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lunedì 2 aprile 2012

Eroine silenziose.....


Guardate bene la donna nella foto:
nel 2003 ha donato il midollo osseo al proprio figlio ammalato di leucemia, ieri le ha donato un rene. E a Simonetta Severi quante prime pagine dovrebbero essere dedicate?
Ma non gliene sarà dedicata nessuna....
Sono questi eroi sconosciuti e silenziosi a tenere in piedi il nostro mondo...

martedì 27 marzo 2012

Sono carità e umiltà le ragioni della nostra fede



Il cardinale Angelo Bagnasco invita ad andare al cuore dell'esperienza cristiana


di Antonio Gaspari
ROMA, lunedì, 26 marzo 2012 .- La carità è il “cuore dell’esperienza cristiana” e l’umiltà è “la virtù della sequela di Cristo”.
Lo ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, oggi 26 marzo a Roma nel corso della prolusione al Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).
“Nei deserti della vita, tra asprezze e vacuità, presi dentro ad un materialismo che ha il proprio contrappunto negli affanni di una crisi indomabile, noi con le nostre comunità – ha precisato il Presidente della CEI - abbiamo cercato di trasformare questo in un tempo di grazia”. 

“La Quaresima – ha spiegato il porporato - è icona dell’esistenza e scuola per imparare a vivere come ha fatto Gesù, senza scappatoie: o il potere e i suoi derivati, o la croce in vista della Risurrezione”. 


Di fronte all’indifferenza e al disinteresse, che nascono dall’egoismo mascherato da una parvenza di rispetto per la sfera privata, l’Arcivescovo di Genova ha indicato la Lettera agli Ebrei: “Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone” (10,24).
“Grazie all’Eucarestia – ha sostenuto il cardinale Bagnasco -noi siamo compenetrati con Cristo, ma anche tra di noi: la nostra esistenza è correlata con quella degli altri: Sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale”. 

Citando il Pontefice Benedetto XVI, il Presidente della CEI ha ricordato che “l’umiltà è soprattutto verità, vivere nella verità, imparare la verità, imparare che la mia piccolezza è proprio la grandezza”. 

A questo proposito il Papa ha aggiunto: “Io penso che le piccole umiliazioni, che giorno per giorno dobbiamo vivere, sono salubri, perché aiutano ognuno a riconoscere la propria verità, ad essere così liberi dalla vanagloria che è contro la verità e non mi può rendere felice”. 

Il cardinale Bagnasco ha precisato che mentre per l’uomo “l’autorità significa possesso, potere, dominio, successo”, per Dio vuol dire invece “servizio, umiltà, amore” significa entrare “nella logica di Gesù che si china a lavare i piedi ai discepoli”
E “solo nella testimonianza concreta dell’umiltà la fede può attecchire e tornare a risplendere” per questo motivo il Santo Padre si è fatto banditore dell’Anno della Fede.
In merito all’Anno della Fede, il Presidente della CEI ha spiegato che “Sarà in primo luogo un interrogarsi in profondità su chi è Gesù Cristo per noi”,
“Dobbiamo – ha aggiunto - far tornare il Trascendente nell’orizzonte dei nostri contemporanei, invitandoli a sviluppare nuovamente la capacità di percepire Dio”.

Circa la paura che la gente avverte per la situazione di crisi in cui oggi si trova, la più grave dal dopo-guerra, l’Arcivescovo di Genova ha rassicurato spiegando che se ne può uscire “più forti spiritualmente e più attrezzati umanamente” modificando le nostre abitudini ma soprattutto “il nostro modo di pensare”.
Ed ha concluso: “Solo una generale conversione di mentalità che comporti conseguenze vincolanti – ad esempio, sul fronte del fisco, di un reddito minimo, di un welfare partecipato, di un credito agibile, insomma di un civismo responsabile – può ricreare quel clima di fiducia che oggi sembra diradato o dissolto. Un clima che sollecita e motiva l’affidamento reciproco”.

martedì 14 febbraio 2012

Se talvolta cadi.... rialzati!



Tante volte ricordiamo scene importanti di un film perchè attirano la nostra curiosità o per gli effetti speciali.  In realtà nel mondo del cinema vi sono degli spunti importanti, insegnamenti che ci fanno riflettere e personaggi che vivono la loro vita quotidiana confrontandosi quotidianamente con se stessi e con il mondo in maniera umile dando il meglio di se stessi dove sanno di poterlo fare.

La qualità che li aiuta è l'umiltà, un dono preziosisissimo.... Non omertà,  far finta di non sentire o farsi annichilire per annaspare nelle difficoltà, ma la capacità di riconoscere se stessi, la possibilità di vedersi come Dio mi vede, il combattere per impegnare la mia vita a realizzare qualcosa di buono.... E ciò che è buono non è quello che mio padre, mia madre, mio fratello, mia sorella, mio marito, mia moglie si aspettano da me, ma quel seme che Dio ha piantato nel mio cuore e che deve crescere, morire per crescere. E poco importa se la mia pianta non sarà una rosa appariscente come quella del mio fratello, può darsi che la mia pianta sia solo una patata sotterranea, una radice brutta, un tubero, ma anche quello, soprattutto quello rendono fertili la terra!

Aguzziamo la vista, apriamo il cuore, "non ragioniamo secondo questo mondo", non facciamo il gioco di Satana che vuole tenderci il tranello del potere ma innaffiamo il nostro seme di Spirito, riconosciamo la nostra vera importanza davanti a Dio, permettiamo solo a Lui che è l'Amore di dirci chi siamo e che ci stiamo a fare nel mondo...

Credo che questa scena tratta dal film Rocky Balboa, dove il protagonista parla con il figlio, sia molto illuminante in tal senso.




martedì 21 aprile 2009

Perchè Dio non ascolta le mie preghiere?


di don Tullio Rotondo

Risposta: Dio “obbedisce” a chi gli obbedisce; la Madonna ha obbedito pienamente a Dio e perciò è Mediatrice di tutte le grazie.

E tu? E' chiaro che se continui a disobbedirgli, Lo invocherai ma Lui non ti risponderà...

Qualche idea per farti arrivare alla perfetta obbedinza.

Perché non ti trovi un confessore stabile e un direttore spirituale che possano guidarti e a cui tu puoi obbedire? I santi sono diventati tali anche attraverso l’umile obbedienza al direttore spirituale.

Considera che Dio ascolta soprattutto le preghiere degli umili...e la vita di umiltà consiste in ciò che dico qui di seguito.



§. I. PRATICA DELL'UMILTÀ

Chi non è umile, non può piacere a Dio, il quale non può soffrire i superbi. Egli ha promesso di esaudir chi lo prega, ma se lo prega un superbo, il Signore non l'esaudisce; agli umili all'incontro diffonde le sue grazie: "Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam" (Iac. 4. 6). L'umiltà si distingue in umiltà d'"affetto" ed umiltà di "volontà". L'umiltà d'affetto consiste nel tenerci noi per quelli miseri che siamo, che niente sappiamo e niente possiamo, se non far male. Quanto abbiamo e facciamo di bene, tutto viene da Dio. Veniamo alla pratica. In quanto all'umiltà d'affetto dunque, per I. non mettiamo mai confidenza alle nostre forze ed a'1 nostri propositi; ma diffidiamo e temiamo sempre di noi. "Cum metu, et tremore vestram salutem operamini" (Phil. 12).2 Dicea S. Filippo Neri:3 "Chi non teme, è caduto". Per 2. non ci gloriamo mai delle cose nostre, come de' nostri talenti, delle nostre azioni, della nostra nascita, de' nostri parenti e simili. Perciò è bene che non parliamo mai dell'opere

nostre, se non per dire i nostri difetti. Ed il meglio è non parlar mai di noi, né di bene, né di male: perché anche nel dirne male, sorge spesso in noi la vanagloria d'esser lodati, o almeno d'esser tenuti per umili, sicché l'umiltà si riduce a superbia.

Per 3. non ci sdegniamo con noi stessi dopo il difetto. Ciò non è umiltà, ma superbia, ed è anche arte del demonio per farci diffidar in tutto e lasciar la buona vita. Quando ci vediamo caduti, diciamo come dicea S. Caterina da Genova:4 "Signore, questi sono i frutti dell'orto mio". Allora umiliamoci e subito rialziamoci dal difetto commesso con un atto d'amore e di dolore, proponendo di più non ricadervi e confidando nell'aiuto di Dio. E se per disgrazia ritorniamo a cadervi, sempre facciamo così. Per 4. vedendo le cadute degli altri, non ce ne ammiriamo; ma compatiamoli e ringraziamo Dio, pregandolo a tenerci le mani sopra; altrimenti il Signore ci punirà con permettere che cadiamo negli stessi peccati e forse peggiori di quelli. Per 5. stimiamoci sempre i maggiori peccatori del mondo; e ciò quantunque sapessimo che altri abbiano più peccati de' nostri; poiché le nostre colpe commesse dopo tanti lumi e grazie divine peseranno più avanti a Dio, che le colpe degli altri, benché in maggior numero. Scrive S. Teresa:5 "Non credere d'aver fatto profitto nella perfezione, se non ti tieni per lo peggiore di tutti, e non desideri d'esser posposto a tutti".


L'umiltà poi di "volontà" consiste nel compiacerci d'essere disprezzati dagli altri. Chi si ha meritato l'inferno, merita d'essere calpestato da' demonii per sempre. Gesu-Cristo vuole che impariamo da lui ad essere mansueti ed umili

di cuore: "Discite a me, quia mitis sum, et humilis corde" (Matth. 11. 29). Molti sono umili di bocca, ma non di cuore. Dicono: "Io sono il peggiore di tutti: merito mille inferni". Ma poi se uno li riprende, o lor dice una parola che non piace, si voltano con superbia. Questi fanno come i ricci,6 che subito che son toccati, si fanno tutti spine. Ma come? voi dite che siete il peggiore di tutti e poi non potete soffrire una parola? Il vero umile, dice S. Bernardo,7 si stima vile e vuol essere riputato vile anche dagli altri.

Per I. dunque, se volete esser vero umile, quando ricevete qualche ammonizione, ricevetela con pace e ringraziate chi v'ammonisce.8 Dice il Grisostomo9 che il giusto, quando è corretto, si duole dell'errore commesso; ma il superbo si duole che sia conosciuto l'errore. I santi anche quando son incolpati a torto, non si difendono, se non quando la difesa è necessaria per evitare lo scandalo degli altri, altrimenti tacciono e tutto offeriscono a Dio.

Per 2. allorché ricevete qualche affronto, soffritelo con pazienza ed accrescete l'amore a chi vi disprezza. Questa è la pietra paragone per conoscere, se una persona è umile e santa. Se ella si risente, ancorché facesse miracoli, dite ch'è canna vacante. Dicea il Padre Baldassarre Alvarez10 che il tempo delle umiliazioni è tempo di guadagnare tesori di meriti. Guadagnerete più in ricever con pace un disprezzo, che se faceste dieci digiuni in pane ed acqua. Son buone le umiliazioni, che facciamo da per noi [davanti]11 agli altri, ma molto più vale l'accettar le umiliazioni che dagli altri vengono fatte a noi, perché in queste vi è meno del nostro, e vi è più di Dio; onde vi è assai maggior profitto, se lo sappiamo soffrire. Ma che sa fare un cristiano, se non sa soffrire un disprezzo per Dio? Quanti disprezzi Gesu-Cristo ha sofferti per noi? schiaffi, derisioni, flagelli, sputi in faccia? Eh se portassimo amore a Gesu-Cristo, non solo non faressimo12 risentimento negli affronti, ma ce ne compiaceressimo,13 vedendoci disprezzati, come fu disprezzato Gesu-Cristo.

Adesso probabilmente hai capito molto bene perché Dio non ti e non ci ascolta.

Perciò, da oggi invece di chiederci perché Dio non ci ascolta domandiamoci perché noi non lo ascoltiamo, cioè domandiamoci perché siamo poco obbedienti e poco umili...

venerdì 13 marzo 2009

Sull'umiltà


Dice s. Vincenzo Ferreri

Umiltà riguardo a Dio.

A cagione de' tuoi difetti, tienti, davanti a Dio, per vile e miserabile più di qualsivoglia peccatore, reo di qualsiasi peccato; come degno d'essere punito ed escluso dalle celesti delizie, se Dio ti trattasse secondo la sua giustizia e non secondo la sua misericordia, poiché Egli ti fece tante grazie, più che a molti altri, e tu hai corrisposto coll'ingratitudine.

Inoltre considera attentamente e con un vivo senso di spavento che qualsiasi grazia, inclinazione al bene e desiderio della virtù, non l'hai avuto da te stesso, ma dalla sola misericordia di Cristo, che avrebbe potuto arricchire di questi favori qualunque altro peccatore, e lasciare te nell'abisso della tua ignominia e della tua miseria.

Umiltà riguardo al prossimo

Pensa ancora e procura di persuaderti che non vi è un peccatore così carico di difetti che non servirebbe Dio meglio di te e non si mostrerebbe più riconoscente dei benefizi divini, se avesse ricevuto le medesime grazie che ricevesti tu, non per i tuoi meriti ma per la bontà affatto gratuita di Dio. Per ciò puoi bene considerarti come il più vile e il più basso degli uomini e temere con ragione che la tua ingratitudine spinga Iddio a cacciarti dalla sua presenza (6).

Con ciò non voglio dire che tu debba crederti fuori della grazia di Dio e in stato di peccato mortale, sia pure che altri siano colpevoli di peccati mortali senza numero. Ciò del resto ci è ignoto, perché il nostro giudizio è fallace e Dio può ben aver loro concesso tutt'a un tratto la contrizione e un' effusione della sua grazia.

Quando la tua umiltà ti paragonerà agli altri peccatori, non è utile che tu discenda ai loro disordini in particolare. Basta un confronto generale tra i loro peccati e la tua ingratitudine. Qualora volessi considerarli in particolare, potresti benissimo farne, per una certa rassomiglianza, dei peccati personali, apostrofando così la tua coscienza: quegli è un omicida, ed io, miserabile, quante volte non ho ucciso l'anima mia! Questi è fornicario e adultero, ed io non lo sono tutto il giorno, distogliendo la mia attenzione da Dio e cedendo alle suggestioni diaboliche? E così degli altri.

Ma se osservassi che il diavolo approfitta di quest'esercizio per indurti alla disperazione, lascia queste apostrofi e solleva il tuo cuore alla speranza nella contemplazione della bontà e della clemenza del tuo Dio che già ti prevenne con tante grazie e certo vorrà compire l'opera che ha cominciato in te. Di regola ordinaria l'uomo spirituale, che ha già qualche esperienza di Dio, non prova questa tentazione di disperazione quando nel suo fervore accusa se stesso. Ma ciò può succedere e di fatto succede spesso ai principianti, specialmente a quelli che la misericordia di Dio ha liberati da molti pericoli e grandi peccati in cui trovavansi inviluppati.

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Il B. Raimondo da Capua, Maestro Generale dei Domenicani, racconta di Santa Caterina da Siena che «ella non solo si metteva sotto alla più vile delle anime e desiderava incessantemente d'essere considerata come l'ultima di tutte, ma credeva fermamente di esser la causa di tutti i mali altrui. Ogni volta che pensava alle iniquità e alle sventure del mondo in generale o di ciascun individuo in particolare, ne attribuiva a se stessa la colpa, dicendo: Sei tu la causa di tutti questi mali; rientra dunque in te stessa e piangi le tue colpe ai piedi del Signore». E la Santa ciò spiegava dicendo ch'ella aveva mal corrisposto ai disegni di Dio sopra l'anima sua.



Dice s. Alfonso Maria de Liguori

-§. I. PRATICA DELL'UMILTÀ

Chi non è umile, non può piacere a Dio, il quale non può soffrire i superbi. Egli ha promesso di esaudir chi lo prega, ma se lo prega un superbo, il Signore non l'esaudisce; agli umili all'incontro diffonde le sue grazie: "Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam" (Iac. 4. 6). L'umiltà si distingue in umiltà d'"affetto" ed umiltà di "volontà". L'umiltà d'affetto consiste nel tenerci noi per quelli miseri che siamo, che niente sappiamo e niente possiamo, se non far male. Quanto abbiamo e facciamo di bene, tutto viene da Dio. Veniamo alla pratica. In quanto all'umiltà d'affetto dunque, per I. non mettiamo mai confidenza alle nostre forze ed a'1 nostri propositi; ma diffidiamo e temiamo sempre di noi. "Cum metu, et tremore vestram salutem operamini" (Phil. 12). Dicea S. Filippo Neri: "Chi non teme, è caduto". Per 2. non ci gloriamo mai delle cose nostre, come de' nostri talenti, delle nostre azioni, della nostra nascita, de' nostri parenti e simili. Perciò è bene che non parliamo mai dell'opere nostre, se non per dire i nostri difetti. Ed il meglio è non parlar mai di noi, né di bene, né di male: perché anche nel dirne male, sorge spesso in noi la vanagloria d'esser lodati, o almeno d'esser tenuti per umili, sicché l'umiltà si riduce a superbia.

Per 3. non ci sdegniamo con noi stessi dopo il difetto. Ciò non è umiltà, ma superbia, ed è anche arte del demonio per farci diffidar in tutto e lasciar la buona vita. Quando ci vediamo caduti, diciamo come dicea S. Caterina da Genova: "Signore, questi sono i frutti dell'orto mio". Allora umiliamoci e subito rialziamoci dal difetto commesso con un atto d'amore e di dolore, proponendo di più non ricadervi e confidando nell'aiuto di Dio. E se per disgrazia ritorniamo a cadervi, sempre facciamo così.

Per 4. vedendo le cadute degli altri, non ce ne ammiriamo; ma compatiamoli e ringraziamo Dio, pregandolo a tenerci le mani sopra; altrimenti il Signore ci punirà con permettere che cadiamo negli stessi peccati e forse peggiori di quelli. Per 5. stimiamoci sempre i maggiori peccatori del mondo; e ciò quantunque sapessimo che altri abbiano più peccati de' nostri; poiché le nostre colpe commesse dopo tanti lumi e grazie divine peseranno più avanti a Dio, che le colpe degli altri, benché in maggior numero. Scrive S. Teresa:"Non credere d'aver fatto profitto nella perfezione, se non ti tieni per lo peggiore di tutti, e non desideri d'esser posposto a tutti".

L'umiltà poi di "volontà" consiste nel compiacerci d'essere disprezzati dagli altri. Chi si ha meritato l'inferno, merita d'essere calpestato da' demonii per sempre. Gesu-Cristo vuole che impariamo da lui ad essere mansueti ed umili di cuore: "Discite a me, quia mitis sum, et humilis corde" (Matth. 11. 29). Molti sono umili di bocca, ma non di cuore. Dicono: "Io sono il peggiore di tutti: merito mille inferni". Ma poi se uno li riprende, o lor dice una parola che non piace, si voltano con superbia.”


Dice ancora s. Alfonso “Dobbiamo tutti persuaderci, che noi stiamo come sulla cima d'un monte, sospesi sull'abisso di tutt'i peccati, e sostenuti dal solo filo della Grazia: se questo filo ci lascia, noi certamente cadiamo in tale abisso e commetteremo le scelleraggini più orrende. Sal. 93. 17. Se Dio non mi avesse soccorso, io sarei caduto in mille peccati, ed ora starei nell'Inferno; così dicea il Salmista, e così dee dire ognuno di noi. Questo intendeva ancora S. Francesco d'Assisi, quando dicea, ch'esso era il peggior peccatore del Mondo. Ma, Padre mio (gli disse il compagno) questo che dite non è vero; vi sono molti nel mondo, che certamente son peggiori di voi. Sì ch'è troppo vero quel che dico (rispose il Santo), perché se Dio non mi tenesse le mani sovra, io commetterei tutt'i peccati.”

“Venne voglia a F. Ruffino di sapere, in che consisteva quell' humiltà sì grande, e di tanto merito del B. P. S. Francesco. Laonde seco ragionando gli disse. Padre mio amantissimo, vorrei che mi dicesti da dovero, in quanto conto voi vi tenete, e quello che vi pare di voi medesimo. A cui rispose il Santo. Io mi tengo d'esser veramente il maggior peccatore di questo mondo, e che manco servo Dio ch' alcun altro. E F. Ruffino di nuovo soggiunse, che ciò non poteva dir con verità, né con buona coscienza, stante che gl' altri (secondo si vedeva chiaramente) commettevano molti grandi peccati, de' quali (Dio gratia) egli era innocente. A che replicò il Santo: se con tanta misericordia avesse il Signore favorito quei tali, come egli ha fatto me; per tristi e scellerati, che si fossero, son certo, che sarebbono stati molto più grati a Dio, che non son io, e gli harebbero servito molto meglio..... Laonde per questa tanta gratia, che mi fa, io m' accuso, e confesso, per il maggior peccatore che sia».(MARCO DA LISBONA, Cronicas da Ordem dos frades Menores do serafico P. S. Francisco, Lisboa 1556, ed. ital.: Croniche de gli Ordini instituiti dal P. S. Francesco. Composte dal R. P. F. Marco da Lisbona.... e tradotte nella nostra italiana da M. Horatio Diola, Venetia 1582, P. I, lib. I, c. 68, p. 84-85:)