mercoledì 10 luglio 2019

Don Fabio Rosini - Le 7 parole - 6.TUTTO È COMPIUTO


6.TUTTO È COMPIUTO
Gv 19
Siamo arrivati alla sesta parola della passione di Gesù, ed è conseguente direttamente alla parola precedente. Dopo che Gesù ha detto “ho sete” gli viene dato l’aceto, e lui dice la parola seguente.
30Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Noi qui abbiamo gli equilibrismi del traduttore, che deve muoversi all'interno di una serie di espressioni che non possono essere rese completamente alla lettera perché la lingua italiana non ha la capacità di fare ciò che fa il greco qui. Quando Gesù dice questa frase la vecchia traduzione diceva "tutto è compiuto", ed era un cercare di rendere fino in fondo l'espressione, ma era veramente allungare. C'è una sola parola lì, Gesù dice una sola parola lì. Un perfetto che viene dal verbo teleo, indica quando una cosa arriva al suo compimento, arriva al bersaglio, alla sua meta. Con il greco, con una sola parola si può dire questo: sono arrivato a compimento (addirittura sto usando quattro parole). La vecchia traduzione diceva: "tutto è compiuto", perché voleva dare questo senso insito nel verbo di voler arrivare al compimento. Ma qual era il problema di quella traduzione? Che sembrava che la cosa più importante fosse la conclusione. Cioè: tutto è compiuto, giochi finiti, basta, ci possiamo fermare qui. E infatti subito dopo muore. Non è esattamente questo il senso, infatti la nuova traduzione tenta di liberare da questo senso di chiusura che non è esatto, e la nuova traduzione mette due parole: è compiuto, con l'ausiliare per cercare di indicare il compimento. Tecnicamente dovrebbe essere un'espressione come compiuto, fatto, finito. Ma ancora una volta avremmo il rischio di dare un senso, il senso sarebbe "sono arrivato alla fine". Non è esatto: dovremmo poter dire: sono arrivato al fine. Cioè ho raggiunto lo scopo. Il tema non è "ho eseguito il compito", ma ho eseguito la cosa fino a raggiungere la meta. Dobbiamo capire che più che l'intenzione di sottolineare tutto ciò che c'è stato prima, viene sottolineato il momento. è come se l'esultanza di un goal, di un bersaglio, di una vittoria. Può sembrare assurdo, ma in questa parola c'è qualcosa di glorioso. Gesù esprime, anche se può sembrare assurdo, una gioia latente, la gioia di aver compiuto il piano del Padre, di mostrare quello che era venuto a fare, cioè fare fino in fondo la sua missione, eseguirla. Ecco, ora si può vedere! E questo è il preludio all'atto di reclinare il capo ed emettere lo spirito. Altro problema del traduttore, perché il verbo è donare, consegnare, emettere anche si può dire (anche se è un pochino povera come traduzione). Allora, è proprio il senso del dono e la parola è Spirito: è lo Spirito, è proprio lo Spirito Santo, è lo Spirito di Gesù, è lo Spirito del Figlio, lo Spirito verso il Padre, parliamo di una cosa nobile, non è semplicemente l'espettorazione del povero fiato che ancora resta nel corpo di questo condannato a morte. è anche questo, ma è molto di più! Dobbiamo comprendere questo: Gesù sta compiendo qualcosa che ha iniziato nel dialogo con Pilato alla fine del capitolo 18. Nel primo interrogatorio con Pilato lui dice: "Per questo io sono nato è per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità". Qui infatti mostra lo scopo, il fine. E quando Lui dice: ho compito il mio scopo, ho compito fino in fondo la mia missione, sono arrivato al bersaglio, Lui sta dando testimonianza alla Verità. Infatti poi seguirà a questo fatto la contemplazione: volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. Cioè, sarà mostrato in questo dono che fa Gesù di sé stesso il volto di Dio, e la manifestazione completa di Dio. Nei Vangeli sinottici noi vediamo che a quel punto, quando Gesù muore viene squarciato il velo del tempio, che vuol dire che viene tolta la cortina che separava e impediva l'accesso al segreto di Dio. Vuol dire che in quel momento non c'è più niente da scoprire perché il volto di Cristo crocifisso, il suo dono, il suo Amore, la sua obbedienza al Padre, la sua vita di Figlio fino all'ultimo istante, Figlio del Padre celeste di cui si è fidato e a cui ha obbedito: è questa la rivelazione di Dio stesso. Ecco: noi capiamo che qui c'è il tema di raggiungere il bersaglio. Infatti dobbiamo capire che questo è molto importante, noi non possiamo che avere una vita intenzionale. Illuminare i nostri scopi è illuminare il nostro cuore. Le nostre intenzioni sono il compimento del processo della consapevolezza che però conosce lì la molla reale degli atti, lì nascoste nelle parti intenzionali della nostra consapevolezza ci sono le mete, i moventi della nostra vita. Qual è il nostro scopo? Cioè Gesù dice: "Io ho raggiunto lo scopo". Questo era lo scopo. Arrivare fin qui, arrivare ad amare gli uomini fino a questo punto e donarvi tutto. A questo punto Lui mostra a noi qual è lo scopo della vita umana, qual è il fine dell'esistenza, perché viviamo, che cosa abbiamo da fare.

martedì 9 luglio 2019

Don Luigi Maria Epicoco - III meditazione - Alla chiesa di Sardi (Ap 3,1...

Don Fabio Rosini - Le 7 parole - 5.HO SETE


5.HO SETE
Gv 19,28

Arriviamo alla quinta parola che Gesù dice sulla croce, nell’ordine tradizionale di questa avventura delle sette parole di nostro Signore Gesù durante la sua crocefissione. È dal vangelo di Giovanni ed è la parola che riguarda la richiesta di Gesù di bere. Leggiamo il testo:
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la scrittura disse: “Ho sete”.
Dobbiamo innanzitutto notare il versetto introduttorio a questa parola “ho sete”: “Tutto era compiuto”. Lui sapeva di compiere la scrittura, di eseguire il piano del Padre. Gesù non va a caso, non è che fa le cose secondo un’iniziativa che segue l’istante. No. C’è un’intenzione e c’è una logica, c’è una sapienza: “Sapendo” dice “che ormai tutto era compiuto”. Non è tanto il senso di “ormai tutto era finito” e allora dice questa cosa. No. È il senso di “tutto si stava compiendo, tutto era nel suo compimento”. Infatti questa sarà poi la parola successiva, perché queste due parole sono molto collegate.
Il punto è che il Signore Gesù sta dentro un’obbedienza al Padre, perché la vita che il Signore vivrà illumina le nostre vite come qualcosa che compie un disegno, qualcosa che non è secondo una casualità di fatti ma c’è un piano di Dio per la nostra salvezza. Stare dentro questo piano è la strada per arrivare al bersaglio delle nostre vite.
Allora “per compiere la scrittura” (qui dietro ci sarà appunto la risposta dei soldati che gli daranno da bere aceto) avverrà questo fatto che lui chiede di bere. Ma tutto questo non è semplicemente il fatto che lui deve dire questa cosa. No. Questo corrisponde biologicamente alla sua condizione.
E cioè quale? Lui è stato flagellato. Già era stato maltrattato. Il punto è che ha già perso molto sangue nella flagellazione. Nella crocifissione continua a perdere sangue. Ci sono ferite di vario genere: ci sono le ferite sul cuoio capelluto che sono terribilmente copiose nella loro effusione di sangue per cui lui ha perso liquidi in una maniera inenarrabile. Quindi ha bisogno di bere. C’è una sete che è assolutamente, drammaticamente, radicale in lui che ha una necessità di reintegrare tutto quello che ha perso.
La sete è uno strazio particolare. La sete corrisponde a una necessità del corpo che è assolutamente insopprimibile. Non è governabile la sete. Dobbiamo considerare una cosa: gli impulsi fondamentali di sete e fame sono un po’ diversi fra di loro. Di fame si muore molto lentamente (ci vogliono giorni e giorni per morire di fame). Per morire di sete basta poco. Se una persona non beve, in capo a non molto tempo arriverà alla morte. La sete è un bisogno violento (interiormente parlando, biologicamente e fisiologicamente parlando).
Siamo di fronte a questo strazio. Ma questo ci ricorda una cosa: che il Signore Gesù non è un’idea, il Signore Gesù non è un’astrazione. La salvezza cristiana non è che è un tipo di filosofia o di bei valori, di buoni sentimentini e cose di questo genere. No. Qui c’è un corpo concreto, perché la vita si vive nel corpo e il corpo è assolutamente necessario. Ed è una vita che passa, una salvezza che passa, una redenzione che è veicolata dalla fisicità.
C’è il grande padre della chiesa, Ireneo di Lione, che dice “caro cardo salutis” “la carne è il cardine della salvezza”. Se la salvezza non passa per il corpo non è autentica. Se la salvezza non è fisicità è solamente idea, è solamente evanescenza, è solitamente proiezione o ideale o modello che non serve a niente. E questo ci introduce in un mondo.
Con questo tema della sete e del corpo bisognoso di Gesù, esprimendo questa domanda Gesù sta parlando di un bisogno.
Guardiamo un pochino questo tema delle nostre necessità, dei nostri bisogni. Innanzitutto esistono bisogni veri e bisogni falsi. Esistono bisogni reali, esistono bisogni indotti. Per esempio tutto il mondo della pubblicità verte sulla creazione del bisogno, verte sull’amplificazione di una latenza di desiderio che diventa una necessità, per cui le persone finiscono per comprarsi cose di cui magari - in altri tempi della loro vita - hanno fatto tranquillamente a meno. Noi abbiamo tutta una serie di oggetti che sono diventati necessari per la nostra vita. Pensate a tutto il mondo della comunicazione, dei cellulari e tutte queste cose qui. Noi siamo in questa condizione che non si può fare senza. Non si può fare senza tutto un mondo di comfort, non si può fare senza una serie di realtà che poi – quando ci sono dei momenti un pochino più seri, quando ci sono momenti magari in cui bisogna affrontare cose drammatiche, o delle cose più grandi, più importanti - uno scopre che ne può tranquillamente fare a meno.
Ma questo tema del bisogno è un tema importante. Gesù sta dicendo una cosa che è proprio vitale: non si può vivere senza bere. E infatti lui sta per morire. Anche in funzione di questa sofferenza, tutto questo accelererà il processo molto veloce della sua morte, perché - come abbiamo già detto altrove - la crocefissione era una tortura molto lunga di durata. Infatti gli altri due crocifissi con lui verranno indotti alla morte dall’atto di vedersi spezzare le gambe, per cui vengono condotti a morte veloce. Invece Gesù muore poco dopo. Per cui noi non stiamo parlando di qualcosa di indotto ma di qualcosa di vitale. Cos’è il tema dei bisogni veramente affrontato? Cosa sono i bisogni nella nostra vita?
Cosa sono i nostri bisogni? Veri o falsi che siano, noi abbiamo una forma di viverli che va illuminata. Perché in questo momento Gesù sta vivendo il bisogno della sete. I bisogni possono essere interpretati da noi come imperativi categorici, come pretese, come assolutizzazioni, come impellenze violente che vengono accompagnate da una psicologia assolutizzante. Ovverossia: ho un bisogno (vero o indotto che sia) e questo bisogno diventa una aggressività. Quando assolutizziamo le nostre necessità, inizia qualcosa di pericoloso nella nostra vita. Ovverossia: le necessità sono oggettivamente necessità, ma come le viviamo? Qui c’è uno spazio che sembra inesistente, ma è questo quello che stiamo illuminando. Noi normalmente pensiamo che se io ho una necessità, un bisogno, ho diritto di rompere tutto, di sfasciare tutto pur di avere la cosa che ho necessità di avere. Questo è comprensibile, ma è la vita secondo l’impulso naturale, è una vita che è semplicemente ciò che madre natura ci fornisce. Ma la vita che Gesù sta portando va oltre. La vita che Gesù ci sta portando è una vita più grande, è una vita che – se non sai interpretare in un’altra maniera il tema dei bisogni – non sai interpretare in un’altra maniera niente.
Noi dobbiamo pensare ai martiri, che sono di fronte al bisogno della sopravvivenza, cioè il bisogno dei bisogni, per eccellenza. E questo bisogno è interpretato come una cosa che è assecondabile all’amore, cioè l’amore diventa il vero bisogno, l’amore diventa più importante del bisogno. Infatti l’amore implica questa assurdità: che si possa morire per qualcun altro, che si possa rinunciare a bere per qualcun altro, a mangiare, ad avere il necessario. È qui che noi vediamo l’amore.
Quand’è che noi vediamo un amore autentico nelle persone? Quando vediamo qualcuno che ci dà il superfluo o quando vediamo qualcuno che ci dà il suo necessario? Quando vediamo qualcuno che divide con noi il pane che ha per sopravvivere o quando ci dà quello che gli avanza, senza mettersi a rischio? Abbiamo visto l’amore quando qualcuno ha rischiato la vita per noi. Abbiamo amato quando abbiamo rischiato la vita per qualcuno. Curiosamente, questo che sembra un ambito intoccabile, inderogabile, invece può conoscere nella potenza di Dio e per grazia (ed è venuto il Signore Gesù per darci questo. Questo non è qualcosa che si può pretendere da nessuno. Questo è qualcosa che si può contemplare quando accade, vedere nelle persone, nei santi, nei cristiani che hanno una vita bella, formata) che viene toccata veramente l’esistenza quando la stessa esistenza fisica diventa qualcosa a disposizione, come il Signore Gesù ha fatto con noi, come hanno fatto appunto tanti martiri e tanti altri cristiani che si sono tolti il necessario, hanno rinunciato alla loro sete.
Ma qui Gesù chiede: “Ho sete”. Comunica questo fatto. Cosa significa questo? Anziché fare delle proprie necessità un’assolutizzazione, fare delle nostre necessità un luogo di relazione: anziché pretendere chiedere, anziché strappare supplicare, domandare. È il tema della relazione con il Padre.
Noi non capiamo fino in fondo quanto stiamo affrontando se non pensiamo che questo tema del mangiare, del bere, delle necessità è già stato affrontato lungamente in giro nella scrittura e nei vangeli. Pensiamo a Mt 6 che dice: “Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo di quello che indosserete. La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?”. E poi continua: “Non preoccupatevi dicendo: che cosa mangeremo, che cosa berremo, che cosa indosseremo? Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno”.
Cosa vuol dire? È curioso, ma non è che prima io mi assicuro la vita e poi mi metto in relazione con il Padre. Io - nelle cose che sono la mia assicurazione sulla vita - mi relaziono con il Padre, cioè la relazione con il Padre diventa il luogo in cui io mi fido di Lui.
Pensiamo che la prima tentazione che Gesù subisce nel deserto – che è analoga, che ricorda la tentazione di Eva davanti all’albero, che è la tentazione di mangiare e lì il serpente crea un bisogno indotto cioè crea una necessità che Eva non aveva – è la tentazione di mangiare: “Mangia! Sono quaranta giorni che non mangi. Prenditi questo che hai intorno e trasformalo in cibo. Fa che le cose divengano in funzione della tua fame”. E Gesù dice: “Ma io non vivo solo di questo. È troppo poco quello che mi stai offrendo, troppo poco quello che mi stai mostrando come possibile. Io vivo di quello che il Padre mi dice, io vivo della relazione con Lui, io vivo di quello che il Padre mette nel mio cuore, come la sua parola”.
“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” dice il vangelo di Matteo. È compiere il piano del Padre, sapendo che tutto era ormai verso il suo compimento, per adempiere la scrittura.
È curioso. Lui ha un disperato bisogno di bere ma questo è per stare nel piano del Padre. Questo illumina tutta la nostra concretezza, la nostra vita, le piccole e grandi cose della nostra vita come un luogo dove in realtà possiamo entrare in relazione con il Padre.
Dobbiamo considerare che proprio nello stesso vangelo di Giovanni al capitolo 18 al momento della cattura Gesù ha detto: “Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato”? Gesù sta bevendo, tutta la passione è il calice che il Padre gli dà. Lui, nel momento del Getsemani – secondo i vangeli sinottici – ha parlato di questo calice che, se deve berlo, sia secondo la volontà del Padre. Deve bere il calice che il Padre gli dà. È curioso: mentre il suo corpo ha sete, lui in realtà sta già bevendo il piano del Padre.
Dobbiamo capire che c’è sete e sete, c’è bisogno e bisogno. Già lo abbiamo più o meno accennato, ma c’è un’altra sete. La curiosità è questa. Quando Gesù nel deserto viene tentato di mangiare pure le pietre trasformandole in pane o pretendendo che siano pane, in realtà lui dice che non è che deve digiunare ma ha da mangiare altro. Il capitolo 4 – che è molto importante per questo testo che stiamo leggendo – questo capitolo dello stesso vangelo di Giovanni è tutto sul tema della sete e della fame. Principalmente la sete, perché è il dialogo di Gesù con una samaritana. È presso un pozzo. Tutto parte dal fatto che Gesù dice: “Dammi da bere, ho bisogno di bere”. E questa donna risponde secondo una logica, secondo l’interessantissimo avvitamento del dialogo fra questi due - Gesù e la samaritana - che arriva fino alla rivelazione grandiosa e luminosa di Gesù.
È interessante che – quando di discepoli tornano, dopo il dialogo con la samaritana, e gli offrono da mangiare – lui dice: “Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete. Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”. Ecco che anche qui compare “Io ho sete” e ha appena detto che sta compiendo l’opera che il Padre gli ha dato, la scrittura, ciò che è stabilito per lui.
C’è mangiare e mangiare, c’è bere e bere. E qui si tratta di fare un salto di qualità. Contemplando la sete di Cristo, si tratta di fare quella cosa che il Signore ci dischiude, e che è possibile, e che è una richiesta che lo Spirito Santo fa al nostro cuore: quello di farsi portare ad un altro tipo di sete, fame. Ovvero: c’è chi continua ad avere sete di autoaffermazione e un giorno scopre nel proprio cuore la sete di amore, scopre il bisogno di stare con gli altri, cercarli, volergli bene. Fino a quel giorno, forse, ha vissuto primariamente per affermarsi, per superare gli altri. Gli altri erano il piedistallo della sua propria sottolineatura egotica.
E qual è il punto? Noi abbiamo sempre questo salto da fare. È il salto di qualità per cui si arriva ad un altro tipo di vita, per cui io nelle persone non ho sete del mio proprio ego proiettato, per cui gli altri diventano strumenti delle mie proiezioni, dei miei successi, dei miei obiettivi, delle cose che vado cercando, dei miei piaceri. No. Gli altri diventano persone, cioè la mia ricerca è proprio dell’altro. Quando mi interessa il cuore delle persone, ho sete del loro cuore. Chi evangelizza ha una sete. Chi evangelizza ha una brama: la brama di arrivare al cuore dell’altro. Ha una sete che gli fa dimenticare i propri bisogni: uno si dimentica anche di mangiare e di bere, uno si dimentica delle proprie necessità, si dimentica anche di prendersi un po’ più seriamente cura di se stesso, perché ha a cuore la vita degli altri. Lo sanno tutti un po’: quando c’è un bimbo da curare, malato, che piange, esistono momenti di esasperazione ma esistono momenti luminosi in cui uno vede limpidamente che dimentica la propria sete per la sete dell’altro. La sete dell’altro diventa qualcosa che gli sta profondamente a cuore.
C’è una sete che Gesù ha, ma non è quella che - per altro - sarà irrisolvibile (quanta acqua dovrebbero dare a Gesù per ovviare a tutti i liquidi che ha perso!). No. Gesù ha sete di noi - come compare nella spiritualità - questa sete di Dio. Dio – dice il catechismo della chiesa cattolica – ha sete che noi abbiamo sete di lui, ha sete di incontrarci. È come un bimbo che ha sete di uno sguardo, di una coccola: ha sete di amore, ha sete di relazione.
Ci sarà un grido: che è la sete dell’uomo, è la sete di Cristo. Stare davanti alla bevanda e non poter bere. L’acqua bella, gioiosa, semplice e necessaria e il bisogno di quest’acqua.

Don Fabio Rosini - Le 7 parole - 4.MIO DIO PERCHÉ MI HAI ABBANDONATO


4.MIO DIO PERCHÉ MI HAI ABBANDONATO
Mt 27,45-46

Arriviamo alla quarta parola che Gesù dice sulla croce, nell’ordine tradizionale di questa devozione delle sette parole di Gesù sulla croce.
La ascoltiamo:
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemasabactani” che significa “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Mt 27,45-46).
Noi siamo di fronte a questa frase che - dobbiamo ricordare - essenzialmente è la citazione di un versetto della bibbia. È l’inizio del salmo 22, che è un salmo particolarmente legato alla passione di Cristo. Questo salmo così antico di secoli e secoli precedenti, parla di un percorso: si parte da questo grido e si arriva ad una gioia indicibile, che proclama qualcosa che sarà narrato di generazione in generazione e passa per una sofferenza lancinante. Ha frasi del tipo: “Hanno forato le mie mani e i miei piedi” “si dividono le mie vesti” “sulla mia tunica gettano le sorti”. È proprio una realtà che profetizza ciò che è successo al Signore Gesù.
Questo salmo ci dà la filigrana di questa frase. Questa frase è qualcosa che rimanda a tutto il salmo e tutto il salmo è proprio il processo, l’avventura, la dinamica pasquale: si parte dal dolore per arrivare alla gioia.
In genere nella nostra vita si parte dalla gioia per arrivare alla sua morte, alla sua fine. Si parte dall’allegria, si parte dall’intontimento, si parte da un momento di appagamento per arrivare allo sfaldamento, alla dissoluzione, per arrivare al nulla. La nostra vita sembra una rincorsa al nulla. E invece qui si proclama che dal dolore si parte per andare da qualche parte.
In realtà questo è appunto ciò che – chiunque voglia veramente capire questa frase – deve tenere presente. Questo salmo 22 è essenziale per capire ciò che Gesù sta dicendo, perché è una citazione assolutamente letterale del salmo. Addirittura lo vuole dire in ebraico, nemmeno in aramaico. Direttamente in ebraico sta citando proprio le scritture. Non si può prendere questa frase se non in questo senso.
Però resta - come sempre nel vangelo - un altro livello, altri livelli di lettura, soprattutto in un momento come questo e di fronte a una frase così tragica, drammatica. Siamo di fronte al dolore e al momento più acuto del dolore: il non senso totale, il momento in cui le cose non hanno più nessuna prospettiva.
Questo momento viene introdotto da un’annotazione ambientale molto, molto peculiare: “A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio”. Stiamo parlando delle ore più luminose del giorno. A mezzogiorno e alle tre sono le ore assolutamente in cui il sole batte e sfrutta tutto il calore che c’è stato precedentemente. Ed è questo il momento in cui proprio c’è luce. È il momento della luce e in quel momento c’è buio. Tanta gente sembra stare nella luce, ma non ha luce. Tante volte nella nostra vita ci vendiamo per allegri, per scodinzolanti, tutti contenti della nostra vita ma in realtà dissimuliamo un grande vuoto interiore. Può capitare a tutti.
La realtà è che questo sole – che è il sole di questo mondo – viene spento. È la negazione del quarto giorno della creazione. La creazione si sta rovesciando, perché c’è una nuova creazione.
L’inno della chiesa dice: “Dinanzi alla sua gloria anche il sole si oscura”. Sì, perché in quel momento il sole è questo uomo che ama, è questo uomo che sta dando la vita. La luce del mondo è lui.
Ma cos’è questo buio? Cos’è il buio per l’uomo? Perché l’avventura più incredibile e straordinaria deve andare in onda senza luci? Perché questa è la nostra condizione e Gesù si sta incarnando fino in fondo in questa condizione. Deve venire Cristo a salvarci. E dove deve venire? Nel nostro buio.
E che cos’è il buio per l’uomo? Il luogo dove gridiamo: “Sono solo! Dove sei? Dove sono gli altri? E dov’è Dio? Ma perché sto qui? Ma che senso ha la mia vita? Ma questo a che serve? Ma perché non c’è soluzione a questa situazione? Perché mi sento abbandonato”?
La psicodinamica dice che la paura primordiale, essenziale - che è la paura del neonato - è la paura dell’abbandono. La paura dell’abbandono si cripta dentro mille paure che noi abbiamo. La nostra solitudine è la nostra morte. Essere soli e non essere nella vita coincidono come esperienza esistenziale. Da questo buio tutti noi gridiamo il nostro bisogno di essere visitati, di essere presi e non abbandonati.
La paura di essere lanciati nella vita come - in maniera primordiale, assolutamente precategoriale - succede a un neonato che esce dal grembo della mamma e piange, trema perché ha il dolore ma anche perché “che succede? Dove mi portate? Chi c’è? C’è qualcuno”? Infatti si rasserena solamente quando si avvicina al grembo della mamma, viene posto sul petto della madre e sente l’odore, che è il primo senso che funziona appena si è nati. Sente l’odore della mamma e dice: “Questa la conosco. C’è qualcuno”. Quella paura di essere abbandonati, di essere lanciati nel nulla, finisce mai nel nostro cuore? Termina mai?
Se il Signore Gesù vuole salvarci, deve mettersi proprio nella nostra condizione. Possiamo tranquillamente dire che – in questo momento – il Signore Gesù tocca la vetta dell’incarnazione, cioè diventare uomo, lui “figlio del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero”.
“Si è fatto peccato” dice San Paolo, per noi. Che cosa vuol dire? Ha fatto peccati? No. Si è messo nella condizione di chi ha fatto il peccato. Chi fa il peccato si è staccato da Dio. Chi ha fatto il peccato è lontano da Dio, ha negato l’amore di Dio, non si è fidato di Dio (anche se non s’è nemmeno reso conto di farlo) e ha affermato – con un atto che è il peccato – la propria totale autonomia (perché la vita obbedisce solo alle sue proprie categorie). E questa è la condizione che ci condanna all’estraneità con Dio.
E il Signore Gesù va lì, in questo posto. Come se una persona sia stata condannata a morte per un delitto fatto - in una di queste società che ancora hanno questa tragica condanna che è la condanna a morte - e succede che qualcuno vada al posto suo, per prendere su di sé tutta l’angoscia di un condannato a morte, tutta l’angoscia del nulla che gli arriva addosso, tutta l’angoscia della sua vita che finisce e delle cose che sono senza senso. Ancor più perché uno non se lo merita. Ecco, lui sta lì dentro la massima angoscia dell’uomo. 
Entriamo ancora meglio in questo atto di Gesù, in questo momento che Gesù vive. Essendosi fatto peccato (nel senso di aver preso le conseguenze del peccato su di sé), essendo morto come un malfattore, condannato dal suo popolo, rifiutato dai capi, dileggiato dagli estranei, dai passanti, insultato da tutti e lasciato nel più completo fallimento, lui vive che cosa? Non tanto la lontananza dagli uomini, ma questa condizione grida ciò che appunto lui non puòconoscere.Lui non può conoscere l’estraneità al Padre, lui non conosce lo stare lontano da Lui. Lui nel vangelo di Giovanni dice: “Io non sono solo, il Padre è con me, il Padre mio opera in me sempre, io faccio ciò che ho visto fare dal Padre, io sono con il Padre, il Padre è in me”. Lo ha detto in tante bellissime forme. E cosa significa questo? Che proprio questa è la sua vita.
Come abbiamo già detto nel secondo articolo del nostro credo, del simbolo della fede, “Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato della stessa sostanza del Padre”, attraverso queste parole - che non sono algebra teologica ma sono qualcosa di molto serio, di molto profondo che nella chiesa paleocristiana sono state un frutto bello della vita cristiana, che permetteva di capire questo della vita intima di Dio -  questa è la sua condizione: lui è perché è dal Padre.
Cosa è vivere senza il Padre per lui? È l’estraneità della sua esistenza, è la negazione di sé, è la cosa più assurda che possa capitargli, la “s-comunione” con il Padre, sentire il Padre lontano, non sentirsi vicino il Padre. Il Padre fa un passo indietro, perché lui deve vivere fino in fondo la condizione di uomo, che purtroppo è la condizione di chi ha saputo dire di no al Padre.
Questo a Gesù dà terrore. Infatti è questo ciò che lui combatte per accogliere come il disegno del Padre per salvare gli uomini. È questo che lui al Getsemani “suda sangue”: lui suda questa perdita, questa vita, questa realtà che rappresenta questo luogo impensabile (lui che è felice di stare col Padre, lui che esiste perché è “Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero”).
Noi vediamo che lui sta entrando in qualche cosa che è la massima tortura, più forte della tortura fisica: la lontananza di Dio.
È difficile spiegare queste cose, perché qual è la nostra condizione di uomini? A noi l’idea di stare lontani dal Padre non ci spaventa per niente, anzi, un po’ ci annoia tante volte l’idea di stare con il Padre. Noi che abbiamo subito la catechizzazione profonda del padre della menzogna, che ci ha detto che stare lontano da Dio non è così grave. Noi siamo abituati a non stare con Dio. Noi siamo un po’ come gente che vivendo in città non sa più che cos’è il sapore dei cibi genuini, gente che è abituata a cose artefatte, trattate, create a botte di chimica e di manipolazione e non sente più interesse per le cose che sanno di fresco. Invece qualcuno che venga da un mondo sano, buono, da una realtà rurale dove si mangia quello che è appena prodotto, appena colto, viene qui e sente tutto sporco, contaminato, slavato e nello stesso tempo greve, aggressivo.
Gesù viene dal rapporto col Padre e la nostra vita mediocre di autonomi, individualisti, spaccati fra di noi e lontanissimi da Dio, gli dà orrore. È come mangiare spazzatura per lui. A noi in realtà queste cose ci piacciono, ci siamo abituati. E l’idea di mangiare cose semplici, autentiche, ci annoia, ci interessa molto poco.
Gesù è entrato con tutta la sua nobiltà, col suo essere, con la sua persona bella, luminosa, dentro questa tenebra. Il peccato è lontananza da Dio e lui entra nella lontananza da Dio, ci deve entrare perché è lì che ci deve venire a prendere, lì dove non c’è luce, lì dove non c’è la luce del mondo, lì dove il sole non funziona, lì dove si è dentro questo buco, questa tana nera che è il nostro individualismo, che in realtà viene svelato per quello che è: dolore, solitudine, abbandono. Invece noi l’individualismo lo vediamo come una cosa appagante, come una cosa autoaffermativa.
In realtà questo grido - che tanti guardano con comprensione tutta da rivedere, con compassione tutta da riesaminare - ma perché è brutto che Dio ti abbandoni? Per Gesù sì, per noi non tanto. Per Gesù è mostruoso che Dio sia lontano.
Questo dolore è un dolore che dice quel che dolore è e quel che dolore non è. Il problema nostro non è non essere affermati, non essere appagati, non avere successo, non essere comodi. Il nostro vero dolore è non avere Dio nel cuoreed essere lontani dal suo cuore. È non essere figli, è vivere da “bastardi”, vivere da estranei, è non accogliere l’amore di Dio.
Abituati come siamo a fare questa cosa, abituati come siamo a pensare a noi stessi, noi dobbiamo lasciarci svelare questo dolore. È come se uno ti dica: “Mamma mia, vai lì: che brutto posto”. E tu sei abituato ad andarci lì e non ti rendi conto. E forse da questa frase inizi a dire: “Ma sì, è vero, è un brutto posto. Dio mio, non me ne ero mai reso conto di quanto è brutta questa cosa che faccio, quanto sono brutte queste cose a cui do spazio nella mia vita”.
Si incontra in questo grido il sublime, si incontra in questo grido ciò che veramente uno ha da cercare. Che Dio non ci lasci mai, che non ci abbandoni in niente, che stia con noi nell’ora della tentazione, nell’ora della gioia, nell’ora del tedio, nell’ora delle difficoltà, nell’ora dell’allegria. Che siamo sempre con lui! Altrimenti niente ha sapore.
Un’ulteriore annotazione su questa frase è quel “perché”.
“Dio mio” dice questa frase (c’è un possessivo bellissimo. C’è un suffisso che indica la prima persona singolare. “Dio mio” due volte: è affettuoso questo modo di dire) “perché mi hai abbandonato”?
La parola “perché” in ebraico “le-mah” (il Signore Gesù l’ha voluta dire in ebraico) è formata da due parti: “le” particella che indica un moto a luogo fondamentalmente, che però viene usata per il possessivo ma anche per indicare nelle strutture questo movimento a qualcosa; “mah”: questo tipo di parola indica la “cosa”. “Le-mah” alla lettera significa “a cosa mi hai abbandonato?” (è cacofonico - logicamente - detto in italiano) “verso cosa?” significa, “per cosa?”, “in vista di cosa?”.
La domanda non è una domanda che dice semplicemente: “È assurdo quel che vivo…. Dimmi perché?” in senso semplicemente casuale. No. È più aperto all’idea di una prospettiva di movimento (questa parola), piuttosto che a un cercare la causa.
Noi intendiamo la parola “perché” come la ricerca del colpevole: “Ma perché mi hai abbandonato?”. Dobbiamo un pochino andare più verso il senso ebraico: “Per cosa mi hai abbandonato? Per portarmi dove? Dove mi stai portando”? Nascosta in questa domanda c’è un’apertura: “Dio mio, Dio che sei mio, Dio che sei del mio cuore, dove mi stai portando? Mi hai abbandonato in vista di cosa”?
A questa domanda risponderà la resurrezione. A questa domanda risponderà il Padre. Dopo che il Signore Gesù entra fino in fondo nella condizione mortale dell’uomo, dopo il tempo perché questa morte sia vera o nulla, vera morte, vera condizione per cui il corpo di Gesù è realmente morto (non è stato un momentino: ci sta quelle ore che sono necessarie perché sia dalla morte che il Padre lo chiama), questo “perché” ha una risposta.
Il tempo che ci deve stare in mezzo (perché la risposta di Dio molto spesso è diversa da quello che noi ci aspettiamo e dà tempi diversi dai nostri perché è la sua sublime risposta non la nostra angoscia o la nostra fretta) non va al nostro tempo.
Questa domanda trova risposta, perché il Padre lo risusciterà.
In questa domanda dobbiamo entrare tante volte: “Dove mi stai portando?” quando il dolore ci tocca fino in fondo. Aprirci alla risposta di Dio, facendo veramente fino in fondo la domanda: “Dove mi stai portando?”.
L’arte dell’attesa della risposta di Dio è una ricerca e ci permette di mettere il nostro animo disposto verso l’opera di Dio. 

lunedì 8 luglio 2019

Don Luigi Maria Epicoco - II meditazione - Apocalisse 1 (Lc 7,36-50; sal...

Don Fabio Rosini - Le 7 parole - 3.ECCO TUA MADRE


3.ECCO TUA MADRE
Gv 19,25-27

Ci occupiamo della terza parola che il Signore Gesù dice sulla croce, nella sua gloriosa passione. Leggiamola, contestualizzandola all’interno del testo (come arriviamo a questa parola?) da qualche versetto prima:
I soldati poi quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca”. Così si compiva la scrittura che dice: “Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte”. E i soldati fecero così.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre”. E da quell’ora il discepolo la accolse con sé.
Ecco perché abbiamo voluto leggere sin dalla scena precedente il momento in cui Gesù vede - davanti ai suoi occhi - la spartizione delle sue vesti, perché dobbiamo capire che cosa sta succedendo cioè il momento in cui Gesù – una volta crocifisso – vede le sue povere cose (i suoi vestiti, quello che gli era rimasto indosso in quella notte tragica, in quell’alba di tortura) le vede spartire, vede che gli viene tolto tutto.
È molto importante considerare che il Signore Gesù – per salvare il mondo intero – non ha avuto bisogno di avere niente, assolutamente niente. Completamente spoglio di tutto, ha potuto compiere l’opera più grande della storia. Ma a questo punto, considerando che fino ad adesso tutto gli è stato tolto, lui passa a donare quello che ancora ha.
Ai piedi della croce vede sua madre e vede il discepolo amato, che è l’autore del vangelo.
Che cosa fa? Li regala l’uno all’altro. Regala il discepolo a Maria e Maria al discepolo. È questo atto volontario di Gesù che è arrivato lì, perché nessuno gli prende la vita ma lui la dona, cioè non è un atto coatto: è un atto completamente autentico, libero, intenzionale. Lui qui lo sta iniziando a compiere. Lo porterà a termine fino in fondo addirittura dopo morto, quando dal suo fianco squarciato saranno effuse le realtà interiori, quando uscirà l’acqua e il sangue (ovverossia la scomposizione del sangue in siero e plasma) ed ecco che anche il suo spirito sarà emesso prima ancora.
Quindi la cosa che ancora lui ha è una madre che lo piange e un amico, un discepolo che lo conforta. E cosa fa? Li guarda e li regala l’uno all’altro. Il Signore Gesù regala tutto. Questo uomo completamente spoglio continua a regalare cose. Ha regalato il paradiso - nella parola precedente - al buon ladrone e regala adesso gli uni agli altri.
Che cos’è questo regalo? Che cosa è il regalo degli uni agli altri? Questo è la chiesa. Compare questo fatto per cui noi – che siamo gente dispersa e tutti allineati nei nostri individualismi, nelle nostre realtà piccole, nei nostri piccoli cortili mentali – diventiamo uno dell’altro.
Perché chi ha stabilito che noi siamo fratelli (questo linguaggio che è un linguaggio che associa in una realtà famigliare le persone)? Chi ha stabilito che un sacerdote si occupi delle persone che gli sono affidate e queste persone lo accolgano e si fidino di lui? Chi ha stabilito che le persone si leghino fra di loro? Il Signore dalla croce ha preso la vita di ognuno di noi e ci ha detto: “Tu hai questa madre (e ci ha indicato la chiesa), tu hai questi fratelli”. Ci ha detto: “Tu hai questi figli, ti devi occupare di queste persone”. E queste realtà non sono nate, innescate da nostre pulsioni affettive o da nostri meccanismi psicologici. No, dal Signore che donando la vita per noi ci dona una nuova vita che è una nuova famiglia.
La chiesa non è un luogo dove si stia per scelta sociale o per convenienza (anche se purtroppo non possiamo negare che nella storia si sono desiderati posti maggiori, minori, scelte, azioni, situazioni sulla base delle nostre povere, ridicole psicologie) ma è il Signore che ci stabilisce tali. Chi può dire a un altro: “Tu sei mio fratello, tu sei mia sorella”? Il Signore stabilisce questo vincolo sulla base della sua croce.
Quello che noi dobbiamo rimarcare – ascoltando questa parola – è ciò che succede a Maria Santissima e al discepolo amato, a Giovanni.
Loro “stanno dappresso alla croce”. Maria “sta”. Questo verbo è diventato spina dorsale di questa spiritualità profonda, lo “stabat mater”. Maria “sta” presso la croce, non scappa. Sta lì, di fronte al dolore più straziante che ci possa essere, la morte di un figlio. È molto più facile affrontare la propria morte che non la morte di un figlio. C’è qualcosa di acuto, di profondissimo. È il linguaggio che Dio conosce molto bene, è il linguaggio di Abramo che deve entrare nell’ipotesi di perdere suo figlio, perché in realtà questo adombra ciò che Dio Padre stesso sta facendo. Qui non c’è solamente Maria che sta perdendo suo figlio: qui c’è il Padre che sta vedendo soffrire, patire e morire il suo proprio Figlio.
E se qualcuno - con superficialità - può dire “Sì, va bene, ma sa che poi risusciterà, lo risusciterà” questa è un’annotazione di una superficialità notevole, perché vedere il proprio figlio soffrire è una cosa straziante. Puoi sapere tutto quello che ti pare, ma poter togliere il dolore a tuo figlio!!
E se noi che siamo così superficiali, insensibili, centrati su noi stessi sappiamo capire questo dolore, la nobiltà, la profondità, l’insondabile immensità di Dio che è amore sconfinato, che cosa è quel momento per il Padre? Sta vedendo suo figlio morire.
In Maria c’è un riflesso, perché se c’è una cosa di cui proprio non può interessare niente a una donna che sta vedendo suo figlio morire è occuparsi di un’altra persona. In quel momento l’ultima cosa che può avere in testa una madre è che ci sia qualcun altro di cui occuparsi: “Ma mi occupo di mio figlio, se permetti, ma sto accanto a lui! Vorrei prendermi un pezzo del suo dolore, voglio stare qui”. E invece accetta questa cosa. Accetta in quel momento di fare cosa? Qualcosa che è nascosto sin dal dialogo enigmatico delle nozze di Cana, quando Maria – vedendo che in quel matrimonio manca il vino - dice questa parola al Figlio: “Non hanno più vino” “hanno perso il vino”, che è un’immagine della gioia, dell’allegria. Hanno perso allegria questi uomini.
E Gesù risponde in una maniera così strana: “Che c’è fra me e te o donna? È giunta la mia ora”? “L’ora” è proprio questa, cioè l’ora in cui quello che c’è fra di loro viene messo in discussione.
Infatti quel che succede è che questa donna in quel momento inizia un processo che la porterà fino al momento che stiamo contemplando, cioè il momento in cui lei perderà il proprio figlio, perché il proprio figlio salverà gli uomini, darà il “vino nuovo” agli uomini, darà il suo Spirito agli uomini. E allora Maria deve accettare più di Abramo e come il Padre celeste di poter perdere il suo figlio per amore degli uomini.
In un certo senso si può dire che in questo momento Maria sta vivendo la sua più profonda maternità, perché lei è madre di Cristo e ora diventa madre del corpo intero di Cristo, della chiesa, cioè di tutti i cristiani. Il discepolo rappresenta tutti i discepoli.
Noi qui contempliamo che lei perde il sublime per l’infimo, perde il re per lo sguattero, lascia il nobile per il degenerato, lascia il puro per il contorto, lascia il sublime per ciò che è ridotto male, scassato, incompleto, crepato, insoddisfacente che è il nostro cuore, che è la nostra vita, il nostro essere. Maria in questo momento accetta questa cosa. E Gesù innesca e proclama questo regalo. C’è qualcosa di immenso in questa realtà perché qui si illumina la logica nascosta dell’amore. Qui il possessivo perde la sua assolutezza. Le prime parole di un bambino sono due, fondamentalmente (e purtroppo l’ordine non è molto onorevole per noi umani). Tutti pensano che la prima parola sia “mamma”. In realtà la prima parola che dicono i bambini è “mio” (comunque poi c’è una sintesi “mamma” “mia”). Il punto è che i bimbi articolano queste prime labiali: “mio” “mamma”. Qui è proprio questo quello che è in ballo: il “mio”. Questo è la nostra condanna: il vivere ossessionati dal “nostro”, il “mio”, vivere per le cose mie, il possessivo. San Francesco d’Assisi dice che il contrario dell’amore è il possesso. Per questo sposa “Madonna povertà”. Per questo c’è l’amore che chiede la povertà, perché sempre l’amore è donazione, oblazione, regalo. È regalo di che? Del “mio”, se no non è un regalo (è un passamano). Solamente le cose che sono veramente mie, io le posso donare. Gesù dona ciò che è più suo, che più suo non si può su questa terra: sua madre. Se c’è qualcuno che è suo è questa donna qui.
L’intima relazione fra questi due è irripetibile, unica. Non c’è nessuno più vicino a Dio di colei che lo ha generato su questa terra. Questo è proprio ciò che è di Cristo. Nel cielo ha il Padre e la relazione col Padre, sulla terra ha la madre e la relazione con la madre. Regala questa relazione.
Qui il possessivo perde importanza e viene rovesciato. Qui passiamo a relazioni completamente d’amore. Maria e il discepolo perdono ciò che è loro per avere qualcosa che Dio dà. Perde Maria Gesù per avere il discepolo. Il discepolo in quel momento si deve staccare dal Maestro per accogliere Maria. Senza logicamente staccarsi da tutta l’obbedienza alla signoria, l’unione a questo suo Signore e maestro, in realtà in quel momento lui diventa secondo un’identità che non aveva prima. Gesù che cambiava il nome alle persone (che incontrava qualcuno come Simone e gli cambia il nome in Pietro) gli cambia la famiglia a quest’uomo, gli cambia la generazione, gli cambia l’ordine di nascita. Questa parola nasconde questa vittoria sul possessivo, che è la libertà dalla nostra angoscia di autoconservazione.
Se abbiamo messo molto l’attenzione sullo scambio che Maria “subisce”, dobbiamo un pochino anche concentrarci sulla frase che dice al discepolo: “Ecco tua madre”. Il discepolo deve accogliere questa madre.
Cosa vuol dire accogliere questa madre? Cosa vuol dire compiere questa parola? Come non possiamo non citare, non ricordare il motto di San Giovanni Paolo II: “Totustuus”! Alcuni pensavano forse che fosse l’indicazione di una persona particolarmente devota alla Vergine Maria. È sicuramente questo, ma ancor di più è il compimento di questo testo di Giovanni 19,27: “Ecco tua madre. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé”. Aveva sentito nel versetto precedente: “Ecco tuo figlio” “Totustuus”. Che cosa vuol dire? Questa è un’indicazione. È la nuova nascita, è il passare a una nuova maternità, è l’entrare dentro una vita che è generata in altra maniera.
Nello stesso vangelo di Giovanni al capitolo 3 Gesù aveva detto: “Uno se non rinasce dall’alto non può vedere il regno dei cieli”. Aveva risposto Nicodemo: “Ma come può un uomo nascere una seconda volta quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre”? Qui si citava la madre.
Ed ecco scopriamo come si fa. La chiesa - che è presente in Maria e che Maria fa presente con la sua vita, col suo essere (perché come dice il santo beato Isacco della Stella “tutto ciò che si dice di Maria si dice della chiesa e tutto ciò che si dice della chiesa si dice di Maria”) – ed ecco nascere da questa nuova maternità, nascere dalla chiesa, nascere dal rapporto con Maria. È una nuova identità appunto.
E questo è un accogliere con sé che significa tante cose: una intimità, un accogliere fra le proprie cose, alla lettera “accoglie come fra le sue cose Maria”, ne prende possesso. Bisogna proprio dire a molti cristiani: “Ma prendi possesso di questo regalo: te l’ha fatto il Signore della croce. Ti ha regalato questa donna. Ma cos’ha da darti questa donna”? Ha da insegnarti la fede, ha da insegnarti come si fa a entrare nel rapporto più bello e più profondo con Dio.
Perché c’è l’altra frase, che Maria dice nelle nozze di Cana, quella che dice dopo il dialogo enigmatico che rimanda a questo momento: “Qualunque cosa vi dica, fatela”. La traduciamo sempre: “Fate quello che vi dirà”. Appunto: qualunque cosa vi dica, fatela, perché lei è maestra di questo.
Il vangelo di Luca ha raccontato come lei dice questa frase: “Avvenga di me secondo la tua parola”. Ed ecco nel vangelo di Giovanni abbiamo questo insegnamento: “Fate secondo quel che vi dice”. Imparare a obbedire alla parola, imparare a vivere nella fede che è un atto di consegna alle promesse di Dio, a ciò che Dio ci dice, a ciò che Dio ci rivela.
Noi abbiamo da accogliere questa madre, abbiamo da contemplare questa madre che ci accoglie, che ci prende, che ci consegna a suo figlio.
E lo perde. Anche se lo riavrà, in realtà lo perde su questa terra. Abbiamo da entrare in questo regalo che il Signore ci fa.
Maria sta vivendo un dolore spaventoso: lei sta perdendo suo figlio ma è madre. Si diventa sempre madri nel dolore: il parto implica sangue. Anche questo parto che è il parto della nostra vita di cristiani (la nostra esistenza di associati a Gesù come suoi fratelli e uniti alla sua stessa madre) è qualcosa che implica il parto da parte di Maria di vedere suo figlio morire. Deve vedere suo figlio morire per vederci nascere. Per cui questa dolcezza, questa generosità venata di sangue, venata di dolore, venata di frantumazione della propria affettività.
Il cuore di un uomo libero è un cuore pieno di cicatrici, è il cuore di una persona che sa amare, è il cuore di qualcuno che si sa distaccare. Lei si distacca da lui ma resta madre, perché diventa madre nostra. E quel dolore si incrocia con la sua dolcezza. 

domenica 7 luglio 2019

Don Luigi Maria Epicoco - I meditazione - La vita come apocalisse (intro...

Don Fabio Rosini - Le 7 parole - 1.PADRE PERDONALI


1.PADRE PERDONALI
Lc 23,33 - 34
Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui ed i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.
La prima cosa che noi dobbiamo registrare di ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­questa grazia che è la contemplazione di nostro Signore mentre sta andando alla croce, è il fatto che è sotto la tortura: lo stanno crocefiggendo, in questo momento lo stanno mettendo sulla croce. Mentre lo crocifiggono lui parla con il Padre. Questo è molto importante. Attenzione a ricevere tutti i doni che dobbiamo ricevere da questa grazia di contemplare queste parole.
Quando stiamo nel male è inutile restare in un atteggiamento orizzontale, restare a cercare il colpevole, arrabbiarci con chi ci sta torturando. Noi sappiamo una cosa: quello è il momento di parlare col Padre.Quando gli uomini non ti ascoltano, parla col Padre. Il Signore Gesù entra in questo fatto come un dialogo con il Padre, come un dialogo col Padre celeste, un evento che è fra loro due. Noi riceviamo questa indicazione straordinaria. Di cosa gli parla? Qual è la sua richiesta? Lui prega e prega per noi, prega per gli uomini che lo stanno torturando.
E cosa dice: “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno”.
Dobbiamo notare che quando Luca ci consegna questo regalo (questa parola che è solamente nel vangelo di Luca) mette un aspetto che non è notato normalmente. Il greco dice: “Gesù nel frattempo diceva”. Quel “diceva” è nel tempo greco dell’imperfetto. Nel greco c’è l’aspetto verbale, che indica la modalità dell’azione. Ci sono tempi che indicano degli atti fatti una volta sola, fatti senza ripetizione e ci sono tempi che indicano la ripetitività di un atto. Se volessimo tradurre in maniera che tenta di rendere l’idea di quello che faceva Gesù, noi dovremmo tradurre qualcosa del tipo: “Crocefiggevano Gesù, mentre lui ripeteva, diceva… mentre lui stava dicendo”. Lo diceva, lo diceva e lo diceva. C’è un aspetto di continuità. Non “disse” ma “ripeteva, diceva”.
Questo ci fa impressione, perché ci fa capire qual era l’atteggiamento di Gesù. Noi pensiamo che gli mettono un chiodo in un polso, battono e lui dice questa cosa e la continua a dire e la continua a dire. È una richiesta, è una insistenza. È il suo atteggiamento, è il modo di vivere questa cosa. Tutto questo è straordinario, perché ci fa vedere non una cosa legata a un momento ma ci vuole dare il cuore del nostro Signore di fronte a noi.
E questo cuore di cosa parla? Parla di perdono, parla al Padre e parla di perdono. Non è un cuore vittimista, non è autocommiserativo, non è il cuore di chi grida minaccia, strepita contro chi pure sta facendo qualcosa di profondamente ingiusto. No. Cerca la via d’uscita, cerca la soluzione, cerca l’apertura, cerca come vivere questo fatto.
E mantiene questo atteggiamento in maniera continuativa. E quello che lui fa è parlare del perdono, chiedere perdono.
Dobbiamo capire bene come lo chiede, cosa chiede esattamente, cos’è nascosto in questa meravigliosa frase.
Il perdono è la prima parola che Gesù emette sulla croce, mentre lo stanno crocefiggendo. Questo perdono viene accompagnato da una motivazione. E qui c’è qualcosa di molto sorprendente.
“Padre perdona loro”. Perché? C’è un perché per perdonare, c’è un motivo. Fra loro due possono capire il perché del male che noi facciamo.
“Perché non sanno quello che fanno”. Una interpretazione superficiale, banale, di questa frase è semplicemente questa: “Padre perdonali, perché non si rendono conto di chi stanno crocefiggendo, non hanno consapevolezza”. È una cosa vagamente apparentata con il nostro “lei non sa chi sono io”, una forma di dire “sapessero! Che ignoranti che sono. Perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Un velato senso di estraneità, certamente di superiorità, atteggiamento non di comunione. 
Invece questa frase è di una profondità meravigliosa. Ed è una frase che dobbiamo accogliere, dobbiamo accogliere una luce che viene da questa frase.
Il Signore Gesù dice che andiamo perdonati dal Padre, perché non sappiamo quello che facciamo. Di che cosa stiamo parlando? Quando ci si accanisce contro qualcuno che ha sbagliato, quando si tortura qualcuno che ci sembra in errore, dovremmo ricordare quella frase del vangelo stesso di Luca che dice: “Può un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno forse tutti e due in una buca”? Ovverossia: ma noi veramente sappiamo spiegare il nostro male? Ma non c’è un “misteriuminiquitatis”, non c’è un mistero del male nel nostro cuore? Alla fine noi non spieghiamo molto, perché dobbiamo capire una cosa fondamentale: il male è illogico, è caotico, è disordinato. Il male è male. Il male non è una cosa di cui veramente sappiamo la causa fino in fondo. Siamo sempre sorpresi dal nostro male. Tante volte ci troviamo di fronte a quello che facciamo e usciamo con frasi del tipo: “Ma che mi ha preso in quel momento? Ma che cosa avevo in testa in quel momento quando ho detto, quando ho fatto o quando non ho fatto? Ma perché mi sono comportato così”? Sfido chiunque a non avere il dolore di dover misurarsi con questo tipo di realtà, cioè con il fatto che ci sono cose della nostra vita che non sappiamo spiegare. Su di noi che sguardo c’è? Uno sguardo feroce? Uno sguardo che sottolinea, mette i puntini sulle “i”, si accanisce contro la nostra assurdità? No, è uno sguardo benevolo che dice: “Non sai quello che fai”.Quando il male prende il sopravvento nella nostra vita, non sappiamo mai cosa veramente stiamo facendo, perché c’è qualcosa più grande di noi.
San Giovanni Paolo II disse una volta una cosa molto importante, quando si era ancora nel tempo dei blocchi contrapposti fra est e ovest. Tanti giovani ascoltatori non possono più ricordare cosa è stata l’angoscia di crescere con una contrapposizione, con la paura di una guerra (quella che si chiamò la “guerra fredda”). Era un tempo di demonizzazione reciproca, era un tempo in cui si vedeva l’altro come assolutamente cattivo, come se si potesse spiegare l’altrui male come una responsabilità assolutamente coincidente con l’identità dell’avversario. E non è vero. Ebbe a dire San Giovanni Paolo II: “Non demonizzate mai l’uomo. Il male è più grande dell’uomo”. Il risultato del male dell’uomo è sempre più grande della somma delle parti della sua responsabilità. C’è un “di più” nel male dell’uomo. L’uomo sa andare in qualche cosa di assolutamente grave, sadico, triviale. Se noi pensiamo a quanto male è stato prodotto nel 900: noi credevamo di essere nel giusto. Pensiamo a San Paolo, quando perseguitava quelli che saranno poi i suoi fratelli: lui credeva di essere nel giusto, era convinto e non sapeva quello che faceva. Siamo tutti messi così! Siamo tutti in questa condizione. Il male non si spiega. Le origini del male ci sono oscure. Noi siamo ciechi che puntiamo il dito contro il prossimo pensando di poter spiegare il male degli altri mentre siamo analfabeti del nostro proprio male. E se un cieco guida un altro cieco, cadranno tutti e due in una fossa, nella perdizione, nella condanna reciproca, nell'’odio. Quante volte siamo di fronte agli altri e li mostrifichiamo. E non ci rendiamo conto che così come siamo noi analfabeti di noi stessi, anche gli altri sono analfabeti di se stessi. Il male non si spiega, non si categorizza. È inutile torturarsi sul male che abbiamo fatto. È inutile torturarsi sul male che abbiamo subito. Quanta gente si ossessiona, si ostina a ricordare, a “mugugnare” dentro di sé, a torturarsi con tutto quello che ha subito. È un oggettivo male, ma non cercare di metterlo nella scatoletta del tuo cranio, perché è più grande di me e di te. E tutte le scienze psicodinamiche – alla fine – comunque sono di fronte a un mistero, il mistero della libertà umana, che prende delle opzioni completamente inspiegabili. E tutto sommato noi siamo ancora dei principianti del nostro cuore, con tutto quello che abbiamo capito di vero, di autentico, di profondo, di utile, Ma siamo di fronte a questa sentenza benevola del Signore Gesù, mentre gli arrivava addosso l’ondata, lo tsunami del male umano: “Non sanno quello che fanno”. “Sono poveri conoscitori” dice un padre della chiesa “sono gente che vive sempre guardando solo una parte della propria realtà. Gli manca un pezzo, non vedono tutto”.
Quanto è importante accettare di non poter spiegare il male, accettare che ci sono tante cose che non sappiamo. Quanto è luminosa questa frase del dolce Signore Gesù. E quanto è importante vedere che è inutile spiegare tutto. Spiegare tutto non ce la faremo mai!
E qui viene proposta la soluzione: non spiegare ma perdonare, non spiegare ma accogliere. Questo non vuol dire essere buonisti, perdonisti, canonizzare anche le cose storte (che vanno riconosciute come sbagliate). Questo non è il punto. Il punto non è il sentimentalismo di un perdono da quattro soldi, di un “perdonino” dato d’ufficio per mellifluo sentimento interiore. No. Qui si tratta di andare al centro/natura della nostra esistenza: noi viviamo di misericordia.Noi viviamo di pazienza.Senza misericordia non si campa, senza misericordia non si cresce un bambino. Non si può cresce un bimbo, una bimba nella felicità, nella serenità, nella bellezza se non li si irrora di pazienza, di accoglienza, di tenerezza, di sorpresa nella dolcezza. Quando uno si sente che ha sbagliato, essere abbracciati: questa è la pasta della nostra vita. Ma come si fa a vivere di giustizia? Impossibile! Nessuno sopravvive con la sola giustizia. La giustizia è solo una parte della realtà. Ma come si fa a lavorare se non c’è pazienza? Che luoghi di tortura divengono i posti dove si vive per la precisione, per l’esattezza! Abbiamo bisogno di larghezza di vedute, di indulgenza reciproca, senza che questo ci porti trasandatezza. Non è questo il punto. La realtà è che abbiamo bisogno della misericordia sempre, comunque. Partire dalla misericordia e arrivare alla misericordia. Questa realtà è l’altra risposta che abbiamo di fronte al dolore. Il perdono non è roba facile. Il perdono è la manifestazione dell’amore nel suo stato più autentico. E infatti chi non sa perdonare, non sa amare.
Non è possibile tenere in piedi un matrimonio senza misericordia. Non è possibile volersi bene fra fratelli senza dolcezza, senza perdono. È impossibile vivere senza misericordia.E questa misericordia non è un condono edilizio: è la verità della nostra vita. Non è un aggiustare tutto, un imbastire in qualche maniera le cose per scordare il passato e andare avanti. No. È la vera chiave della nostra storia, anche se a tutti risulta difficile, perché questo è un dono di Dio. Doveva arrivare il Signore Gesù per fare questo. È questo il “proprium” del cristianesimo, questo tipo di amore che è un amore più forte della morte, che è un amore più forte del male. Questo tipo di amore è la soluzione, è la risposta.
Noi abbiamo bisogno di accogliere questa frase del Signore Gesù, ripeterla al nostro cuore, dirla, emetterla. Ma che ne sappiamo noi del male?E però solo il Padre ci può donare questa cosa. Gesù dialoga con il Padre ed è lì lo spazio di questa cosa - più forte della violenza, più forte del dolore, più forte del sangue versato - che è il perdono. Questo è un dono di Dio, questo è qualcosa che il Signore Gesù porta nel mondo.
Infatti noi dobbiamo considerare una cosa.Questo evento, l’inizio della crocefissione di nostro Signore con la proclamazione del perdono, sarà riprodotto (dalla stessa mano, che è la mano di Luca, che scrive sia il vangelo di Luca che gli Atti degli Apostoli) dalla morte nella esecuzione del primo martire Stefano.
Nel capitolo 7 degli Atti degli Apostoli viene narrato il suo martirio. Ed è impressionante ascoltare come lui muore: “I testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: Signore Gesù accogli il mio spirito. Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: Signore, non imputare loro questo peccato. Detto questo morì”. È piuttosto importante. L’amore che Cristo ha avuto, inaudito, nuovo, passa nei cristiani. E ci sono tanti cristiani che moriranno così. E tante persone, tanti martiri anche oggi che sanno perdonare i loro uccisori, che sanno amare i loro aguzzini. Questo amore è l’amore del perdono, questo è un dono che solo Dio può mettere in noi.
Chi perdona trova pace. Qui è il punto. Il perdono è anche la più profonda intelligenza esistenziale. Perché il male subito può restare in noi e c’è doppia ingiustizia: il male che ci è arrivato addosso e la nostra vita che viene segnata definitivamente da quel male, per cui passiamo la vita a fare i conti con quel che ci è successo.
Chi perdona esce dal meccanismo del suo aguzzino. Chi perdona diventa libero dal male subito. Il perdono è la vera guarigione. Chi perdona trova la pace. È una soluzione data dal Signore a tutti noi.
Lasciamoci invadere dalla pace del Signore Gesù che ci guarda senza accanimento, senza durezza. Viviamo sotto questo sguardo, perché ne abbiamo bisogno.   
La vera via d’uscita dal male è il perdono. Il male che abbiamo subito lo metabolizziamo e lo facciamo diventare forza interiore, luce, quando finalmente – per grazia di Dio – ce la giochiamo col Padre (come fa Gesù sulla croce). E diventa parte della pedagogia di Dio nei nostri confronti, parte della nostra salvezza.
Verso chi ci ha fatto del male si può emettere una serena sentenza di assoluzione, una accoglienza, come il Signore Gesù. Perché perdonare è guarire.