giovedì 31 maggio 2012
Panchinari o Campioni?
lunedì 7 maggio 2012
Ti prego, fammi credere in qualcosa!
E' un grido disperato che non può lasciare indifferenti, che non deve essere lasciato in balia del vento, inascoltato. Don Roberto l'ha raccolto. Era lì come sacerdote, come missionario, ma sopratutto come fratello, lui che quegli inferi li conosce bene avendone sperimentata tutta la bruttezza.
Voi, noi, sapremo essere Luce?
martedì 16 febbraio 2010
"Fate dei cuori viziosi". L'imperativo massonico che ha fatto breccia nei cuori dei giovani
«Il cattolicesimo, meno ancora della monarchia, non teme la punta di uno pugnale ben affilato; ma queste due basi dell'ordine sociale possono cadere sotto il peso della corruzione. Non stanchiamoci dunque mai di corrompere. Tertulliano diceva con ragione che il sangue dei martiri è il seme dei cristiani. Ora, è deciso nei nostri consigli, che noi non vogliamo più cristiani; non facciamo dunque dei martiri, ma rendiamo popolare il vizio nelle moltitudini. Occorre che lo respirino con i cinque sensi, che lo bevano, che ne siano sature. Fate dei cuori viziosi e voi non avrete più cattolici [...]. Ma perché sia profonda, tenace e generale, la corruzione delle idee deve cominciare fin dalla fanciullezza, nell'educazione. Schiacciate il nemico, qualunque esso sia, dicevano le istruzioni, ma soprattutto, schiacciatelo quando è ancora nell'uovo. Alla gioventù infatti bisogna mirare: bisogna sedurre i giovani, attirarli, senza che se accorgano. Andate alla gioventù e, se è possibile, fin dall'infanzia»Il secondo documento è stato pubblicato nel 1944 dalla Rivista Diocesana di Milano, diretta dal Cardinale Ildefonso Schuster o.s.b. (1880-1954), Arcivescovo di quella città. Si tratta di una deliberazione presa durante un Congresso massonico tenutosi in Svizzera nel 1928 (ossia ben centoquattro anni dopo il primo documento, di cui tra l'altro conserva intatto lo stile), nel quale si auspicava l'introduzione di una moda sempre più audace tra la gioventù:
«La religione non teme la punta del pugnale, ma può cadere sotto il peso della corruzione. Non stanchiamoci, dunque, mai di corrompere, magari servendoci del pretesto dell'igiene, dello sport, della stagione, ecc... Per corrompere bisogna che i nostri figli realizzino l'idea del nudo. Per evitare ogni opposizione, bisognerà progredire metodicamente: prima mezze braccia nude, poi mezze gambe; poi le braccia e le gambe tutte scoperte; quindi le parti superiori del torace, del dorso, ecc...».Il terzo documento, molto più vicino a noi nel tempo, ma immutato nel contenuto rispetto ai primi due, è stato oggetto di un articolo di Mons. W. McGrath per la rivista Scarboro Mission di Toronto, pubblicato nel marzo del 1956:
«Nel dicembre 1952, in una cittadina del Nuovo Messico (U.S.A.), la Massoneria organizzò un convegno di persone influenti degli Stati Uniti. Uno dei convenuti, cattolico, fu colpito da malore mortale, e tramite un amico fece chiamare segretamente un sacerdote. Sentendosi vicino al giudizio di Dio, dopo avere ricevuto i Sacramenti, confidò al sacerdote: "Se io avessi la speranza di sopravvivere, lei adesso non sentirebbe ciò che le voglio rivelare. Sì... ora io voglio che lei avverta il popolo degli Stati Uniti, appena può, di questo vasto piano che abbiamo progettato per il 1953: un piano di degradazione morale della gioventù d'America per scristianizzarla. Abbiamo già cominciato a realizzarlo e lo perfezioneremo con i seguenti mezzi: il cinema, le pubblicazioni porno a buon prezzo, i libri comici con storie di sesso e di violenza; ultimo mezzo, ma non il più piccolo, la televisione... non osiamo andare troppo lontano con la televisione, per il momento. Ma essa ci riserva un uditorio immenso, e sarà il mezzo migliore per accostare i bambini. Il nostro piano è di incoraggiare dapprima delle rappresentazioni amorali, se non subito immorali; così, graduando progressivamente la malvagità, tutta calcolata, si avrà il possesso di tutta la gioventù. Sarà tenuta occupata tutto il giorno, senza lasciare spazio per la religione. Così, i giovani al loro risveglio e al loro coricarsi a sera avranno la testa piena di cowboys, di omicidi, di terrore, e di cartoni animati inoffensivi. Tutto questo per allontanare dal loro animo immagini religiose. In questo modo, i bambini saranno disorientati per anni. Poi, quasi occasionalmente, si introdurranno costumi sfrontati e scene licenziose allo scopo di distruggere il senso del pudore"»Seppur distanti nel tempo e nello spazio, questi tre documenti, a dir poco profetici, visto il raggiungimento quasi completo degli obiettivi, mostrano l'esistenza di un'unica direttiva perseguita infaticabilmente fino ai nostri giorni: pervertire la classe giovanile con tutti i mezzi possibili per allontanarla dall'idea stessa di cristianesimo e introdurla in quel nuovo paradiso terrestre preparatoci dai massoni (e dai comunisti).
mercoledì 10 giugno 2009
Aumentano i suicidi in Italia e nel mondo. Perchè?
Una ricerca della clinica San Carlo di Milano (29 maggio 2009) evidenzia una crescita nei tentativi di suicidio tra i giovani...ben uno ogni 37 ore. Cifre che fanno certamente riflettere!
Penso inoltre ai recenti casi di suicidio nel mondo dello spettacolo, qulli illustri di star e starlette del piccolo e grande schermo, e sopratutto alle recenti numerose vittime sconosciute dei reality show statunitensi.
Per chi non lo sapesse ben 11 concorrenti di concorsi televisivi ad eliminazione si sono tolti la vita in tragedie che sembrano legate alle esperienze vissute in televisione.
Un fenomeno non isolato nei soli States se consideriamo i casi analoghi rilevati in India, Gran Bretagna e Svezia, dei quali si preferisce tacere.
E' la logica conseguenza della cosificazione della vita.
Se questa diviene una mercanzia, da usare finchè fa comodo e gettare quando non serve più o non è più conforme alle aspettative è chiaro che prima o poi, quando il giocattolo si rompe, il meccanismo si inceppa, i riflettori si spengono, non si è più sulla cresta dell'onda e ci si scopre fragili ed impotenti, arriva inesorabile e puntuale l'ora della disperazione.
"Là dove si trova il tuo tesoro è anche il tuo cuore".
E se il tesoro è in terra, in un contratto destinato a finire...niente ha più senso!
Se i media ci insegnano che ciò che conta è apparire, quando l'immagine decade cos'è di noi?
Se la vita è godimento, come vogliono farci credere, quando si è chiamati ad affrontare i quotidiani e drammaticamente sofferti problemi della vita come si potrà reagire senza cadere in depressione?
La vita non è un reality, non è un gratta e vinci, ma sudore e sacrificio, è croce da prendere ogni giorno!
Quella che si toglie la vita oggi è una gioventù senza speranza che ha chiuso le porte in faccia a Cristo per puro pregiudizio, perchè influenzata dai media, perchè satura di anticristianesimo ed ipocrisia o semplicemente perchè non ha incontrato chi annunciasse l'unica Verità che libera.
I suicidi sono la messe che in questi tempo sta raccogliendo satana, colui che è omicida fin dal principio e gode nel veder morire il futuro, la crema della gioventù, la speranza del domani.
Giovani vite falciate prematuramente, come steli di grano fatti appassire e strappati impietosamente prima della maturazione...
Sono i frutti più evidenti dell'ateismo dei nostri tempi.
Non ci credete? E allora ditemi voi perchè la principale causa di morte tra i giovani nell'ateissima Cina è proprio il suicidio. Un caso vero?
E allora è un caso che i Paesi con il più alto tasso di suicidi (in ordine Svizzera, la Russia, l'Ungheria, la Slovenia, la Finlandia e la Croazia ) siano notoriamente atei, e che la maggioranza di questi ha subito l'occupazione comunista?
Il Signore ridesti nel cuore della nostra gioventù la speranza che non delude, quella che si alimenta attraverso la fede viva ed un'ardente carità!
sabato 21 febbraio 2009
Lei, voi, no tu. Il senso del rispetto e il cambiamento dei ruoli.
Per la serie...generazioni senza punti di riferimento crescono.
p.s.1 si, mi rendo conto che l'immagine sia disgustosa...ma di fatto stiamo andando in quella direzione.
p.s.2 le evidenziazioni dell'articolo sono mie.
HANNO UCCISO LA MAESTRA (e il papà)
Ai nostri tempi c’era una sola maestra, anzi una sola «signora maestra», e ricordo il sacro terrore con cui ci rivolgevamo a lei. Il primo giorno di scuola fui buttato fuori dall’aula. Avevo fatto cadere per terra il calamaio pieno di inchiostro, che allora era fissato a ogni banco. La maestra mi disse che ero brutto e cattivo, all’uscita assicurai a mia mamma che a scuola non ci sarei andato mai e arcimai più. Oggi partirebbe una denuncia alla procura e in sostegno del bambino si attiverebbe un pool di psicologi; ma quel giorno mi sentii rispondere dai miei genitori che avevo sbagliato io a smanettare con il calamaio avvitato sul banco, e che la maestra aveva fatto benissimo a sbattermi fuori.
Quando la signora maestra entrava in classe, noi bambini tutti in grembiule ci alzavamo in piedi, poi c’era la preghiera, ogni tanto dovevamo cantare la bandiera del tricolore, è sempre stata la più bella, noi vogliamo sempre quella, noi vogliam la libertà.
La nostra libertà era stare cinque ore con le braccia incrociate dietro la sedia, in religioso silenzio, ad ascoltare la lezione. Invidiavo mio fratello perché la sua maestra, una sessantottina ante litteram, in una botta di anarchismo aveva lasciato ai bambini un’alternativa: le braccia conserte sul banco invece che dietro la schiena. Per la mia maestra quella era invece una posa da scansafatiche.
E però mai, dico mai, l’ho percepita come un’aguzzina, anzi. Non di rado mi capitava, quando mi rivolgevo a lei precipitosamente, di chiamarla «mamma». Cercavo di recuperare immediatamente: «Mi scusi signora maestra»; lei fingeva di essere scocciata ma si capiva che era contenta del lapsus.
La signora maestra era una presenza fissa, un totem sacro, un perno attorno al quale girava la nostra infanzia, la guida che ci introduceva alla scoperta del mondo: le divisioni a tre cifre e l’eccezione di scienza e coscienza, le guerre puniche e gli Orazi e i Curiazi, gli affluenti del Po e le Cozie e le Graie, che cosa succede in un alveare e la fotosintesi clorofilliana.
L’infanzia ha bisogno di certezze, e la maestra - con le sue regole e la sua separazione chiara tra dovere e piacere - ci ha dato sicurezza, chiarezza, serenità. È stata una bussola, un paracadute, una luce. Ho sempre ritenuto che sia stato un grande errore sostituire la maestra unica con un pool di maestri. Per giustificare la sovrabbondanza di personale, si è inventata la balla della multidisciplinarietà. Ora vedo che ci hanno ripensato: la maestra unica era un punto fermo, un volto destinato a restare impresso per sempre nella nostra memoria e nel nostro cuore.
Io non ho certo dimenticato la mia. È un po’ che non la incontro per strada, non so neanche se sia ancora viva. Ma mi piacerebbe ritrovarla, ricordare con lei di quando mi mandò fuori dalla porta il primo giorno o di quando, sempre per punizione, mi metteva nei banchi tra la femmine (provvedimento anche questo oggi improponibile). Mi piacerebbe ricordare tutto questo con lei, riderci su, e poi abbracciarla e dirle grazie per essere stata la mia «signora maestra» e non aver fatto finta di essere una mia amica.
TU, PRESIDENTE
A proposito del «tu» alla maestra, credo che i bambini siano del tutto incolpevoli: il «lei», in Italia, per una ventina d’anni abbondante è stato bandito come residuo degli ipocriti formalismi d’antan. Non che il darsi del «tu» sia un fatto negativo, però a volte il «lei» serve per riconoscere, se non una distanza, un rispetto per l’autorità.
Una volta era d’obbligo anche tra i rivoluzionari. Un giorno dell’immediato dopoguerra, quando i comunisti aspettavano la «seconda ondata», l’allora segretario del Pci Palmiro Togliatti fu interrotto durante una riunione di una cellula di periferia da un giovane militante che gli eccepì: «Il tuo discorso contiene un errore». Togliatti replicò: «Mi aiuti a ricordare, compagno, quando io e lei ci siamo conosciuti».
Negli anni successivi alla mitica contestazione del Sessantotto si cominciò a dare del tu a tutti: al segretario di partito, al prete dell’oratorio, al capoufficio, al preside. Una storica svolta è dell’inizio degli anni Ottanta e porta la firma di Emilio Fede che, all’epoca telegiornalista Rai, intervistò in diretta il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini incalzandolo con un «tu, presidente». Avesse avuto davanti il Papa, ci sarebbe toccato sentire «tu, Santità».
Spadolini dovette abbozzare, subendo lo spirito dei tempi. Eppure, mi raccontavano i vecchi colleghi, quando lo stesso Spadolini si presentò ai giornalisti del Corriere come nuovo direttore (fine anni Sessanta), un cronista rischiò il licenziamento per avergli chiesto: «Direttore, possiamo darci del tu?». «Faccia lei» rispose gelido Spadolini, in stile Togliatti (...).
IL PANDA-PAPÀ
Sarebbe il caso di abolire ufficialmente la festa del papà. Non se la fila più nessuno, ormai nemmeno quelli della pubblicità. Che differenza con la festa della mamma, e ancora di più con quella della donna. L’8 marzo è un’alluvione di mimose e di inchieste giornalistiche; si fa la conta di quante donne ci sono in Parlamento e alla guida di grandi aziende e poi con una certa indignazione ci si chiede: ma non dovrebbero essere di più?
Guai al marito o fidanzato che si dimentichi auguri e regalo, l’8 marzo. A noi papà, invece, di regali non si parla neppure, meno male che qualche suora o qualche maestra si ricorda ancora di suggerire ai bambini delle materne e delle elementari di preparare un lavoretto. Tanto i bambini sono piccoli, non sanno ancora che noi poveri papà siamo gente che non conta più un fico secco, una categoria in via di estinzione come gli stenografi o gli spazzacamini: se ci riunissimo in un partito politico conteremmo più o meno come il Psdi (non ci crederete ma esiste ancora, il Psdi).
Sono d’accordo sulla maggiore attenzione prestata alle mamme: il fardello più pesante lo portano loro, non c’è dubbio. Ma noi papà non solo non contiamo niente, subiamo anche la beffa di essere considerati dei privilegiati. Beati voi che lavorate, beati voi che vi gratificate, beati voi che c’è il calcio.
Oltre alle mogli anche i figli ci mandano a stendere. La Eta Meta Research ha pubblicato uno studio eseguito con un pool di trenta psicologi: sette figli su dieci si dicono insoddisfatti dei propri padri. Forse perché siamo troppo assenti come dice il sociologo di turno? Forse perché passiamo troppo tempo sul lavoro? Neanche per sogno: i pargoli sono insoddisfatti, dice la ricerca, perché caro papà «non sei diventato abbastanza ricco e potente». Il 63 per cento accusa il genitore di «non aver fatto abbastanza carriera», il 58 di «non aver raggiunto una posizione tale da garantire loro un futuro privo di preoccupazioni». Dei bancomat, ecco che cosa siamo diventati. Beffa nella beffa, più della metà (54 per cento) salva la mamma, mentre solo il 9 per cento si dice pienamente soddisfatto del proprio padre.
Invoco un Telefono Grigio che faccia da contrappunto al Telefono Azzurro. Anche perché, diciamo la verità: i papà della mia età sono i migliori mai apparsi sulla Terra.
Fateci caso: fino a questa nostra sciaguratissima generazione, quanti padri hanno lavato un piatto? Sparecchiato un bicchiere? Cambiato un pannolino? Infilato una suppostina? Azionato quel diabolico marchingegno che è un aerosol? Spinto una carrozzina? Cucinato la pappetta, che guai se scotta, e imboccato la creatura? I nostri padri entravano in casa, si mettevano le pantofole e infilavano le gambe sotto il tavolo. Serviti e riveriti. Si diceva: ha già fatto la sua parte portando a casa lo stipendio. Adesso le nostre mogli quando siamo a casa ci riempiono di commissioni e incombenze: ti sei divertito tutto il giorno in ufficio, ora sotto a lavorare.
Il papà una volta era la prima autorità: oggi si cerca di farlo sparire degradandolo al ruolo di vicecolf.
Ho il sospetto che la rimozione sia stata preparata con cura da tempo. La mia generazione è cresciuta con la compagnia di un mondo fantastico popolato di zii, nonni, nipoti, fidanzati e amici: Paperino e Paperone, Topolino e Pippo, Minnie e Paperina, Qui Quo Qua e Tip e Tap, Paperoga, Orazio e Clarabella, Gastone, Nonna Papera. Nessuno si sposava mai, nessuno aveva né figli né (misteriosamente) genitori. Come se avessero voluto prepararci a un futuro senza famiglia. (n.d.r. Un caso che Walt Disney fosse massone?)
Dietrologie malate? Può darsi. Sta di fatto che la figura del padre sta per essere eliminata perfino dall’anagrafe. Si potrà scegliere, infatti, tra il cognome del padre e quello della madre. Quando la legge è stata approvata al Senato, sui giornali sono partiti i divertissement: come si chiamerebbero i politici se scegliessero il cognome della mamma? Berlusconi sarebbe Silvio Bossi; Bossi: Umberto Mauri; Fini: Gianfranco Marani; D’Alema: Massimo Modesti; Rutelli: Francesco Gentili; Casini: Pier Ferdinando Vai; Napolitano: Giorgio Bobbio.
lunedì 26 gennaio 2009
I giovani l'aldilà e la ricerca di senso
Vi propongo il bell'articolo di Antonio Socci comparso tra le colonne di Libero il giorno 21 gennaio. Il giornalista e scrittore toscano ha raccolto l'appello di Marco, un giovane ventenne che riflettendo sulla morte di alcuni coetanei ha compreso l'urgenza di annunciare Cristo ad una gioventù bisognosa di trovare il vero senso della vita.
Buona lettura e...complimenti ad Antonio Socci!
UN VENTENNE DI FRONTE ALLA MORTE E QUELLA COSA DELL’ALTRO MONDO CHE SONO…I CRISTIANI
Da “Libero” del 21 gennaio 2009
di Antonio Socci http://www.antoniosocci.it
“Le scrivo perché anche oggi entrando a scuola abbiamo respirato un’aria di morte”. Comincia così la lettera che mi ha scritto Marco, 19 anni, di Firenze. “Stanotte una ragazza che frequentava il terzo anno è morta dopo una notte di coma irreversibile. La sera prima stava andando in discoteca, era in macchina con altri ragazzi (…) la macchina si è schiantata contro un albero. La nostra scuola era già stata protagonista di grandi fatti di morte: tre anni fa, una ragazza che frequentava l’ultimo anno si è suicidata gettandosi da una finestra del terzo piano.
Può immaginare il clima che abbiamo respirato nei giorni e mesi seguenti... Oggi abbiamo rivissuto quel momento: le facce meste dei professori, i visi persi nel vuoto degli alunni, l’assenza fisica o psicologica dei suoi amici più cari e dei parenti”. Marco è uno studente che frequenta l’ultimo anno di liceo. Fin qui la sua è solo una cronaca consueta, descrive ciò che accade quando la morte visita le nostre giornate e specialmente un luogo di giovinezza come una scuola. Capita che – dopo lo choc di qualche giorno – gli adulti si affrettino a richiudere quella finestra spalancata sull’immenso, sul mistero dell’esistenza, per fingere che la vita sia solo il consueto teatrino in cui ci trasciniamo tristemente a recitare una parte assegnata. Ma i giovani non distolgono facilmente lo sguardo dal Mistero.
Infatti è il seguito di questa lettera che più mi ha colpito e commosso. Marco è un avventuriero, assetato di verità e di una felicità che non svanisce in un istante, dunque continua: “Il Signore sta parlando alla mia generazione e lo sta facendo con forza. Ci sta parlando attraverso la sofferenza più estrema, attraverso la morte. Non molto tempo fa altri ragazzi sono morti o rimasti gravemente feriti a causa di incidenti stradali e la loro storia si è dovuta intrecciare obbligatoriamente con la nostra fede di Cristiani. Sto scoprendo sempre di più che questo mondo non può darci niente. Non può darci amicizie vere perché la parola d’ordine del mondo è ‘essere’ e se non sei nessuno o non appari, rimarrai sempre solo. Non può darti la felicità perché non dura più di 30 secondi. Non può darti la consolazione perché la sera quando arrivi a dormire ti ritrovi solo; solo coi tuoi problemi insormontabili, solo perché i tuoi genitori si stanno separando, solo perché nessuno ti ama. Non pensa anche lei che per noi Cristiani sia pronta una nuova missione, cioè quella di ricominciare una nuova evangelizzazione?”.
Mi ha colpito leggere queste parole nella lettera di un diciannovenne, di un ragazzo normalissimo, ma che non si fa addomesticare dall’industria del rincoglionimento. Evidentemente Marco ha visto e sperimentato qualcosa di così bello e così grande che non si dissolve davanti al soffio di sorella morte. Questa parola, “evangelizzazione”, indica infatti un volto e un nome, Gesù, che stupisce e commuove, che sui giovani specialmente esercita un fascino più potente perfino della desolazione della morte. E parla al loro cuore assetato di vita, di felicità, di amore.
Marco continua: “Tanti Santi hanno viaggiato in tutto il mondo per annunciare Cristo Risorto, ma forse per il nostro tempo è necessario partire, non dall’Africa o dall’Asia, ma da casa nostra, dalla nostra via, dalla nostra parrocchia. E’ necessario far conoscere alla mia generazione che c’è un Dio che li ama, che è arrivato a morire per ognuno di noi, ma che è Risorto e ha distrutto
E a questo punto Marco inizia un resoconto sconvolgente di vita quotidiana. In un mondo disperato, dove i media hanno attenzione solo alle misure delle ospiti del Grande Fratello esistono uomini e donne con una certezza e un amore più forti della morte.
“Più di otto anni fa il mio amico Niccolò è morto per un tumore al cervelletto. Ha potuto concludere solo le scuole elementari e non ha conosciuto l’età più bella della vita. Nonostante tutte queste assurdità, ciò che mi ha sempre colpito di lui era il sorriso che portava con sé arrivando al catechismo, anche dopo aver fatto la terapia. Dalla sua morte, il nostro gruppo di catechismo ha ricevuto la grazia di restare unito fino ad oggi ed è un vero miracolo, pensando a dove possono essere adesso tanti miei amici. Il suo funerale fu una festa indescrivibile; uno dei suoi fratellini era così eccitato che, quando abbiamo accompagnato il suo corpo al cimitero si è messo a gridare ingenuamente di volerlo raggiungere per poter giocare ancora con lui. Quel funerale colpì tutti i presenti, perché non si era detto Addio a nessuno, si era salutato un fratello che avremmo rivisto. Per la fede dei suoi genitori e per la bellezza e la gioia di quel funerale molte persone si sono interrogate profondamente e forse lo fanno ancora oggi. Quello che colpisce sempre le persone è che i funerali nella mia parrocchia sembrano matrimoni: i canti sono tutti gioiosi e la bara è posta sopra il fonte battesimale, che si trova a terra, perché simboleggia il passaggio dalle acque della morte alla vita nuova. Più recentemente, un ragazzo, Jonatan, è morto cadendo di motorino; una cosa che non posso dimenticare è il volto di sua madre che ci invitava a stare allegri, perché Jonatan era andato in Paradiso. Sul sagrato, un suo amico mi disse che non era meravigliato della risposta di questa madre alla morte del figlio. Mi disse: ‘Loro sono religiosi’. Queste morti sono state per me una dura prova perché mi hanno diviso da tanti affetti, mi hanno messo davanti al fatto che non siamo eterni, che possiamo e dobbiamo morire. Ma ho scoperto che questa morte è stata vinta da Cristo. Egli ha vinto le mie morti. Io sono certo di questo, ma vorrei che questa buona notizia arrivasse a tutti i miei amici, a tutti i miei coetanei che forse non sanno dare un senso alla loro vita; io però sono uno solo e non posso raggiungerli tutti. Chiedo quindi aiuto alla Madre Chiesa, in cui confido perché ho sperimentato che è davvero madre, che mi dona il perdono e che davvero da essa passa la mia salvezza”.
Marco mi scrive il suo accorato appello alle parrocchie della sua città (come rispondono sacerdoti e vescovi?), le invita ad aprirsi ai movimenti “perché so che è difficile vivere da Cristiani senza una piccola comunità che ti aiuta, che ti ascolta, che ti corregge, in cui sperimenti il perdono, in cui c’è Cristo… Esorto tutte le parrocchie fiorentine ad aprire le porte a Cristo in queste nuove forme, perché i giovani sono per strada a drogarsi, a bere, senza genitori, senza Amore. La loro vita non ha un senso e noi che siamo il sale del mondo abbiamo il dovere di annunciare loro che Cristo li ama e che possono cominciare a sorridere, possono smettere di fingere, possono piangere senza paura di essere giudicati ‘deboli’, possono scoprire amicizie vere fondate sull’Amore di Cristo. Questi ragazzi hanno il diritto di sapere che rivedranno i loro amici in Paradiso e che non c’è morte che possa dividerci, c’è solo Cristo che ci unisce all’altro”.
Non è una cosa dell’altro mondo? Don Giussani diceva che il cristianesimo “è letteralmente una cosa dell’altro mondo in questo mondo”. In effetti il Paradiso inizia già qui, come il sorriso che si apre nelle lacrime e alla fine prende il sopravvento. Come il sole quando spalanca le nuvole e illumina le ultime gocce di pioggia portando finalmente l’azzurro.
venerdì 23 gennaio 2009
Allarme Emo: giovani senza speranza crescono
Per la serie a volte ritornano…
Era un fenomeno particolarmente in voga negli anni 80 che ha visto il suo lento declino degli anni 90. Ma per la legge dei corsi e ricorsi, sembrano ritornati alla riscossa…stiamo parlando degli EMO.
L’etimologia del termine deriva da emo-zione, anche se tuttavia non si può fare a meno di notare un esplicito riferimento al sangue (emo in greco vuol dire sangue). Non è un caso che i loro blog siano pieni di immagini buie, scure, talvolta sanguinolente…
E poi quell’affinità per le lamette, quella moda della lametta da portare sempre con sé, simbolo di un disagio interiore, di un desiderio autolesionista… Lametta con cui sfregiarsi talvolta per mostrare orgogliosi i propri tagli e dimostrare il proprio dolore, il proprio desiderio di riscatto, la mancanza di affetto.
Ed internet pullula di filmati di giovani che si sfregiano per un puro gusto di provare dolore e per denunciare il proprio malessere, nella speranza che qualcuno si accorga di loro.
Si riconoscono dall’abbigliamento e dal look stile skate: sia i ragazzi che le ragazze usano spesso jeans stretti ed aderenti, hanno una lunga frangia asimmetrica in testa, capelli filzati che coprono gli occhi spesso marcatamente truccati di nero in ambo i sessi. Hanno t-shirt aderenti raffiguranti le band preferite, cintura con borchie colorate di tonalità accese, scarpe da skater o in generale scarpe nere. Frange esagerate, capelli sparati alla JEM e le holograms…
Si ispirano ai leader di alcune band sulla cresta dell’onda come Tokio Hotel o Avril Lavigne.
Ascoltano My Chemical Romance, Alesana, Funeral for a Friend, Taking Back Sunday, Thrice e Finch, Something Corporate, Taking Back Sunday, tanto per citarne alcuni…
Spaziando dal punk rock, al pop punk, al melodic hardcore…
L’abbigliamento mostra un incrocio punk-gothic, ma guai a dirlo ad un Emo, perché per loro gli Emo sono Emo e basta!
Questo life style neanche a farlo apposta nasce negli States ed è legato ad un pensiero piuttosto disfattista frutto di un disagio sociale che affonda le radici nella disgregazione del nucleo familiare. Gli adolescenti emo nella maggior parte dei casi soffrono profonde lacerazioni interiori dovute generalmente ad incomprensioni e mancanze d’amore…
Attraverso il look stravagante, per mezzo dell’autolesionismo, cercano di attirare l’attenzione, alla disperata ricerca di quell’amore che non riescono a trovare in un ambiente che spesso si mostra indifferente nei loro confronti!
Questi ragazzi vanno aiutati, non si può lasciarli scivolare verso il baratro della depressione in età adolescenziale, non si può permettere che vite tanto preziose vengano stroncate prematuramente perché non hanno incontrato mai nessuno che ha saputo trasmettere loro un amore autentico…
La vita si fonda sulla speranza, l’uomo vive di speranza e questi ragazzi non sanno che cosa sia, perché non hanno trovato nessuno che gliel’abbia annunciata!
Non posso fare a meno di notare dietro questo disagio giovanile l’opera del maligno che attraverso la distruzione delle famiglie sta ora raccogliendo i frutti della velenifera semina, frutti di morte: giovani senza speranza, giovani che odiano il sistema, la famiglia, Dio, perché non sanno cosa sia l’amore vero. Giovani che tuttavia sentono in profondità un desiderio di riscatto, l'anelito di un amore che grida dentro di loro un bisogno disperato di autenticità, di verità, di senso!!
Dobbiamo fare qualcosa! Il cuore si strugge nel vedere anime abbandonate nelle grinfie di un seduttore che quotidianamente li rende sempre più simili a sè nel corpo e nello spirito, accecando le loro esistenze.
Signore ti affidiamo questa gioventù, perché rifiorendo ritorni a rifulgere come luminoso segno di speranza nel mondo!
P.S. Vi propongo due video di Repubblica Tv a dir poco sconvolgenti...Preghiamo fratelli!

