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venerdì 9 novembre 2012

Obiettività e obiettivi



tratto da Berlicche

C’è qualcosa di commovente nelle parole che Yamanaka, il novello Nobel per la medicina, pronunciò qualche anno fa in una intervista al New York Times.

Il dottor Yamanaka era un assistente professore di farmacologia che faceva ricerca sulle cellule staminali embrionali (…) Su invito di un amico guardò attraverso un microscopio uno degli embrioni umani conservati nella clinica. Quello sguardo cambiò la sua carriera scientifica.
“Quando vidi l’embrione, mi accorsi improvvisamente che c’era piccolissima differenza tra lui e le mie figlie, ” disse il Dr. Yamanaka (…) “Pensai, non possiamo continuare a distruggere embrioni per la nostra ricerca. Ci dev’essere un altro modo

Quello sguardo, quella nuova consapevolezza non ha cambiato solo la vita di Yamanaka, ma la storia della scienza. La tecnica di distruzione degli embrioni per ottenere staminali, fallimentare e tuttavia ostinatamente perseguita, è ormai superata da quella di riprogrammazione cellulare che lo scienziato giapponese ha ideato. Non sapremo mai con precisione la vera estensione del massacro di questi anni, fatta in nome di una ricerca che tutto può. Quando c’era “semplicemente” da cercare un altro modo.

Una domanda però mi sorge: se questa persona, che non credo nessuno possa affermare essere un fideista ignorante, ha visto in un embrione un essere umano, come mai tanti ancora oggi non ci riescono? Da quale microscopio occorre farli guardare per mostrare loro l’evidenza?


domenica 19 febbraio 2012

Gianna Jessen intervistata da don Davide Banzato per la trasmissione Sulla via di Damasco


Di seguito la video-intervista fatta da don Davide Banzato a Gianna Jessen per il programma "Sulla via di Damasco" condotto da mons. Giovanni D'Ercole. 
Stavolta, finalmente, Gianna ha potuto testimoniare integralmente il miracolo della sua vita.

Nata per aborto salino come le piace dire con ironia, in realtà “nata per Amore di Dio”, rinata per l’amore di chi l’ha accolta dopo essere stata rifiutata, Gianna è, per chi non lo sapesse, una delle più straordinarie testimoni dell'Amore di Dio nel mondo.

Di lei la Beata Madre Teresa di Calcutta disse:

Dio sta usando Gianna per ricordare al mondo che ogni essere umano è prezioso per Lui. 
È bello vedere la forza dell’amore di Gesù che Egli ha riversato nel suo cuore. 
La mia preghiera per Gianna, e per tutti quelli che la ascoltano, è che il messaggio dell’amore di Dio ponga fine all’aborto con il potere dell’amore”.

E noi, non possiamo che associarci alla preghiera della Beata.
Buona visione.



mercoledì 8 febbraio 2012

Gianna Jessen e la sua testimonianza a "L'Italia sul 2"



Lunedì pomeriggio Gianna Jessen è stata ospite della trasmissione pomeridiana "L'italia sul 2".
A causa del tempo limitato e di alcuni interventi che hanno falsato il messaggio, non le è stato permesso di parlare molto. Trattandosi di un format politically correct, non avevo dubbi che la testimonianza fosse annacquata.

Ha detto poche parole Gianna, ma ha ugualmente convinto tutti con il suo modo semplice e gioioso di parlare... Si, la gioia e la sua vitalità sono state le prove più convincenti del miracolo che è la sua vita. 

Il sito CulturaCattolica.it ci informa in merito a ciò che Gianna avrebbe lasciato scritto su Facebook dopo la trasmissione: 

Devo dirvi una ragione importante per cui credo di essere venuta in Italia: prima che l'intervista cominciasse, c'era una signora carina vicino a me. Le ho fatto i complimenti per come era vestita. 
In qualche modo conosceva la mia vita. Mi ha chiesto come ho trovato un significato. Le ho detto: "Ho sempre avuto bisogno di Qualcuno a cui cantare, una vera ragione per cantare, e Qualcuno che mi aiutasse a camminare, ed è Gesù Cristo". I suoi occhi si sono riempiti di lacrime. Ho continuato: "Non solo Dio, Gesù Cristo. Dio suona molto più rassicurante". Lei mi ha detto: "Vedo che la fede dentro di te è reale, non è a parole". Ha continuato: "Io non sono credente, ma sono in ricerca. Quando canti, canta a Gesù anche per me". Ho sorriso e le ho risposto: "Lo farò e sai, la Bibbia dice che ci cerca trova, Dio onorerà la tua ricerca." Lei mi ha abbracciato.
Anche se fosse stata l'unica ragione per cui sono venuta in Italia, sono felice. Lei sa che la sua ricerca è stata riconosciuta, che non è stata dimenticata. E questa è la felicità della mia vita.

Ricordo inoltre che Sabato mattina 18 febbraio 2012  Gianna Jessen sarà ospite del programma di mons. Giovanni D'Ercole "Sulla via di Damasco", ore 10.15 su Rai2. Stavolta, ne sono certo, la faranno esprimere nel migliore dei modi...





mercoledì 28 dicembre 2011

Se la Parrocchia adotta un bimbo




di Nerella Buggio
tratto da CulturaCattolica.it

Una famiglia con tre figli, una persona sola che lavora, una gravidanza inaspettata, la data già fissata per un aborto.
Poi qualcosa deve aver spinto quella madre ad andare a parlare con il parroco don Maurizio De Sactis che tutti chiamano “padre Nike”, per via della sua passione per la musica rock e il ballo e il suo abbigliamento sportivo, troppo sportivo, dicono alcuni. 

Quel prete ex scavezzacollo, che sognava di fare il ballerino alla Scala e poi invece è diventato frate e sacerdote, quel prete arrivato da poco alla Parrocchia di Santa Rosa, quartiere Rosa tra i più popolosi di Livorno, e così parla e discuti, si è arrivati al dunque.

Se il problema di questo quarto figlio, sono i soldi che mancano, a far fronte alle spese ci penserà la parrocchia. Punto.

Tutti i giornali titolano “La parrocchia adotta un bambino” e qualcuno che non ha letto nemmeno l’articolo già si strappa le vesti e pensa a una – discriminazione - una parrocchia adotta un bambino e una coppia gay non può farlo? 

Dimenticando che non può essere la povertà, la paura del futuro, la solitudine a causare l’eliminazione di una nuova vita, come con semplicità ci sta testimoniando questo sacerdote che dice di sé: «Sono cotto di Dio. Per questo motivo gli amici mi chiamano Skizzo, è uno pseudonimo che preferisco e che mi sono dato io, skizzato per l’amore per Dio».
Con semplicità e concretezza, don Maurizio, ha offerto a una famiglia la possibilità di diventare custodi di una nuova vita, ai loro tre figli l’esempio di come una comunità possa essere un luogo di sostegno e di compagnia, alla comunità l'occasione per essere in concreto Chiesa e a questo bambino la salvezza da una morte certa.

Che dire, se è possibile a lui dev'essere possibile anche a noi.

Buon Natale!!!

lunedì 19 dicembre 2011

October Baby. La vita di Gianna Jessen diventa un film


Ho appena letto con gioia dal sito dell' UCCR che la commovente storia di Gianna Jessen, la donna scampata all'aborto, di cui abbiamo parlato qualche tempo fa è diventata un film. 

L’industria cinematografica ha voluto portarla sul grande schermo in un film, che uscirà nelle sale a marzo 2012, intitolato “October Baby” .

La pellicola dispone già di un portale (http://octoberbabymovie.net/), di una pagina di Facebook e di un trailer di promozione.

giovedì 15 dicembre 2011

Educazione all'affettività e scienza. Per la serie: quando lo studio uccide.



Giorgio Israel in un ottimo articolo scritto su IlFoglio riporta la  seguente segnalazione di un genitore indignato.

Nel “Corso di Scienze per la scuola secondaria di primo grado” (autori Bruna Negrino e Daniela Rondano, edizioni il Capitello) nel capitolo sull’“educazione all’affettività” un paragrafo spiega:  
“Sin dall’antichità l’uomo e la donna si sono posti il problema di evitare le gravidanze non desiderate; un tempo si cercavano soluzioni a ciò ricorrendo a metodi rudimentali di scarso valore scientifico e spesso di altrettanto scarsa efficacia. Al giorno d’oggi, grazie alle conoscenze anatomiche e funzionali dell’apparato riproduttore e alle scoperte in campo chimico-farmaceutico, è possibile esercitare un controllo sulle nascite con metodi efficaci e sicuri”. 
Il paragrafo è intitolato: “I molti motivi per non iniziare una gravidanza” e questi motivi sono riportati entro tanti dischetti azzurri che galleggiano attorno al titolo. Vale la pena leggerli:
“Non voglio figli”, “Non ho l’età”, “Ho paura dei miei”, “E’ un passo molto importante”, “Non me la sento”, “Sarà vero amore?”, “Non so…”, “Sono troppo giovane”, “Prima finisco gli studi”, “Boh!”, “Il pianeta è già troppo pieno”.
C'è davvero poco da commentare! 

Cosa ci fanno in un libro di scienze discorsi inerenti l’affettività, l’amore e la sessualità? Non riguardano la morale? 

E' proprio vero quanto scrive Giorgio Israel nel suo articolo:
"se si pretende di fare dell’affettività una materia curricolare e di insegnarla come le leggi della chimica, l’esito è inevitabile: la materia diventerà “scientifica” e non sarà tanto l’esposizione di vedute differenti quanto l’educazione alle tecniche per conseguire il massimo “benessere”, con relativa sparizione della questione morale".
Genitori, occhi aperti!

venerdì 9 dicembre 2011

Twilight e il dilemma di Bella: aborto o vita?



Volete parlare ai vostri figli adolescenti o ai vostri alunni di argomenti tabù come "difesa della vita", "aborto" e via dicendo, in modo accattivante?  Allora vi propongo la visione dell'ultimo capitolo della saga Twilight.

Se nei precedenti episodi i due protagonisti, Edward e Bella, avevano dato una bella lezione di amore casto, in Breaking Dawn si parlerà di difesa della vita. E' proprio il caso di fare i complimenti alla scrittrice americana Stephanie Mayer che, coraggiosamente, ha saputo veicolare attraverso libri e film un messaggio pro-life che ha raggiunto milioni di persone!

Sull'argomento vi propongo la lettura del seguente articolo di Massimo Introvigne.

Tratto da LaBussolaQuotidiana.it
Autore: Massimo Introvigne
Titolo originale: quando il vampiro è pro-life


Breaking Dawn. Prima parte, il film che sta realizzando incassi record in tutto il mondo, è il quarto della serie tratto dalla saga Twilight della scrittrice americana Stephanie Meyer. Com'è avvenuto per Harry Potter, a ogni romanzo corrisponde una trasposizione cinematografica ma il quarto volume ha generato due  film, il che significa naturalmente anche due incassi.

La formula generale di Twilight è nota, e non è nuova: ragazza s'innamora di vampiro, seguono complicazioni. Da quando Lucy Westenra s'innamora del conte Dracula nel romanzo del 1897 di Bram Stoker (1847-1912) la formula non è mai passata di moda. Almeno due serie televisive tuttora in corso e note anche in Italia, True Blood e The Vampire Diaries, ne esplorano tutte le varie sfaccettature.

Tuttavia - anche se proprio The Vampire Diaries costituisce già in parte un'eccezione - da decenni alle donne che s'innamorano di vampiri - per non parlare dei vampiri stessi - i romanzieri e gli sceneggiatori attribuiscono una sessualità disinibita e trasgressiva. Twilight ha avuto successo perché rovescia il cliché consueto. Mentre il mondo intorno a lui vive il sesso in modo casuale, il vampiro Edward - che avendo più di cento anni, anche se ne dimostra diciotto, è uomo di un'altra epoca - inizia la liceale Bella [nella foto] a una visione del mondo dove i rapporti prematrimoniali sono sbagliati e occorre attendere l'altare e l'abito bianco.

Forse i ragazzi che si entusiasmano per Twilight accettano da un vampiro una lezione che rifiuterebbero se il protagonista fosse, che so, un comune studente cattolico, ma il successo dei libri e dei film mostra che la trasgressione ha ormai stancato molti giovani e che la morale tradizionale attrae perché è rimasta l'ultimo vero anticonformismo. Per questo la Commissione cinematografica della Conferenza episcopale americana ha dato un giudizio positivo sui film, definendo Edward «un vampiro gentleman». 

Il quarto film che è arrivato ora nelle sale è un po' diverso. Se nei precedenti è Edward a insegnare a Bella un valore morale, la castità prematrimoniale, qui è Bella a impartire a Edward una lezione molto delicata sul tema dell'aborto. All'inizio del film la strana coppia - un vampiro e un'umana - finalmente si sposa, e va in Brasile per la luna di miele. Qui accade l'imprevisto. Normalmente una coppia del genere non dovrebbe essere feconda, ma Bella si scopre incinta. La prima reazione di Edward è la fuga di fronte a questa gravidanza che secondo gli antichi testi potrebbe produrre un mostro. Propone l'aborto, e sia i vampiri sia i loro nemici storici - i lupi mannari - cercano di persuadere Bella ad abortire. Ma Bella rifiuta e s'indigna quando altri parlano prima di "cosa" e poi di "feto". Accetta solo la parola "bambino". 

La vicenda diventa ancora più drammatica quando il bambino si rivela così "diverso" - una chiara metafora del rischio di aborto che colpisce particolarmente i bambini diagnosticati a vario titolo come "diversi" - da rendere chiaro che Bella morirà se cercherà di portare a termine la gravidanza. Edward, cui Bella spiega che - anche se morisse - potrà ancora amarla nel bambino che nascerà, risponde supplicando ancora una volta Bella di abortire: non potrà amare, afferma, un bambino responsabile della sua morte. Ma Bella tiene duro, dà alla luce una bella bambina - quanto eccezionale sarà rivelato nel prossimo film - e alla fine non muore, ma è trasformata in vampiro. 

Non so se l'autrice di Twilight, Stephanie Meyer, conosca la storia di santa Gianna Beretta Molla (1922-1962), che preferì morire e dare alla luce la quarta figlia piuttosto che abortire e salvarsi. Ma Bella si trova nella stessa situazione della santa italiana, e anche lei sceglie la vita. L'insistenza sulla vita e la famiglia non è casuale, perché la Meyer è una devota mormone e le allusioni al mormonismo, per quanto non percepibili dal lettore italiano medio, sono piuttosto numerose nei suoi libri. Dopo avere abbandonato la poligamia - che resta praticata solo da gruppi scismatici - nel 1890 la comunità mormone ha fatto della difesa dei valori familiari uno dei suoi capisaldi e, nonostante idee religiose evidentemente lontane, negli ultimi decenni cattolici e mormoni si sono spesso trovati fianco a fianco nella battaglia contro l'aborto. 

Che un film di vampiri - per di più, come qualcuno ha scritto negli Stati Uniti, di vampiri mormoni - dia una mano alle posizioni pro life potrà sembrare singolare. Ma in questo momento ogni aiuto nella battaglia per la vita, da qualunque parte venga, è bene accetto. E se avete figli adolescenti entusiasti di Twilight aiutateli a riflettete sul tema antiabortista di Breaking Dawn, anziché concentrarsi sulle sole avventure più spettacolari di vampiri e lupi mannari.



giovedì 24 novembre 2011

Filmato shock sull'aborto con Bernard Nathanson




Sul sito BastaBugie.it sono appena venuto a conoscenza di uno sconvolgente sull'aborto. 
In giro ce ne sono tanti, ma questo, vi assicuro, è davvero inedito. Le immagini a dir poco crude testimoniano la barbarie della moderna "strage degli innocenti".

Il medico che parla è lo scomparso ex medico abortista - BERNARD NATHANSON già autore de "L'urlo silenzioso".

Ogni giorno in America 4000 donne abortiscono il proprio figlio. Dei 4000 aborti, 400 sono aborti 'tardivi', ovvero effettuati nel secondo o terzo trimestre. Uno dei metodi più usati in questo caso è il cosiddetto D&E, "Dilation and Evacuation", "Dilatazione e svuotamento" che consiste nel dilatare la cervice uterina ed estrarre pezzo dopo pezzo il bambino dal grembo materno. Il bambino non è sottoposto ad anestesia, che viene somministrata alla madre... e a tante coscienze.

I pezzi del bambino vengono ricomposti in un tavolo vicino al medico abortista per controllare che tutti i pezzi siano stati rimossi.

Quattrocento al giorno, uno ogni tre-quattro minuti solo negli Stati Uniti. E questo sterminio avviene tra mura asettiche. Se lo stesso trattamento fosse riservato a cani o conigli vi sarebbero manifestazioni di piazze e interpellanze parlamentari. E invece questo sterminio avviene nell'indifferenza dei più...

TU DA CHE PARTE STAI ?

"Puoi girarti dall'altra parte, ma non potrai dire: Io non sapevo" - William Wilberforce (1759-1833) 

PER LA CRUDEZZA DELLE SCENE, E' SCONSIGLIATA LA VISIONE DEL FILMATO A BAMBINI E A PERSONE PARTICOLARMENTE SENSIBILI .

Durante la visione del filmato se non compaiono i sottotitoli in italiano, è possibile attivarli cliccando sul tasto CC in basso a destra del video.





martedì 26 aprile 2011

Feti come ingredienti. La nuova deriva dell'industria cosmetica e farmaceutica.

Un articolo crudo che rivela un'inquietante verità, quella del traffico di feti abortiti richiesti da aziende cosmetiche e ditte farmaceutiche senza scrupoli. Buona lettura.

di Virginia Lalli
tratto da BastaBugie.it

A 180 dollari si può comprare negli USA su prescrizione medica e via internet in Europa per 90 euro, la crema antirughe ottenuta da feti umani abortiti. I ricercatori dell’Università di Losanna durante le operazioni sui feti nell’utero, si resero conto che i bambini, una volta nati, non avevano alcuna cicatrice. Le virtù di queste cellule di feto si sono allora rese evidenti: queste ultime potevano essere efficaci per trattare le vittime di ustioni. Un male per un bene? Verificata l’ipotesi, i ricercatori di Losanna hanno deciso di associarsi ad un laboratorio privato, Neocutis, autorizzandolo a commercializzare la prima crema antirughe a base di cellule di pelle di feto.
I responsabili di Neocutis hanno dichiarato al giornale Le Parisien: «In nessun caso, noi incoraggeremo l’aborto». Molti prodotti di tale casa contengono linee cellulari di origine fetale.

“The Guardian” nel 2004 ha pubblicato un articolo che illustra come una compagnia cinese usi i feti abortiti per la fabbricazione di cosmetici. In generale, molte ricerche “mediche” sono state effettuate, e lo sono ancora oggi, sui bambini abortiti ancora in vita. Il dottor Lawrence Lawn del Dipartimento di Medicina Sperimentale di Cambridge negli anni ’70 compiva esperimenti su bimbi vivi abortiti.
La sua giustificazione è stata: “Usiamo semplicemente per il bene dell’umanità qualcosa che è destinato all’inceneritore… non li avrei mai fatti su un bambino vivo. Questo non sarebbe giusto”.

Sempre in Inghilterra, la Langhman Street Clinic (specializzata in aborti) vendeva feti vivi tra la 18a e la 22a settimana al Middlesex Hospital. Philip Stanley, portavoce della Clinica, ha dichiarato: “La posizione è chiara. Un feto deve avere 28 settimane di vita perché sia riconosciuto legalmente come essere umano. Prima di questo momento equivale a spazzatura”. Le cliniche abortive rivendono a industrie farmaceutiche oppure ad istituti di ricerca i feti abortiti. Così nel silenzio felpato di questi “luoghi di morte” si è sviluppato un importante traffico che si stende su scala mondiale, e che nell’anno 2000 fruttava già un miliardo di dollari americani. Certe cliniche consigliano la donna gravida di ritardare l’aborto. Fanno questo con lo scopo (non espresso) di ricevere bambini ben sviluppati, con organi funzionali, in perfette condizioni. Questi bambini di 18 settimane e più vengono estratti tramite un taglio cesareo. Con questo sistema il medico abortitore è in grado di soddisfare le più rigorose specificazioni dell’acquirente: l’industria farmaceutica, cosmetica o ricercatori universitari. Il cliente, che pagherà il feto abortito tra i 70 e i 150 dollari lo riceverà col certificato che dice: estratto dal seno materno “in stato di vita”.

Secondo la rivista Time Magazine, il commercio degli organi umani è una cruda realtà, ed in certi paesi i bambini della strada vengono catturati per alimentare le “banche clandestine d’organi umani”. Ecco alcuni esempi denunciati da giornalisti di come alcuni bambini abortiti sono stati sfruttati allo scopo di fornire organi umani. Certi vaccini contro l’influenza vengono prodotti utilizzando polmoni di bambini abortiti, in sostituzione di uova di anitra.
Il 9 Gennaio 1980, la rivista Chemical Week ha rivelato che alcuni scienziati hanno tentato di produrre un vaccino contro il raffreddore. Per far questo avevano iniettato un virus di questa malattia nel dotto nasale di bambini non nati. Il 26 Luglio 1980, un giornale di Chicago, il Sun Time, ha riportato la notizia di esperienze fatte per verificare l’azione dei pesticidi sugli embrioni umani. Una ditta farmaceutica si è servita di 14 piccoli abortiti per provare l’efficacia di alcuni prodotti da utilizzare contro l’ipertensione. I reni di bambini non nati sono utilizzati per coltivare dei virus nelle ricerche sull’immunologia e la biochimica. Gli intestini di bambini non nati sono utilizzati copiosamente nella preparazione del vaccino Salk, contro la Poliomielite.

Il 17 marzo 1996, una domenica, la televisione francese ha diffuso in rete nazionale un’emissione intitolata: “Gli embrioni umani sono utilizzati nel mondo”. Tra l’altro, la rete nazionale ha divulgato una tecnica nuova chiamata “nascita parziale”. Il medico prepara il corpo del bambino in modo che si presenti con le gambe e non con la testa. La testa deve rimanere bloccata all’interno dell’utero materno, la faccia in giù. Trovandosi in questa posizione il bambino non può gridare. Allora, mentre il bambino si agita disperatamente, il medico gli perfora il cranio presso la nuca, vi introduce un tubo e gli aspira il cervello. Un momento prima che il cranio sia vuotato del suo contenuto, il corpicino smette di agitarsi. Finito di succhiare, il medico tira fuori il corpicino e lo smembra. Separa le parti negoziabili, specialmente il cervello, e le confeziona non dimenticando di menzionare la garanzia: “In stato di vita”.

Ancora oggi, bambini abortiti sono usati come cavie di laboratorio. In particolare, per la preparazione di alcuni tipi di vaccino. È quanto riporta, nel 2005, la Pontificia Accademia per la Vita nella dichiarazione “Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti”: “Dal punto di vista della prevenzione di malattie virali come la rosolia, la parotite, il morbillo, la varicella, l’epatite A, è chiaro che la messa a punto di vaccini efficaci contro tali malattie, e il loro impiego nella lotta contro queste infezioni fino alla loro eradicazione, mediante una immunizzazione obbligatoria di tutte le popolazioni interessate, rappresenta indubbiamente una “pietra miliare” nella lotta secolare dell’uomo contro le malattie infettive e contagiose. Tuttavia, questi stessi vaccini, poiché sono preparati a partire dai virus raccolti nei tessuti di feti infettati e volontariamente abortiti, e successivamente attenuati e coltivati mediante ceppi di cellule umane ugualmente provenienti da aborti volontari, non mancano di porre importanti problemi etici”.

La produzione prosegue, nonostante in molti casi esistano alternative moralmente lecite con cellule ottenute da linee animali. Certo è che vi è una coincidenza temporale tra la scoperta di tali vaccini a fine anni ’60 – inizio anni ’70 e la concomitante ‘esplosione’ di leggi abortiste nei paesi cosiddetti “democratici”. Secondo le parole di Marshall McLuhan alla “meccanicizzazione della morte” e al “sonnambulismo collettivo” di fronte a simili trattamenti della vita ricordiamo ciò che Giovanni Paolo II scrisse nell’Evangelium vitae (1995):

Ritroviamo l’umiltà e il coraggio di pregare e digiunare, per ottenere che la forza che viene dall’Alto faccia crollare i muri di inganni e di menzogne, che nascondono agli occhi di tanti nostri fratelli e sorelle la natura perversa di comportamenti e di leggi ostili alla vita, e apra i loro cuori a propositi e intenti ispirati alla civiltà della vita e dell’amore”.



mercoledì 6 ottobre 2010

Storia di una ragazza sopravvissuta all'aborto...


Cari amici vi propongo due fantastici video che hanno per protagonista Gianna Jessen, una donna sopravvissuta ad un aborto salino divenuta paladino della difesa della vita.
Ascoltate che forza, che determinazione, che fede...
Dedicato alla "Compagnia della Mondezza", ovvero a coloro che con tutti i mezzi cercano modi per eliminare la vita nascente gettandola via come fosse pattume.




martedì 17 agosto 2010

Aborto, ecatombe mondiale


di Lorenzo Schoepflin
AVVENIRE 11 agosto 2010

Una ecatombe di dimensioni inimmaginabili. È questa la sensazione immediata – che si accompagna alla naturale difficoltà di reperire dati ufficiali, omogenei e recenti – quando l’intento è mettere assieme le statistiche sull’aborto volontario in tutto il mondo. Complessivamente, i dati mondiali parlano di una stima di ben oltre 30 aborti ogni 100 bambini nati: quasi una gravidanza su quattro interrotta volontariamente, per un totale di oltre quaranta milioni di aborti all’anno. Oltre ai numeri assoluti, molto significativo è il dato che va sotto il nome di rapporto di abortività, ovvero il numero di aborti ogni 100 nati vivi. Un numero che, Paese per Paese, fornisce l’immediata fotografia della tendenza al ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. E mentre in Italia si conferma un lentissimo calo – ribadito dagli annuali dati ministeriali diffusi lunedì – esistono angoli del pianeta dove quella dell’aborto è una tragedia che, lungi dal rallentare, sostanzialmente fuori controllo. Quanto alla situazione europea, le raccolte di dati più omogenee sono quelle fornita dall’Organizzazione mondiale della sanità e del Guttmacher Institute, organico alla stessa Oms. Le statistiche che immediatamente si impongono sono quelle dell’Est europeo che nel 2003 ha raggiunto un picco di 103 aborti ogni 100 bimbi nati vivi, a significare che più di una gravidanza su due è stata interrotta volontariamente. Nel dettaglio impressionano i numeri degli anni ’90, con picchi di Romania (oltre 300 aborti ogni 100 nati vivi), della Federazione Russaa (oltre 200), della Bielorussia e dell’Ucraina (intorno ai 150). La tendenza attuale è quella di un brusco calo, ma i numeri più recenti degli aborti ufficialmente censiti dall’Oms sono ancora altissimi: 95 aborti ogni 100 nati vivi in Russia, 45 in Ungheria e Bulgaria, 55 in Romania, 32 in Slovacchia, con solo Repubblica Ceca e Ucraina avviatesi verso la "normalità" (meno di 30 aborti ogni 100 nati vivi). Per quanto riguarda la penisola scandinava, è il dato della Svezia a risaltare: dal 1997 un rapporto di abortività che staziona attorno ai 35 aborti ogni 100 nascite, contro i 26 della Norvegia e i 18 della Finlandia. Nel resto d’Europa da segnalare l’inesorabile ascesa del rapporto di abortività in Spagna, più che raddoppiato – da 11 a 23 – negli ultimi 20 anni, e i numeri di Francia e Regno Unito, assestatisi ormai da anni ben al di sopra dei 25 aborti ogni 100 nascite. Uscendo dai confini europei, è il Guttmacher Institute – un centro che si dedica allo studio e alla diffusione della salute sessuale e riproduttiva a livello mondiale – a fornire dati più omogenei e dettagliati. In una pubblicazione del 2007, che ha il pregio di aggregare una mole di numeri assai consistente, viene riportato un rapporto di abortività per gli Stati Uniti pari a 31 aborti ogni 100 nati vivi, in linea con quello del Canada, mentre per Cuba si raggiunge la stratosferica cifra di 109 (ovvero, sono più le gravidanze interrotte di quelle portate a termine). Per Cina e Giappone si registrano rapporti di abortività rispettivamente di 41 e 28. A proposito di Stati Uniti e Cina, impressionano i numeri assoluti: rispettivamente ben oltre il milione e addirittura i sette milioni di aborti l’anno. È ancora il Guttmacher Institute a parlare di un rapporto di abortività di circa 17 su 100 nati vivi per l’Africa, con punte di 24 nella parte meridionale del continente. 34 gli aborti ogni 100 nascite in Asia, con picchi di 51 per la zona orientale. America Latina e Caraibi si attestano intorno a una rapporto di abortività pari a 35, media tra i numeri più bassi dell’America centrale e quelli altissimi di regione caraibica (42) e Sud America (38). E c’è chi si batte a livello internazionale per estendere il «diritto all’aborto»...


RUSSIA, PRIMA LA CARRIERA: COME IN OCCIDENTE
Russia l’aborto è consentito entro la 28ª settimana quando per la madre si configura il rischio di vita, per preservare la salute fisica e mentale della donna, per ragioni socio-economiche e nel caso in cui il feto sia malformato. I dati del 2006 resi disponibili dall’Oms riportano un rapporto di abortività in continuo calo, ma ancora su livelli altissimi: 950 aborti ogni 1000 nati vivi contro i 1500 di inizio millennio. Statistiche ancor più recenti calcolavano 670 aborti ogni 1000 nascite, con oltre due milioni di aborti ogni anno. Nonostante l’aumento continuo del numero di nascite, i demografi considerano ancora la situazione allarmante. Sergei Zakharov, vicedirettore dell’Istituto di demografia dell’Università di Mosca, ha affermato che sono solo l’8% gli aborti praticati per ragioni economiche. Con l’avvento dei valori occidentali in Russia, sempre secondo Zakharov, oggi la maggioranza delle donne sceglie di abortire perché antepone carriera e realizzazione personale ai valori della famiglia.


ROMANIA, UN FENOMENO FUORI CONTROLLO
Romania l’aborto si può praticare nelle prime quattordici settimane se esistono problemi psico-fisici. Oltre quel limite temporale l’interruzione di gravidanza è legale solo per ragioni terapeutiche. Il numero riportato dall’Oms è di 128 mila aborti nel 2008, un’enormità se rapportato ai 22 milioni di abitanti. Nel giugno del 2008 destò scalpore la notizia del via libera all’aborto per una bimba di 11 anni la cui gravidanza era frutto di una violenza subìta dallo zio. La bimba era alla 21ª settimana, ma fu dato il permesso per preservare la sua salute mentale. Prendendo spunto dalla vicenda, Marie Stopes International – organizzazione attiva nell’ambito della «pianificazione familiare» – chiese una revisione in termini più permissivi della legge. Nel 2007, il film «4 mesi 3 settimane e 2 giorni» del regista rumeno Cristian Mungiu ridestò il dibattito sull’aborto clandestino nell’era Ceausescu. E vinse il Festival di Cannes.


SVEZIA, NUMERI RECORD DA 20 ANNI E SELEZIONE IN BASE AL SESSO
Svezia l’aborto si può praticare entro le 18 settimane di gravidanza su richiesta della donna, quando si configurino rischi per la salute psico-fisica o malformazioni del feto. È richiesto un colloquio con un assistente sociale, mentre oltre le 18 settimane il via libera per l’interruzione di gravidanza deve essere fornito dal Consiglio nazionale della sanità e del welfare. La sezione europea dell’Oms fornisce dati che per la Svezia mostrano un rapporto di abortività che dalla fine degli anni ’90 è assestato costantemente tra i 340 e i 350 aborti ogni 1000 bambini nati. Proprio il Consiglio nazionale della sanità nel maggio dell’anno scorso ha aperto le porte all’aborto per la selezione del sesso del nascituro. La richiesta proveniva dall’ospedale di Mälaren, dove i medici si erano trovati di fronte alla richiesta di una donna di abortire i due figli che stava aspettando proprio perché non erano del sesso desiderato. L’istanza della donna fu considerata legittima poiché avanzata entro le 18 settimane di gestazione: l’aborto non si può negare anche se i figli sono sani.


AFRICA, NEL CONTINENTE NERO DAL VETO AL PERMISSIVISMO
Le varie legislazioni africane sull’aborto presentano sensibili difformità: si va dal divieto totale in Paesi come Angola, Egitto e Somalia a leggi estremamente permissive come quelle di Sud Africa e Tunisia, passando per Libia, Nigeria e Uganda, dove l’unica condizione è il pericolo di vita della madre. Per quanto riguarda l’Africa, i dati relativi alle interruzioni volontarie di gravidanza sono forniti dal Guttmacher Institute come stime, con particolare attenzione dedicata alla sicurezza della pratica abortiva nell’intero continente. Un tema che determina un impegno costante di moltissimi soggetti tra organismi internazionali e organizzazioni non governative nell’ambito della cosiddetta «salute riproduttiva» e della pianificazione familiare, con campagne per la diffusione massiccia di anticoncezionali e aborto farmacologico. Il numero assoluto di aborti eseguiti nel continente africano viene stimato superiore ai 5 milioni e mezzo, di cui oltre due milioni riguardano l’Africa Orientale. Ai 300mila aborti stimati nella parte sud del continente, corrisponde il rapporto di abortività più alto, con 24 aborti ogni 100 nascite.


CINA, SISTEMA AL COLLASSO: IL FIGLIO UNICO NON PAGA
Cina il tema dell’aborto è inscindibilmente legato alla politica del figlio unico, che fa impennare le cifre riguardanti le interruzioni volontarie di gravidanza. I numeri sono esorbitanti: oltre sette milioni gli aborti praticati, per un rapporto di abortività di 41 su 100 nati, secondo le statistiche presentate dal Guttmacher Institute. A cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 i numeri assoluti hanno raggiunto i quattordici milioni, con rapporti di abortività fino a 69 aborti ogni 100 nascite. Queste cifre si portano appresso il problema legato agli squilibri demografici, col rapporto tra maschi e femmine che nel Paese ha raggiunto valori allarmanti. Preoccupazione hanno recentemente destato anche studi socio-economici e demografici che mostrano come la Cina si stia avviando verso un insostenibile divario tra la popolazione in età produttiva e quella in età avanzata e dunque verso un collasso del sistema economico. Per questo il governo cinese, sin dall’anno scorso, pare stia valutando attentamente una revisione della sua tragica politica del figlio unico.


VIETNAM, GIOVANISSIME IN FORTE CRESCITA
Vietnam le condizioni per interrompere la gravidanza sono connesse ai rischi per la salute della donna e alle eventuali malformazioni del feto, oltre che alle condizioni economiche della madre. Il Guttmacher Insitute inserisce il Vietnam tra quei Paesi per i quali le statistiche sono incomplete o incerte, ma il quadro che ne viene dipinto indica un rapporto di abortività che oscilla dai 78 aborti ogni 100 nati vivi del 1996 (un milione e mezzo di interruzioni di gravidanza) ai 33 del 2003 (oltre mezzo milione). Anche numeri più recenti fanno impressione: nel 2006 si è calcolato che a fronte di 17 bimbi nati ogni 1000 donne in età fertile si registravano 83 aborti, e che mediamente una donna vietnamita subiva nell’arco della propria vita 2,5 aborti. Nel maggio scorso il Vietnam è entrato nella classifica dei dieci Stati con la più alta diffusione dell’aborto, con particolare riferimento alle interruzioni di gravidanza in donne con meno di 19 anni.


CUBA, REGIME ALL'ERTA: SUPERATE LE NASCITE
Le condizioni per l’aborto legale a Cuba riguardano i rischi per la vita e per lo stato di salute della donna, oltre alle motivazioni legate alle malformazioni del feto e alle condizioni socio-economiche della madre. Cuba è uno degli Stati dove il numero di gravidanze interrotte è maggiore rispetto a quelle portate a terminine. Nel 2008 fu il quotidiano del regime comunista Granma a dar voce alla preoccupazione di membri del governo a proposito dell’elevato numero di aborti. Ciò non può far dimenticare la condizione di prigionia di alcuni dissidenti rei di aver denunciato le politiche pro-aborto della dittatura castrista. Oscar Elias Biscet, un medico incarcerato dal 2003, aveva portato alla luce le pratiche abortive spesso barbare e le preoccupanti cifre tra le giovanissime. La cifra assoluta, secondo le statistiche delle Nazioni Unite, oscilla intorno alle 65 mila interruzioni di gravidanza, dopo aver raggiunto picchi di 80 mila alla fine degli anni ’90.

mercoledì 9 giugno 2010

Bocelli e quel suo racconto...una coraggiosa testimonianza contro l'aborto



Un teatro, un uomo al pianoforte. È Andrea Bocelli. In platea non c’è nessuno. Il grande tenore è lì per registrare un video-messaggio dedicato a un missionario passionista, padre Rick, che lavora ad Haiti.
«Allora — dice —, per questa occasione ho pensato di raccontarvi una piccola storia ». E parla di una giovane donna che arriva in ospedale con dolori che fanno pensare a un problema di appendicite. Lei non sa di essere incinta. «I dottori le misero del ghiaccio sulla pancia—racconta Bocelli — e poi, quando il trattamento era finito, le dissero che avrebbe fatto meglio ad abortire. Che era la soluzione migliore, perché il bambino sarebbe venuto al mondo con qualche forma di disabilità. Ma la giovane e coraggiosa sposa decise di non interrompere la gravidanza e il bambino nacque ». E poi: «Quella signora era mia madre, e il bambino ero io».
Quindi aggiunge: «Sarò di parte, ma posso dirvi che è stata la scelta giusta e spero che questo possa incoraggiare altre madri che magari si trovano in momenti di vita complicati ma vogliono salvare la vita dei loro bambini». Alla fine accenna un canto: «Voglio vivere così... col sole in fronte...».
Bocelli è nato con una forma di glaucoma congenito che lo ha reso quasi cieco.

Grazie per la testimonianza fratello!



martedì 25 maggio 2010

Channel 4 e la pubblicità della lobby abortista Marie Stopes International (MSI)



Il diavolo sgomita per ottenere l'ennesimo spazio pubblicitario in TV...e di fatto lo ottiene.
Channel 4 ieri sera, intorno alle 22.10, ha mandato in onda un discutibile spot pro-aborto con la stessa disinvoltura con cui si reclamizza il nuovo fustino del Dash...
Dietro questa iniziativa chi c'è? Una potente lobby abortista che porta il nome di Marie Stopes...udite udite, una filonazista devota fan del Führer che partecipò al Congresso Internazionale sulla Scienza della Popolazione organizzato dalla propaganda razzista del Terzo Reich e diseredò il proprio figlio per aver sposato una donna miope e in quanto tale "geneticamente difettosa".
Si può essere tanto sciocchi da non capire....

Di seguito potete leggere il bellissimo articolo di Gianfranco Amato tratto da IlSussidiario.net


di Gianfranco Amato
da IlSussidiario.net
Titolo originale: In tv c'è una pubblicità pro-aborto che si ispira ad Adolf Hitler

Ieri sera alle 22.10, per la prima volta nel Regno Unito, è andata in onda un’allusiva reclame abortista sulla rete televisiva Channel 4.
L’occasione ghiotta è stata il debutto di una nuova trasmissione di gioco a premi, “The Million Pound Drop”, condotta dalla nota presentatrice Davina MacCall, destinata a far salire l’indice di ascolto alle stelle.
Con una cinica e astuta operazione di marketing, la potente lobby abortista Marie Stopes International (MSI) ha colto al volto l’opportunità di farsi pubblicità, approfittando dell’audience elevata e con il pretesto di «aiutare le donne a compiere una scelta più consapevole circa la propria gravidanza e salute sessuale».
Così, tra un intervallo e l’altro della seguitissima trasmissione, si è reclamizzato l’aborto come fosse un normale detersivo. Solo che al posto di un fustino, l’immagine che è andata in onda era quella di una ragazza dallo sguardo preoccupato, ferma alla fermata dell’autobus, sulla quale campeggiava la scritta «Jenny Evans è in ritardo». Allusione, di pessimo gusto, al ciclo mestruale. Seguiva la scena, in pieno stile politically correct, di una donna frettolosa con due bimbi piccoli, accanto alla scritta «Katty Simons è in ritardo», e poi di una solitaria ragazza di colore seduta al bar, accompagnata dalla scritta «Shareen Butler è in ritardo». Seguivano, infine, i riferimenti per contattare telefonicamente o via e-mail MSI, mentre una voce fuori campo spiegava: «Se hai un ritardo mestruale potresti essere in cinta, e se non sei sicura di cosa fare in caso di gravidanza, Maries Stopes International ti può aiutare». Tipico esempio di pubblicità ingannevole, dato che MSI non dà nessun altro “aiuto” se non quello di praticare l’interruzione di gravidanza, e per di più (circostanza occultata nello spot) a pagamento.
Per comprendere, del resto, le reali intenzioni dei promotori, è sufficiente leggere il titolo del comunicato stampa che annunciava l’iniziativa sul sito ufficiale di MSI: «Per la prima volta assoluta in Gran Bretagna una pubblicità televisiva sugli “abortion services”».
Questa vicenda impone alcune riflessioni. La prima di carattere legale. È interessante, infatti, capire come sia stato aggirato il divieto di pubblicità commerciale per le cliniche abortive, espressamente previsto dal codice della pubblicità (advertising code).
Il Broadcast Committee of Advertising Practice (BCAP), l’ente che si occupa della materia, in questo caso ha stabilito che il termine “commerciale” possa escludere l’applicazione del divieto alle organizzazioni non profit. Ciò significa, secondo il BCAP, che la stessa natura giuridica di Marie Stopes International, formalmente una fondazione senza scopo di lucro, la esclude dal divieto, nonostante il fatto che essa effettui anche servizi privati a pagamento. È grazie a questa generosa interpretazione benevola delle norme sulla pubblicità da parte del BCAP, che ieri sera è potuta andare in onda la reclame che abbiamo visto. Interpretazione tanto benevola, quanto decisamente forzata.

Per capire, infatti, l’esatta natura “non profit” di Marie Stopes International, basta considerare alcuni dati. I “volontari” dell’aborto pretendono ben 80 sterline per una consultazione telefonica. La cifra, ovviamente, aumenta in caso di consulto di persona. Inutile ricordare, peraltro, che tutte le consultazioni fatte dalle associazioni pro-life sono, invece, assolutamente gratuite.
I prezzi di MSI arrivano anche a 1.720 sterline per un aborto da eseguirsi tra le 19 e le 24 settimane. Gli ultimi dati ufficiali di bilancio relativi al 2008 indicano che l’organizzazione abortista riceve circa 100.000.000 di sterline l’anno, molte delle quali (circa 30 milioni) attraverso fondi pubblici, a titolo di rimborso per «servizi sanitari in campo sessuale e riproduttivo». Marie Stopes International pratica circa 65.000 aborti l’anno, più o meno un terzo di tutti gli aborti realizzati nell’Inghilterra e nel Galles, con un giro d’affari decisamente significativo.

Mi hanno colpito anche i numeri relativi alle retribuzioni degli operatori di MSI. Ben ventidue di loro percepiscono uno stipendio superiore a 60.000 sterline l’anno (lo stipendio medio nel Regno Unito si aggira attorno alle 25.000 sterline), mentre un dirigente arriva a prendere persino 210.000 sterline l’anno. Niente male davvero per una Charity!
La seconda riflessione cui ci induce l’episodio di ieri sera è relativa all’opportunità di una simile reclame. Bisogna innanzitutto partire dal dato statistico secondo cui in Gran Bretagna una gravidanza su cinque si conclude con un aborto. È difficile, pertanto, immaginare che le donne siano completamente all’oscuro in materia, e che sia necessaria un’adeguata opera di informazione. Il numero impressionante di 200.000 aborti l’anno dovrebbe, semmai, porre un problema contrario, ovvero quello di un’opportuna informazione circa le possibili alternative all’interruzione della gravidanza.
Per questo mi è apparsa davvero insopportabile la faccia di bronzo di Julie Douglas, direttore Marketing (già questa carica la dice lunga sulla natura non profit) della Marie Stopes International, quando ha dichiarato che «nonostante il fatto che una donna su tre nel Regno Unito abbia avuto almeno un aborto nella propria vita, il tema non è ancora oggetto di un’aperta ed onesta discussione».
La pubblicità di ieri sera, a prescindere dal cinismo utilitaristico di chi l’ha commissionata, si è tradotta, di fatto, nell’inaccettabile banalizzazione di un tema estremamente delicato. Non è questo, certamente, il metodo più appropriato per affrontare la traumatica esperienza dell’interruzione di una gravidanza. Per non parlare dei rischi di una possibile escalation al ribasso. Chi può ora negare, ad esempio, alle organizzazioni pro-life di chiedere una pubblicità televisiva sui rischi dell’aborto per la salute delle donne? O sulle possibili alternative all’aborto?
Dio ci risparmi lo squallido spettacolo di una guerra televisiva sulla tragedia dell’aborto, a colpi di spot nell’intervallo pubblicitario di una banale trasmissione a quiz. Preoccupa anche il cupo futuro cui potrebbe condurci una simile deriva. Non mi meraviglierei, infatti, se il prossimo passo dovesse essere la pubblicità per l’eutanasia e per le cliniche in cui si pratica il suicidio assistito.
Quest’ultima affermazione introduce la terza riflessione che intendevo proporre. In Italia, probabilmente, ad un’organizzazione come Marie Stopes International non sarebbe mai stato erogato un solo euro di fondi pubblici e sarebbe stata bandita dalla televisione di Stato, per il solo fatto del nome che porta.
Tutti dovrebbero sapere, infatti, che Marie Stopes (1880-1958) è stata una delle più deliranti figure nel campo dell’eugenetica del XX secolo. Nella sua opera Radiant Motherhood (1920), tanto per fare un esempio, la Stopes ha invocato la sterilizzazione «dei soggetti totalmente inadeguati alla riproduzione», mentre nell’altro suo capolavoro, The Control of Parenthood (1920), vero e proprio manifesto degli eugenisti, ha teorizzato il concetto di «purificazione della razza».
Letteralmente affascinata dalle farneticazioni eugenetiche naziste, nel 1935 Marie Stopes ha partecipato al Congresso Internazionale sulla Scienza della Popolazione tenutosi a Berlino ed organizzato dalla propaganda razzista del Terzo Reich. Anche le posizioni antisemite della Stopes furono aspramente criticate, persino da altri pionieri del movimento per il controllo delle nascite, tra cui Havelock Ellis. Non per nulla Marie Stopes si dichiarava una devota fan del Führer. Nel 1939, esattamente un mese prima che la Gran Bretagna entrasse in guerra con la Germania, la pasionaria della razza pura inviò al dittatore nazista alcune poesie accompagnandole da queste compiacenti parole:
«Carissimo Herr Hitler, l’Amore è la più grande cosa del mondo: vorrebbe accettare da me questi versi e permettere ai giovani della Sua nazione di leggerli?».
Per capire meglio il personaggio, basti dire che Marie Stopes è arrivata a diseredare il proprio figlio Harry per il fatto di aver sposato una donna miope, ovvero un «essere geneticamente difettoso».
Non mostrò mai nessunissimo segno di pentimento neppure in punto morte, avvenuta nel 1958, e lasciò la maggior parte del suo patrimonio personale alla Eugenics Society, organizzazione i cui scopi ben traspaiono dal nome. Per chi voglia approfondire il tema consiglio la lettura dell’interessante articolo di Gerard Warner pubblicato sul Telegraph del 28 agosto 2008, dal titolo significativo: «A Marie Stopes si perdona il suo razzismo eugenetico perché era anti-life».
In Gran Bretagna, in realtà, non si sono limitati a perdonarla. Nel 2008 le regie poste britanniche hanno dedicato un’emissione di francobolli celebrativi proprio a Marie Stopes, in quanto Woman of Distinction. Ci si può ancora meravigliare di ciò che sta accadendo al di là della Manica?

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Di seguito il video andato in onda su Channel 4


lunedì 10 maggio 2010

L'aborto banale la nuova moda dei moderni benpensanti



Un bell'articolo che lega il fenomeno dell'aborto alla banalizzazione del sesso tipica dei nostri tempi. Da leggere!

di Carlo Bellieni
tratto da IlSussidiario.net

L’aborto continua a far notizia. Giorgio Montefoschi scrive sul Corriere della Sera del 5 maggio che dietro la banalizzazione dell’aborto c’è qualcosa di inquietante. “Chi può negare - scrive - che la precocità, la disinvoltura, la mancanza di ogni consapevolezza, il travalicamento di ogni equilibrio nel rapporto fra la sessualità e il sentimento amoroso è il primo gradino che può condurre alla soppressione della vita?”.
C’è una banalizzazione del sesso alla base dell’aborto? Certo che c’è qualcosa, ma forse è anche più inquietante di quanto spiega Montefoschi, e lo chiamerei una paura assoluta dell’altro. Già: un’incapacità che diventa paura e fobia, come accade per le cose ignote; e l’altro (il fidanzato, il figlio) è l’ignoto per eccellenza, ma dato che ci hanno raccontato che l’ignoto non esiste e che la vita è tale solo nella misura in cui possiamo maneggiarla, gestirla, sezionarla, misurarla, allora l’altro non deve esistere se non entra nelle mie categorie; deve scomparire.
Si chiama pedofobia nel caso dei bambini, che sono diventati i grandi esclusi di questa società: sono invisibili, accettati solo a certe condizioni, sono di troppo perché la vita deve essere dedita solo a ciò che è misurabile e comprabile. L’avversione verso questo “tu” che è il “tu” per eccellenza, il bambino, ha il volto dell’infinità di precauzioni che troviamo sul mercato per evitare che venga concepito, cui non fa contrappeso un pari numero di agevolazioni ad aver figli.
E si finisce con lo stupirsi addirittura che dopo un aborto - è successo di recente - gli batta il cuore (gli batteva due minuti prima nell’utero, cosa pensate che sia cambiato dopo “l’espulsione”?), o ci si stupisce che non sia quella perfezione che abbiamo vagheggiato a tavolino (la gravidanza si immagina solo garantita e perfetta) e si chieda l’aborto per malattie curabili (succede anche questo).
Certo che dietro la banalizzazione dell’aborto c’è altro, ma non un fenomeno “attivo” come potrebbe essere la “voglia di divertirsi”, ma un fenomeno assolutamente passivo: la solitudine da un lato, e dall’altro la fuga dettata dalla paura di un “tu”, che nessuno insegna a chiamare per nome.
E questa fuga è alla base anche della banalizzazione del sesso: sesso libero, ma figli vietati, traguardo lontano e impossibile, dunque sesso svuotato come giocare una partita di pallone senza le porte, senza la prospettiva di un “tu-uomo” con la prospettiva della fusione totale e di un “tu-figlio” che cresce in sé.
E allora gli dicono che il figlio deve essere solo “una scelta” e questo ritornello lo imparano sui banchi di scuola; nessuno le obbliga (fortunatamente non più) a procreare contro voglia, e per questo ci piacerebbe che procreassero quando e quanto davvero vogliono, invece vengono incoraggiate a guardare con diffidenza e orrore questa loro capacità, ad averne paura, ad aver paura del loro figlio, della loro figlia futura, a tremare all’idea di diventare mamme.
Il sesso non è banalizzato, è svuotato. È un vero terrorismo che rende incapaci i giovani di leggere nel sesso questo “tu”, e li rapina del senso e del gusto.

martedì 30 marzo 2010

In Cina ci sono 13 milioni di aborti ogni anno (senza contare quelli per il figlio unico)


Cina convertiti!

Fonte: AsiaNews, 31 luglio 2009

In Cina ci sono circa 13 milioni di aborti l’anno, secondo i dati ufficiali degli ospedali.
Wu Sangchun, funzionario della Commissione statale per la popolazione nazionale e la pianificazione familiare (Cspf), osserva che almeno la metà degli interventi hanno una finalità “contraccettiva”, anche considerato che sono chiesti da giovani donne non sposate.
Il China Daily osserva che il numero reale degli aborti è molto maggiore, poiché il dato non comprende i molti interventi non registrati operati in cliniche private.

Il 62% delle donne che abortiscono non sono sposate e hanno età tra 20 e 29 anni. Il dato si riferisce tuttavia a un periodo di parecchi anni, mentre mancano dati specifici divisi per anno, per valutare l’evoluzione del fenomeno.
Gli esperti concordano, comunque, che occorra maggiore informazione sui metodi contraccettivi, anche considerato il progressivo aumento dei rapporti sessuali completi al di fuori e prima del matrimonio, conseguenti alla liberalizzazione dei costumi.
Il China Daily non si pone però alcuna domanda sugli aborti forzati per attuare un controllo violento sulla popolazione.
Per anni l’aborto è stato imposto dalle autorità per rispettare la politica del figlio-unico, in vigore dalla fine degli anni ’70, che consente alle coppie di avere un solo figlio. Il Governo ritiene che questa politica abbia impedito almeno 400 milioni di nascite.

Ora c’è una iniziale volontà di riconsiderare il problema, anche viste le conseguenze negative di questa politica (invecchiamento della popolazione, mancanza di forza lavoro, problemi legati all’essere figlio unico) da tempo annunciate e che ora si stanno realizzando. Nei giorni scorsi Xie Lingli, direttore a Shanghai della Cspf, ha discusso sul China Daily la possibilità per le coppie cittadine di avere un secondo figlio. L’idea ha suscitato subito ampio dibattito mediatico ed è stata accolta con favore da molti. Esperti hanno osservato che la Cina rischia di avere un problema demografico, se non attenua il rigore di questa politica.

Harry Wu, attivista per la tutela dei diritti da anni emigrato negli Usa, noto per le sue denunce contro il sistema dei laogai (rieducazione-tramite-lavoro), in un suo libro appena uscito in Italia tratta in modo approfondito le gravi conseguenze, umane e sociali, che questa politica ha per la società e la popolazione cinese.
Il libro (“Strage di innocenti. La politica del figlio unico in Cina” * ed. Guerini) indica dati, fatti, nomi di quello che è stato un vero sconvolgimento della società tradizionale, fondata sulle famiglie numerose e la solidarietà nella famiglia anche allargata. Alcuni dati, da soli, mostrano la ferocia del sistema. La Cspf ha circa 520mila impiegati a tempo pieno e si avvale della collaborazione di oltre 83 milioni di impiegati part time, per un controllo davvero capillare del territorio. Il controllo della Cspf arriva a decidere, sulla base di dati burocratici, quanti bambini possono nascere ogni anno in ogni zona e lo comunica alle sezioni locali. I funzionari locali selezionano le famiglie cui concedere nell’anno i permessi di nascita. Nei momenti di massimo rigore, le donne rimaste incinta senza tale permesso sono state forzate ad abortire, ovvero sottoposte a detenzione e confisca di beni per convincerle. Il libro indica che negli anni ’80-’90 sono state lanciate campagne di sterilizzazione per chi aveva già avuto la quota di figli consentita, con decine di milioni di donne sterilizzate ogni anno. Oltre a molti dati, il saggio riporta analisi, testimonianze, racconti di casi concreti. In appendice ci sono le fonti normative che hanno fondato e fondano questa politica.


domenica 21 marzo 2010

La prima causa di morte in Europa? L'Aborto!


di Massimo Pandolfi
Fonte: il Resto del Carlino, 03/03/2010

Hitler? Stalin? Mussolini? I tagliagola africani o talebani? I terremoti? La guerra mondiale? Hiroshima?
No, cari amici: il vero sterminio dell'ultimo secolo non è stato firmato dai signori o dagli eventi sopracitati, ma dall'aborto reso legale.
Dall'aborto che diventa un diritto della donna, non più un tragico epilogo (di una vita umana) da cercare in tutti i modi - a suon di carezze, certo - di fermare. I numeri usciti nei giorni scorsi sono terrificanti: con 2milioni 863mila 649 aborti praticati e censiti ogni anno in Europa (più di un milione e 200mila nella sola Ue), nel nostro continente l'aborto sta diventando la principale causa di morte.
Più del cancro. Più dell'infarto. Più degli incidenti stradali (in 12 giorni viene soppresso un numero di embrioni, che io preferisco chiamare bambini, pari a quelli dei morti in incidenti stradali lungo l'intero anno).
Volete ulteriore dati?
In Europa si praticano 6.468 aborti al giorno, 327 ogni ora, 1 ogni 11 secondi.
Quando avrete finito di leggere queste poche righe, almeno a tre bambini sarà stato impedito di nascere.
Si dirà: ma l'aborto è sempre esistito. Certo. E sempre esisterà, temo. Ma il punto della questione è un altro: l'uomo moderno ha deciso di istituzionalizzarla l'interruzione di gravidanza. Hanno cominciato i regimi totalitari, poco alla volta ci siamo adeguati tutti.
E allora, io non ce la faccio a non stupirmi e a non piangere di fronte a 3 milioni di bambini che non facciamo nascere in Europa ogni anno.
Morti ammazzati, posso dirlo? E attenti bene, non chiedo la testa degli 'assassini' (ci sono tante mamme, tanti uomini, che hanno solo bisogno di un aiuto, di misericordia).
Chiedo solo di riflettere bene su quanto stiamo facendo.

lunedì 8 marzo 2010

EllaOne spacciato per contraccettivo d'emergenza è un prodotto abortivo


EllaOne spacciato come un contraccettivo di emergenza, è a tutti gli effetti un prodotto abortivo, una vera e propria "pillola dei cinque giorni dopo".

di Gianfranco Amato
tratto da IlSussidiario.net

Sta per irrompere sul mercato italiano EllaOne la pillola dei cinque giorni dopo. Spacciata per anticoncezionale d’emergenza, EllaOne sarà un nuovo rimedio per impedire una gravidanza indesiderata entro 120 ore da un rapporto sessuale potenzialmente fertile. Vediamo di cosa si tratta esattamente.

Questa pillola contiene una molecola che si chiama ulipristal acetato, un antiprogestinico di seconda generazione. Per i profani è sufficiente sapere che quel composto sintetico si lega ai recettori del progesterone (ormone prodotto dalle ovaie) esattamente come la pillola abortiva RU486. L’azione del progesterone è fondamentale per l’iniziale sviluppo della gravidanza poiché prepara l’utero ad accogliere l’embrione ed EllaOne, legandosi appunto ai recettori di quell’ormone ne inibisce l’azione.

Poiché, quindi, contrasta l’annidamento dell’embrione, quella pillola svolge in realtà un’azione intercettiva-abortiva. E non contraccettiva. Non è un caso, infatti, che i primi studi sulla EllaOne siano stati realizzati proprio confrontando la sua azione con quella della RU486.
E’ interessante anche analizzare la differenza tra EllaOne e la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, ovvero la contraccezione a base di levonorgestrel. Il più rilevante tratto distintivo si riferisce al periodo di assunzione dei due prodotti. Mentre il levonorgestrel, infatti, deve essere assunto entro 72 ore, la posologia di EllaOne prevede un arco temporale maggiore, ovvero un’assunzione entro le 120 ore (5 giorni). Peccato, però, che nella fisiologia della riproduzione, l’embrione a cinque giorni dal concepimento sia già in utero per annidarsi. Più interessante appare la correlazione tra EllaOne e la RU486.
Entrambe le molecole, infatti, appartengono al gruppo degli antiprogestinici, i quali svolgono la loro azione inibitoria dell’annidamento dell’embrione. La farmacodinamica dell’ulipristal acetato è, peraltro, pressoché identica a quella del mifepristone (Ru486). Parole complicate per dire che si sta spacciando per contraccettivo un prodotto che, invece, ha effetti abortivi. Tutto regolare? Non direi proprio.

Com’è noto, la Direttiva europea 2005/29/CE dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno, prevede una severa disciplina in materia. E l’Italia è stato il primo Paese dell’Unione a recepire integralmente quella direttiva, attraverso il Decreto Legislativo 2 agosto 2007, n. 146, il cui art.21, primo comma, lett. a) e b), espressamente prevede che debba considerarsi ingannevole una pratica commerciale non solo quando contiene «informazioni false» ma pure quando «in qualsiasi modo, anche nella sua presentazione complessiva, inganni o possa ingannare il consumatore medio», e ciò «anche se l’informazione è di fatto corretta».

L’inganno deve riguardare «l’esistenza o la natura del prodotto», ovvero «le caratteristiche principali del prodotto», quali, tra l’altro, «la composizione», «l’idoneità allo scopo» ed i «risultati che si possono attendere dal suo uso». EllaOne, come si è visto, agisce impedendo il proseguimento dello sviluppo dell’embrione, giacché rende impossibile il suo annidamento nella parete uterina.

Non si tratta, dunque, di un effetto contraccettivo bensì di un meccanismo prevalentemente abortivo qual è quello antinidatorio, che si estrinseca dopo l’avvenuta fecondazione, quando è già iniziato il processo di sviluppo di una nuova vita umana. Sul punto, lo stesso Prof. Baulieu – padre della pillola abortiva RU486, e quindi insospettabile sotto il profilo bioetico - ha affermato che «l’interruzione della gravidanza dopo la fecondazione può essere considerata alla stregua di un aborto» (Il Punto sulla RU486, in «JAMA ed. italiana», 1990, 2,12).
Anche la logica, del resto, vuole la sua parte. Dal punto di vista etimologico il termine “contraccezione” deriva dall’inglese contra-conception e sta ad indicare l’attività volta ad impedire la concezione, la fecondazione. Ora come può EllaOne pretendere, logicamente, di impedire qualcosa che in realtà è già avvenuto, ovvero la fecondazione? Dopo il concepimento, in realtà, non si è più nell’ambito della contraccezione ma in quello contragestazione, cioè dell’attività che contrasta la gestazione. Impedire l’annidamento significa impedire lo sviluppo di una vita già iniziata.

Sempre in tema di logica, è interessante notare che il punto 4.1 delle istruzioni per l’uso di EllaOne, relativo alle «indicazioni terapeutiche», includa tra i casi in cui assumere la pillola anche la «contraceptive failure», ovvero l’ipotesi di mancato funzionamento di un contraccettivo. Come si può, quindi, logicamente immaginare che il rimedio al fallimento di un contraccettivo possa essere un altro contraccettivo? Alla “contraceptive failure” non può che seguire un’azione contragestatoria, ovvero abortiva.

Ora, da quanto fin qui evidenziato, risulta evidente che presentare EllaOne come u contraccettivo d’emergenza anziché come un prodotto abortivo, rappresenti una grave manipolazione semantica, tale da integrare una vera e propria pratica commerciale ingannevole, in palese violazione dell’art. 6, primo comma, lett. a) e b) della Direttiva 2005/29/CE, e dell’art.21, primo comma, lett. a) e b) del Decreto Legislativo 2 agosto 2007 n.146, violazione sulla quale, peraltro, dovrebbe intervenire l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato.

Né si può tacere sulla natura e sull’oggetto dell’inganno. La posta in gioco, in realtà, assume rilievi non indifferenti di natura morale, etica, filosofica, culturale. Usare un contraccettivo non è come abortire. Per questo l’informazione deve essere chiara e obiettiva, affinché una donna possa acquisire la piena consapevolezza della sua scelta e sappia che qualora opti per l’uso della pillola EllaOne non sta evitando un aborto. Lo sta praticando.

sabato 30 gennaio 2010

Spot anti-aborto previsto durante il Super Bowl,polemiche.


La finale del Super Bowl è l'evento nazionale più seguito dell'anno.
Tiene incollati agli schermi milioni di americani: una buona occasione per trasmettere un breve messaggio positivo. Ma la politica del conformismo non lo permette...Il politicaly correct ne risentirebbe.

Il titolo del "mostruoso" spot che ha scatenato la violenta reazione dell'Organizzazione Nazionale delle Donne e la Feminist Majority è nientepopodimenoche «Celebriamo la famiglia, celebriamo la vita». Un titolo da brividi!

Il video ripercorre, in trenta secondi, la gravidanza della madre di Tim Tebow, superstar della squadra di football del college di Florida. Tebow, che negli Stati Uniti gode di enorme popolarità, nacque nel 1987 al termine di una gravidanza a rischio. La madre dell’ex quarterback dei Gators si ammalò durante una missione nelle Filippine e rifiutò l’aborto consigliato dai medici che la visitarono.

E' sempre la stessa storia, i cristiani testimoniano la verità e qualcuno di inalbera.



sabato 24 ottobre 2009

Francia: boom di aborti dopo il 1975


di Daniele Zappalà
Avvenire, 20 ottobre 2009

Da quando l’aborto è stato legalizzato, nel 1975, la Francia ha conosciuto un’impressionante inflazione del ricorso alla contraccezione, in ogni sua forma, eppure, il numero di aborti è rimasto nel tempo stranamente costante e soprattutto a un livello altissimo: 200mila l’anno,quasi uno ogni tre nascite. Ma oggi si diffondono anche nuovi timori legati alla somministrazione della Ru486 fuori dagli ospedali…

Per molti anni, si è tentato di negarlo. Ma ormai, davanti alle crude evidenze statistiche, tanti medici, demografi e sociologi d’Oltralpe hanno rotto il ghiaccio: esiste davvero un inquietante «paradosso abortivo francese».
Non si può definire in altro modo un fenomeno storico del tutto imprevisto che mette oggi in crescente imbarazzo i responsabili sanitari transalpini: da quando l’aborto è stato legalizzato, nel 1975, la Francia ha conosciuto un’impressionante inflazione del ricorso alla contraccezione, in ogni sua forma. Eppure, il numero di aborti è rimasto nel tempo stranamente costante e soprattutto a un livello altissimo: attorno ai 200mila casi ogni anno, ovvero quasi un aborto ogni tre nascite. Un tasso, ad esempio, che è il doppio di quello tedesco. E tutto questo, nonostante gli esperti prevedessero e auspicassero invece negli anni Settanta, come ancora negli anni Ottanta, esattamente il contrario: che «logicamente» l’aborto sarebbe divenuto un fenomeno «residuale» grazie agli «investimenti pubblici» senza precedenti in politiche contraccettive di massa.
Cambiando il punto di vista e passando a quello dei cittadini, il «paradosso» equivale a un’inquietante banalizzazione dell’aborto nella società francese. Ammessa a chiare lettere fin dal 2004 anche da un’autorevole istituzione scientifica pubblica come l’Istituto nazionale di studi demografici (Ined): a parità di altri fattori, «la stabilità dei tassi di Ivg [che sta per interruzione volontaria di gravidanza, il termine burocratico ufficiale utilizzato per l’aborto] sembra proprio tradurre un aumento della propensione a ricorrere all’aborto in caso di gravidanza non prevista».
Una verità scomoda da ammettere in un Paese in cui l’aborto è stato ufficialmente introdotto per legge come una soluzione di estremo ricorso esplicitamente rivolta alle «donne in stato di sofferenza».
Ma di fronte a questo paradosso e all’ampiezza presa dalle deformazioni rispetto all’iniziale ispirazione legislativa, sono in molti oggi a chiedersi quanta parte di responsabilità possa essere imputata all’introduzione dell’aborto chimico: una «specialità» industriale storicamente francese che ancor oggi continua a rappresentare una specificità nazionale.
In effetti, l’introduzione della Ru486 ha innescato lo scivolamento progressivo dell’aborto al di fuori dei confini delle strutture ospedaliere. Al punto che da qualche mese la somministrazione dell’aborto chimico è possibile persino presso i centri associativi di «planning familiare». Prima, vi era già stata un’estensione agli ambulatori medici convenzionati con gli ospedali.
Col concorso di un discorso pubblico inizialmente centrato sulla «semplicità» di fruizione del trattamento anti-ormonale, la quota dell’aborto chimico ha superato in pochi anni il 30% del totale.
Ma oggi, sullo sfondo già tetro dell’auspicata eccezione abortiva trasformatasi invece dopo un trentennio in «norma» corrente, si diffondono anche nuovi timori legati alla somministrazione della Ru486 fuori dagli ospedali. Si moltiplicano, soprattutto su internet, le testimonianze di donne, talora adolescenti, che hanno vissuto il dramma straziante di un aborto pressoché solitario in casa, dopo aver ingerito la Ru486 davanti a un medico. E c’è già, in questi tempi di crisi economica, chi accusa i poteri pubblici di aver allentato oltre ogni limite ragionevole le misure di accompagnamento.
Ciò, sostengono i detrattori, ha forse garantito qualche economia alle casse statali, ma gli effetti concreti sulle persone potrebbero rivelarsi negli anni sempre più devastanti.
Chiamato inizialmente a «risolvere gli inconvenienti dell’aborto chirurgico», l’aborto chimico è visto ormai sempre più spesso come un cavallo di Troia carico di detestabili conseguenze impreviste.