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mercoledì 11 aprile 2012

Pietre ribaltate...


[...]Cari amici, anche oggi il Risorto entra nelle nostre case e nei nostri cuori, nonostante a volte le porte siano chiuse. Entra donando gioia e pace, vita e speranza, doni di cui abbiamo bisogno per la nostra rinascita umana e spirituale. Solo Lui può ribaltare quelle pietre sepolcrali che l’uomo spesso pone sui propri sentimenti, sulle proprie relazioni, sui propri comportamenti; pietre che sanciscono la morte: divisioni, inimicizie, rancori, invidie, diffidenze, indifferenze. Solo Lui, il Vivente, può dare senso all’esistenza e far riprendere il cammino a chi è stanco e triste, sfiduciato e privo di speranza
[...]
La fede in Lui trasforma la nostra vita: la libera dalla paura, le dà ferma speranza, la rende animata da ciò che dona pieno senso all’esistenza, l’amore di Dio [...].

Benedetto XVI - Castel Gandolfo - Udienza Generale 11 aprile 2012

martedì 27 marzo 2012

Sono carità e umiltà le ragioni della nostra fede



Il cardinale Angelo Bagnasco invita ad andare al cuore dell'esperienza cristiana


di Antonio Gaspari
ROMA, lunedì, 26 marzo 2012 .- La carità è il “cuore dell’esperienza cristiana” e l’umiltà è “la virtù della sequela di Cristo”.
Lo ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, oggi 26 marzo a Roma nel corso della prolusione al Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).
Nei deserti della vita, tra asprezze e vacuità, presi dentro ad un materialismo che ha il proprio contrappunto negli affanni di una crisi indomabile, noi con le nostre comunità – ha precisato il Presidente della CEI - abbiamo cercato di trasformare questo in un tempo di grazia”. 

“La Quaresima – ha spiegato il porporato - è icona dell’esistenza e scuola per imparare a vivere come ha fatto Gesù, senza scappatoie: o il potere e i suoi derivati, o la croce in vista della Risurrezione”. 


Di fronte all’indifferenza e al disinteresse, che nascono dall’egoismo mascherato da una parvenza di rispetto per la sfera privata, l’Arcivescovo di Genova ha indicato la Lettera agli Ebrei: “Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone” (10,24).
“Grazie all’Eucarestia – ha sostenuto il cardinale Bagnasco -noi siamo compenetrati con Cristo, ma anche tra di noi: la nostra esistenza è correlata con quella degli altri: Sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale”. 

Citando il Pontefice Benedetto XVI, il Presidente della CEI ha ricordato che “l’umiltà è soprattutto verità, vivere nella verità, imparare la verità, imparare che la mia piccolezza è proprio la grandezza”. 

A questo proposito il Papa ha aggiunto: “Io penso che le piccole umiliazioni, che giorno per giorno dobbiamo vivere, sono salubri, perché aiutano ognuno a riconoscere la propria verità, ad essere così liberi dalla vanagloria che è contro la verità e non mi può rendere felice”. 

Il cardinale Bagnasco ha precisato che mentre per l’uomo “l’autorità significa possesso, potere, dominio, successo”, per Dio vuol dire invece “servizio, umiltà, amore” significa entrare “nella logica di Gesù che si china a lavare i piedi ai discepoli”
E “solo nella testimonianza concreta dell’umiltà la fede può attecchire e tornare a risplendere” per questo motivo il Santo Padre si è fatto banditore dell’Anno della Fede.
In merito all’Anno della Fede, il Presidente della CEI ha spiegato che “Sarà in primo luogo un interrogarsi in profondità su chi è Gesù Cristo per noi”,
Dobbiamo – ha aggiunto - far tornare il Trascendente nell’orizzonte dei nostri contemporanei, invitandoli a sviluppare nuovamente la capacità di percepire Dio”.

Circa la paura che la gente avverte per la situazione di crisi in cui oggi si trova, la più grave dal dopo-guerra, l’Arcivescovo di Genova ha rassicurato spiegando che se ne può uscire “più forti spiritualmente e più attrezzati umanamente” modificando le nostre abitudini ma soprattutto “il nostro modo di pensare”.
Ed ha concluso: “Solo una generale conversione di mentalità che comporti conseguenze vincolanti – ad esempio, sul fronte del fisco, di un reddito minimo, di un welfare partecipato, di un credito agibile, insomma di un civismo responsabile – può ricreare quel clima di fiducia che oggi sembra diradato o dissolto. Un clima che sollecita e motiva l’affidamento reciproco”.

giovedì 26 gennaio 2012

Il Silenzio che ci parla....



Il 24 gennaio la Santa Sede ha diffuso il testo del messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2012, che contiene una riflessione davvero profonda sul ruolo e il valore del silenzio nell'epoca di Internet. Il Papa vuole richiamare la nostra attenzione «su un aspetto del processo umano della comunicazione che a volte è dimenticato, pur essendo molto importante, e che oggi appare particolarmente necessario richiamare. Si tratta del rapporto tra silenzio e parola: due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra le persone. Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora, o perché provoca un certo stordimento, o perché, al contrario, crea un clima di freddezza; quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato».

Nell'epoca di Facebook e degli smartphone, in cui si «parla» continuamente e per ventiquattro ore su ventiquattro, il Papa invita a riscoprire il silenzio.

«Il silenzio - scrive il Pontefice - è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto. Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci. Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee».

Il silenzio non è dunque un'alternativa alla comunicazione, ma è parte della comunicazione. Solo con il silenzio si apre «uno spazio di ascolto reciproco e diventa possibile una relazione umana più piena. Nel silenzio, ad esempio, si colgono i momenti più autentici della comunicazione tra coloro che si amano: il gesto, l’espressione del volto, il corpo come segni che manifestano la persona. Nel silenzio parlano la gioia, le preoccupazioni, la sofferenza, che proprio in esso trovano una forma di espressione particolarmente intensa. Dal silenzio, dunque, deriva una comunicazione ancora più esigente, che chiama in causa la sensibilità e quella capacità di ascolto che spesso rivela la misura e la natura dei legami».

Si tratta di nostalgie di epoche passate, nell'epoca di Internet? È precisamente il contrario. «Là dove i messaggi e l’informazione sono abbondanti, il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio. Una profonda riflessione ci aiuta a scoprire la relazione esistente tra avvenimenti che a prima vista sembrano slegati tra loro, a valutare, ad analizzare i messaggi; e ciò fa sì che si possano condividere opinioni ponderate e pertinenti, dando vita ad un’autentica conoscenza condivisa. Per questo è necessario creare un ambiente propizio, quasi una sorta di "ecosistema" che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni».


Massimo Introvigne da "la Bussola Quotidiana"

"Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni. Al mattino presto si alzò e uscito si ritirò in un luogo deserto e li pregava....." (Mc 1, 34-35)

venerdì 16 dicembre 2011

Il Cuore di Benedetto....




Recentemente Papa Benedetto XVI è stato accusato di essere un pastore oscurantista, rinchiuso nelle mura Vaticane, circondato dai soliti prelati Curia e poco interessato ai problemi mondiali. Sembra che un certo tipo di stampa, di letteratura abbia preso di mira la figura del Pontefice per la sua naturale "riservatezza" che lo distingue tanto dal Beato Giovanni Paolo II.


Benedetto XVI è un teologo, e come tale esprime tutta la forza del suo pensiero, della sua fede e dell'amore nei confronti della Chiesa attraverso la penna più che la voce.  Ma oggi è di moda attaccare chi è contro la moda. Il Papa ci ricorda che Dio ci dona la  vera libertà e che essa non consiste nel "libertinaggio" che si trasforma in "servilismo" nei confronti di un'ideologia o di una corrente culturale alla moda..... Cristo non può modificare il suo messaggio, perchè il suo messaggio è sempre attuale non solo per chi è direttamente al suo servizio come clero o persone consacrate, ma per tutti gli uomini di ogni tempo.


Per questo motivo ho pensato di porre all'attenzione dei lettori, un passaggio della lettera scritta da Benedetto XVI in occasione della XLV Giornata mondiale della pace, che potete trovare integralmente in PDF nel sito del Corriere della sera, in particolare un passaggio interessante rivolto ai giovani, dove traspare tutto il trasporto e l'amore del Vicario di Cristo:


"Di fronte alla difficile sfida di percorrere le vie della giustizia e della pace possiamo essere tentati di chiederci, come il Salmista: « Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?»     (Sal 121,1).A tutti, in particolare ai giovani, voglio dire con forza: « Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero… il volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l’amore eterno. E che cosa mai potrebbe salvarcise non l’amore? ».  
L’amore si compiace della verità, è la forza che rende capaci di impegnarsi per la verità, per la giustizia, per la pace, perché tutto copre, tutto crede, tutto spera, tuttosopporta (cfr 1 Cor 13,1-13).Cari giovani, voi siete un dono prezioso per la società. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni, che spesso si presentano come la via più facile per superare i problemi. Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio, di scegliere le vie che richiedono fedeltà e costanza, umiltà e dedizione. Vivete con fiducia la vostra giovinezza e quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di amore vero! Vivete intensamente questa stagione della vita così ricca e piena di entusiasmo.
Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, e lo sarete quanto più vi sforzate di superare le ingiustizie e la corruzione, quanto più desiderate un futuro migliore e vi impegnate a costruirlo. Siate consapevoli delle vostre potenzialità e non chiudetevi mai in voi stessi, ma sappiate lavorare per un futuro più luminoso per tutti. Non siete mai soli. La Chiesa ha fiducia in voi, vi segue, vi incoraggia e desidera offrirvi quanto ha di più prezioso: la possibilità di alzare gli occhi a Dio, di incontrare Gesù Cristo, Colui che è la giustizia e la pace. 
A voi tutti, uomini e donne che avete a cuore la causa della pace! La pace non è un bene già raggiunto, ma una meta a cui tutti e ciascuno dobbiamo aspirare. Guardiamo con maggiore speranza al futuro, incoraggiamoci a vicenda nel nostro cammino, lavoriamo per dare al nostro mondo un volto più umano e fraterno, e sentiamoci uniti nella responsabilità verso le giovani generazioni presenti e future, in particolare nell’educarle ad essere pacifiche e artefici di pace.
È sulla base di tale consapevolezza che vi invio queste riflessioni e vi rivolgo il mio appello: uniamo le nostre forze, spirituali, morali e materiali, per « educare i giovani alla giustizia e alla pace ». 
BENEDICTUS PP XVI

giovedì 24 novembre 2011

Il Papa in Africa e i segni nel cielo



Mi chiedo perché i media non ne parlino, eppure è una di quelle notizie che fanno gola ai cercatori di scoop.
Sto parlando dei prodigiosi segni nel cielo avvistati in Benin nei giorni della visita papale.

All’indomani della messa celebrata da Benedetto XVI nello Stadio de l’Amitié di Cotonou ad esempio è accaduto un evento straordinario che ha interrogato perfino i vescovi del Benin. Alle 8 del mattino 80 mila fedeli hanno visto in cielo la contemporanea presenza sia della luna che del sole. Un evento che ha suscitato grande stupore nella folla. 
A ciò si deve aggiungere che non pochi fedeli hanno dichiarato di aver visto anche il sole muoversi e risplendere senza accecare (come a Fatima o in altri santuari mariani), così da poterlo guardare a lungo senza problemi. 

Un fenomeno interpretato dagli africani come un prodigio dovuto alla presenza del Papa, ma che ha turbato anche gli operatori dei media e molti vescovi, anche perché, a quanto si è appreso, non è stato un fatto isolato ma si è ripetuto altre volte nel corso della visita. 

Monsignor Rene’-Marie Ehuzu, vescovo di Porto Novo e presidente della Commissione Pastorale Sociale della Conferenza Episcopale del Benin, nonché responsabile organizzativo della visita papale nel Paese, ha dichiarato all’Agi che “sabato pomeriggio, quando il Papa nel tragitto verso la parrocchia di Santa Rita, alla periferia di Cotonou, si è fermato per salutare e benedire gli ammalati dell’ospedale che si trova lì vicino, si è verificato un fenomeno analogo, tanto che gli ospiti del nosocomio hanno voluto recarsi nella Cappella per una preghiera di ringraziamento”. 
Per tutti e tre i giorni della visita – ha affermato il presule – ci sono testimonianze su eventi simili e foto scattate con i cellulari dai testimoni, in qualche caso sacerdoti. Personalmente non so dare una spiegazione ma escludo che si tratti di un fenomeno di isteria collettiva”. 


domenica 24 aprile 2011

Le risposte di Papa Benedetto XVI date nel corso dello Speciale A Sua Immagine del Venerdì Santo 2011


Di seguito il video con le risposte alle sette domande su Gesù rivolte a Sua Santità Benedetto XVI in occasione del Venerdì Santo. Buona visione!


giovedì 5 marzo 2009

Il Papa ai Giovani: siate pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi (1 Pt 3,15)


Con qualche giorno di ritardo pubblico il bellissimo messaggio di Papa Benedetto XVI rivolto ai Giovani per la XXIV Giornata della Gioventù che quest'anno si celebrerà a livello diocesano la Domenica delle Palme.

Parole illuminate e illuminanti; un invito ad incontrare Cristo e a lasciarsi stravolgere dal Suo Amore, un'esortazione alla missionarietà come conseguenza necessaria dell'Incontro.
Il Papa esorta i giovani ad essere Apostoli sull'esempio di San Paolo, nuovi evangelizzatori e annunciatori del vero volto di Dio, l'Amore!

Non può tacere chi ha incontrato Cristo, chi vive la gioia piena della Sua Presenza, la dolcezza di una Verità che rende liberi, la rasserenante certezza della vittoria sul mondo e sulle tenebre che accende nel cuore la fiamma inestinguibile di una speranza che non tramonta!
Grazie Santità!


Giovani, non seguite false chimere, ma vivete la vostra fede testimoniandola nel mondo e facendovi missionari di Gesù. E’ l’esortazione che Benedetto XVI rivolge ai giovani nel messaggio loro indirizzato in vista della XXIV Giornata della gioventù che quest’anno si celebra il 5 aprile, domenica delle Palme, a livello diocesano.

“Abitati da Cristo -scrive infatti il Papa - dopo aver riposto in Lui la vostra fede e avergli dato tutta la vostra fiducia, diffondete questa speranza intorno a voi. Fate scelte che manifestino la vostra fede; mostrate di aver compreso le insidie dell’idolatria del denaro, dei beni materiali, della carriera e del successo, e non lasciatevi attrarre da queste false chimere. Non cedete alla logica dell’interesse egoistico, ma coltivate l’amore per il prossimo e sforzatevi di porre voi stessi e le vostre capacità umane e professionali al servizio del bene comune e della verità, sempre pronti a rispondere ‘a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi’ (1 Pt 3,15).

Il cristiano autentico non è mai triste, anche se si trova a dover affrontare prove di vario genere, perché la presenza di Gesù è il segreto della sua gioia e della sua pace”.

In questo Anno paolino, il messaggio di Benedetto XVI ha per tema una frase dell’apostolo: "Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente" (1 Tm 4, 10) e ad essa il Papa fa riferimento quando scrive che “la questione della speranza è, in verità, al centro della nostra vita di esseri umani e della nostra missione di cristiani, soprattutto nell’epoca contemporanea.

Avvertiamo tutti il bisogno di speranza, ma non di una speranza qualsiasi, bensì di una speranza salda ed affidabile, come ho voluto sottolineare nell’Enciclica Spe salvi. La giovinezza in particolare è tempo di speranze, perché guarda al futuro con varie aspettative. Quando si è giovani si nutrono ideali, sogni e progetti; la giovinezza è il tempo in cui maturano scelte decisive per il resto della vita. E forse anche per questo è la stagione dell’esistenza in cui affiorano con forza le domande di fondo: perché sono sulla terra? che senso ha vivere? che sarà della mia vita? E inoltre: come raggiungere la felicità? perché la sofferenza, la malattia e la morte? che cosa c’è oltre la morte? Interrogativi che diventano pressanti quando ci si deve misurare con ostacoli che a volte sembrano insormontabili: difficoltà negli studi, mancanza di lavoro, incomprensioni in famiglia, crisi nelle relazioni di amicizia o nella costruzione di un’intesa di coppia, malattie o disabilità, carenza di adeguate risorse come conseguenza dell’attuale e diffusa crisi economica e sociale. Ci si domanda allora: dove attingere e come tener viva nel cuore la fiamma della speranza?”.

La politica, la scienza, la tecnica, l’economia e ogni altra risorsa materiale da sole non sono sufficienti per offrire la grande speranza a cui tutti aspiriamo. Questa speranza ‘può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere’ (n. 31). Ecco perché una delle conseguenze principali dell’oblio di Dio è l’evidente smarrimento che segna le nostre società, con risvolti di solitudine e violenza, di insoddisfazione e perdita di fiducia che non raramente sfociano nella disperazione”.

“La crisi di speranza colpisce più facilmente le nuove generazioni che, in contesti socio-culturali privi di certezze, di valori e di solidi punti di riferimento, si trovano ad affrontare difficoltà che appaiono superiori alle loro forze”.

Il Papa ricorda i tanti giovani “feriti dalla vita, condizionati da una immaturità personale che è spesso conseguenza di un vuoto familiare, di scelte educative permissive e libertarie e di esperienze negative e traumatiche. Per alcuni – e purtroppo non sono pochi – lo sbocco quasi obbligato è una fuga alienante verso comportamenti a rischio e violenti, verso la dipendenza da droghe e alcool, e verso tante altre forme di disagio giovanile.

Eppure, anche in chi viene a trovarsi in condizioni penose per aver seguito i consigli di ‘cattivi maestri’, non si spegne il desiderio di amore vero e di autentica felicità.

Ma come annunciare la speranza a questi giovani?

Noi sappiamo che solo in Dio l’essere umano trova la sua vera realizzazione. L’impegno primario che tutti ci coinvolge è pertanto quello di una nuova evangelizzazione, che aiuti le nuove generazioni a riscoprire il volto autentico di Dio, che è Amore”.

L’esempio, dice Benedetto XVI viene dalla vicenda umana di San Paolo ed in particolare dal suo incontro con Gesù sulla via di Damasco, che gli cambierà radicalmente la vita.

“Per Paolo la speranza non è solo un ideale o un sentimento, ma una persona viva: Gesù Cristo, il Figlio di Dio”. “E’ Lui la vera speranza: il Cristo che vive con noi e in noi e che ci chiama a partecipare alla sua stessa vita eterna. Se non siamo soli, se Egli è con noi, anzi, se è Lui il nostro presente ed il nostro futuro, perché temere?”.

L’incontro con Gesù, scrive ancora il Papa, è “un cammino” nel quale sono importanti la preghiera, da soli e più ancora nelle diverse comunità, e i sacramenti.

E “se vi nutrite di Cristo, cari giovani, e vivete immersi in Lui come l’apostolo Paolo, non potrete non parlare di Lui e non farlo conoscere ed amare da tanti altri vostri amici e coetanei. Diventati suoi fedeli discepoli, sarete così in grado di contribuire a formare comunità cristiane impregnate di amore come quelle di cui parla il libro degli Atti degli Apostoli. La Chiesa conta su di voi per questa impegnativa missione: non vi scoraggino le difficoltà e le prove che incontrate. Siate pazienti e perseveranti, vincendo la naturale tendenza dei giovani alla fretta, a volere tutto e subito. Cari amici, come Paolo, testimoniate il Risorto! Fatelo conoscere a quanti, vostri coetanei e adulti, sono in cerca della ‘grande speranza’ che dia senso alla loro esistenza. Se Gesù è diventato la vostra speranza – termina il messaggio - ditelo anche agli altri con la vostra gioia e il vostro impegno spirituale, apostolico e sociale”.

domenica 8 febbraio 2009

Angelus del Papa: la vera e più profonda malattia dell'uomo è l'assenza di Dio


Lo straordinario Angelus di questa mattina ci ricorda con potenza che Dio è Dio della vita, che i miracoli, le guarigioni di Cristo sono i segni della sua potenza d'amore, che la vera malattia dell'uomo è l'assenza di Dio nel cuore dell'uomo, quel Dio che è fonte di verità e d'amore.
Una vita senza verità e senza amore non è vita...una vita senza Dio non è vita.

Sorge spontanea una conclusione: chi non vive perchè non ha Dio nel cuore non può capire il valore della stessa vita. "Ritornate a Dio con tutto il cuore" sembra voler dire il Papa ai non credenti, perchè solo la riconciliazione può donare la vera guarigione!


Cari fratelli e sorelle,

quest’oggi il Vangelo (cfr Mc 1,29-39) – in stretta continuità con la precedente domenica – ci presenta Gesù che, dopo aver predicato di sabato nella sinagoga di Cafarnao, guarisce molti malati, ad iniziare dalla suocera di Simone. Entrato nella sua casa, la trova a letto con la febbre e, subito, prendendola per mano, la guarisce e la fa alzare. Dopo il tramonto, risana una moltitudine di persone afflitte da mali di ogni genere. L’esperienza della guarigione dei malati ha occupato buona parte della missione pubblica di Cristo e ci invita ancora una volta a riflettere sul senso e sul valore della malattia in ogni situazione in cui l’essere umano possa trovarsi. Questa opportunità ci viene offerta anche dalla Giornata Mondiale del Malato, che celebreremo mercoledì prossimo, 11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes.

Nonostante che la malattia faccia parte dell’esperienza umana, ad essa non riusciamo ad abituarci, non solo perché a volte diventa veramente pesante e grave, ma essenzialmente perché siamo fatti per la vita, per la vita completa. Giustamente il nostro “istinto interiore” ci fa pensare a Dio come pienezza di vita, anzi come Vita eterna e perfetta. Quando siamo provati dal male e le nostre preghiere sembrano risultare vane, sorge allora in noi il dubbio ed angosciati ci domandiamo: qual è la volontà di Dio?

È proprio a questo interrogativo che troviamo risposta nel Vangelo. Ad esempio, nel brano odierno leggiamo che “Gesù guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni” (Mc 2,34); in un altro passo di san Matteo, si dice che “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo” (Mt 4,23).

Gesù non lascia dubbi: Dio – del quale Lui stesso ci ha rivelato il volto – è il Dio della vita, che ci libera da ogni male. I segni di questa sua potenza d’amore sono le guarigioni che compie: dimostra così che il Regno di Dio è vicino restituendo uomini e donne alla loro piena integrità di spirito e di corpo. Dico che queste guarigioni sono segni: guidano verso il messaggio di Cristo, ci guidano verso Dio e ci fanno capire che la vera e più profonda malattia dell’uomo è l’assenza di Dio, della fonte di verità e di amore. E solo la riconciliazione con Dio può donarci la vera guarigione, la vera vita, perché una vita senza amore e senza verità non sarebbe vita. Il Regno di Dio è proprio la presenza di verità e di amore e così è guarigione nella profondità del nostro essere.

Grazie all’azione dello Spirito Santo, l’opera di Gesù si prolunga nella missione della Chiesa. Mediante i Sacramenti è Cristo che comunica la sua vita a moltitudini di fratelli e sorelle, mentre risana e conforta innumerevoli malati attraverso le tante attività di assistenza sanitaria che le comunità cristiane promuovono con carità fraterna e mostrano così il volto di Dio, il Suo amore. È vero: quanti cristiani – sacerdoti, religiosi e laici – hanno prestato e continuano a prestare in ogni parte del mondo le loro mani, i loro occhi e i loro cuori a Cristo, vero medico dei corpi e delle anime! Preghiamo per tutti i malati, specialmente per quelli più gravi, che non possono in alcun modo provvedere a se stessi, ma sono totalmente dipendenti dalle cure altrui: possa ciascuno di loro sperimentare, nella sollecitudine di chi gli è accanto, la potenza dell’amore di Dio e la ricchezza della sua grazia che ci salva. Maria, salute degli infermi, preghi per noi!

Domenica 8 Febbraio 2009

il discorso di Benedetto XVI per la Giornata del Malato 2009


La vita umana è bella e va vissuta in pienezza anche quando è debole ed avvolta dal mistero della sofferenza.

Pubblichiamo il Messaggio di Benedetto XVI in occasione della 17a Giornata Mondiale del Malato (11 febbraio 2009):

(ndr le parole in grassetto sono nostre)

Cari fratelli e sorelle,
la Giornata Mondiale del Malato, che ricorre il prossimo 11 febbraio, memoria liturgica della Beata Maria Vergine di Lourdes, vedrà le Comunità diocesane riunirsi con i propri Vescovi in momenti di preghiera, per riflettere e decidere iniziative di sensibilizzazione circa la realtà della sofferenza. L’Anno Paolino, che stiamo celebrando, offre l’occasione propizia per soffermarsi a meditare con l’apostolo Paolo sul fatto che, "come abbondano le sofferenze del Cristo in noi, così per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione" (2 Cor 1,5).

Il collegamento spirituale con Lourdes richiama inoltre alla mente la materna sollecitudine della Madre di Gesù per i fratelli del suo Figlio "ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata" (Lumen gentium, 62).
Quest’anno la nostra attenzione si volge particolarmente ai bambini, le creature più deboli e indifese e, tra questi, ai bambini malati e sofferenti. Ci sono piccoli esseri umani che portano nel corpo le conseguenze di malattie invalidanti, ed altri che lottano con mali oggi ancora inguaribili nonostante il progresso della medicina e l’assistenza di validi ricercatori e professionisti della salute. Ci sono bambini feriti nel corpo e nell’anima a seguito di conflitti e guerre, ed altri vittime innocenti dell’odio di insensate persone adulte. Ci sono ragazzi "di strada", privati del calore di una famiglia ed abbandonati a se stessi, e minori profanati da gente abietta che ne viola l’innocenza, provocando in loro una piaga psicologica che li segnerà per il resto della vita. Non possiamo poi dimenticare l’incalcolabile numero dei minori che muoiono a causa della sete, della fame, della carenza di assistenza sanitaria, come pure i piccoli esuli e profughi dalla propria terra con i loro genitori alla ricerca di migliori condizioni di vita. Da tutti questi bambini si leva un silenzioso grido di dolore che interpella la nostra coscienza di uomini e di credenti. La comunità cristiana, che non può restare indifferente dinanzi a così drammatiche situazioni, avverte l’impellente dovere di intervenire. La Chiesa, infatti, come ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est, "è la famiglia di Dio nel mondo. In questa famiglia non deve esserci nessuno che soffra per mancanza del necessario" (25, b). Auspico, pertanto, che anche la Giornata Mondiale del Malato offra l’opportunità alle comunità parrocchiali e diocesane di prendere sempre più coscienza di essere "famiglia di Dio", e le incoraggi a rendere percepibile nei villaggi, nei quartieri e nelle città l’amore del Signore, il quale chiede "che nella Chiesa stessa, in quanto famiglia, nessun membro soffra perché nel bisogno" (ibid.). La testimonianza della carità fa parte della vita stessa di ogni comunità cristiana. E fin dall’inizio la Chiesa ha tradotto in gesti concreti i principi evangelici, come leggiamo negli Atti degli Apostoli. Oggi, date le mutate condizioni dell’assistenza sanitaria, si avverte il bisogno di una più stretta collaborazione tra i professionisti della salute operanti nelle diverse istituzioni sanitarie e le comunità ecclesiali presenti sul territorio.

In questa prospettiva, si conferma in tutto il suo valore un’istituzione collegata con la Santa Sede qual è l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, che celebra quest’anno i suoi 140 anni di vita. Ma c’è di più. Poiché il bambino malato appartiene ad una famiglia che ne condivide la sofferenza spesso con gravi disagi e difficoltà, le comunità cristiane non possono non farsi carico anche di aiutare i nuclei familiari colpiti dalla malattia di un figlio o di una figlia.
Sull’esempio del "Buon Samaritano" occorre che ci si chini sulle persone così duramente provate e si offra loro il sostegno di una concreta solidarietà. In tal modo, l’accettazione e la condivisione della sofferenza si traduce in un utile supporto alle famiglie dei bambini malati, creando al loro interno un clima di serenità e di speranza, e facendo sentire attorno a loro una più vasta famiglia di fratelli e sorelle in Cristo. La compassione di Gesù per il pianto della vedova di Nain (cfr Lc 7,12-17) e per l’implorante preghiera di Giairo (cfr Lc 8,41-56) costituiscono, tra gli altri, alcuni utili punti di riferimento per imparare a condividere i momenti di pena fisica e morale di tante famiglie provate. Tutto ciò presuppone un amore disinteressato e generoso, riflesso e segno dell’amore misericordioso di Dio, che mai abbandona i suoi figli nella prova, ma sempre li rifornisce di mirabili risorse di cuore e di intelligenza per essere in grado di fronteggiare adeguatamente le difficoltà della vita. La dedizione quotidiana e l’impegno senza sosta al servizio dei bambini malati costituiscono un’eloquente testimonianza di amore per la vita umana, in particolare per la vita di chi è debole e in tutto e per tutto dipendente dagli altri. Occorre affermare infatti con vigore l’assoluta e suprema dignità di ogni vita umana. Non muta, con il trascorrere dei tempi, l’insegnamento che la Chiesa incessantemente proclama: la vita umana è bella e va vissuta in pienezza anche quando è debole ed avvolta dal mistero della sofferenza.

E’ a Gesù crocifisso che dobbiamo volgere il nostro sguardo: morendo in croce Egli ha voluto condividere il dolore di tutta l’umanità. Nel suo soffrire per amore intravediamo una suprema compartecipazione alle pene dei piccoli malati e dei loro genitori.


Il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II, che dell’accettazione paziente della sofferenza ha offerto un esempio luminoso specialmente al tramonto della sua vita, ha scritto:

"Sulla croce sta il «Redentore dell'uomo», l'Uomo dei dolori, che in sé ha assunto le sofferenze fisiche e morali degli uomini di tutti i tempi, affinché nell'amore possano trovare il senso salvifico del loro dolore e risposte valide a tutti i loro interrogativi" (Salvifici doloris, 31).

Desidero qui esprimere il mio apprezzamento ed incoraggiamento alle Organizzazioni internazionali e nazionali che si prendono cura dei bambini malati, particolarmente nei Paesi poveri, e con generosità e abnegazione offrono il loro contributo per assicurare ad essi cure adeguate e amorevoli. Rivolgo al tempo stesso un accorato appello ai responsabili delle Nazioni perché vengano potenziate le leggi e i provvedimenti in favore dei bambini malati e delle loro famiglie. Sempre, ma ancor più quando è in gioco la vita dei bambini, la Chiesa, per parte sua, si rende disponibile ad offrire la sua cordiale collaborazione nell’intento di trasformare tutta la civiltà umana in «civiltà dell’amore» (cfr Salvifici doloris, 30). Concludendo, vorrei esprimere la mia vicinanza spirituale a tutti voi, cari fratelli e sorelle, che soffrite di qualche malattia. Rivolgo un affettuoso saluto a quanti vi assistono: ai Vescovi, ai sacerdoti, alle persone consacrate, agli operatori sanitari, ai volontari e a tutti coloro che si dedicano con amore a curare e alleviare le sofferenze di chi è alle prese con la malattia. Un saluto tutto speciale è per voi, cari bambini malati e sofferenti: il Papa vi abbraccia con affetto paterno insieme con i vostri genitori e familiari, e vi assicura uno speciale ricordo nella preghiera, invitandovi a confidare nel materno aiuto dell’Immacolata Vergine Maria, che nel passato Natale abbiamo ancora una volta contemplato mentre stringe con gioia tra le braccia il Figlio di Dio fatto bambino. Nell’invocare su di voi e su ogni malato la materna protezione della Vergine Santa, Salute degli Infermi, a tutti imparto di cuore una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 2 Febbraio 2009

BENEDICTUS PP.XVI

domenica 1 febbraio 2009

La croce di Cristo ha dato senso alla nostra sofferenza


"La croce di Cristo ha dato senso alla nostra sofferenza" Sono le parole che Sua Santità Benedetto XVI ha pronunciato stamani in occasione dell'Angelus Domenicale in un luminoso discorso. Potete leggerlo di seguito:


Quest’anno, nelle celebrazioni domenicali, la liturgia propone alla nostra meditazione il Vangelo di san Marco, del quale una singolare caratteristica è il cosiddetto “segreto messianico”, il fatto cioè che Gesù non vuole che per il momento si sappia, al di fuori del gruppo ristretto dei discepoli, che Lui è il Cristo, il Figlio di Dio. Ecco allora che a più riprese ammonisce sia gli apostoli, sia i malati che guarisce di non rivelare a nessuno la sua identità. Ad esempio, il brano evangelico di questa domenica (Mc 1,21-28) narra di un uomo posseduto dal demonio, che all’improvviso si mette a gridare: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. E Gesù gli intima: “Taci! Esci da lui!”. E subito, nota l’evangelista, lo spirito maligno, con grida strazianti, uscì da quell’uomo. Gesù non solo scaccia i demoni dalle persone, liberandole dalla peggiore schiavitù, ma impedisce ai demoni stessi di rivelare la sua identità. Ed insiste su questo “segreto” perché è in gioco la riuscita della sua stessa missione, da cui dipende la nostra salvezza. Sa infatti che per liberare l’umanità dal dominio del peccato, Egli dovrà essere sacrificato sulla croce come vero Agnello pasquale. Il diavolo, da parte sua, cerca di distoglierlo per dirottarlo invece verso la logica umana di un Messia potente e pieno di successo.

La croce di Cristo sarà la rovina del demonio, ed è per questo che Gesù non smette di insegnare ai suoi discepoli che per entrare nella sua gloria deve patire molto, essere rifiutato, condannato e crocifisso (cfr Lc 24,26), essendo la sofferenza parte integrante della sua missione. Gesù soffre e muore in croce per amore. In questo modo, a ben vedere, ha dato senso alla nostra sofferenza, un senso che molti uomini e donne di ogni epoca hanno capito e fatto proprio, sperimentando serenità profonda anche nell’amarezza di dure prove fisiche e morali.

E proprio “la forza della vita nella sofferenza” è il tema che i Vescovi italiani hanno scelto per il consueto Messaggio in occasione dell’odierna Giornata per la Vita. Mi unisco di cuore alle loro parole, nelle quali si avverte l’amore dei Pastori per la gente, e il coraggio di annunciare la verità, il coraggio di dire con chiarezza, ad esempio, che l’eutanasia è una falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell’uomo. La vera risposta non può essere infatti dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano.
Siamone certi: nessuna lacrima, né di chi soffre, né di chi gli sta vicino, va perduta davanti a Dio.

La Vergine Maria ha custodito nel suo cuore di madre il segreto del suo Figlio, ne ha condiviso l’ora dolorosa della passione e della crocifissione, sorretta dalla speranza della risurrezione. A Lei affidiamo le persone che sono nella sofferenza e chi si impegna ogni giorno al loro sostegno, servendo la vita in ogni sua fase: genitori, operatori sanitari, sacerdoti, religiosi, ricercatori, volontari, e molti altri. Per tutti preghiamo.