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giovedì 5 aprile 2012

Novantaquattro semi



Il seme è già albero. il seme è albero che sogna un terreno fertile per potere crescere. E’ già tutto lì, basta nutrirlo. Quello che desidera è una possibilità.
L’albero cresce con la bruna terra, l’acqua, il sole. Un bambino ha pure bisogno di tutte queste cose, e insieme il caldo di una madre, la forza di un padre, l’amore. Un uomo non è che un bambino che ha avute queste cose, in mancanza delle quali cresce rattrappito e storto come un albero su una roccia. O non cresce affatto.

Gli embrioni morti qualche giorno fa a Roma erano semi lasciati in un sacchetto. Sul perché fossero lì non so: qualcuno frutto dell’amore, qualcuno dell’egoismo, o del caso. Non so neanche quanti fossero voluti e quanti la riserva di una procedura troppo arida, di una tecnologia che dell’amore di un padre e di una madre non può dire niente. Quanti sarebbero sbocciati? Quanti sarebbero rimasti dimenticati nel gelo o discretamente eliminati come si getta la semenza in soprannumero?

Nelle mie campagne si vedono tanti alberi che il gelo di quest’inverno ha ucciso, i rami senza gemme, le foglie dei sempreverdi brune e torte. Quello che ha invece ammazzato quegli uomini-che-sarebbero-potuti-essere è stata la mancanza di gelo.
Quanto siamo fragili.
Semi non nati dall’amore ma dalla tecnica; che non il vento, non la pioggia disperde, ma la mano di un uomo come loro.
Loro sono più della scienza che li ha generati. Più della speranza che li ha desiderati. Non sono nostri. Non dimentichiamoci dei nostri fratelli più piccoli e indifesi, i nostri semi.


sabato 4 luglio 2009

Quando il bimbo del bambinificio è guasto...



Articolo di Gianfranco Amato - Presidente dell'Associazione "Scienza e Vita" di Grosseto

domenica 28 giugno 2009

tratto da Il Sussidiario.net

Facili profeti sono stati coloro che ammonivano sui rischi etico-giuridici che sarebbero potuti derivare dal ricorso alla fecondazione in vitro.

L’ultimo caso clamoroso giunge, tanto per cambiare, dal Regno Unito.

Una coppia non più giovanissima, Deborah e Paul, si rivolge all’University Hospital of Wales di Cardiff per “regalare una sorellina” al proprio figlio di 6 anni, anch’esso ottenuto attraverso la fecondazione medicalmente assistita.

Dopo vari tentativi falliti, Deborah, ormai quarantenne, ha la possibilità di diventare madre attraverso l’impianto dell’ultimo degli embrioni rimasti. Del tutto inaspettatamente, però, la Direzione della clinica le comunica la ferale notizia: l’embrione, a causa di un incidente di laboratorio, è stato gravemente danneggiato. Pochi giorni dopo viene scoperta una diversa e drammatica verità.

L’embrione, in realtà, era stato impiantato per errore nell’utero di un’altra donna, errore che è costato la vita ad un essere innocente. Sì, perché quella donna, avvertita del disguido, ha poi deciso di abortire.

La clinica si è scusata ed ha offerto a Deborah un ciclo gratuito di trattamenti per ritentare l’inseminazione artificiale, ottenendo la comprensibile risposta di un secco no, unitamente ad una citazione per danni.

Questa incredibile vicenda apre inquietanti interrogativi morali e giuridici.

Qual è, per esempio, la motivazione con cui è stata autorizzata la soppressione dell’embrione impiantato per errore? Anche un incidente di laboratorio può ora assurgere a criterio per eliminare un essere innocente? Quali sono i diritti dei genitori biologici di quell’embrione? E’ giusto non averli messi al corrente della soppressione? Si può davvero ridurre tutto, come è accaduto, ad un semplice risarcimento di danno? Si sarebbe forse potuto tentare di salvare una vita innocente consentendo, almeno, la possibilità di proporre una maternità surrogata? La donna che ha abortito, se messa al corrente delle circostanze, avrebbe forse accettato di portare a termine la gravidanza e consentito a Deborah e Paul di avere un figlio? Si può davvero disporre di embrioni con tale disinvoltura, all’insaputa dei genitori naturali?

Tali interrogativi mostrano che quando la scienza corre più velocemente della ragione e del cuore dell’uomo si dischiudono scenari inimmaginabili.

Ma, del resto, è lo stesso principio della fecondazione in vitro che è messo in discussione.

Una visione consumistica della vita, in cui dilaga ogni forma di egoismo interiore, fatica a percepire che paternità e maternità non possono essere ridotti ad un mero fenomeno biologico, e che l’uomo è, in realtà, capace di una fecondità infinitamente più grande di quella carnale.

Non può esistere un “diritto” di avere figli a ogni costo. Questo assunto non deriva né da una concezione religiosa né da una prospettiva politica, è semplicemente una questione antropologica legata al senso stesso della vita di ogni essere umano, in quanto ciascun essere umano è inevitabilmente madre, padre o figlio, ed al nesso tra questo senso e il significato di tutto, di ogni rapporto con la realtà.