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giovedì 1 giugno 2017

Essere o sentire, è questo il problema - Don Luigi Maria Epicoco ad Orbetello


Don Luigi Maria Epicoco incontra gli studenti di un liceo di Orbetello.
Un incontro da ascoltare e riascoltare!
Numerosi i temi trattati e le domande fatte dai ragazzi.
Essere e avere. Noi abbiamo emozioni ma non siamo le nostre emozioni. Tu puoi trovare tristezza ma rimani libero di disobbedire alla tristezza, provi rabbia rimani libero di disobbedire a quella rabbia, provi amore rimani libero di scegliere quell'amore.
Una persona è libera se si ricorda che può sempre decidere al di là di dove proviene, della propria storia, al di là di quello che prova. Se ce lo dimentichiamo cominciamo a vivere una vita rassegnata in cui sono gli altri a decidere al posto nostro.

Amati e chiamati ad amare


Ognuno di noi è parte di un grande mistero. Siamo volutamente creati, ciascuno di noi è un mistero. La vita ha senso dall'inizio alla fine.

mercoledì 16 maggio 2012

La vita è fatta di unità? Oppure è un'unità che fa la vita?


Cosa rende piena una vita? Qual'è il senso profondo della nostra vita? 
La vita è fatta di unità, ma una somma di unità quasi mai è sinonimo di pienezza. Solo l'amore fa la differenza.

Le nostre giornate sono scandite da ritmi spesso asfissianti. Vogliamo che tutto sia regolato con precisione, fissato, suddiviso in unità di tempo da sommare come mattoncini lego. E così, tra lavoro, palestra, telefonate, posta elettronica, facebook...le nostre giornate scorrono veloci. Alla fine della giornata, possiamo dirci veramente felici?

Da cosa dipende la pienezza della nostra vita?
Si può avere un'agenda piena di appuntamenti ed una vita tragicamente vuota. Il mondo, d'altronde, è pieno di persone che giungono a fine giornata con tutte le unità di tempo esaurite, senza però sentirsi veramente felici. La verità, è che non conta quanto si fa o come si riesce ad organizzare il tempo che si ha...

Potete avere l'illusione di avere una vita piena perché fate sport, perché comprate i CD, perché ascoltate musica o scaricate film, ma può succedere di ritrovarvi come il protagonista di "About a Boy"...a meditare sul tempo trascorso per poi cadere in ginocchio, oppressi da un profondo senso di frustrazione...soli e profondamente infelici. 

Le cose non bastano a saziare la nostra fame di felicità. Ciascuno infatti, nessuno escluso, nutre nel proprio intimo un disperato bisogno di qualcosa che dia senso ad ogni singolo istante della propria esistenza.

La vita, allora, non è fatta di singole unità da sommare...e può dirsi veramente tale soltanto se edificata su quell'unità (di misura), unica nel suo genere, capace di misurare la stessa vita. Si, solo un amore grande sa rendere una vita piena. 

Il seguente video tratto dal film "About a boy" può chiarirvi le idee...



martedì 14 febbraio 2012

Se talvolta cadi.... rialzati!



Tante volte ricordiamo scene importanti di un film perchè attirano la nostra curiosità o per gli effetti speciali.  In realtà nel mondo del cinema vi sono degli spunti importanti, insegnamenti che ci fanno riflettere e personaggi che vivono la loro vita quotidiana confrontandosi quotidianamente con se stessi e con il mondo in maniera umile dando il meglio di se stessi dove sanno di poterlo fare.

La qualità che li aiuta è l'umiltà, un dono preziosisissimo.... Non omertà,  far finta di non sentire o farsi annichilire per annaspare nelle difficoltà, ma la capacità di riconoscere se stessi, la possibilità di vedersi come Dio mi vede, il combattere per impegnare la mia vita a realizzare qualcosa di buono.... E ciò che è buono non è quello che mio padre, mia madre, mio fratello, mia sorella, mio marito, mia moglie si aspettano da me, ma quel seme che Dio ha piantato nel mio cuore e che deve crescere, morire per crescere. E poco importa se la mia pianta non sarà una rosa appariscente come quella del mio fratello, può darsi che la mia pianta sia solo una patata sotterranea, una radice brutta, un tubero, ma anche quello, soprattutto quello rendono fertili la terra!

Aguzziamo la vista, apriamo il cuore, "non ragioniamo secondo questo mondo", non facciamo il gioco di Satana che vuole tenderci il tranello del potere ma innaffiamo il nostro seme di Spirito, riconosciamo la nostra vera importanza davanti a Dio, permettiamo solo a Lui che è l'Amore di dirci chi siamo e che ci stiamo a fare nel mondo...

Credo che questa scena tratta dal film Rocky Balboa, dove il protagonista parla con il figlio, sia molto illuminante in tal senso.




giovedì 2 aprile 2009

Andare controcorrente!


"Era come se mi fosse successo questo: un giorno, non so quando, mi avevano messo in una barca e poi mi avevano allontanato da una riva qualsiasi a me sconosciuta e mi avevano indicato la direzione verso un'altra riva, avevano messo i remi nelle mie mani inesperte e mi avevano lasciato solo. Remavo come potevo e navigavo, ma, quanto più andavo verso il centro del fiume, tanto più rapida si faceva la corrente che mi portava lontano dalla meta e sempre più spesso incontravo dei rematori che, come me, erano trasportati dalla corrente. Vi erano rematori solitari che continuavano a remare; vi erano rematori che avevano gettato via i remi; vi erano grandi barche, bastimenti enormi pieni di gente; alcuni lottavano con la corrente; altri vi si abbandonavano, e quanto più avanzavo, tanto più, guardando in giù, in direzione di tutta la fiumana dei naviganti, io dimenticavo la direzione che mi era stata indicata. Proprio in mezzo alla fiumana, nel fitto delle barche e dei bastimenti che scendevano lungo la corrente, finii col perdere del tutto la direzione e gettai i remi. Da tutte le parti, con allegria e con giubilo intorno a me, con le vele o con i remi i navigatori venivano giù veloci seguendo la corrente, assicurando a me, e assicurandosi tra di loro, a vicenda, che non vi poteva essere un'altra direzione. Ed io credetti loro e navigai per un po' insieme con loro. E fui portato lontano, così lontano che sentii il rumore delle cateratte contro le quali dovevo andare a infrangermi e vidi le barche che vi si infrangevano ed io tornai in me. A lungo non riuscii a capire che cosa mi era successo. Vedevo davanti a me soltanto la perdizione, verso la quale correvo e di cui avevo paura, da nessuna parte vedevo scampo e non sapevo che fare. Ma avendo gettato uno sguardo indietro, vidi innumerevoli barche che senza interruzione, ostinatamente, fendevano la corrente, mi ricordai della riva, dei remi e della direzione, e cominciai a remare indietro per risalire la corrente verso la riva".

L. Tostoj - Confessione

venerdì 13 marzo 2009

Conosco un'altra umanità!

Un canto ed un video per riflettere...

Gen Rosso - Album Zenit - Un'Altra Umanità

Ma dove andremo a finire se continua così?
si sente spesso dire dalla gente qua e là
Continua violenza, scandali, imbrogli e mali:
dove sono finiti i veri, grandi ideali?"
E' vero, il mondo oggi si dipinge a tinte scure,
si esaltano gli equivoci, le scene crude e dure,
soldi e facili successi col piglia, usa e getta.
Però, mi si permetta: non è questa la sola umanità.

Conosco un'altra umanità
quella che spesso incontro per la strada; (barbone----passionista)
quella che non grida, quella che non schiaccia (donna preghiera)
per emergere sull'altra gente. (tendopoli)
Conosco un'altra umanità
quella che non sa rubare per avere,
ma sarà contenta di guadagnare
il pane con il suo sudore.

Credo, credo in questa umanità (bis)
che vive nel silenzio, che ancora sa arrossire
sa abbassare gli occhi e sa scusare.
Questa è l'umanità che mi fa sperare.

Conosco un'altra umanità
quella che ora va controcorrente;
quella che sa dare anche la sua vita
per morire per la propria gente.
Conosco un'altra umanità quella che non cerca mai
il suo posto al sole quando sa che al mondo
per miseria e fame tanta gente muore.

Credo, credo in questa umanità (bis)
che abbatte le frontiere, che paga di persona,
che non usa armi, ma sa usare il cuore.
questa è l'umanità che crede nell'amore. (bis)


martedì 3 marzo 2009

Il valore di una vita


Il Giornale
3 marzo 2009


articolo di Michele Brambilla,

È passata purtroppo inosservata la lettera che David Cameron, leader dei Conservatori inglesi, ha inviato via mail a tutti coloro che hanno espresso solidarietà a lui e a sua moglie Samantha dopo la morte del figlio Ivan, di sei anni. Ieri solo il Corriere della Sera l’ha riportata, a pagina 19. Peccato, perché quella lettera ha molte risposte da dare a quanti in queste settimane hanno avanzato dubbi sul valore della vita di persone gravemente handicappate, oppure in coma. «Ma è vita, quella?», si chiedono in molti, dando per scontata la risposta: no, non è vita. «Vivere così non ha senso», dicono.

Il piccolo Ivan era, dalla nascita, affetto da paralisi cerebrale ed epilessia. Era destinato a una morte certamente prematura, come infatti è avvenuto, e non ha potuto godere nulla delle gioie dell’infanzia: né giochi né corse, né parole né pensieri, almeno nel senso che intendiamo noi per pensieri. Ma quale «senso» abbia avuto la sua breve vita l’ha scritto suo padre, in quella mail, con parole commoventi: «Abbiamo sempre saputo - ha scritto - che Ivan non sarebbe vissuto per sempre, ma non ci aspettavamo di perderlo così giovane e così all’improvviso».

La sua morte, per i genitori, non è stata affatto quella «liberazione» invocata da altri genitori che hanno vissuto drammi simili. «Lascia un vuoto nella nostra vita - ha scritto ancora David Cameron - così grande che le parole non riescono a descriverlo. L’ora di andare a letto, l’ora di fare il bagno, l’ora di mangiare: niente sarà più uguale a prima».

Vado avanti: «Ci consoliamo sapendo che non soffrirà più, che la sua fine è stata veloce, e che è in un posto migliore. Ma, semplicemente, manca a noi tutti disperatamente. Quando ci fu detto per la prima volta quanto fosse grave la disabilità di Ivan, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di luima almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure. Ora che mi guardo indietro vedo che è stato tutto il contrario. È stato sempre solo lui a soffrire davvero e siamo stati noi - Sam, io, Nancy ed Elwen(la moglie e gli altri figli,ndr) - a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall’amore per un ragazzo così meravigliosamente speciale e bellissimo».

«Ricevere»: in questo verbo semplice e straordinario c’è tutto il mistero della potenza di uno dei più grandi - forse il più grande - tabù del nostro tempo, la sofferenza. In queste settimane in cui mi sono dovuto occupare del caso di Eluana Englaro, ho ascoltato attentamente le argomentazioni di tutti, politici e filosofi e prelati, ma quella che mi ha convinto di più è contenuta nelle pochissime,scarne parole che mi ha detto, durante una chiacchierata sotto la sede del Giornale, un nostro collega, Felice Manti: «Eluana è stata eliminata perché era Cristo in croce. Era un segno visibile e tangibile dell’ineluttabilità, nella nostra vita, della sofferenza».

La sofferenza è lo scandalo supremo, e di fronte ad essa reagiamo cercando (invano) di espungerla dal nostro orizzonte. Ma David Cameron ci dice ora quello che molti altri hanno sperimentato: e cioè che la sofferenza (oserei dire: forse nulla più della sofferenza) può avere il potere di renderci migliori, più attenti al dolore degli altri; di scoprirci capaci di amare e di sentirci amati. Chi vive situazioni del genere fa spesso esperienza di una fraternità che mai, prima, avrebbe immaginato possibile. Ecco «a che cosa serve» una vita come quella di Ivan Cameron. Una vita lontana anni luce dai criteri di felicità e benessere del nostro tempo: eppure capace di produrre una catena di amore che chissà quando cesserà di dare frutti. Una vita breve.

Ma che cosa è breve e che cosa durevole? «Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo» (Seconda lettera di Pietro, 3,8). [...]

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Da il Corriere della Sera:

All'indomani della scomparsa del figlio Ivan, sei anni, affetto da paralisi cerebrale ed epilessia, il leader conservatore David Cameron ha inviato una e-mail per ringraziare i sostenitori del partito che hanno espresso solidarietà alla sua famiglia. Ecco il testo che David e la moglie Samantha hanno inviato al popolo Tory.

"Sam e io siamo stati sommersi da tutte le lettere, i biglietti, le e-mail e i fiori che abbiamo ricevuto per Ivan. Inviare una e-mail questa settimana ci offre l'opportunità di dire un grande «grazie». Significa molto sapere che altri pensano a noi e a lui. Abbiamo sempre saputo che Ivan non sarebbe vissuto per sempre, ma non ci aspettavamo di perderlo così giovane e così all'improvviso. Lascia un vuoto nella nostra vita così grande che le parole non riescono a descriverlo. L'ora di andare a letto, l'ora di fare il bagno, l'ora di mangiare — niente sarà più uguale a prima. Ci consoliamo sapendo che non soffrirà più, che la sua fine è stata veloce, e che è in un posto migliore. Ma, semplicemente, manca a noi tutti disperatamente. Quando ci fu detto per la prima volta quanto fosse grave la disabilità di Ivan, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di lui ma almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure. Ora che mi guardo indietro vedo che è stato tutto il contrario. È stato sempre solo lui a soffrire davvero e siamo stati noi — Sam, io, Nancy ed Elwen — a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall'amore per un ragazzo così meravigliosamente speciale e bellissimo".
David Cameron, 02 marzo 2009

lunedì 16 febbraio 2009

Il senso della vita


Scriveva Giovanni Papini:

Uscii di casa; andai verso il fiume. Vidi un pescatore; gli chiesi: perché peschi? – Per prendere i pesci. – E poi? – Per venderli. – Che ne fai dei quattrini? – Compero pane, vino, olio, vestiti. – Perché comperi queste cose? – Per vivere. – Perché vuoi vivere? – Per pescare. Era inutile continuare; eravamo tornati al principio. Mi alzai; proseguii il cammino. A un contadino che vangava chiesi: Perché fai questo lavoro? – Per seminare e perchè nasca il grano e possa fare il pane. – E perchè vuoi il pane? – Per vivere – Ma perchè vuoi vivere? Lui abbassò la testa e riprese a lavorare; non volle rispondere. In un prato vicino, una fanciulla raccoglieva fiori. Le chiesi: Perché fai questo? Subito rispose: Per portarli in chiesa e collocarli davanti alla Madonna. – Perché? – Perché si ricordi di me e mi prepari un posto in Paradiso vicino a lei. Solamente quella fanciulla aveva compreso il vero significato della vita.

Siamo su questa terra per ritornare a Dio che ci ha creati: viviamo, lavoriamo, soffriamo per giungere un giorno alla nostra vera Patria, quella del Cielo.

Ecco dunque lo scopo della nostra esistenza, godere l'eternità del Paradiso, la beatitudine senza fine, la pienezza della vita!

Siamo consapevoli di ciò?

Già il S. Curato d’Ars ammoniva:

"Purtroppo ci sono molti cristiani che non sanno perché sono al mondo. Tre quarti dei cristiani non si affaticano che per dare soddisfazione al cadavere che ben presto andrà a marcire sotto terra, mentre non pensano affatto alla loro povera anima destinata ad essere eternamente o felice o dannata. È cosa da far tremare".

lunedì 26 gennaio 2009

I giovani l'aldilà e la ricerca di senso




Vi propongo il bell'articolo di Antonio Socci comparso tra le colonne di Libero il giorno 21 gennaio.
Il giornalista e scrittore toscano ha raccolto l'appello di Marco, un giovane ventenne che riflettendo sulla morte di alcuni coetanei ha compreso l'urgenza di annunciare Cristo ad una gioventù bisognosa di trovare il vero senso della vita.

Buona lettura e...complimenti ad Antonio Socci!


UN VENTENNE DI FRONTE ALLA MORTE E QUELLA COSA DELL’ALTRO MONDO CHE SONO…I CRISTIANI

Da “Libero” del 21 gennaio 2009

di Antonio Socci http://www.antoniosocci.it

“Le scrivo perché anche oggi entrando a scuola abbiamo respirato un’aria di morte”. Comincia così la lettera che mi ha scritto Marco, 19 anni, di Firenze. “Stanotte una ragazza che frequentava il terzo anno è morta dopo una notte di coma irreversibile. La sera prima stava andando in discoteca, era in macchina con altri ragazzi (…) la macchina si è schiantata contro un albero. La nostra scuola era già stata protagonista di grandi fatti di morte: tre anni fa, una ragazza che frequentava l’ultimo anno si è suicidata gettandosi da una finestra del terzo piano.


Può immaginare il clima che abbiamo respirato nei giorni e mesi seguenti... Oggi abbiamo rivissuto quel momento: le facce meste dei professori, i visi persi nel vuoto degli alunni, l’assenza fisica o psicologica dei suoi amici più cari e dei parenti”. Marco è uno studente che frequenta l’ultimo anno di liceo. Fin qui la sua è solo una cronaca consueta, descrive ciò che accade quando la morte visita le nostre giornate e specialmente un luogo di giovinezza come una scuola. Capita che – dopo lo choc di qualche giorno – gli adulti si affrettino a richiudere quella finestra spalancata sull’immenso, sul mistero dell’esistenza, per fingere che la vita sia solo il consueto teatrino in cui ci trasciniamo tristemente a recitare una parte assegnata. Ma i giovani non distolgono facilmente lo sguardo dal Mistero.


Infatti è il seguito di questa lettera che più mi ha colpito e commosso. Marco è un avventuriero, assetato di verità e di una felicità che non svanisce in un istante, dunque continua: “Il Signore sta parlando alla mia generazione e lo sta facendo con forza. Ci sta parlando attraverso la sofferenza più estrema, attraverso la morte. Non molto tempo fa altri ragazzi sono morti o rimasti gravemente feriti a causa di incidenti stradali e la loro storia si è dovuta intrecciare obbligatoriamente con la nostra fede di Cristiani. Sto scoprendo sempre di più che questo mondo non può darci niente. Non può darci amicizie vere perché la parola d’ordine del mondo è ‘essere’ e se non sei nessuno o non appari, rimarrai sempre solo. Non può darti la felicità perché non dura più di 30 secondi. Non può darti la consolazione perché la sera quando arrivi a dormire ti ritrovi solo; solo coi tuoi problemi insormontabili, solo perché i tuoi genitori si stanno separando, solo perché nessuno ti ama. Non pensa anche lei che per noi Cristiani sia pronta una nuova missione, cioè quella di ricominciare una nuova evangelizzazione?”.


Mi ha colpito leggere queste parole nella lettera di un diciannovenne, di un ragazzo normalissimo, ma che non si fa addomesticare dall’industria del rincoglionimento. Evidentemente Marco ha visto e sperimentato qualcosa di così bello e così grande che non si dissolve davanti al soffio di sorella morte. Questa parola, “evangelizzazione”, indica infatti un volto e un nome, Gesù, che stupisce e commuove, che sui giovani specialmente esercita un fascino più potente perfino della desolazione della morte. E parla al loro cuore assetato di vita, di felicità, di amore.


Marco continua: “Tanti Santi hanno viaggiato in tutto il mondo per annunciare Cristo Risorto, ma forse per il nostro tempo è necessario partire, non dall’Africa o dall’Asia, ma da casa nostra, dalla nostra via, dalla nostra parrocchia. E’ necessario far conoscere alla mia generazione che c’è un Dio che li ama, che è arrivato a morire per ognuno di noi, ma che è Risorto e ha distrutto la Morte. Posso assicurarle che queste persone stanno aspettando solo noi. Per grazia divina, i miei genitori sono entrati a far parte del Cammino-Neocatecumenale più di trent’anni fa e questo ha permesso che crescessimo nella fede. Personalmente questo Cammino mi ha permesso di scoprire un Dio che mi ama non per i miei meriti, ma per come sono, soprattutto per i miei peccati, e che vuole solamente curarmi, vuole mostrarmi il suo amore. Nella nostra parrocchia ci siamo ritrovati davanti a tante morti umanamente assurde, ma paradossalmente le famiglie implicate in queste morti hanno risposto con l’Amore… ”.


E a questo punto Marco inizia un resoconto sconvolgente di vita quotidiana. In un mondo disperato, dove i media hanno attenzione solo alle misure delle ospiti del Grande Fratello esistono uomini e donne con una certezza e un amore più forti della morte.


“Più di otto anni fa il mio amico Niccolò è morto per un tumore al cervelletto. Ha potuto concludere solo le scuole elementari e non ha conosciuto l’età più bella della vita. Nonostante tutte queste assurdità, ciò che mi ha sempre colpito di lui era il sorriso che portava con sé arrivando al catechismo, anche dopo aver fatto la terapia. Dalla sua morte, il nostro gruppo di catechismo ha ricevuto la grazia di restare unito fino ad oggi ed è un vero miracolo, pensando a dove possono essere adesso tanti miei amici. Il suo funerale fu una festa indescrivibile; uno dei suoi fratellini era così eccitato che, quando abbiamo accompagnato il suo corpo al cimitero si è messo a gridare ingenuamente di volerlo raggiungere per poter giocare ancora con lui. Quel funerale colpì tutti i presenti, perché non si era detto Addio a nessuno, si era salutato un fratello che avremmo rivisto. Per la fede dei suoi genitori e per la bellezza e la gioia di quel funerale molte persone si sono interrogate profondamente e forse lo fanno ancora oggi. Quello che colpisce sempre le persone è che i funerali nella mia parrocchia sembrano matrimoni: i canti sono tutti gioiosi e la bara è posta sopra il fonte battesimale, che si trova a terra, perché simboleggia il passaggio dalle acque della morte alla vita nuova. Più recentemente, un ragazzo, Jonatan, è morto cadendo di motorino; una cosa che non posso dimenticare è il volto di sua madre che ci invitava a stare allegri, perché Jonatan era andato in Paradiso. Sul sagrato, un suo amico mi disse che non era meravigliato della risposta di questa madre alla morte del figlio. Mi disse: ‘Loro sono religiosi’. Queste morti sono state per me una dura prova perché mi hanno diviso da tanti affetti, mi hanno messo davanti al fatto che non siamo eterni, che possiamo e dobbiamo morire. Ma ho scoperto che questa morte è stata vinta da Cristo. Egli ha vinto le mie morti. Io sono certo di questo, ma vorrei che questa buona notizia arrivasse a tutti i miei amici, a tutti i miei coetanei che forse non sanno dare un senso alla loro vita; io però sono uno solo e non posso raggiungerli tutti. Chiedo quindi aiuto alla Madre Chiesa, in cui confido perché ho sperimentato che è davvero madre, che mi dona il perdono e che davvero da essa passa la mia salvezza”.


Marco mi scrive il suo accorato appello alle parrocchie della sua città (come rispondono sacerdoti e vescovi?), le invita ad aprirsi ai movimenti “perché so che è difficile vivere da Cristiani senza una piccola comunità che ti aiuta, che ti ascolta, che ti corregge, in cui sperimenti il perdono, in cui c’è Cristo… Esorto tutte le parrocchie fiorentine ad aprire le porte a Cristo in queste nuove forme, perché i giovani sono per strada a drogarsi, a bere, senza genitori, senza Amore. La loro vita non ha un senso e noi che siamo il sale del mondo abbiamo il dovere di annunciare loro che Cristo li ama e che possono cominciare a sorridere, possono smettere di fingere, possono piangere senza paura di essere giudicati ‘deboli’, possono scoprire amicizie vere fondate sull’Amore di Cristo. Questi ragazzi hanno il diritto di sapere che rivedranno i loro amici in Paradiso e che non c’è morte che possa dividerci, c’è solo Cristo che ci unisce all’altro”.


Non è una cosa dell’altro mondo? Don Giussani diceva che il cristianesimo “è letteralmente una cosa dell’altro mondo in questo mondo”. In effetti il Paradiso inizia già qui, come il sorriso che si apre nelle lacrime e alla fine prende il sopravvento. Come il sole quando spalanca le nuvole e illumina le ultime gocce di pioggia portando finalmente l’azzurro.