Visualizzazione post con etichetta alessandro d'avenia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta alessandro d'avenia. Mostra tutti i post

mercoledì 24 maggio 2017

La bellezza nasce dai limiti

Il vento. Non lo vedi né lo senti sinché non trova un ostacolo, come tutte le cose che ci sono sempre state. Persino il mare sembra senza limiti, eppure canta solo quando li trova: infrangendosi sulla chiglia diventa schiuma; spezzandosi sugli scogli, vapore; sfinendosi sulle spiagge, risacca. La bellezza nasce dai limiti, sempre (A.D'Avenia - Cose che nessuno sa)


sabato 5 maggio 2012

La lezione delle perle...


«Quando un predatore entra nella conchiglia nel tentativo di divorarne il contenuto e non ci riesce, lascia dietro una parte di sé che ferisce e irrita la carne del mollusco, e l'ostrica si richiude e deve fare i conti con quel nemico, con l'estraneo. Allora il mollusco comincia a rilasciare attorno all'intruso strati di se stesso, come fossero lacrime: la madreperla. 
Ciò che all'inizio serviva a liberare e difendere la conchiglia da quel che la irritava e distruggeva diventa ornamento, gioiello prezioso e inimitabile. Così è la bellezza: nasconde delle storie, spesso dolorose. Ma solo le storie rendono le cose interessanti...»

(Alessandro D'Avenia - Cose che nessuno sa)

giovedì 3 maggio 2012

La Bellezza che nasce dai limiti



Sembra assurdo eppure è così, ogni bellezza su questa terra per essere vista, per essere notata, per essere ammirata ed amata esige il limite. Uno sguardo che fissi l'immagine, una istantanea. 
La bellezza si coglie nel momento in cui questa si infrange nel limite...In fondo noi tutti siamo limitati eppure ogni giorno siamo spettatori di bellezze inenarrabili. Le viviamo e ne prendiamo coscienza quando qualcosa o qualcuno ci permette di afferrarle, almeno per un istante.

La bellezza nasce dai limiti. Questa certezza è la sola che può salvarci dal delirio di onnipotenza. 
La più grande illusione dell'uomo moderno è quella di sentirsi senza limiti, NO LIMITS, era il famoso motto della SECTOR. Un'illusione per l'appunto come ci ha ricordato la stessa marca di orologi che vide morire nell'atto di superare ogni record uno dei suoi più celebri testimonial, Patrick de Gayardon

Il delirio di onnipotenza è quell'insana illusione di apparire ed ostinarsi a credere di essere ciò che non si è e non si potrà mai diventare. Genera complessi circoli viziosi, frustra...
La Bellezza invece è semplice, gioiosa, concreta, capace di manifestarsi pienamente nel limite. 
Cristo stesso, in fondo, Colui che è la stessa Bellezza ha saputo calarsi nel limite della condizione umana per dimostrarci che la Bellezza non è impedita dal limite, che questa, anzi, può benissimo manifestarsi nel limite. Una verità paradossale. 

Non temiamo perciò i limiti, i nostri limiti, e sopratutto non pensiamo che feriscano la nostra libertà. 
I limiti sono la nostra salvezza, ci custodiscono, ci indicano qual è il nostro vero bene, e ci manifestano il volto autentico della Bellezza, di cui tutta la creazione, nonostante la fragilità, porta l'impronta indelebile. 

Il vento. Non lo vedi né lo senti sinché non trova un ostacolo, come tutte le cose che ci sono sempre state. Persino il mare sembra senza limiti, eppure canta solo quando li trova: infrangendosi sulla chiglia diventa schiuma; spezzandosi sugli scogli, vapore; sfinendosi sulle spiagge, risacca. La bellezza nasce dai limiti, sempre. 

(Alessandro D'Avenia - Cose che nessuno sa)

mercoledì 22 febbraio 2012

Due modi, anzi uno



di Alessandro D'Avenia
Avvenire 5 febbraio 2012

Ci sono due modi di “vivere la vita” e uso l’espressione di proposito. Perché due modi ci sono per sentirsi viverla e per sentirla vivere: controllarla o servirla, dominarla o accoglierla, imprigionarla o amarla. E vale per tutti: dallo scienziato all’insegnante, dalla madre all’amico. 
Nella recente commemorazione della Shoah ho riletto alcune parole di Appelfeld che amo molto: 
«Nel ghetto e nei campi di concentramento avevo visto la bassezza, ma anche la generosità degli uomini. La bassezza era tanta e la generosità poca, ma la mia memoria ha custodito proprio i momenti chiari e umani nei quali la vittima superava il suo meschino egoismo e si sacrificava per il prossimo. Questi pochi momenti non si limitavano a portare luce nell’oscurità: infondevano in me la fiducia che l’uomo non sia un insetto… Ho fatto un conto: ogni uomo che si è salvato durante la guerra si è salvato grazie ad una persona che, in un momento di grande pericolo, gli è venuta in aiuto. Nei campi di concentramento non abbiamo visto Dio ma abbiamo visto i giusti. L’antica leggenda ebraica, che dice che il mondo continua a esistere per merito di pochi giusti, era vera allora come oggi».
Se ciò è stato vero nell’orrore nazista, vale in momenti della storia meno assurdi, anche se critici e carenti di speranza. La vita è un compito di fronte al quale siamo posti come esseri liberi, di fronte alla vita che emerge, in ogni sua forma, possiamo scegliere: o imprigionarla per usarne o ammirarla e farla fiorire, servendola
Di fronte ad un fiore blu in montagna, incastrato tra le rocce e il ghiaccio posso scegliere: coglierlo per me o incontrarlo, stupirne come un dono da lasciare intatto. Di fronte alla vita di uno studente posso scegliere il controllo perché faccia ciò che voglio, o cercare di capire che unicità è venuto a portare sulla terra e mettermi a fianco, proteggerla, difenderla, sfidarla. Da oggetto da modellare a soggetto ricco di potenzialità. 

Così faceva mia nonna con le piantine ancora deboli: piantava accanto un bastoncino che le aiutava a crescere dritte, verso la luce del sole. Più una pianta si slancia verso l’alto più rende profonde le radici. Quando le ha affondate nella terra che la nutre abbastanza in fondo da resistere alle intemperie, il bastone sparisce, altrimenti ne limiterebbe la crescita.

Non è una forma di controllo, ma una forma di servizio. All’apparenza ruvido, ingiusto, forse, ma alla fine capace di restituire la pianta a sé stessa, al suo migliore slancio: 
«Perdonami se ti cerco così / goffamente, dentro / di te / È che da te voglio estrarre / il tuo migliore tu. / Quello che non / vedesti e che io vedo, / immerso nel tuo fondo, preziosissimo. / E afferrarlo / e tenerlo in alto come/ trattiene / l’albero l’ultima luce / che gli viene dal sole» (Pedro Salinas). 
Davanti a un malato il dottore può scegliere di estirpare o accogliere. Davanti all’embrione lo scienziato può scegliere se congelare o riservare il calore di un grembo. Davanti ad un feto la mamma può scegliere tra la sua vita e la propria vita, tra il controllo della vita del bambino o il dono della propria al bambino.

Davanti alla propria vita un giovane può scegliere: controllare o donare, imprigionarla o servirla. Ma potrà farlo solo se gli adulti che ha vicino gliel’avranno messa sotto gli occhi come qualcosa di amabile e da servire, in sé e negli altri. Emily Dickinson diceva che «non sappiamo la nostra altezza sino a che non siamo chiamati ad alzarci in piedi». Da oggetti a soggetti. Ma avremo noi il coraggio di guardare la vita? Quella vita che tra le ombre emerge, si slancia verso l’alto, a cercare la luce. 
Avremo noi occhi capaci di vederla? E una volta vista, che cosa sceglieremo: imprigionarla per soddisfare i nostri desideri (che poi non sono altro che desiderio di divorare ciò che c’è aldilà del desiderio stesso), o chinarci a servirla, dovesse costarci la schiena? E la vita la perdiamo di più controllandola o donandola?

Lo sanno i giusti. Chiedilo a loro. O al chicco di grano.