e Gesù attraverso le sue lacrime ci dice che la tenerezza
non è innanzitutto risolvere la sofferenza, ma condividere la sofferenza. Ora portiamo questa
tenerezza di Gesù nei confronti di questa donna nella nostra vita di ogni giorno. Pensate a tutte
le persone a cui vogliamo bene e che sono malate, pensate che noi possiamo avere sempre la
parola giusta per una persona che soffre, pensate che noi abbiamo la soluzione ai problemi che ci
circondano, ma il Signore non ci ha chiesto di far questo, ci ha detto ridi con chi ride e piangi
con chi piange; noi allora siamo capaci di tenerezza quando siamo capaci di condivisione,
quando siamo capaci di non scappare davanti alla sofferenza delle persone, di stare con loro, di
sentire con loro, di non abbandonarli, di non amplificare la loro sofferenza lasciandole da sole.
La tenerezza è l'esorcismo della solitudine, perché la tenerezza scaccia via la solitudine di chi
soffre perché la riempie di compagnia. Tu piangi, io piango le tue stesse lacrime; tu sei nella gioia
io gioisco della stessa gioia. E invece molto spesso sapete cosa succede? Che quando una persona
soffre tutti scappano e che quando una persona è nella gioia scatta l'invidia degli altri; in
entrambi i casi c'è solitudine. (applausi) Allora a una persona gli è capitata una cosa bella e ha
paura di condividerla, a una persona gli è capitata una cosa brutta e tutti si sono nascosti. Noi
diamo seguito a questa tenerezza dell'amore di Dio quando non disertiamo la vita degli altri,
quando non lasciamo soli gli altri. Poi questo episodio si conclude in questo modo: Gesù ferma
la processione, tocca quella bara e chiama di nuovo questo figlio alla vita, lo prende per mano e
lo restituisce alla madre.Ora, quanto dura il tempo che va dalla condivisione del dolore alla
restituzione della persona che è perduta? Quanto dura, tre minuti, dieci minuti, dieci anni, 20,
30, 40, 50, forse tutto il resto della nostra vita? Non è importante, la nostra fede è sapere che
mentre soffriamo Gesù è con noi, con la promessa che alla fine di questo viaggio ci restituirà ciò
che ci è stato tolto. Questa è la fede nella desolazione: non è vedere subito, ma sapere che se
anche subito io sto soffrendo alla fine di questo viaggio l'episodio si conclude con la restituzione
di quel figlio, la restituzione di ciò che ci è stato tolto. Il secondo episodio è il famosissimo
episodio della risurrezione di Lazzaro. Anche qui la scena è strana, perché gli dicono che l'amico
sta soffrendo ma Gesù non ci va, anzi si incammina verso casa sua solo quando l’amico ormai è
morto e quando le sorelle vanno da Lui a fare rimostranze, dicendoGli “se Tu fossi stato qui
queste cose non sarebbero successe”. Vedete fratelli miei, quante volte le nostre preghiere sono
uguali a questa? Signore, se Tu avessi messo una mano non ci troveremmo in questa situazione!
Guardate che il vangelo ci racconta queste preghiere perché nessuno di noi si vergogna a fare le
stesse preghiere, a fare le stesse rimostranze al Signore! Quando Gesù arriva davanti al sepolcro
di Lazzaro, il Vangelo di Giovanni dice che scoppiò in pianto e tutti dicevano “vedi quanto lo
amava”. E’ una cosa che mi ha sempre molto colpito un istante dopo Gesù risusciterà Lazzaro,
perché piange? Avete mai voluto bene a una persona fino al punto di soffrire nel vedere quella
persona infelice? Tu vuoi bene a qualcuno, a un figlio ad esempio, che va per una strada
sbagliata e tu hai tentato tutti i modi a fare qualcosa per lui, ma poi non ci sei riuscito, e per
quanto tu dica a te stesso “mettiti l'anima in pace” c'è una parte di te che non si rassegna, che
soffre, perché tu vorresti vedere felice quella persona! Gesù ha provato su di sé l’impotenza
davanti a un finale che non si può cambiare, Gesù ha provato che cosa vive una persona quando
ama qualcuno e non può fare più niente. Solo allora interviene e lo risuscita. Queste due cose
sono sempre unite in Gesù. Sapete che cosa certe volte non ci fa vivere bene il nostro
cristianesimo? noi cristiani non accettiamo il fallimento, noi cristiani non accettiamo
l'esperienza della impossibilità: ma se ho pregato, ma sé ho fatto il bene, perché quella persona
non è guarita dal cancro? Ma se mi sono impegnato, ma se abbiamo pregato tutti, perché siamo
arrivati fino al punto che adesso non si può cambiare più niente? Quante volte ci siamo trovati in
questa situazione, quasi a voler dire che il nostro cristianesimo non funziona, perché se
funzionasse avrebbe dei risultati. Ma che cos'è essere cristiani se non accettare anche le cose che
non si possono cambiare? Essere cristiani significa abitare anche l'impotenza e l'impossibilità! Vi

faccio un esempio per farvi capire che in maniera la tenerezza di Gesù ci aiuta a vivere
l'impotenza e l'impossibilità. Ancora una volta un papà, si chiama Giairo, la figlia sta morendo.
Implora Gesù di andare a casa sua. Gesù va a casa di quest'uomo e mentre sta andando a casa i
servi gli vanno incontro e dicono a Giairo “lascia perdere questo maestro, perché tua figlia ormai
è morta”. In quel momento, dice il vangelo, Gesù guarda negli occhi Giairo e gli dice “tu continua
soltanto ad avere fede”. Allora vedete fratelli miei noi siamo cristiani non perché non abbiamo
l'esperienza dell'impossibilità, siamo cristiani quando tentiamo di continuare ad avere fede
anche quando non possiamo fare più niente, quando siamo disposti a credere nonostante tutto
ci dica che ormai non c'è più niente da fare; essere cristiani è sperare contro ogni speranza, è
tirare fuori la nostra fede proprio nel momento in cui tutto dice che non vale più la pena credere.
La tenerezza di Dio è condividere l'impotenza e dare fiducia e fede proprio nel momento in cui
sembra che tutto è perduto. “Sembra” che tutto è perduto ma ricordatevi che le mani di Dio
sono sempre più grandi delle nostre mani! Ecco quindi che arriviamo al terzo e ultimo elemento
che ci racconta la tenerezza di Dio: le mani! Gesù ha usato tantissimo le mani nella sua vita! E’
andato contro a quella che era tradizione ebraica, perché le impurità si prendevano proprio
attraverso il tocco, ad esempio non si poteva toccare un malato, non si poteva toccare un morto,
non si poteva toccare il sangue, non si poteva toccare alcuni cibi perché erano impuri, e quindi
un pio religioso doveva tenere le mani in tasca, non doveva toccare le cose. Ma voi sapete che
toccare significa stabilire una relazione; ebbene, Gesù dice che noi dobbiamo imparare a stabilire
una relazione con le cose, anche quando, paradossalmente, quelle cose non convengono; e
diversi episodi ci raccontano la concreta carità che passa attraverso le mani di Gesù. Papa
Francesco ci dice che un buon cristiano è un cristiano che sa usare bene la testa, il cuore e le
mani, perché non basta usare solo la testa se poi non si usa il cuore, e non basta usare solo il
cuore se poi non si usano le mani e viceversa. Bene, diversi episodi hanno a che fare proprio con
le mani di Gesù. Un giorno un ragazzo malato di epilessia non riesce ad essere guarito dai
discepoli di Gesù, il padre si rivolge a Gesù chiedendo la grazia di vedere il figlio guarito e Gesù
lo libera da questo demonio che gli dà come sintomo l'epilessia; dice il vangelo che questo
ragazzo a un certo punto sembrava come morto, allora Gesù presolo per mano lo rimise in piedi.
Lo tocca Gesù, perché lo fa? Perché soltanto una relazione può salvarti! Questa è la grande
rivoluzione di Gesù! Il male che cosa fa? Fa ammalare le nostre relazioni, il male rompe le nostre
relazioni; Gesù è uno che cerca di costruire relazioni e proprio lì, dove tutto dice che non ne vale
la pena, Lui costruisce una relazione per salvarti da quella solitudine che tu soffri; Gesù
costruisce una relazione per salvarti da quella sofferenza; tu sei in una situazione difficile della
vita, Gesù costruisce una relazione per tirarti fuori da quel pantano. Che cos'è l'inferno fratelli
miei? E’ rompere le relazioni, per questo il termine diavolo, nella sua etimologia più profonda,
significa colui che divide, colui che rompe. Gesù invece, nella sua natura più profonda, è colui
che unisce colui che crea di nuovo comunione. Un altro episodio che mostra la tenerezza di Gesù
in maniera altissima e sublime è l'episodio del cieco che viene portato da Gesù. Quando Gesù
incontra questo cieco, dice il vangelo che lo prese per mano e lo condusse fuori dal villaggio.
Forse in mezzo a noi c'è qualche fratello non vede. Bene, quante volte a questi nostri fratelli
diamo il braccio o la mano per aiutarli a camminare ora immaginate; immaginate per un attimo
che in un momento della nostra vita siamo noi a non vedere, perché viene a mancare la luce e
vorremmo qualcuno che la accenda. Ora, Gesù non è quello che accende la luce è quello che ti
accompagna nel tuo buio perché tu possa fare un'esperienza di intimità con Lui. La guarigione
non è tanto tornare a vedere, la guarigione è non rimanere fermi nel buio. Questa è la
guarigione, per questo dice il vangelo che Gesù presolo per mano lo condusse fuori dal villaggio.
E perché lo conduce in disparte? Perché sta costruendo con lui una relazione di intimità! Allora
immaginate che i momenti della nostra vita in cui noi non vediamo più, sono quelli che possono
farci vivere la disperazione oppure possono farci entrare in una profondissima intimità con il
Signore. Sono proprio questi i momenti in cui il Signore ci dà la mano e ci conduce a una

relazione di intimità e lì opera il miracolo che tutti noi conosciamo, cioè fa del fango con la
propria saliva lo mette sugli occhi quest'uomo toccandoli e gli ridona la vista. La scena non è
proprio romantica, eppure ditemi che cos'è l'intimità se non questo. Gesù vuole dire che se noi
non entriamo con Lui in un'intimità così, non riceveremo mai quella guarigione interiore che
stiamo cercando; se vivessimo così i sacramenti, se capissimo che l'eucaristia, la confessione,
altro non sono che quella saliva di Gesù che ci tocca e ci guarisce, e che prendere il suo corpo il
suo sangue è entrare in una disarmante e totale intimità con Lui, questo dovrebbe cambiarci la
vita! La stessa cosa Gesù la fa col sordo-muto: gli tocca la bocca, la lingua e le orecchie. E poi
Gesù tocca i bambini. Sapete, anche i bambini non erano visti di buon occhio nella società
contemporanea a Gesù, eppure Lui dice “lasciate che i bambini vengano a me”, tocca i bambini,
benedice i bambini. Altre volte, poi, è Gesù che si lascia toccare. Pensate all’emorroissa, che
tocca Gesù e guarisce, pensate alla prostituta che tocca i piedi di Gesù e Simone il fariseo rimane
scandalizzato perché Gesù si lascia toccare da una così; ma anche i discepoli toccano Gesù:
Giuda lo bacia, è l'ultimo ad avere un rapporto profondo, intimo, concreto con Gesù a poche ore
dalla sua morte; e Gesù si lascia baciare da Giuda. E poi le folle che gli fanno ressa intorno che lo
stringono, che lo abbracciano e lo toccano: ecco io credo che qui ci sia tutta la vita cristiana, che
diventa tenerezza quando noi ci lasciamo toccare da Gesù e lo tocchiamo a nostra volta! Ora, se
dovessimo dire come si realizza questo nella nostra vita, se cioè volessimo comprendere qual è il
luogo dove possiamo toccare Gesù ed esserne toccati, la risposta è: nella preghiera! Noi
preghiamo veramente solo quando ci lasciamo toccare da Lui, l'autentica preghiera non è dire
delle cose, l'autentica preghiera non è adempiere un precetto, l'autentica preghiera non è la
religiosità con cui tante volte noi pensiamo che stiamo pregando; noi preghiamo veramente
quando permettiamo a Gesù di toccarci. Quindi la messa ci cambia la vita solo se la intendiamo
come il momento in cui Gesù tocca i nostri cuori e le nostre vite. Andare a messa perché è un
precetto non ti salva la vita, te la salva andare a messa perché Gesù, in quell’Eucaristia, possa
toccarti. Pensare di dire 100.000 rosari perché in questo modo la madonna ci ascolta non serve a
nulla, se però il rosario è il modo attraverso cui ci lasciamo toccare da Dio attraverso Maria,
allora quel rosario ci cambia la vita; se l'adorazione è lasciarci guardare da Lui, allora
quell’adorazione ci cambia la vita. La cosa che dovremmo chiederci è se noi concepiamo o no la
preghiera come il modo concreto attraverso cui il Signore tocca la nostra vita, perché se noi non
ci lasciamo toccare la vita nella preghiera tutto quello che stiamo facendo è una recita, non è
l'incontro con Qualcuno che ci salva la vita. Sarebbe bello tornare a casa dopo questa giornata e
ripensare le nostre pratiche religiose in quest'ottica, perché dovremmo andare all'adorazione per
lasciarci toccare da Lui che ci guarda, perché dovremmo leggere il vangelo per lasciarci toccare
dalla Sua Parola, perché dovremmo andare a messa per lasciarci toccare dal suo corpo e dal suo
sangue, perché dovremmo pregare il rosario per lasciarci toccare da Sua Madre, che colei che ha
prestato a Gesù la carne e il sangue. E così qualunque cosa che a che fare con la preghiera è
rivoluzionaria se è l'esperienza della tenerezza di Gesù, cioè l'esperienza di lasciarci toccare da
Lui. E al contrario, invece, qual è il modo di toccare noi Lui? Se la preghiera è il modo attraverso
cui Lui tocca a noi, è la carità la maniera attraverso cui noi tocchiamo Lui. Se noi non capiamo
che la carità non serve a star meglio, che la carità non serve a tenere a posto la coscienza, che la
carità non è una moda, non abbiamo capito nulla. Il vostro vescovo ha detto che la carità è il
cuore stesso del messaggio cristiano: noi abbiamo un Dio che è Padre, che però si è fatto anche
Figlio e si è consegnato nelle nostre mani. Il Gesù che ci tocca nell’Eucaristia per guarirci è lo
stesso Gesù che vuole essere soccorso, amato, abbracciato, custodito, confortato, riconosciuto
nel fratello che ho accanto. La carità è il modo attraverso cui la nostra vita spirituale diventa
reciprocità. Noi abbiamo bisogno di imparare la reciprocità nell'amore! Se la preghiera è il modo
attraverso cui noi permettiamo a Gesù di amarci, la carità è il modo attraverso cui noi amiamo
Lui; separare queste due cose significa fare ammalare il cristianesimo, se noi separiamo la
preghiera dalla carità, la nostra preghiera è narcisismo, la nostra preghiera non porta da nessuna

parte, la nostra preghiera è semplicemente una questione privata; se separiamo la carità dalla
preghiera, dobbiamo stare attenti, perché magari stiamo strumentalizzando la sofferenza degli
altri per stare bene noi e anche questo non aiuta! Preghiera e carità sono il modo attraverso cui la
tenerezza della misericordia di Dio entra nella nostra vita. Bene, vorrei lasciarvi esattamente con
questa con questa suggestione. Sono partito dall'inizio attraverso le parole di J. Vanier dicendo
che la tenerezza è dare corpo all’amore, e vi ho anche detto che forse la spiritualità della divina
misericordia è tale proprio perché cerca di salvare la concretezza dell'amore di Cristo. Se noi
pensiamo che il culto alla divina misericordia si riduce semplicemente a un orario, a una
preghiera, ad a una formula, questo significa essere caduti in quella grande trappola che il
diavolo ci tende per tenerci lontani dall’essenziale. Quella preghiera, quel rito, quell'orario,
quella memoria, sono tali solo e soltanto se ci spingono ad amare di più; se non ci stanno
spingendo ad amare di più, significa che noi non stiamo pregando. La grande prova del nove
della nostra preghiera è la carità, è la carità l'unica maniera attraverso cui noi possiamo
professare la nostra fede.
Signore Gesù, come posso fare a dirti grazie, come posso fare ad abbracciarti,come posso fare a
baciarti, a confortarti, come posso fare a lenire la tua solitudine? Attraverso il fratello o la sorella;
tutte le volte che ti inginocchierai davanti alle piaghe chi è ferito, di chi soffre, di chi è solo, tutto
quello che avrai fatto a uno di questi fratelli lo avrai fatto a me.
Allora voglio lasciarvi così, con questo ampio sguardo su preghiera e carità: sono questo il modo
attraverso cui la tenerezza di Dio ci salva e salva il mondo, perché non avrebbe senso lasciarsi
salvare se poi anche noi non salviamo gli altri. Per concludere questa mia riflessione vorrei
invitarvi a imparare questo, è un invito che faccio innanzitutto a me, che ho molta difficoltà,
perché posso essere bravo a scrivere un libro, ma ho difficoltà a usare il mio corpo nell'amore:
ricordatevi che ciò che cambia la vita delle persone è capire che soltanto quando le cose si
toccano possono davvero essere rivoluzionarie; dovremmo tornare al corpo del cristianesimo
innamorandoci del Corpo di Cristo, che è nell'eucaristia, nel povero e nel sofferente. Grazie

mercoledì 9 ottobre 2019

Don Luigi Maria Epicoco - Guarda avanti (testo)




Dal Vangelo di Luca (9, 57-62)“ Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».
Questo stralcio del Vangelo di Luca è un passo decisivo perché parla della sequela, cioè dei modi attraverso cui noi possiamo seguire Gesù. L’evangelista Luca racconta tre modalità, tre situazioni diverse tra loro ma accomunate dal fatto che chi ci sta dietro, cioè i discepoli, sentono l’esigenza di seguire Gesù. Permettetemi di aprire una parentesi: il primo passo della fede è un far crescere dentro di noi il desiderio di capire, di conoscere, il desiderio di incontrare Gesù che - tradotto teologicamente -  è il desiderio di seguirlo. Nasce come curiosità, magari cominciamo a pensarci sempre di più ed a dire che, forse, non abbiamo usato la nostra fede fino in fondo o che, forse, quello che abbiamo pensato del Vangelo, non era proprio quello giusto…così comincia a crescere dentro di noi una voglia, un desiderio profondo di seguire Gesù: è una sorta di sete che cresce insieme con noi ed è importantissima. Questo passo del Vangelo di Luca inizia dopo che è nata questa sete dentro ciascuno di noi. E nasce per tanti motivi: per l’incontro con una persona, perché uno è folgorato da qualcosa, per una situazione di sofferenza, per una situazione di gioia ecc… Io, da sacerdote, ho avuto l’esperienza di veder nascere questo desiderio di incontrare Gesù, nelle salse più diverse.
A volte, però, tutto rimane un grande aborto cioè rimane un grande desiderio e basta. Dopo un po’ questo desiderio comincia a scemare perché, se tu non ci costruisci qualcosa sopra questo desiderio, esso finisce. Come dico spesso, l’innamoramento non per forza poi diventa amore, uno può essere innamorato e poi, ad un certo punto, finisce tutto; non è scontato che se io sono innamorato, quella cosa poi diventi amore. Allora, questa sorta di volano che ci dà la fede all’inizio – questo desiderio di conoscerLo – crea quello che si chiama  il discepolato. I discepoli chi sono? Quelli che imparano, quelli che vanno dietro ad un maestro ed il Vangelo di Luca, con questi pochi versetti, ci spiega le motivazioni più disparate attraverso cui una persona sceglie o meno o è scelta per andare dietro a Gesù.
Un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E’ bellissimo, è una dichiarazione assoluta di discepolato; io, davanti ad una cosa del genere, gli avrei detto “Grazie!”. Invece, Gesù è durissimo «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo»: fratelli miei, il problema è sempre lo stesso! Se tu segui Gesù perché vuoi avere una certezza, hai sbagliato: Gesù non è una certezza così come ce la immaginiamo noi, non è un rifugio, non è una soluzione, né qualcosa che ti mette al riparo della vita. Dici…Ho Gesù, sto tranquillo, posso pure evitare di vivere….Molti di noi è così che pensano Gesù, come la soluzione a tutti i loro problemi, come qualcosa che non ci costringe più a vivere perché la vita ci fa soffrire, ci fa stancare, abbiamo Gesù e, quindi, possiamo evitare di far questo. Ci convinciamo che Gesù sia questa certezza e che non abbiamo bisogno più di nessun cammino perché c’è Gesù e ci sembra pure devoto questo pensiero! Ma non è così….Gesù dice che il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo, ce l’hanno le volpi, ce l’hanno gli uccelli del cielo ma il  Figlio dell’Uomo ti costringe a camminare. Voglio farvi capire quanto sia importante questa cosa: immaginate che uno abbia il desiderio di arrivare da qualche parte e non sa camminare; allora, ha bisogno di qualcuno che lo prenda in braccio e lo porti a quella destinazione. Costui può dire “se trovo qualcuno che mi prende in braccio e mi porta lì, ho risolto il problema”: ma Gesù non è questo.
Gesù non è un paio di braccia che ci prendono, ci stringono e ci portano da qualche parte: Gesù è la precarietà di due gambe che devono imparare a camminare. E’ una certezza in cammino Gesù, non una certezza che ferma il cammino. Esattamente come se tu puoi arrivare da un posto all’altro in braccio a qualcuno o da un posto all’altro perché qualcuno ti insegna a camminare.
Immaginate i bambini che devono imparare a camminare, a stare in piedi sulle loro gambe: all’inizio faticano, cadono, fanno piroette ma poi, pian piano, imparano. Questa è la certezza di Gesù: ti fa stare in piedi sulle tue gambe, passando attraverso la precarietà di questa educazione, al cammino. Quindi, se tu pensi che Gesù sia la soluzione alla tua vita perché ti evita la vita, quello non è Gesù. Uno dice a Gesù…Adesso vengo da Te ed hai risolto il problema del mio dolore…no! Gesù, io vengo da Te ed hai risolto il problema della mia famiglia…no! Gesù, io vengo da Te ed hai risolto il problema che vivo dentro la mia esistenza per quella ferita…no! Tu vai da Gesù e, da quel momento in poi, inizia un cammino che ti porta da qualche parte, non qualcosa che ti evita quel cammino. Io diffido sempre da chi dice…Gesù mi ha liberato da un momento all’altro da questa cosa…Non è educativo questo e Gesù stesso non lo fa con i discepoli. Se leggete il Vangelo, vi accorgerete che il cammino che fa fare ai discepoli è esattamente un cammino, non gli dice tutto subito; quando incontra Pietro, Giacomo e Giovanni non li fa sedere e gli dice di essere il Figlio di Dio, che a Gerusalemme sarà crocifisso e che poi risorgerà il terzo giorno, in modo che si preparino per quello che accadrà tre anni dopo. Gesù non fa così, ma li prepara e gli dice qualcosa quando pensa che loro siano pronti. E’ troppo facile camminare quando c’è un papà che ti mantiene le mani, poi quel papà o quella mamma ti lasciano ma tu non vorresti per paura di cadere: però è necessario che lo facciano, altrimenti tu non impari a stare in piedi sulle tue gambe.
La fede esige da noi che impariamo a stare in piedi sulle nostre gambe, cioè esige che ciascuno di noi impari davvero ad essere libero. Non ci sono sconti nella fede; non è che siccome uno ha la fede, ha qualcosa di scontato anzi è il contrario: la fede rende tutto più esigente! Se al mondo non importa nulla che tu sei seduto in un angolo e passi l’esistenza lì, per la fede questa cosa è inconcepibile, è inconcepibile che uno stia chiuso in un nido o in una tana. Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo quindi, se mi vuoi seguire, smetti di cercare rifugi nella fede.  E’ una conversione profondissima perché tutti noi abbiamo bisogno di rifugio, tutti noi abbiamo bisogno di pace, tutti noi abbiamo bisogno, ad un certo punto, di fermarci e vorremmo un guscio, un posto dove nasconderci. Una volta, andai a cena da una famiglia e mi rimase impressa la scena di uno dei figli piccoli perché i genitori mi raccontarono che, quando era stressato, si andava a mettere in un angolo tra il suo letto e l’armadio: lì si sentiva al sicuro, aveva bisogno di sentire qualcosa intorno a sé che lo proteggesse e, quell’angolo, era quel rifugio. Ecco, se tu pensi che la fede sia questo cioè un posto, nella stanza della tua vita, dove puoi andarti a rifugiare, non è così! Gesù è uno che viene in quell’angolo, ti prende e dice “Coraggio! Vieni fuori da qui! Torna in sala da pranzo…torna di nuovo a camminare, a vivere!”. Ecco perché Gesù risponde in modo esigente!
Seconda cosa… A un altro disse: «Seguimi». Questa è la cosa più bella della sequela: non tu che scegli di seguire Gesù ma Lui che chiede a te di seguirlo. Gesù cerca te e tu lo eviti, usando la vita. «Signore, concedimi di andare prima a seppellire mio padre»: chi di voi, con un po’ di cuore, non avrebbe concesso di andare a seppellire il padre? E’ un atto di carità, il Vecchio Testamento lo definisce un’opera di misericordia. Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va e annuncia il regno di Dio». Nella nostra vita ci sono cadaveri, zone d’ombra, parti della nostra storia che sono morte e, molto spesso, noi siamo ostaggio di queste parti morte della nostra vita. Ci sono cadaveri che non ci permettono di andare avanti: ferite, storie che abbiamo vissuto, dolori che ci hanno schiacciato, incomprensioni, tradimenti ecc…La nostra storia è piena di cadaveri che esigono che noi andiamo via da lì, che esigono di essere seppelliti. Soltanto che tu non riesci mai a seppellire davvero quei cadaveri! Cominci a fare la fossa, li metti un po’ dentro e poi rispuntano fuori, rigalleggiano dentro la tua vita. E tu dici…Signore, appena avrò risolto questo problema, comincerò a prenderti sul serio…Appena avrò chiuso questa mia ferita, allora comincerò a credere bene…Appena avrò superato il fatto che io mi sono sentito in quella maniera e, quindi, non riuscito ad andare avanti, ti seguirò…Dice Gesù “Smettetela di rimanere ostaggi dei cadaveri della vostra storia! Basta! Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”: cioè non vi fissate con delle cose che ormai sono accadute, non lasciate che quelle cose scelgano per voi, non rimanete ostaggi del passato. Significa questo: smettila di guardare indietro, se vuoi essere discepolo devi imparare ad andare avanti. Tu va ed annuncia il regno di Dio, guarda avanti, non guardare le tue ferite! Guarda avanti, non guardare quella cosa brutta che è successa! Lo sappiamo che è successo, lo sappiamo che c’è un morto ma che vogliamo fare? Vogliamo che quel morto diventi tutta la vita? Non è mancanza di carità da parte di Gesù, perché non sta dicendo di non avere carità nei confronti del padre, ma è come se Gesù stesse dicendo che bisogna accettare il fatto che quella cosa lì è morta e che bisogna liberarsi da questo. Il cadavere del padre  è il cadavere di una cosa che ha a che fare con la nostra storia, un pezzo importante della nostra vita da cui veniamo, da cui siamo stati messi al mondo, partoriti ed è questo il significato del cadavere del padre. Non si ha discepolato se tu rimani ostaggio del passato:….eh ma a me è successa questa cosa e non posso andare avanti…eh ma ormai io ho questa cosa quindi…. Tutte queste cose le ascolto nelle confessioni e le vedo anche con me: quante volte, nel leggere la Parola di Dio, dico al Signore di farmi superare un problema che magari mi porto dietro da quando ero bambino, così dopo potrò prendere sul serio qualcosa. E’ come se Gesù mi guardasse dicendomi “Ma basta con questa storia di quando eri bambino! Non sei più bambino, basta!”. Gesù dice questo non perché non vuole che io risolva quella storia ma perché non vuole che io ne rimanga ostaggio. Nessuno sta dicendo, quindi, che non dobbiamo prendere sul serio quello che ci è accaduto ma che, a volte, lo prendiamo talmente tanto sul serio che ne diventiamo ostaggi. Sì, consideriamo le nostre ferite, diamo un nome ai nostri cadaveri ma non passiamo la vita al cimitero: non possiamo rimanere ostaggi del passato.
Terza cosa. Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Io chiamo questa la disponibilità condizionata: si ti seguo ma fammi semplicemente congedare da quelli di casa. Potrebbe sembrare che non ci sia differenza tra questa situazione e quella precedente, invece, in realtà ce n’è molta: la prima sequela ci chiedeva di liberarci dall’idea di Gesù come una sicurezza che non ci fa camminare (Gesù è una sicurezza in cammino); la seconda ci chiedeva di liberarci dal nostro passato, smetterla di essere ostaggi del nostro passato ed andare avanti; la terza sequela è liberarci da rapporti che non ci fanno andare avanti.  E’ inutile negare che ci sono dei rapporti familiari – e per familiari non significa che si abbia lo stesso cognome – che sono molto dentro la nostra vita, che ci tengono in ostaggio e non ci aiutano ad andare avanti nella nostra vita. Il senso della risposta data in questo caso è quello di andare prima a congedarsi da casa per evitare che quelle persone ci rimangano male: noi siamo il capolavoro dei compromessi e, quindi, diciamo al Signore di volerlo seguire ma anche di voler tenere contenta una persona. Ecco il perchè della risposta di Gesù «Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio»: finchè si utilizzeranno gli accrocchi dei compromessi, non sarai libero. Devi trovare il coraggio di liberarti da alcuni rapporti che non ti fanno andare avanti perché, così come te li vivi, non sono rapporti liberanti, non sono rapporti di libertà che ti fanno diventare te stesso, non sono rapporti che ti aiutano a seguire Gesù.
Adesso vediamo un panorama della Parola meditata: mai farsi aspettative su Gesù pensando che ci eviti la vita, mai rimandare questo incontro con Gesù perché siamo ostaggi del passato, mai trovare compromessi in questo incontro con Gesù perché siamo ostaggio di alcuni rapporti. La libertà di camminare liberi da queste tre categorie: questa è la sequela vera, quella profonda, quella che ti fa accettare il fatto che il cammino  è sempre incerto, che puoi cadere, che i cadaveri ci stanno ma non devono decidere al posto tuo, che quella donna, quell’uomo, quell’amico o quella madre, quel padre o quel figlio esistono dentro la tua esistenza ma tu devi avere il coraggio di domandarti se questo rapporto ti sta facendo andare avanti o rimanere fermo. Ed è davvero amore rimanere lì fermo? E’ davvero una prova d’amore cercare sempre un compromesso in certi rapporti?
Quando il Signore ci domanda qualcosa, ricordate che ci dà anche gli strumenti per poter fare questo qualcosa: questo è un invito a non usare il fai da te. Torno a casa, rompo un piatto in testa al marito e gli dico che da oggi in poi non conta più niente per me e che mi devo liberare da lui: questo è il fai da te! Non dobbiamo fare questo ma, proprio per quello che abbiamo capito, dobbiamo cominciare un cammino  perché è sbagliato pensare che esista un mettersi in cammino che rinuncia alle certezze e questo Gesù lo sa tanto che, in certe giornate, le cose ce le fa capire ed in altre le cose sono un po’ più oscure. Anche noi abbiamo bisogno della carota, non andiamo avanti solo a bastone. E’ una utopia pensare di liberarsi del passato perché noi non possiamo mai essere completamente liberi dalla nostra storia, dobbiamo soltanto decidere che non abbia la parte preminente della nostra vita: se tu ti porti addosso la ferita di sentirti abbandonato, non è che ti svegli una mattina e, siccome vuoi seguire Gesù, di questa cosa non ne tieni più conto. Devi sempre domandarti però, anche se c’è quel cadavere, quanto sta decidendo al posto tuo. E’ utopico pensare di potersi liberare di tutti i rapporti che non fanno crescere; io stesso so che a mia madre posso dire delle cose fino ad un certo punto e che, da un certo punto in poi, non ci capiamo più. Non dico che lei non mi ama ma che se dovessi stare a tutto quello che, magari, mi dice mia madre, io non crescerei: allora, devo avere il coraggio di dire basta cioè non significa buttare via mia madre ma capire fino a che punto posso tenerla in considerazione e quando devo invece dire “Mamma stai là”. Certe famiglie vengono distrutte per l’ingerenza di altre persone che reclamano diritti di dover parlare sulla tua vita; voi sapere che va di moda o criticare il Santo Padre perché si chiama Benedetto XVI o acclamare il Santo Padre perché si chiama Francesco. In entrambi i casi non va bene, perché nessuno di noi può arrogarsi il diritto di dire come fare il Papa, uno può pure vivere in maniera tutta sua un pontificato ma tocca a lui scegliere come fare quella cosa, non devo dirglielo io! Invece, ogni tanto, ci sono questi maestrini che sanno come devi fare il prete, come devi fare la moglie, come devi fare il figlio o il marito e tutto viene mascherato dall’amore…Amici miei, se tu ti fidi che tuo figlio ha un cuore ed un cervello ed ha deciso di farsi schiacciare da quella donna è un problema suo, non tuo, non puoi costantemente ingerire nella vita di una persona anche se le vuoi bene. Niente ti autorizza ad esautorare la libertà di una persona in nome dell’amore. Se queste cose le subiamo, di solito, le facciamo anche; quindi, dobbiamo domandarci quanto siamo noi così, quanto siamo causa dell’ostaggio degli altri, quanto noi siamo cadavere nella vita dell’altro, quante volte noi ci poniamo come certezza per la vita dell’altro: amare però è aiutare l’altro ad usare la propri libertà, non usarla al posto dell’altro.
Gesù è uno che fa questo e ti dice che, se vuoi seguirlo, devi accettare questo: precarietà, libertà dal passato, libertà da rapporti che non ti fanno andare avanti. Questa è la sequela, questo è il cristianesimo: se una di queste tre cose non funziona o sei fermo o sei convinto di stare a camminare ma, in realtà, non è così.
…Da dieci anni offro al Signore questa mia ferita…Aspetta, stai offrendo al Signore questa tua ferita e poi?  Non hai fatto altro a parte fare offerta per dieci anni? Ma c’è un mondo oltre quella ferita ma ci siamo fissati che là è il problema e ci lamentiamo sempre…. Avanti, la vita va avanti e noi dobbiamo andare avanti con la vita e con Gesù che va avanti. Il Vangelo inizia con questa frase “Mentre andavano per la strada”: stavano camminando, Gesù è un treno in corsa e se lo perdi quel treno, arrivederci! Non sempre passano questi treni ma, quando passano, bisogna avere il coraggio di prenderlo altrimenti ci prende questo treno in pieno nel senso che viviamo la fede così male che, invece di tirare fuori il bene da quell’incontro, lo vivi come qualcosa che ti sta annullando, schiacciando.
Credo che queste tre tappe siano fondamentali per ciascuno di noi; allora, cosa possiamo fare? Domandarci in maniera leale che cos’è che andiamo cercando con la fede, che cos’è che ci tiene in ostaggio del passato, che cos’è che in alcuni rapporti non ci fa davvero andare avanti. Se prendiamo sul serio queste cose, amici miei, serenamente perché non possiamo risolvere tutto insieme ma ne verremo fuori, magari ci vorrà del tempo, il Signore ci dà tutto il tempo di cui abbiamo bisogno e, se non ci basta questa vita, ci dà pure un pezzo dell’altra. L’esistenza del purgatorio è una cosa bellissima perché, noi lo immaginiamo come un luogo di purga appunto, ma in realtà sono tempi supplementari: è come se Dio ti dice che, se anche non hai vinto la partita, ti dà ancora tempo per fare goal perché ci ama non per punirci. Il prolungamento del cammino anche nell’altra vita è segno di amore, non di punizione: certo è la punizione di voleva vincere la partita ed ancora non l’ha vinta, ma è l’adrenalina di una partita, non castigo. Se tu sai che sei figlio di Qualcuno che continua a darti minuti ed ad allungare la partita finchè non segni goal, che cosa vuoi di più dalla vita?
Chiediamo la Signore la grazia di poter vivere così questa sequela, la grazia di lasciarci guidare da Lui che deve stare sempre davanti a noi come Colui che guida il cammino e ti dice anche qual è il modo giusto di camminare.

venerdì 27 settembre 2019

Don Luigi Maria Epicoco - Che cosa vuol dire avere fede? (testo)




COSA VUOL DIRE AVERE FEDE?
di Don Luigi Maria Epicoco

Esiste un desiderio profondo di incontrare Gesù, di ascoltare cosa ha da dire a ciascuno di noi perché, forse, nemmeno noi, fino in fondo, riusciamo a capire che cosa ci attrae davvero.
Anche noi ci sentiamo un po’ come Pietro davanti a questo invito – forse un po’ piccato – di Gesù che dice “Volete andarvene anche voi..”… perché, quando tu cominci a seguire il Signore, quando cominci a prendere sul serio quanto il Signore ti sta chiedendo, quando il cristianesimo non è più semplicemente la raccolta punti delle messe domenicali, ma comincia a diventare qualcosa che ha a che fare con tutta la tua vita, con tutta la vita che accade fuori da una chiesa, allora tu ti accorgi che – a volte – è dura seguire il Signore e ci viene voglia di andarcene perché vogliamo cercare scorciatoie per vivere. Vogliamo trovare modi per vivere in modo meno impegnato la nostra vita, più leggero, ma la felicità è una cosa pesante: la felicità è tenere i piedi ben fissi a terra. Seguire Gesù, a volte, è faticoso ed ha ragione Pietro a dire “Da chi andremo Signore?”… Chi altro ha quelle parole di vita eterna che ci racconti Tu?
La domanda che ci poniamo con questa riflessione è difficile: che cosa vuol dire avere fede? Forse noi dobbiamo, però, partire dall’anti domanda cioè che cosa significa il contrario, ciò che fede non è. Anche noi siamo vittima di un pregiudizio rispetto alla fede: la fede non è quel qualcosa di cui ci siamo convinti.
Ad esempio, la fede non è un ragionamento convincente: se fosse così, basterebbe semplicemente ragionare sulle cose per poter avere fede. Avere fede non significa avere ragione, non significa crearsi la ragione in una discussione.
La fede non è un ragionamento convincente e non è neppure un’educazione: tutti noi che siamo stati educati cristianamente, dobbiamo stare molto attenti a non confondere la fede con l’educazione cristiana ricevuta. A cosa serve l’educazione cristiana ricevuta? A raccapezzarci, a saper rimanere a galla, a capire come un navigante su una barca può prendere una qualsiasi direzione per non perdersi. Ma è troppo poco raccapezzarsi per dire di avere la fede. La nostra educazione cristiana ci permette di stare nel mondo senza soccombere, ci aggrappa a dei valori importanti, significativi, che abbiamo preso dal Vangelo, ma il cristianesimo non è una questione di valori e non è una questione di educazione, non è qualcosa che ci può insegnare qualcuno a scuola.
Allora non è un ragionamento convincente, non è un’educazione ricevuta, non è nemmeno un’altra cosa pericolosissima: una consolazione psicologica. Siccome la vita è difficile, siccome tutti abbiamo paura di vivere, ci rifugiamo nel cristianesimo per trovare un antidolorifico, per trovare qualcosa che ci consoli: questa non è la fede in Gesù Cristo.
Questo lo capiamo subito leggendo il Vangelo: i discepoli non arrivano a Gesù per ragionamento, è Gesù che arriva a loro. La fede entra, irrompe nella vita dei discepoli perché Gesù li va a cercare ed incontrano questa fede perché gli succede qualcosa. E’ nell’esperienza che incontrano Gesù, non nei ragionamenti; è in qualcosa che è successo  dentro la loro vita che incontrano Gesù.
A me piace dire che, ciascuno di noi, vive tre stagioni importantissime nella propria fede: la prima è quella di cui si diceva sopra, la fede che indossiamo, la fede che ci raccontano gli altri, quella che impariamo al catechismo, la fede del segno di croce, dell’Ave Maria che impariamo a memoria, del Padre Nostro, la fede dei racconti degli altri, del comportarsi in un certo modo, la fede di amare, di rispettarsi, della solidarietà: ma questo è un livello di fede che non implica, per forza, un incontro con Gesù. Questa è una fede buona ma non ci salva la vita! Noi abbiamo la vita salva quando accade qualcos’altro cioè il cristianesimo non è più qualcosa che indossiamo ma qualcosa che arriva dentro il nostro cuore, qualcosa che oltrepassa i nostri vestiti, non è più un atteggiamento; non è più, semplicemente, qualcosa che abbiamo capito, ma qualcosa che ha toccato il nostro cuore, come quando ti innamori di qualcuno, come quando soffri, come quando ti piace qualcosa.
Non è più semplicemente qualcosa che passa attraverso la testa ma che giunge in una parte più profonda: è quello che succede a Pietro quando, per la prima volta, incrocia Gesù. In un’esperienza di profonda tristezza e depressione, descritta dal Vangelo come una notte buia nella quale questi pescatori non hanno preso nulla; la sensazione di fare un sacco di fatica e di non raccogliere nulla…vi ricorda niente? Di fare un sacco di fatica nelle nostre famiglie, nelle nostre relazioni, di fare un sacco di fatica nelle cose della nostra vita e ci sembra sempre di arrivare, alla sera, stanchi e senza niente, con le mani vuote, con le reti vuote come erano quelle di Pietro. E uno straniero, uno che loro non conoscono, che non sanno che è Gesù Cristo – perché questa è la bellezza del cristianesimo: Gesù non si traveste, per forza, da qualcosa di religioso per arrivare dentro la nostra vita ma si nasconde in qualsiasi ambito dell’esistenza, pur di arrivare a ciascuno di noi -, questo straniero si affaccia nella vita di quest’uomo triste e depresso che è Pietro e gli domanda il senso di quelle reti vuote.
“Non avete preso nulla”…che è un po’ come dire…Dì la verità, non sei veramente felice…Nessuno di noi ha il coraggio di dire, ad alta voce, questa cosa perché non vorrebbe offendere la donna che ha sposato, i figli messi al mondo, il lavoro che con tanti sacrifici è riuscito ad avere, le persone che ci circondano. Ma il problema vero è che non può iniziare nessun vero cristianesimo, dentro la nostra vita finchè non troviamo il coraggio di dire, ad alta voce, che forse non siamo veramente felici, ci manca qualcosa. Gesù viene a ricordarci, innanzitutto, l’evidenza di quelle reti vuote, il dire ad alta voce che ci manca qualcosa. A quelli che pensano che non gli manca nulla, Gesù non può dire niente, non può raccontare niente: il Vangelo si può annunciare solo ai poveri.  Il Vangelo si può annunciare soltanto a uno che sente questa mancanza, che si sente profondamente umano e sente il peso di cosa significhi essere umani.
Cosa c’è di più facile di manovrare una persona triste e depressa? Ma non è il metodo di Gesù perché Egli, prima di proporre qualcosa di grande, di decisivo nella vita di Pietro, gli riempie prima le reti: gli ridona di nuovo una pienezza, lo guarisce da questa tristezza ed insoddisfazione e, poi, gli propone qualcosa. Tutto questo per dirvi che, ad un certo punto, non reggono più le nostre educazioni, i ragionamenti cristiani: ad un certo punto, la vita ci inchioda davanti a qualcosa che ci succede ed è lì che il Signora si affaccia e fa una domanda che arriva al fondo del nostro cuore, che interpella ciascuno…ma sei felice? Che cosa stai cercando veramente? Che cosa ti riempie il cuore? Per che cosa vale la pena il fatto che ti sei svegliato stamattina? Scriveva una persona <>: ha ragione perché, a volte, ci vuole coraggio ad alzarsi dal letto la mattina, ad affrontare la vita, perché la vita non è semplice!
Che cos’è veramente la fede? E’ qualcosa di molto più grande. E’ un incontro che, in maniera indelebile, mette dentro ciascuno di noi la certezza che esista, al fondo della nostra vita, un bene. Non è più semplicemente raccapezzarsi o rimanere a galla, non è più semplicemente cercare di sopravvivere, non è più questo! Ad un certo punto ti viene dato un destino, hai una meta, hai un viaggio, hai un motivo di cui ancora non sai nulla, non conosci il nome proprio di questo destino, non sai che significa ma avverti che la vita nasconde un tesoro prezioso, che – dietro le cose contraddittorie di cui questa vita è fatta – è nascosto un tesoro di bene. E non sai perché! Perché – se ci ragioni – dici “Perché io credo che esista ancora un bene quando tutto mi dice il contrario? Anche i miei ragionamenti mi dicono il contrario! Anche le mie emozioni, a volte, mi dicono il contrario!”.
Perché la fede non è una questione né di pensieri, né di emozioni: è qualcosa di molto più profondo, è una vittoriosa certezza che noi non riusciamo a spiegare che esiste il bene e che tutta la nostra vita è ricapitolata in questo bene, che tutto è pieno di significato, anche le cose che non capiamo, anche le cose più contraddittorie. Non è più semplicemente una questione di consolazione, anzi, è questione di aprire gli occhi.
La fede è incontrare questo Gesù che imprime questo dentro di te!
Sarebbe molto bello se ciascuno di noi trovasse il coraggio di essere così concreto perché, a volte, noi pensiamo che qualcuno che ci annuncia il Vangelo debba semplicemente allargare la nostra visione del mondo: non è così ma io devo fermarmi e dire “Ho mai incontrato Gesù Cristo dentro la mia vita?”. Fratelli miei, non mi sto riferendo al fatto che, ad un certo punto, Gesù ci appare, non mi sto riferendo ad esperienze mistiche o straordinarie, a segni che attirano la nostra attenzione ma a qualcosa di molto più concreto. E’ mai successo qualcosa di decisivo dentro la nostra vita che ha impresso, nel fondo di noi stessi, questa certezza? A volte, Gesù, lo abbiamo incontrato in un buon padre, in una buona mamma, in una nonna, in un amico, in un professore, in un catechista, in un prete, in una situazione, l’abbiamo incontrato in un dolore come nell’amore per qualcuno.
Succede, ad un certo punto, qualcosa di concreto nella nostra vita, dove Gesù ci tocca: è quello l’inizio vero della nostra fede, quando sappiamo dire qual è il nome proprio di questo incontro. Non è offendere Gesù dire che il nome di questo incontro è quello di una persona precisa o di una situazione precisa; a volte sono cose che succedono o persone che incontriamo così, in maniera gratuita, che lasciano un segno indelebile come una bruciatura, come qualcosa che non puoi toglierti più di dosso perché la fede è un dono: il dono di un fuoco al fondo di tutta la nostra esistenza.
E’ questo che abita i discepoli quando incontrano Gesù. Molto spesso non sanno spiegare o raccontare Gesù, non sanno ridire le cose come Lui le sapeva dire. Spesso non sanno fare i miracoli che faceva Gesù, spesso devono fare i conti con la loro umanità, col fatto che arrivano pure a rinnegarlo o, per lo meno, a scappare davanti alle cose serie. Pensate come, davanti allo scandalo della croce, tutti gli amici di Gesù vanno via, scappano e  lo lasciano da solo. Ma sono persone che hanno incontrato Gesù: Giuda ha incontrato Gesù, è stato toccato da quest’uomo.
La fede non ci toglie la nostra umanità, non ci toglie la nostra miseria ma mette, al fondo di tutto, anche della nostra miseria, una luce, un bene.
Che cosa significa avere fede? Significa credere a questo bene che è al fondo di tutto, nonostante tutto, nonostante i ragionamenti, nonostante le emozioni contrarie, nonostante l’ingiustizia della vita che, tante volte, noi dobbiamo vivere. Ecco perché credo che sia assolutamente significativo il brano del Vangelo di Luca (Luca 18,1-8)  perché, dietro la storia di questa donna, forse c’è una parabola per ciascuno di noi. Chi è questa vedova? Una donna che ha perso il marito. Ma cosa simboleggia una donna del genere? E’ una donna che non ha più qualcuno che abbia cura di lei umanamente, non ha più le spalle parate, avverte che la sua vita non ha più alcun tipo di rassicurazione. E’ una donna che non vive più le sicurezze del mondo perché niente più, nel mondo, può rassicurarla: la sua sicurezza – che era suo marito . non c’è più. Questa donna che ha ormai le spalle scoperte, da un punto di vista umano, incontra davanti a sé un giudice iniquo; sembra una vittima questa donna, schiacciata dalla mancanza di qualcuno che le voglia bene e la vita che si manifesta davanti a lei come ingiustizia. Eppure, questa donna è raccontata da Gesù come l’emblema della fede perché lei continua ostinatamente a domandare qualcosa contro l’evidenza dell’ingiustizia di quel giudice.
“Fammi giustizia!” L’ostinazione di questa donna di credere, fino in fondo, al bene  nonostante la vita le abbia riservato la perdita delle sicurezze e la percezione di un’ingiustizia che la circonda. Il giudice, di fronte al quale lei si trova, è un giudice ingiusto. Quante volte la vita si manifesta a noi come un’ingiustizia, come qualcosa che non ci ripaga, come qualcosa che ci promette la felicità ma poi non ce ne dà, come qualcosa che dovrebbe riempire il nostro cuore e poi non lo riempie.
Credere significa essere ostinati: ostinati nel domandare, ostinati nel credere, ostinati nel fidarsi di questo bene. Noi, invece, che cosa facciamo quando ci succede qualcosa, quando ci crolla una certezza? Ciascuno di noi ha un marito che ha perso cioè ha una certezza che è crollata, a volte perché è crollata la salute, a volte è crollata perché hai perso la persona che amavi, a volte è crollata perché hai fatto un’esperienza difficile, altre volte perché perdi in senso materiale le cose. Quando tu ti accorgi che la vita in sé è inaffidabile, che le cose di questo mondo – ad un certo punto -  si perdono, quando tu ti scopri vedovo, quando tu ti riscopri come questa donna precaria, quello è il momento in cui noi crediamo moltissimo alle nostre spalle scoperte e cominciamo ad inginocchiarci davanti alla perdita delle sicurezze, diventiamo tristi e depressi. In quel momento pensiamo che il destino della nostra vita sia nefasto, sfortunato,  che noi siamo destinati a non essere mai felici perché non è possibile essere felici senza avere più nessuna certezza.
Che cos’è il Vangelo? Credere che noi siamo chiamati ad essere felici anche quando la vita ci toglie tutte le certezze. Tu credi questo? Perché se tu non credi questo, non credi nel Vangelo di Gesù. Gesù non è uno che ti promette che tuo marito non morirà mai o che non perderai mai nessuna sicurezza! Gesù non promette questo, non ci rassicura, ci dice che questa cosa, di avere le certezze crollate, può succedere nella vita. Ma tu credi che si possa essere felici anche quando tutto crolla? La professione di fede dobbiamo farla davanti alla nostra storia innanzitutto: la nostra storia ci interpella come qualcuno che dice “Vediamo se credi adesso, ora che il sole non splende più  e che è buio…tu credi? Ora che non hai più un bastone su cui poggiarti, credi? Ora che non hai più il tepore di qualcuno che ti abbraccia, credi?”.
Se la fede fosse qualcosa che abbiamo semplicemente inventato noi, abbiamo allora tutto il diritto ad essere atei, abbiamo tutto il diritto a perdere la fede; ma la fede che ci ha dato il Signore è più grande della nostra mancanza,  è più grande del crollo di tutte le nostre sicurezze. A che cosa dovrebbe servire pregare? A che cosa dovrebbe servire leggere il Vangelo o avere una vita spirituale? A prenderci un dono che noi non abbiamo ma che riceviamo: è il dono di essere felici nonostante la vita ci dica esattamente il contrario, nonostante tutto il nostro passato, la nostra storia, nonostante tutto quello che abbiamo vissuto ci dica che non è possibile credere in un Dio che, invece, può. Questa donna vedova si trova davanti ad un giudice iniquo: svegliarsi la mattina e cercare di fare una cosa buona per ricevere qualcosa di buono e tu non ricevi qualcosa di buono, ricevi batoste, le cose non tornano. La vita non è giusta, assomiglia a questo giudice: ma questa donna è ostinata! Anche se tutta la vita che affronta è ingiusta, anche se ha di fronte giorni in cui i conti non tornano, questa donna è ostinata “Fammi giustizia”…Voglio essere felice! Io credo! Potremmo tradurre così: io credo.  E Gesù dice che questo giudice - non perché sia buono o giusto ma per stanchezza – esaudisce questa donna.
 Questa ostinazione che ci ha regalato il Signore, che è la nostra fede, è più forte del mondo, è una fede che ha vinto il mondo – ci dice la Parola. Questo significa credere: poter sperimentare, dentro di noi, la forza di questa ostinazione. Avete presente quando un bambino piccolo deve prendere una medicina amara e la madre, per convincerlo, gli dà una caramella o un cucchiaino di miele? Certe volte, il nostro cristianesimo assomiglia a questo cucchiaino di miele: per ingoiare l’amaro della vita, la fede ci dà un cucchiaino di miele. No, fratelli miei, non è questo il cristianesimo! Il cristianesimo è l’ostinazione di questa donna, è sale, è coraggio, è carattere, è saperci mettere contro tutto e tutti, è sperare contro ogni speranza, è saper guardare la nostra vita in un modo completamente diverso, con una forza che non viene da noi e che, alla fine, vince, con una ostinazione in cui persino il giudice – persino la vita ingiusta – cede e dice “Tieni!”.
Ecco perché il mondo ha bisogno di noi, anche di tutti quelli che dicono che Dio non esiste e che noi siamo dei poveri illusi…nel loro cuore, ci guardano con la speranza che, invece, abbiamo ragione. Tutti, tutto il mondo ha bisogno dell’ostinazione di chi crede: in questo senso Gesù dice che noi siamo il sale della terra, la luce del mondo! Una persona che vede noi, non vede qualcuno che ha capito tutto o che ha la risposta a tutto, qualcuno che è rassicurato in tutto: noi siamo come tutti gli altri! Anche noi siamo dei poveracci, anche noi non abbiamo un ragionamento che ci spieghi tutto quello che succede, anche noi non abbiamo parole che spieghino il dolore innocente, anche noi, davanti ad un bambino che muore di cancro, non abbiamo parole  o ragionamenti…e se li avete, non siete cristiani. Perché il cristianesimo è silenzio davanti allo scandalo del dolore. Anche noi non abbiamo parole, anche noi viviamo la precarietà di questa vita, anche noi che abbiamo la fede.
Ma quel di più che ci è stato donato è rimanere ostinatamente vivi, nonostante tutto, ostinatamente aggrappati a questo bene, ostinatamente speranzosi,  ostinatamente capaci di andare avanti nonostante…Ma non è una forza che viene da noi: è una ostinazione che viene dal cielo! In questo senso, forse, ciascuno di noi dovrebbe domandarsi se gli basta semplicemente l’educazione cristiana: davanti alla perdita di qualcuno che te ne fai dei valori cristiani? Che te ne fai di qualche idea che qualcuno ti ha propinato? Che te ne fai di tutto quello che qualcuno ti ha dato da mettere addosso? Arriva un momento in cui la vita ti spoglia di tutto e i ragionamenti non reggono più…e quando sei nudo e crudo davanti alla cruenza della vita, che cos’è che ti rimane se non il fatto che, ad un certo punto, hai incontrato qualcuno che ha cambiato la tua vita!  E te l’ha cambiata, non perché ti ha spiegato, ma perché ha impresso dentro di te qualcosa che non potevi darti da solo.
Non so se ci avete mai fatto caso che il giorno del Battesimo, alla fine del rito, fra i gesti che compiamo esteriormente per dire quello che è accaduto, il sacerdote accende una candela al cero pasquale  - che rappresenta Gesù Risorto - e la consegna alla famiglia, la consegna simbolicamente a quel battezzato e dice “Questa è la luce della fede”. Poca roba…quanto ci vuole a spegnere una candela? Basta un soffio e, a volte, la vita è così piena di burrasche che – altro che soffio! – subito si spegne.
Che cosa significa, allora, essere dei credenti? Saper difendere questa fiamma delicatissima che si può spegnere da un momento all’altro ma che non ci fa disperare fino in fondo, finchè quella candela è accesa, il buio non arriva. Finchè quella candela è accesa, tu sai qual è il passo successivo che devi fare…forse non vedi, fino in fondo la strada, ma sai dove mettere i piedi.
Questa è la nostra fede: è qualcosa di infinitamente fragile ma di così infinitamente essenziale per ciascuno di noi. La fede non è la forza della spada: è la delicatezza della candela che ci viene consegnata nel buio pesto della storia. Gesù - che non aveva visioni edulcorate o romantiche della realtà - quando pensa a noi, lo fa con un realismo che non dovremmo mai perdere “Sarete come agnelli in mezzo ai lupi”: Gesù sa benissimo quanto è difficile, a volte, vivere e sentirci addosso tanti lupi. E c’è un lupo più pericoloso di tutti, un lupo che tutti ci portiamo dentro: è il lupo del nostro io, del nostro egoismo. Solitamente, questo lupo si mette alle porte del nostro cuore e non fa entrare nessuno, spaventa tutti, non fa entrare l’amore perché questo lupo del nostro io è sempre sulla difensiva, è un lupo che non si fida. Voi siete così:  inermi come agnelli davanti ai lupi ma ricordate chi è il vostro pastore, ricordatevi di chi siete.
Allora questo ci domanda il Signore: non ci chiede di diventare più cattivi o più forti dei lupi, ma di ricordarci semplicemente di chi siamo. E’ il nostro Pastore colui che vince i lupi, è il nostro Pastore colui che vince, innanzitutto, quel lupo che è a guardia delle porte del nostro cuore e che non fa entrare niente. E’ il nostro Pastore che vince i lupi che sono intorno a noi: quella parte ingiusta della vita è un lupo e Lui l’ha vinta con la croce! Il nostro Pastore è morto per salvarci la vita, per salvare la vita a ciascuno di noi.  Questa è la vittoriosa certezza della fede che è messa nel cuore di ciascuno di noi.  Potremo anche essere, per tutta la vita, come questa donna ma questa donna ha la vita salva, perché ha professato la sua ostinazione fino alla fine. Ed è particolare come il Vangelo si concluda con questa domanda che spero vi inquieti, che non vi faccia dormire “Quando il Figlio dell’uomo tornerà sulla terra, troverà ancora la fede?”…Troverà ancora qualcuno che è rimasto umano? Troverà qualcuno che crede in questa ostinazione che ci è stata messa nel profondo del cuore? Troverà qualcuno che crede ancora in questo destino? Troverà qualcuno che vive così?
O troverà perdenti che hanno creduto di più al fragore della tempesta che a Lui che dice “Non avere paura”? Troverà persone che hanno deciso di arrendersi al buio piuttosto che credere ad una luce nascosta di cui tu senti la presenza?
Tutta la fede cristiana non nasce da una visione ma da una Parola. La nostra fede viene dall’ascolto, non dalle visioni: le visioni sono evidenti ma, in questa vita, l’unica cosa evidente è che le cose non vanno. Ed una parola ci dice, invece “Non fidarti di quello che vedi, la vita vale la pena, la vita ha un senso”. Ma io vedo Signore che non ha nessun senso. “Tu fidati di me”.
Voglio concludere con la stessa sensazione che, credo, abbia messo Gesù addosso ad un uomo, ad un padre disperato di nome Giairo che cerca Gesù nella sua disperazione. C’è un momento, nella vita, in cui la sofferenza ci rende davvero dei poveri ed è lì che cerchiamo Gesù perché capiamo che ci manca qualcosa: tu puoi anche essere il capo della sinagoga,  puoi avere tre lauree, avere dieci milioni sul tuo conto in banca, puoi avere tutto sotto controllo, puoi essere la persona più onesta del mondo ma tutto questo non basta quando, ad un certo punto, la vita ti mette davanti a delle cose che sono più grandi di te. Quest’uomo è disperato, la figlia sta morendo, sono gli ultimi minuti di vita di questa bambina, e lui cerca Gesù in questa disperazione “Signore, vieni da mia figlia e guariscila” e Gesù si mise in cammino.
In realtà, succede qualcosa durante questo cammino, Gesù compie un altro miracolo ma perde tempo e, nel frattempo, questa bambina muore; allora, i servi di quest’uomo gli vanno incontro e gli dicono di lasciar perdere ormai, di non dare più fastidio a Gesù “perché tua figlia ormai è morta”; evidentemente morta, la morte come evidenza. Gesù fissa i suoi occhi negli occhi di quest’uomo e dice: “Tu continua solo ad avere fede” e si misero in cammino verso casa. 
Molte volte la vita ci dice che evidentemente è tutto finito: ricordatevi di questo Gesù che, invece, sussurra nel vostro orecchio “Tu continua solo ad avere fede”, tu continua soltanto ad essere ostinato, tu continua soltanto a credere a quello che senti essere vero nel profondo del tuo cuore: questa è la nostra fede, questa è l’ostinazione che ci salva, questo è ciò che ci riporta a casa, questo è ciò che rende la nostra vita piena di sapore, piena di sale. Una vita senza Gesù è una vita sciapita, che non ha più nessun senso, nessun significato: ad un certo punto, esauriamo il significato della nostra vita per quello che ci succede ma Gesù è l’unico che riempie sempre di significato la nostra vita. Avere Lui e rimanere aggrappati a Lui non significa avere una vita più semplice, ma una vita costantemente piena di sapore. Vi auguro che la vostra vita sia sempre così saporita e, quando toccherà a tutti noi finire il viaggio di questa esistenza, ricordate le parole di Don Tonino Bello “Fratelli miei che la morte vi trovi vivi”: questo è il segno della fede. La morte ci troverà vivi e sarà solo un passaggio per noi, sarà solo una Pasqua: allora sì che dalla parola passeremo alla visione e, quello che sentivamo essere presente, lo vedremo.
Può darsi che tutte le considerazioni fatte non siano vere oppure sì: solo noi possiamo decidere per che cosa vogliamo vivere. Da quello si capirà che fine faremo e che cosa succederà già da domani mattina.

mercoledì 4 settembre 2019

Don Luigi Maria Epicoco - Fate quello che vi dirà (testo)



FATE QUELLO CHE LUI VI DIRA’
La forza di quell’avvenga per me

di Don Luigi Maria Epicoco

Faremo un piccolo percorso perché il tema mette insieme due pagine del Vangelo: le nozze di Cana e l’Annunciazione. Prima di entrare nel cuore del tema, penso sia molto importante che io dica una cosa impopolare. Impopolare perché? Perché il nostro mondo non funziona secondo quello che vi sto per spiegare e, siccome noi viviamo nel mondo, molto spesso, la nostra mentalità ha a che fare con quella del mondo. Pertanto, mi scuso se, in questa prima parte - che non entrerà subito nel cuore del tema – dirò una cosa impopolare ma spero possa aiutarvi a fare una rincorsa per capireil tema che si affronta.
La domanda che apre la nostra riflessione è questa: come ha potuto Maria ascoltare la voce dell’Angelo? Come è possibile che questa donna, ad un certo punto, ascolti la Parola di Dio che le arriva attraverso l’Angelo?
La seconda grande domanda: come ha potuto Maria accorgersi che ad una festa, come quella delle nozze di Cana, manca il vino. E’lei che se ne accorge! Il Vangelo ci dice che è questa donna ad avere occhio, ad avere l’accortezza di capire che quella festa sta per trasformarsi in una tragedia. Come è possibile tutto questo?
Credo che se non rispondiamo a questa domanda, tutto ciò che diremo sarà bello ma non sarà vivibile per ciascuno di noi, perché tutte le cose belle che possiamo dire di Maria, della libertà del Vangelo, sono vere e belle soltanto se anche noi possiamo viverle. Noi possiamo vivere quelle cose belle e vere che incontriamo nel Vangelo e, soprattutto, in quella pagina straordinaria che è Maria. Maria ha una capacità di ascoltare ed accorgersi (tenete a mente questi due verbi perché sono i due verbi della vita interiore): Maria ascolta la parola dell’angelo Gabriele e si accorge che manca il vino alle nozze di Cana.
Perché vi ho detto che questa prima parte sarebbe stata impopolare? Perché viviamo in un mondo, in una cultura, in un modo di stare al mondo, che non ci fa vivere dentro di noi ma ci fa vivere fuori di noi. La grande predica del mondo non è sull’interiorità ma sull’esteriorità, cioè sul pensare che la cosa più decisiva della nostra vita, accade fuori di noi e non dentro di noi.
Nella storia della Chiesa, c’è un personaggio straordinario che è Agostino: è un convertito, uno che ha vissuto la sua vita con la sua intelligenza, la sua retorica, le sue doti ma, nel cuore di questa vita che sembra realizzata, Agostino ha un vuoto enorme, una insoddisfazione enorme, un buco enorme. Ecco, in quella mancanza, in quella insoddisfazione, Dio si fa spazio, lo mette in crisie, incontrando alcune persone decisive dentro la sua vita, Agostino si converte. Ricordate che la conversione nella vita di una persona – cioè l’incontro reale con Cristo - non avviene mai per ragionamento, avviene sempre perché incontriamo qualcuno: quando il catechismo ci dice che la chiesa è sacramento universale di salvezza, non sta parlando tanto del diritto canonico, né delle pareti di un tempio. Si sta dicendo quello che è la chiesa in sostanza cioè un intreccio di relazioni e, proprio questo intreccio di relazioni, è il sacramento che Dio usa per salvarci. Qual è la chiesa che Agostino incontra per salvarsi? Sua madre Monica, poi il Vescovo Ambrogio, Simpliciano, persone che gli sono amiche, che entrano dentro la sua vita e lo raccolgono da una situazione di crisi.
Ecco, noi incontriamo la chiesa quando incontriamo delle relazioni decisive che, ad un certo punto, ci portano all’incontro con Cristo. Perché abbiamo citato Agostino? Perché, dopo la conversione, nel libro delle “Confessioni”, Agostino dice…Ti cercavo ovunque, Ti cercavo nelle creature, Ti cercavo intorno a me, Ti cercavo nei ragionamenti, mi gettavo nelle creature, nel piacere, nella gioia che era nel mondo, in una grande esteriorità e Tu, invece, eri dentro me stesso, eri più intimo di me a me stesso…E’ molto interessante quello che scrive Agostino: sta dicendo che tutto quello che stiamo cercando dentro la nostra vita è  dentro di noi. Non lo dobbiamo cercare come si cerca qualcosa in una mappa, non dobbiamo cercarlo pensando– questa è la più grande tentazione –che la felicità esiste ma non è qui, è in un altro posto, che la felicità esiste ma non è in questo momento ma in un altro momento della nostra vita. La scoperta di Cristo è quella di accorgersi che tutto quello che tustai cercando, non lo devi aspettare come qualcosa che deve accadere, è qualcosa che è nascosto dentro di te. Scrive Agostino << In interiore hominehabitat veritas>>: è nell’interiore di noi, nel cuore di ognuno di noi, che abita la verità. Allora la più grande rivelazione cristiana non è andare in un posto, non è dire “arriverò a quegli anni e quelli saranno gli anni decisivi per me”…immaginate, per esempio, un giovane che dice “aspetto i 18 anni…” poi arrivano e non succede nulla! Allora uno dice… “dai facciamo 25 anni, solitamente il mezzo secolo è una bella tappa”…e, poi, sono finiti i 20 anni e cominciano i 30, finchè cominci a dire… “abbiamo tempo ci sono i 40 anni”…poi arrivano i 40 e mi sento ancora giovane, i giovani adulti, tutti modi di dire che stiamo aspettando che qualcosa accada in un tempo della nostra vita, in un tempo che ancora non riusciamo a vedere tant’è vero che, quando stiamo male, facciamo due cose fondamentalmente: o ci nascondiamo o non riusciamo a stare in un posto…sempre cambiare, cambiare, cambiare…oppure dobbiamo dormire, dormire, dormire… Sono due modi per non stare dentro la realtà: una persona si converte quando si accorge che tutto quello che sta cercando è qui, che tutto quello che sta cercando non è in un altro giorno ma in questo giorno, non è in un altro posto ma è in questo posto, in questo luogo cioè il posto, la geografia è il tempo in cui noi cantiamo le cose decisive della nostra vita, la nostra interiorità.
Per questo il mondo non vuole che noi entriamo dentro la nostra interiorità, perché se una persona entra dentro se stessa, sperimenta la libertà, sperimenta l’incontro con qualcosa che gli libera la vita, perché è l’incontro con un senso che riempie la sua vita. Chi sono le persone felici? Sono le persone che sonorealizzate? Non proprio! Le persone felici sono quelle che avvertono che, in tutto quello che stanno vivendo, c’è un significato. Tu non puoi dire “sarò felice se mi realizzerò in questa cosa o quest’altra” perché, a volte, la vita non ti dà l’opportunità di realizzarti in quel modo; la felicità è avvertire però che tutto quanto tu stai vivendo, anche la cosa più difficile, anche la cosa più faticosa, più brutta, è attraversata da un significato. E dov’è che ti accorgi che la tua vita è attraversata in un significato? In un libro? In un posto speciale? Dentro di te! Le persone libere sono le persone che si sono accorte di un avere un dentro e non semplicemente un fuori nella loro vita, si sono accorte che, la propria esistenza, non vale per la propria esteriorità ma per la propria interiorità. Allora la più grande rivoluzione che possiamo portare in questo mondo è portare l’impopolarità dell’interiorità, è portare in un mondo che ci spinge fuori, che ci spinge a riempire la nostra vita di tante cose per non pensare, in un mondo così – invece – fare noi qualcosa di trasgressivo: portare ciò che è dentro noi stessi, imparare la vita interiore.
La vita interiore (che non è ancora la vita spirituale, perché coltivare la vita interiore non significa ancora avere imparato che cos’è la vita spirituale… ma ci arriviamo nella grande rincorsa di cui dicevo all’inizio)…Nessuno può pensare di essere libero se non riscopre la propria interiorità, nessuno può dire davvero di poter sperimentare la libertà, se non si allena alla propria interiorità. E l’interiorità è fatta di tappe, a volte molto faticose, tappe che il mondo non favorisce: tu devi strappare, con tutto te stesso, le cose che sto per dirvi dalla mentalità del mondo.
La prima è la capacità in silenzio: una persona impara che cos’è la propria interiorità quando si allena al silenzio. Il silenzio è fatto innanzitutto a livello fisico: abbassare il volume di tutto ciò che riempie la nostra esistenza. Sapete, ci sono delle volte che noi non riusciamo a rimanere da soli, fermi, in un posto senza tenere qualcosa che parla: la tv, della musica, qualcosa che riempia il nostro silenzio. C’è una cosa che ci spaventa tantissimo: è il silenzio! Invece, noi dovremmo imparare ad allenarci al silenzio: dovremmo dire che, prima ancora di dire se sappiamo pregare, dobbiamo domandarci se noi ci siamo mai allenati a stare in silenzio, a viverci il silenzio, ad avere degli spazi, dentro la giornata, che sono spazi di silenzio. Non dico ore ed ore, però, la vita di una persona comincia a cambiare se, ogni giorno, quella persona ha la costanza di prendersi 10 minuti di silenzio. Sapete come traduce il Vangelo il silenzio? Con una immagine bellissima e dice: “Entra nel segreto della tua stanza”.
Perché a noi non piace il silenzio? Perché ci fa fare i conti con noi stessi e noi non vogliamo fare i conti con noi stessi; perché ci fa toccare, a volte, l’angoscia che ci abita; il silenzio ci fa toccare il vuoto che attraversa il nostro cuore. Siamo spaventati dal silenzio; eppure, non conosciamo nessuna via che ci riporti più autenticamente a riscoprire l’interiorità, se non il silenzio. Il Vangelo ci dice che Maria era capace di silenzio e lo dice a più riprese, soprattutto perché, nel Vangelo, Maria fa ma parla pochissimo e, quando fa qualcosa o parla, il Vangelo subito chiosa le sue parole o azioni, dicendo:“Ella serbava tutte queste cose, meditandole nel proprio cuore”. Allora, soltanto dopo che ci siamo allenati al silenzio, significa che abbiamo varcato la grande porta della nostra interiorità. Immaginate questo viaggio dentro di noi, questa capacità di entrare dentro di noi, come una persona che comincia a fare sport; nessuno può fare sport senza riscaldamento, senza prepararsi con un adeguato riscaldamento, altrimenti gli esercizi fanno male, non sono salutari. Allora cosa ci prepara alla preghiera? Allenarci al silenzio.
Amici miei, questo allenamento è fatto su ciascuno di noi ed è a misura di ciascuno di noi: magari a uno basta un mese vissuto nell’allenamento di 10 minuti di silenzio al giorno per cambiare la percezione della sua interiorità; un altro, invece, deve lavorare 10 anni su questo silenzio… ma non scoraggiatevi! E’ sicuro che, se noi non impariamo il silenzio, significa che non possiamo nemmeno entrare in quel luogo in cui si manifestano le due cose decisive della vita, che Maria si porta addosso: ascoltare e accorgersi.
Non avete anche voi il desiderio profondo di dire: ma qual è la volontà di Dio nella mia vita? Quando una persona si fa una domanda vocazionale, cioè una domanda alla quale rispondere per dire che la propria vita ha trovato un senso, la domanda vera è questa: che cos’è che rende la mia vita significativa? Volete che qualcuno risponda a questa domanda? Allora dovete allenarvi all’ascolto, perché a questa domanda non si risponde per ragionamento, non si risponde per logica, si risponde perché qualcuno ci risponde a questa domanda.
Noi siamo cristiani e credenti, pensiamo che la fede è un fatto decisivo dentro la nostra vita, perché sappiamo e crediamo che le domande più importanti della nostra esistenza hanno una risposta, non servono semplicemente a metterci in crisi. Le domande significative della nostra vita non servono semplicemente ad inquietarci, a toglierci il sonno: hanno una risposta! E Dio muore dalla voglia di rispondere a queste domande, ma se noi siamo capaci di ascoltarLo.
Solo se una persona si è allenata nell’interiorità, può avere anche la pretesa di dire: Gabriele mi sta parlando, mi sta rivolgendo un saluto, mi sta portando un annuncio. L’annuncio di ciò che è significativo dentro la nostra vita, inizia quando comincia il silenzio.
La seconda parola impopolare, dopola parola silenzio, è la parola solitudine; quando noi pensiamo alla solitudine, non dobbiamo pensarla come ad una forma di isolamento, né di punizione o fuga dagli altri, ma è la grande capacità, a volte, di staccarci da tutto quello che ci trattiene dal tornare dentro noi stessi. Tutti noi, ad un certo punto, abbiamo bisogno di questa solitudine: è bisogno di prendere distanza con quello che uno sta vivendo.
Noi siamo spaventati dalla solitudine, perché la nostra generazione è ferita soprattutto nelle relazioni, e la maggior parte delle ferite che hanno a che fare con le nostre relazioni, sono ferite di abbandono: chi doveva amarci non lo ha fatto come avrebbe dovuto e, quindi, noi abbiamo sperimentato il dolore di sentirci abbandonati, non voluti, non accettati ed abbiamo paura della solitudine perché, molto spesso, ci ricorda l’essere abbandonati, l’essere da soli, non avere nessuno. La solitudine, invece, è necessaria nell’incontro con noi stessi e nell’incontro con Dio. Cosa ci prepara ad entrare dentro noi stessi? La capacità di stare un po' da soli, di prenderci un tempo per noi, un tempo di silenzio ed un tempo da soli.
Ma queste due cose non servono a nulla se non ci aggiungiamo questa terza parola: fedeltà. Che cos’è che ci fa crescere in un percorso di riscoperta della nostra interiorità? La costanza. Amici miei, non importa la quantità, non importa che noi passiamo ore ed ore a fare quello che sto dicendo! Bastano anche pochissimi minuti ma avere la costanza di vivere quei minuti quotidianamente; cito spesso la fiaba del Piccolo principe…la volpe cerca di spiegare al piccolo principe che cosa significa addomesticare e gli dice “ogni giorno io verrò qui alle 4, e mi metterò lontanissimo da te perché ho paura, non ti conosco e ci vedremo ogni giorno lì alle 4, ma ogni giorno mi avvicinerò sempre un po' di più. Ogni giorno, questo rito di vederci lì alle 4, ci avvicinerà fino al punto in cui io sarò vicino a te e non avrò più paura di te. Da quel momento in poi, tu mi avrai addomesticato”.., Ecco,  se noi non impariamo costanza e fedeltà, ci comportiamo come quelli che partono con grande entusiasmo, durano un paio di giorni e poi dicono….allora, dopo due giorni di palestradove sono gli addominali?...la costanza! La fedeltà! Non c’è interiorità senza fedeltà.
Siamo alla terza parola: silenzio, solitudine, fedeltà. Vedete come il mondo ci dice il contrario?Rumore, parole continue, stare sempre con qualcuno e mai da soli, quando ti annoi di qualcosa cambia, non essere fedele…questo dice il mondo.
La quarta parola che penso sia importante è la parola sincerità. Non si può avere nessuna vita interiore se non si è leali con noi stessi. Per essere leali con noi stessi, abbiamo bisogno di qualcuno che ci voglia autenticamente bene e ci aiuti a fare verità su noi stessi, ad insegnarci ad essere sinceri con noi stessi. Se leggete l’esortazione apostolica scritta dal Papa dopo il sinodo dei giovani, “Christusvivit”, il Papa dedica uno spazio agli accompagnatori spirituali e dice che, nella chiesa, bisognerebbe istituire un ministero appositamente per far questo, cioè accompagnare spiritualmente le persone, soprattutto i giovani.  A cosa serve uno che ti accompagna spiritualmente? Non a rispondere alle tue domande. A cosa ti serve una persona che ti accompagna? Non a toglierti le castagne dal fuoco. Una persona che ti vuole autenticamente bene e ti accompagna spiritualmente è una persona che ti aiuta a fare verità su te stesso. Voi avete una persona da cui accettate la verità su voi stessi? Avete una persona che vi può dire esattamente quello che siete, senza sentirvi offesi, senza mettervi sulla difensiva…? Vi sentite talmente voluti bene che questa persona può aiutarvi a fare verità su voi stessi, cioè vi può dire…Siate sinceri…
Come agisce il male nella nostra vita? Non facendoci mai trovare qualcuno che ci aiuta ad essere sinceri con noi stessi, a difenderci da questo per vergogna, per paura del giudizio, perché non vogliamo scandalizzare, perché non ci sentiamo capiti…sono tante le scuse che ci spingono a non essere sinceri gli uni gli altri. Invece, abbiamo bisogno di verità, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti ad essere sinceri con noi stessi.
Finisco la parentesi di impopolarità prima di entrare nel tema: se noi non impariamo la vita interiore, Cristo è qualcosa che tu indossi e che smetti di indossare a convenienza, ma non è qualcosa che ti cambia la vita…Cristo o lo incontri nella parte più decisiva di te  -che è il tuo cuore  - oppure non ti serve. Questo è il grande insegnamento di Maria: Ella ha potuto prendere sul serio la volontà di Dio dentro la sua vita, perché era allenata a questo ascolto, all’interiorità. Maria ha potuto accorgersi di questa mancanza alle nozze di Cana, che stava per diventare tragedia, perché era allenata ad accorgersi, perché aveva interiorità.
Silenzio, solitudine, fedeltà, sincerità: non sono, forse, queste le parole che ci aiutano ad imparare cosa significa pregare o avere una vita spirituale? Facciamo un passetto avanti: cosa significa passare dalla vita interiore alla vita spirituale? Questo è il passo che fa lo Spirito dentro ciascuno di noi: da dove inizia questo lavorio dello Spirito? Da una cosa molto importante: dentro noi stessi non abita un vuoto ma un pieno.
Qual è la differenza tra lo yoga o le tecniche di rilassamento, tra lavorare su noi stessi e fare training autogeno (perché potrebbe essere anche questa la vita interiore) ed il cristianesimo? La maggior parte di queste tecniche servono a svuotarci da preoccupazioni, paure, insicurezze, ansie…tutte cose belle…Ma a noi, la vita interiore, non serve per svuotarci ma per incontrare un pieno, non per creare un vuoto: questa pienezza ha un nome proprio che è Cristo! Cristo è la pienezza che abita nel cuore di ciascuno di noi. Perché dobbiamo imparare il silenzio e la solitudine? Per fare vuoto? No! Per incontrare questo grande pieno che è Gesù Cristo che abita dentro ciascuno di noi. E che cosa fa Gesù Cristo dentro ciascuno di noi? Fratelli miei, ci parla! Dice a ciascuno di noi la volontà di Dio, quello che riempie la nostra vita di significato; è Colui che ci incoraggia, è Colui che dice “Segui me non seguire quell’altro che abita dentro di te”:  è il male che pure abita dentro di te e che, solitamente, vuole spostare la nostra attenzione non su quella pienezza, ma sul vuoto che ci deprime e ci angoscia…Non c’è niente per te! Niente riempie la tua vita di significato…tu non sarai mai felice…tu sei sbagliato…questo ci dice il male che ci abita. Chi fa la differenza in questo? Noi! Perché solo noi, con la nostra libertà, possiamo decidere chi ascoltare. Non possiamo decidere cosa incontrare dentro di noi, perché non dipende da noi, ma possiamo decidere chi ascoltare dentro di noi: quello sì che dipende da noi! Questa è Maria ed è lì che comincia la vita spirituale, perché essa è sentire la voce di Gabriele, è sentire Dio che ci sta parlando.
“Avvenga per me quello che hai detto” dice Maria nel Vangelo dell’Annunciazione: in maniera molto pratica, Maria ci sta dicendo una cosa importantissima cioè che, il primo modo di ascoltare la Parola di Dio, è quella di prendere sul serio ciò che ci sta accadendo. Dio ci parla sempre attraverso la nostra vita: problemi, cose belle o brutte, cose che vorremmo o non vorremmo. Uno impara alla maniera di Maria quando, vivendo cose che gli stanno succedendo, dice…Sì le voglio affrontare! Anche se non le ho scelte, io le voglio affrontare dentro la mia vita! Imparare a dire di sì a ciò che ci accade: questo è il primo modo di capire che cosa il Signore ci sta dicendo. Se tu non prendi sul serio la vita che hai davanti, anche se non ti piace, non riesci a capire quello che il Signore ti sta dicendo e passi tutta la vita ad essere arrabbiato – perché ti sta succedendo quella cosa - e a voler scappare da quella cosa. Con questa rabbia e questa volontà di fuga, nessuno può parlarti, perché ciò è possibile soltanto se tu dici “Va bene, avvenga per me quello che sta succedendo…Eccomi, sì”.
In questo senso, noi dovremmo imparare la preghiera: essa serve ad accogliere ciò che ci sta succedendo nella vita. A cosa dovrebbe servire la nostra preghiera? A non dover scappare davanti a tutto quello che la vita ci sta riservando, perché, soltanto se prendiamo sul serio la vita, cominciamo a capire anche qual è la volontà di Dio per ciascuno di noi.
Ma attenzione! Sentite quanto è consolante il Vangelo di Luca, quando ci spiega che cosa succede a Maria; quando incontra l’Angelo Gabriele non è che Maria dice “Eureka! Ho avuto l’illuminazione! Adesso so tutto!”...Qual è la reazione di Maria davanti a quell’angelo? La confusione: non capisce fino in fondo che cosa le sta dicendo il Signore, come capita anche a noi che non capiamo fino in fondo che cosa ci sta dicendo il Signore, in mezzo ai tanti problemi o situazioni che viviamo.
Maria capirà la volontà di Dio un po' alla volta, ma fa qualcosa di straordinario e rivoluzionario: ci insegna che la libertà è rischiare di fidarsi di Dio, prendendo sul serio la vita che abbiamo.
Rischiare di fidarsi di Dio, prendendo sul serio la vita che abbiamo: guardate che noi ragioniamo al contrario…diciamo…Signore cambiaci questa vita e noi la prenderemo sul serio e, se non hai idee, ti forniamo noi la fotografia della vita che vorremmo…insegnare a Dio a fare Dio.
Noi facciamo questo, ma la preghiera è il contrario! E’ dire…Signore io non ci capisco niente, sono in piena confusione ma io mi fido di Te e prendo sul serio quello che c’è in questo momento...
Fino a questo momento, abbiamo riflettuto sulla seconda parte dell’argomento, l’avvenga per me…La seconda grande lezione che ci dà Maria, questa volta alle nozze di Cana (quindi facciamo un passo indietro verso “fate quello che vi dirà”)…da dove nasce questa parola? Che cos’è che rende possibile il miracolo in quella festa di nozze che sta per trasformarsi in tragedia? Il miracolo inizia da una cosa molto semplice: inizia da Maria che va da Gesù e gli dice “Non hanno più vino”. Che cos’è che scandalizza di questa pagina del Vangelo? Noi ci aspetteremmo una risposta positiva, immediata, da parte di Gesù; invece, Egli dice “Che ho a che fare con te oh donna? Non è ancora giunta la mia ora”. Tradotto questo significa che tu vai a pregare ma, nella preghiera, invece di trovare quello che ti aspetti, sei deluso…Qui devo farvi una domanda importante? Siete disposti a credere che Dio vi ama anche quando la preghiera vi delude? Questa è la più grande rivoluzione che ci insegna Maria! Se tu ti aspetti che la preghiera ti dia soddisfazione, è lì che noi, a volte, rimaniamo a bocca asciutta; a volte, la preghiera ci delude, non perché Dio vuole deluderci ma perché noi abbiamo categorie affettive, psicologiche, spirituali che, a volte, sono ferite. Sono ferite dal peccato originale innanzitutto, ma anche dal male che abbiamo subito, dal dolore che abbiamo sperimentato: quando una persona, ad esempio, non ha mai potuto fidarsi di qualcuno nella vita, è difficile credere che di Dio puoi fidarti e, per quanto tu glielo dica, dentro di te c’è una resistenza che ti dice “Non fidarti!”. Questo significa che, molto spesso, quando tu preghi, lo fai così come sei e, così come sei, a volte, la percezione che hai di Gesù è quella di Gesù che ti dice “Io non voglio avere niente a che fare con quello che mi stai dicendo...”: è deludente!
Sei disposto a credere che Dio ti ama anche quando la preghiera ti delude? Solitamente, quando la preghiera delude, noi ce ne andiamo. No! Rimanere lì, credere che Dio ti ama anche quando la percezione della tua preghiera è deludente; per questo Maria, dopo che Gesù le risponde in quel modo, agisce e va dai servi come se Gesù le avesse detto “Ci penso io”. Maria va dai servi e gli dice “Fate quello che Lui vi dirà”:sembra quasi che Maria metta spalle al muro Cristo.
Credo che questa sia una lezione immensa per ciascuno di noi: è difficile essere liberi se noi non ci lasciamo deludere nella preghiera, perché crediamo più al fatto che Dio ci ama che al fatto che è la nostra preghiera che ci dà soddisfazione. Quanto sarebbe bello poter ragionare come Maria! Muoversi nella vita sapendo che è impossibile che a Dio non interessi di noi, che a Dio non interessi il nostro vuoto, il vino che manca. La mancanza di vino è la mancanza di gioia: hai salute, intelligenza, lavoro, delle persone accanto, una famiglia…che cosa ti manca? La gioia.Sono un passionista, porto anche l’abito, ma cosa ti manca? La gioia. Ho una moglie accanto oppure ho un figlio ma cosa ti manca? La gioia.
Capite che la cosa più decisiva della vita è sentire la gioia: questo è il vino, e Maria sta dicendo che manca il vino, manca gioia…vede un frate, un prete, una suora e dice “Manca gioia”…sta per succedere una tragedia perché, quando in una vocazione manca la  gioia, succede sempre una tragedia! Vede una famiglia e dice “manca gioia in quella famiglia”…sta per succedere una tragedia. Vede un giovane e dice “in questi ragazzi manca gioia”…sta per succedere una tragedia. Questo sta dicendo Maria! Come può Cristo ignorare questa mancanza di gioia dentro la nostra vita?
“Fate quello che Lui vi dirà”: ecco il più grande esorcismo che Maria ci insegna contro la delusione che, tante volte, noi sperimentiamo nella vita spirituale. A volte capita che alcuni dicano…ora mi metto a pregare, faccio una bella novena, mi rivolgo a questo santo, faccio questo ed ho risolto il problema. Poi si fanno novene, tridui, si va a messa, ci si confessa, insomma si fa tutto quello che, nella nostra testa, dovrebbe portare quel beneficio e qual è la risposta? Vi è mai capitato che, dopo aver pregato, le cose peggiorano?…Pensiamo che, forse, era meglio non pregare!? Non ci lasciamo distrarre da questo, pensate a Maria e pensate a come Maria esorcizza questo problema.
Come? “Fate quello che Lui vi dirà”. Se voi pensate a Maria ed al ruolo che ha in tutta la storia della chiesa…sono stato da poco a Lourdes e poi al festival dei giovani a Medjugorje e, qualche settimana prima, a Fatima, e ciò che unisce tutte queste esperienze, tutte le mariofanie, sta in questa frase: fratelli miei, Maria ha il grande ruolo di dirci “Fate quello che Lui vi dirà”. Adesso cerco di tradurvelo in maniera esistenziale, così che ve lo potete trattenere e portare dentro la vostra vita.
Perché Maria dice così, risponde in questo modo? Perché Maria sta difendendo la bontà di Dio contro la delusione della preghiera che ha appena fatto. Quindi, primo grande passo: credere che Dio ci ama contro tutto e contro tutti, anche quando le cose ci dicono esattamente il contrario, difendete, con tutto voi stessi, l’amore di Dio. Dio vi ama! Non mettete mai in crisi questo perché, se mettete in crisi l’amore di Dio, tutto crolla. Il male fa questo: vuole convincervi che non siete amati, vuole convincervi che Lui non sacrificherebbe mai suo Figlio per voi…invece Egli lo ha fatto, ha dato suo Figlio per ciascuno di noi! Difendete questo!
La seconda cosa: “Fate quello che Lui vi dirà” cioè Maria stabilisce una relazione assoluta con Gesù. Allora come si fa ad ascoltare, a fare quello che Gesù ci dice? Quali sono i luoghi dove incontriamo Gesù che ci dice che cosa fare? Sapete che, nel Vangelo delle nozze di Cana, Gesù dice una cosa molto semplice cioè di prendere le otri e di riempirle di vino e, poi, di portarle a tavola. La faccenda è semplice, però, quei servi diventano protagonisti di un miracolo,perchè ascoltano quello che Gesù gli sta dicendo e lo fanno. Sembra una cosa semplice! Ma è una cosa semplice e lo fanno perché è Gesù che glielo dice. Volete un altro esempio nel Vangelo? Non hanno pescato per tutta la notte e Gesù gli dice di gettare le reti...le avevano gettate pochi minuti prima e non avevano preso niente, ma glielo dice Gesù di rifare quella cosa: è perché glielo dice Gesù, e loro lo fanno, che tirano fuori le reti piene di pesci. Non è dalla semplicità o dalla complicanza delle cose che facciamo che avremo un risultato, ma dal fatto che  quelle cose ce le sta domandando Gesù: per questo hanno una efficacia. Allora dov’è che Gesù ci dice che cosa fare? Vi lascio tre luoghi dove, costantemente, potete fare l’esperienza di “Fate quello che Lui vi dirà”: il primo grande luogo è il Vangelo, il secondo è il cuore, il terzo luogo è la chiesa.
Primo: se non riscopriamo un genuino, costante, quotidiano, profondo, appassionato, familiare, ostinato amore per la Parola di Dio, noi saremo solo in balia delle nostre emozioni e dei nostri sentimentalismi. Solo la Parola di Dio ci fa incontrare Dio che ci parla. Non è vero che Dio ci parla anche con i pensieri e le emozioni perchè, a volte, nei pensieri e nelle emozioni, è anche il male a parlarci: come fai ad accorgerti che è Dio o il male se non hai un termine di paragone? E questo grande termine di paragone è la Parola di Dio: solo quando tu hai familiarità con la Parola di Dio, ti accorgi quando è Parola di Dio e quando non lo è. Nessuno può dire “sto facendo quello che Gesù mi dice” e non sa neanche come si apre il Vangelo. Dobbiamo imparare, di nuovo, la familiarità con la Parola di Dio.
Secondo luogo dove Dio ci parla: la tua coscienza e, scusate, se uso questo termine al posto di quello più conosciuto, che è il termine cuore. Dico coscienza perché, spesso, noi abbiamo la coscienza pulita perché non l’abbiamo mai usata! In questo senso è pulita, cioè nessuno ci ha insegnato ad usare la nostra coscienza, ad usare il nostro cuore. Non andate lontano! Non andate a cercare gli oracoli! Dice uno “Farò migliaia di kilometri per andare da quello, ma proprio da quel prete, da quella suora, da quell’uomo, da quel medico perché lui sì che ha la risposta!”. Avete una coscienza ed un cuore: lì sì che c’è lo Spirito di Dio che vi sta parlando, imparate ad entrare in questa grande stanza che è il vostro cuore. Ci sono due sedie nel cuore: in una c’è seduto Gesù e nell’altra, dovete sedervi voi,guardarvi in faccia e parlarvi. Per questo il Papa sta per canonizzare un grande Santo dei tempi moderni che è Newman: egli ci ha insegnato che esiste una coscienza che non è individualismo (cioè del tipo questo lo penso io quindi è vero). La coscienza non è un luogo soggettivo, ma è un luogo oggettivo, dentro di noi: abbiamo, però, bisogno che qualcuno ci insegni la strada per usare la coscienza ed il cuore. Quando la coscienza ed il cuore funzionano, lì Dio ti parla, Gesù ti dice che cosa devi fare. A Lourdes, la Provvidenza mi ha messo di fronte ad una comunità di frati conventuali  - vicini alla casa dove viveva la famiglia di Bernadette – che fanno l’apostolato di spiegare qual è il ruolo dell’Immacolata Concezione nella storia della Chiesa, portando, come esempio, questa grande figura di San Massimiliano Maria Kolbe, un frate convenutale morto nei campi di concentramento. Una mattina vengono scelti degli uomini per essere uccisi e viene scelto anche un uomo che è sposato ed ha dei figli; allora, San Massimiliano Maria Kolbe sente in coscienza di dire “lasciate lui e prendete me” e, stranamente, i soldati lo ascoltano cioè liberano quell’uomo (che vivrà fino a 90 anni e vedrà anche la canonizzazione di San Massimiliano Maria Kolbe).San Massimiliano Maria Kolbe viene rinchiuso e lasciato a digiuno per 15 giorni in una cella insieme a tanti altri e, poi, ucciso con una siringa letale. Muore al posto di un altro: dov’è che ha capito che era la cosa giusta da fare? Aveva il confessore vicino, in quel momento, che glielo diceva o avevaun piccolo manuale? Ha guardato dentro se stesso e ha detto “questa è la cosa giusta” e l’ha fatta secondo coscienza.
Fratelli miei, voi avete un cuore ed una coscienza: ascoltate, perché lì il Signore vi sta parlando. Soprattutto le persone che usano bene il cuore, sono persone libere: le persone che non sono libere, invece, ascoltano il giudizio dei vicini di casa e, per questo, non  sono mai liberi.
Terzo grande luogo: la Chiesa. Sì, ovviamente mi riferisco a tutto ciò che ci insegna la chiesa, al magistero, alla dottrina ecc…ma è quello che ho detto all’inizio, sono alcune relazioni significative. Dio vi parla,spesso, attraverso alcune relazioni significative che sono la Chiesa per voi. Vi accorgete che queste relazioni significative vi stanno dicendo che cosa Gesù vi chiede perché, quando ascoltate queste persone, vi sentite più libere anche se, a volte, vi fanno soffrire perché vi dicono cose che vi bruciano dentro. Chiara Corbella, questa giovane mamma che è morta in maniera eroica, anche per amore dei propri figli, diceva “Dio ha messo nel nostro cuore la verità e non è fraintendibile”…cioè uno lo sa se una cosa è vera o no, anche se è scomoda. Qualcuno può dirti una cosa che ti fa soffrire tremendamente ma, in fondo, tu lo sai che ha ragione. Cristo usa sempre una esperienza di Chiesa per dirci che cosa fare. Prendete sul serio la chiesa che il Signore vi ha regalato; ognuno di noi ha un modo di chiesa attraverso cui, la propria vita, si realizza.
“Fate quello che vi dirà”: Vangelo, cuore e chiesa.
“Avvenga per me quello che hai detto”: credo che il più grande atto di libertà che una persona possa vivere è quello di desiderare la vita. E quando una persona desidera la vita? Quando disobbedisce all’accusatore: il male, il serpente antico, il diavolo che, molto spesso, ci dice di non desiderare la vita, ci dice di scappare dalla vita, ci dice che nella vita troveremo soltanto dolore e sofferenza, che non va bene desiderare la vita perché lì sperimenteremo la morte.
Ecco la più grande pienezza che Maria ci insegna, il sì che la riempie di Cristo fino a partorirlo, è che Maria ha creduto alla vita contro tutto e contro tutti.
“Fate quello che vi dirà”: questa è la forza dell’avvenga per me…che cosa desidero per me? Qual è la forza dell’avvenga per me che mi cambia? Desiderare con tutto me stesso la vita.
Fratelli miei, in un mondo come il nostro, ferito da questo male oscuro della depressione che sembra toccare tantissimi di noi, il più grande atto rivoluzionario di evangelizzazione e di testimonianza che noi possiamo portare è quello di credere alla vita, alla bontà della vita, al bene della vita che il Signore ha dato a ciascuno di noie disobbedire a tutto quello che ci dice il contrario. Non pensate che la libertà sia fare quello che ti senti: a volte la libertà è mettersi contro corrente, non è fare quello che senti ma quello che è giusto. Concludo con questa immagine: pensate ad una barca che sta andando su un fiume e le correnti la spingono…se, ad uncerto punto, vi accorgete che, alla fine di quel fiume, c’è una cascata alta 200 metri, voi sapete che state andando a schiantarvi… Allora l’unica cosa che potete fare non è assecondare le correnti, assecondare quello che sento, ma è mettervi contro quelle correnti: è l’unico modo per salvarvi la vita….andare contro quello che ci sta portando verso il vuoto, verso la morte, verso la mancanza di pienezza.
Possa il Signore guarire dentro di noi l’umiltà necessaria per essere cristiani. Sapete perché avviene questo miracolo? Perché, in fin dei conti, questi servi si fidano. Volete vedere miracoli dentro la vostra vita? Siate umili! Le persone umili non sono degli sprovveduti, sono quelli che si fidano perché sanno che, se non si fidano, hanno già perso in partenza.