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mercoledì 25 luglio 2012

Apritemi! Fate entrare anche me! Fatemi entrare!



Quando il fare evangelizzazione conta più del parlare di evangelizzazione. 
Vi propongo la lettura di un simpatico episodio capitato a don Davide Banzato, raccontato nel suo ultimo libro scritto insieme a Chiara Amirante "Nuovi Evangelizzatori".
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Un giorno mi reco ad Artena, dove devo tenere un incontro con trenta giovani e alcuni sacerdoti della diocesi di Velletri; sono animatori della pastorale giovanile e l'occasione è unica: poter trasmettere la mia esperienza e spingere questi giovani a fare l'esperienza del primo annuncio.

Essendo arrivato con un anticipo di quasi due ore, dopo un momento di preghiera, esco per strada. Vedo un gruppo di ragazzi seduti sul marciapiede e sulle moto, che mangiano le pizze. Avevano facce molto tristi, piercing e tatuaggi sparsi sul corpo e uno sguardo di sfida: si accorgono che sono un prete. Dentro di me arriva la solita spinta ad andare a incontrarli, come sempre colpito da quel silenzioso grido nascosto dietro le facce da bulli. Arriva anche l'altra normalissima vocina di perbenismo: "Dai, Davide, manca un'oretta all'incontro, sei qui per l'incontro, non per questi ragazzi. Poi arrivano gli altri giovani e i sacerdoti, ti vedono con questi in strada e penseranno male di te, e poi in così poco tempo che puoi fare? Meglio non fermarti se devi tener d'occhio l'orologio...". La domanda fatidica per il discernimento è semplice ormai: "Gesù che cosa farebbe?".

Mi avvicino e inizio ad attaccare bottone presentandomi e chiedendo loro che cosa stessero facendo in una zona isolata con la pizza in mano, che programmi avessero... Alcuni mi evitano indifferenti, altri mi fulminano con lo sguardo minaccioso, due si mettono a chiacchierare.

All'improvviso uno di loro mi chiede: "Ma sei proprio un prete?". "Sì, davvero" e da là inizia una raffica di domande e risposte profondissime che catturano l'attenzione di tutto il gruppo. Tutti sono molto colpiti e a volte litigano tra di loro per sostenere o meno le mie affermazioni sulla fede e su Dio. Verso la fine dell'incontro sono cambiati, soddisfatti, sorridenti, felici per aver avuto qualcuno che fosse stato disponibile ad ascoltare i loro dubbi di fede, le loro domande e a condividere con loro quanto sia unica la vita evangelica.
Solo uno di loro mi rimane ostile fino alla fine e mi deride continuamente, anche offendendomi. Si chiama Gino. Al termine di un dialogo serrato tra noi due, senza riuscire a trovare un minimo spiraglio, gli prendo la mano e gli consegno un tau dicendogli: "In questo segno della croce c'è tutto l'Amore di un Dio che ha vissuto ogni tuo dolore e lo ha fatto perché ti ama e vuole vederti felice, vuoi? Lo accetti questo mio regalo, così ti ricorderai di queste parole?". Non scomponendosi più di tanto, mi sussurra un "sì", ma resta sempre sulle difensive. Anche gli altri mi chiedono il tau, così faccio mettere a cerchio e preghiamo un istante per la benedizione, mentre loro lo tengono in mano. In silenzio resta là anche Gino. Arriva proprio in quel momento il gruppo di pastorale giovanile e così invito anche i ragazzi a venire, spiegando di che cosa avrei parlato. Naturalmente rifiutano anche se mi ringraziano e se ne vanno con le loro moto.

Salgo nella sala. Inizio rincontro e, mentre spiego le missioni di strada, i punti fondamentali dell'evangelizzazione... proprio quando dovrebbe partire un videoclip, il videoproiettore si inceppa.
Dopo diversi tentativi inutili proseguo cercando di descrivere cosa avremmo dovuto vedere: si trattava di episodi di evangelizzazione di strada e in spiaggia per dare concretezza all'incontro. Esattamente in quel momento sentiamo dei colpi assordanti contro il portone in ferro che apre l'ingresso al corridoio: calci e pugni che riecheggiavano rendendo impossibile la prosecuzione dell'incontro.
Qualcuno urla: "Apritemi! Fate entrare anche me! Fatemi entrare!
Aprite questa c...o di porta che voglio entrare anch'io!". Nessuno si muove; tutti, paralizzati e stupiti, impauriti da queste urla e da qualcosa che non era di certo previsto, restano inchiodati sulle sedie. Rompo il silenzio, invitando quelli vicini alla porta ad aprire a chi stava urlando come un forsennato. Ecco entrare Gino!
Sudato, rosso paonazzo per le urla, mi saluta: "Ciao, Da', volevo entrare e stare qui con te". Lo accolgo con un sorriso e gli chiedo di lasciarmi proseguire. "Ok, non ti disturbo, ma voglio stare vicino a te. Posso mettermi vicino a te?". "Certo". Così Gino si piazza con le braccia conserte a fianco a me, in piedi, e resta in silenzio osservando l'assemblea. Tutti mi guardano stupiti.

Proseguo l'incontro spiegando anche a Gino l'importanza, una volta incontrato Gesù nella propria vita, di andare a testimoniarlo agli altri. Là mi interrompe e, tirando fuori il tau che gli avevo regalato e che aveva attorno al collo, lo mostra a tutti e dice: "E vero quello che dice! Ascoltatelo, prima mi ha regalato questo tau e me lo sono già messo al collo. È importante che veniate a parlare con noi, è importante che si facciano queste missioni di cui parla Davide e, se dopo questa sera, quando finirà questo incontro, non vi vedrò per le strade nei prossimi giorni a incontrare le persone là dove si trovano, allora quest'incontro vorrà dire che per voi non sa servito a un c...o". Poi si gira verso di me: "Grazie, Davide, ora devo andare, grazie per avermi fatto entrare e scusa se vi ho disturbato" e, correndo, scappa via.

Riprendo la parola sottolineando come san Benedetto nella sua Regola dica che spesso lo Spirito Santo parli proprio attraverso l'ultimo entrato e che, secondo me, quella sera aveva voluto che non funzionasse il videoproiettore perché c'era da vedere in diretta un'esperienza di evangelizzazione. Pochi minuti di accoglienza del cuore di un giovane ferito hanno scatenato in lui una rivoluzione.
Non so che fine abbia fatto Gino. Non l'ho mai più rivisto, ma spesso lo incontro anche oggi negli occhi di tanti e nella preghiera lo raggiungo nel cuore di Dio. Tutto il viaggio di ritorno l'ho passato in auto risentendo le sue urla con i pugni sulla porta: "Apritemi! Fate entrare anche me! Fatemi entrare!".

tratto da Chiara Amirante, Nuovi Evangelizzatori, Orizzonti di Luce 2012, pp.38-41.

lunedì 7 maggio 2012

Ti prego, fammi credere in qualcosa!


"..TI PREGO FAMMI CREDERE IN QUALCOSA!" E' una frase che ti arriva dritta al cuore con la rapidità e la violenza di un montante destro di Tyson, sopratutto se a pronunciarla è una giovane ragazza che si definisce "Persa", stella vagabonda in cerca di luce nel luogo sbagliato, attratta dal vortice del non ritorno di un luogo di "divertimento" dove si distribuisce morte e si uccidono speranze.

E' un grido disperato che non può lasciare indifferenti, che non deve essere lasciato in balia del vento, inascoltato. Don Roberto l'ha raccolto. Era lì come sacerdote, come missionario, ma sopratutto come fratello, lui che quegli inferi li conosce bene avendone sperimentata tutta la bruttezza.

Ripenso a quella ragazza, e mi domando se in questi giorni si sia ricordata di quell'incontro così inusuale, se sia riuscita a fare violenza alla sua volontà, se abbia proseguito il cammino iniziato quella sera, con quelle parole sincere, pronunciate con il cuore, espressione di un bisogno di verità, di una mano potente che trascini via il cuore intrappolato nelle sabbie mobili del non senso.

E la mia speranza si fa preghiera, che quel grido così vero venga ascoltato. Quanto a noi, quella frase, potente come un pugno nello stomaco, ci risvegli dal rischio del torpore di una vita comoda e ci ricordi che nelle tenebre delle nostre metropoli, una parte della nostra gioventù giace rannicchiata in un angolo buio, in attesa di una Luce che li riporti a Casa...

Voi, noi, sapremo essere Luce?

Di seguito il video tratto da Matrix





sabato 28 aprile 2012

Se non c’è spazio per Cristo, non c’è spazio per l’uomo


“Internet permette a miliardi di immagini di apparire su milioni di schermi in tutto il mondo. Da questa galassia di immagini e suoni, emergerà il volto di Cristo? Si udirà la sua voce? Perché solo quando si vedrà il Suo Volto e si udirà la Sua voce, il mondo conoscerà la “buona notizia” della nostra redenzione. Questo è il fine dell’evangelizzazione e questo farà di Internet uno spazio umano autentico, perché se non c’è spazio per Cristo, non c’è spazio per l’uomo”

Giovanni Paolo II

mercoledì 25 aprile 2012

In rete c'è un mondo che cerca Dio


All'incirca due mesi fa ho caricato sul mio account di Youtube un filmato intitolato "Se esiste Dio, perché tanto male nel mondo?".  In poco tempo ha iniziato, in modo virale, a fare il giro della rete italiana. 
C'era da aspettarselo considerandone la la simpatia e l'immediatezza! 

Ciò che più mi ha meravigliato di questa incredibile girandola di condivisioni non è stato il numero di visualizzazioni ottenute, per carità, alto considerando da quanto poco tempo è in circolazione (ad oggi più di 34.000), quanto piuttosto il dibattito sorto intorno al filmato. Quasi 300 commenti di ogni tipo: di approvazione, di disapprovazione, di critica feroce. Dibattiti, diatribe, tentativi di spiegazione, e tanto, tanto altro.

Di video nel mio canale ce ne sono un centinaio, di questi però solo due hanno suscitato simili reazioni. Si tratta di filmati apertamente provocatori che inducono lo spettatore a riflettere su problematiche inerenti la cosiddetta teodicea (esistenza e conoscenza di Dio, attributi divini, creazione, provvidenza, problema del male etc..). 

Anche nel secondo caso (che poi sarebbe il primo in ordine cronologico), quello relativo al video che ha per protagonista un giovanissimo Albert Einstein versione scolaretto, intitolato "Se Dio esiste, da dove viene il male?", si è verificato lo stesso fenomeno. Ben 500 commenti di ogni tipo a riprova che l'uomo non è affatto indifferente a Dio, alla sua esistenza e a ci che ne consegue.
  
Tanto poco mi è bastato, due filmati di pochi minuti, per convincermi ancora di più che nel mondo, come nel web che poi è uno specchio del mondo stesso, c'è una umanità nient'affatto indifferente al discorso su Dio, che ama farsi domande importanti, che non vive con passività la propria vita, che sa interrogarsi su problemi grandi perché ha sete, una sete immensa di Infinito, di Bellezza, di Verità.

A buon evangelizzator poche parole!

venerdì 23 dicembre 2011

I due pericoli che insidiano la nuova evangelizzazione


Ha detto p.Raniero Cantalamessa nella seconda Predica di Avvento:

[...]Lo sforzo per una nuova evangelizzazione è esposto a due pericoli.
Uno è l'inerzia, la pigrizia, il non fare nulla e lasciare che facciano tutto gli altri.
L'altro è il lanciarsi in un attivismo umano febbrile e vuoto, con il risultato di perdere a poco a poco il contatto con la sorgente della parola e della sua efficacia.  
Si dice: ma come starsene tranquilli a pregare, quando tante esigenze reclamano la nostra presenza, come non correre quando la casa brucia? E' vero, ma immaginiamo cosa succederebbe a una squadra di pompieri che accorresse a spegnere un incendio e poi, una volta sul posto, si accorgesse di non avere con sé, nei serbatoi, una sola goccia d'acqua. Così siamo noi, quando corriamo a predicare senza pregare. 
La preghiera è essenziale per l’evangelizzazione perché “la predicazione cristiana non è primariamente comunicazione di dottrina, ma di esistenza”. Fa più evangelizzazione chi prega senza parlare che chi parla senza pregare. [...]

lunedì 16 maggio 2011

Evangelizzare con i media - Vita che rinasce

Puntata di Vita che Rinasce dedicata all’evangelizzazione attraverso i Media con ospiti in studio Don Maurizio Mirilli, responsabile della pastorale giovanile della diocesi di Roma, e Stefano Jurgens, Autore TV e ideatore di GioiaTV.

VCR 7-04-2011 from Nuovi Orizzonti on Vimeo.


giovedì 11 marzo 2010

Il Grido dei Piccoli


La lettera di Chiara Amirante che da una settimana circa si trova in Brasile con don Davide Banzato per un reportage su quanto sta avvenendo in quelle terre d’oltreoceano non considerate dai TG e dai mass media tradizionali.

tratto da Egioiasia.com

Carissimi,
vi scrivo dal Brasile con il cuore ricolmo di gioia per questi giorni trascorsi nella Cittadella Cielo di Quixada e di Fortaleza. E’ stata una settimana davvero intensa e ricca di tante emozioni.
Quando siamo arrivati all’ aereoporto c’era un gruppo del CEU (la Cittadella Cielo di Fortaleza) ad aspettarci per farci festa con canti, balli, cartelloni e dei bambini splendidi che suonavano dei tamburi.

Siamo poi andati alla Cittadella Cielo di Quixada dove abbiamo trovato tutto il gruppo di ragazzi e bambini che ci hanno accolto con una splendida canzone. Non potete immaginare la mia gioia nell’ascoltare le parole del ritornello: “tutto sembrava impossibile, tutto sembrava senza via di uscita, tutto sembrava essere la mia morte, ma Gesù ha cambiato la mia sorte io sono un miracolo e sono qui. Usami io sono il tuo miracolo, usami desidero solo servirti, usami sono a tua immagine, usami Signore Gesù”.

Guardavo, con gli occhi lucidi di lacrime, lo sguardo splendente e pieno di gioia dei ragazzi e dei bambini che cantavano. Ho sentito subito una profonda commozione e un nodo alla gola nel contemplare la gloria della resurrezione in quei volti prima sfigurati dal dolore, dall’abbandono, dalla strada, dalla fame, dalle violenze ed ora trasfigurati dall’incontro con Colui che è l’Amore.

Ho ripensato al primo momento in cui sono arrivata a Quixada. Ci avevano offerto un terreno molto grande (attualmente abbiamo 400 ettari, per avere un termine di paragone considerate che la cittadella Cielo di Medjugorje è in un terreno di 9 ettari) ma era completamente deserto. C’erano due laghetti, serpenti, scorpioni, tarantole, ma era un terreno ai piedi di un bellissimo Santuario Reinha do Sertao (che in italiano significa Regina del deserto). Allora mi sembrava davvero impossibile realizzare una cittadella Cielo in quella terra deserta così lontana, ma quando sono andata ad incontrare i bambini che vivevano nelle case di fango ed ho guardato i loro occhi pieni di dolore, i loro corpicini consumati dalla scabia, il loro cuore disperatamente assetato di amore, ho avuto una certezza: non potevamo non fare tutta la nostra parte per ascoltare e rispondere nel nostro piccolo a quel terribile grido; Colui che tutto può avrebbe reso possibile ciò che a me sembrava impossibile; certamente la nostra Mamma del Cielo avrebbe fatto fiorire il deserto e si sarebbe presa cura dei suoi piccoli. Tornata a Piglio avevo parlato ai ragazzi accolti in comunità di ciò che avevo visto, di quanto fossi rimasta profondamente scossa dal grido di questi piccoli angeli crocifissi e in 12 ragazzi accolti avevano subito risposto con grande generosità chiedendo di poter partire in missione capitanati dai mitici Loredana e Giulio. Allora sembrava davvero impossibile, sembrava l’ennesima pazzia eppure… “ciò che sembrava impossibile ancora una volta Dio lo ha reso possibile” e ora non riesco a trattenere le lacrime guardando i piccoli accolti cantare a Gesù: io sono qui, io sono il tuo miracolo, usami io sono il tuo miracolo.

Che miracolo lo splendore dello sguardo traboccante della Gioia della Resurrezione dei piccoli accolti! Che miracolo il Centro Perfetta Allegria ricolmo di bambini e di mamme sostenuti dalla Cittadella Cielo! Che miracolo quella fila di più di 400 famiglie che grazie agli aiuti di tante adozioni a distanza possono finalmente mangiare! Che miracolo vedere fiorire due incredibili cittadelle Cielo! Che miracolo il CEU, 18 differenti comunità, associazioni, movimenti tutti uniti per rispondere al grido di tanti (in questi giorni abbiamo avuto un bellissimo incontro con i fondatori e responsabili delle differenti comunità che collaborano alla realizzazione della cittadella CEU: Cielo, di Fortaleza)…. che miracolo: IL DESERTO E’ FIORITO!!!

Ma quanta miseria, quanta povertà, sofferenza, nei volti di ancora troppi piccoli assetati di amore; che contrasto tra quelle casette di fango con 8 bambini che dormono in terra in pochi metri quadrati e le nostre case confortevoli piene di giocattoli sempre più costosi che i nostri bambini dopo un primo momento di entusiasmo non apprezzano più. Sento ancora risuonare nel cuore la frase di una signora di una certa età che abita in una di queste case di fango. Ha detto con gli occhi pieni di lacrime e con la voce spezzata dal pianto: “sono cinque giorni che non mangio, ma grazie per tutto ciò che fate e che farete per noi”. Ripenso poi allo sguardo pieno di dolore e di speranza di Josè uno splendido bambino incontrato in strada insieme a P. Renato Chiera , a Dania. e Davide. Quando ci siamo avvicinati a lui era accovacciato su di un cartone, steso per terra in una delle strade turistiche di Fortaleza, con la gamba gonfia e ancora sanguinante per le botte prese da poco dalla polizia; mi ha guardato con lo sguardo implorante domandandomi: “davvero puoi portarmi via di qui? Sono 5 anni che vivo in strada e uso il crak , a casa non posso stare perché mio padre mi picchia sempre. Ho tanta paura di morire voglio venire con voi!” E Mariane una dolce ragazzina, in costume da bagno, sfigurata dalla vita di strada, dall’alcool e dalla droga. Con grande naturalezza ci mostra il capezzolo lo stringe per fare uscire del latte e dice: “Sono rimasta incinta devo smetterla con questa vita perché il mio bambino così è già drogato e alcolizzato”. Poi mi abbraccia più volte con affetto e mi dice: “Davvero potete portarmi via di qui? Io devo andare lontano da qui se no non ce la faccio!!” E ancora ho impresso nell’anima lo sguardo di una tristezza infinita di Miguel. Provo a dargli una carezza e gli viene la pelle d’oca, forse nessuno mai lo ha accarezzato con un po’ di amore, ha un terribile squarto infetto che mi fa pensare allo squarcio nel suo cuore. Guardo i suoi occhi e scorgo un baratro indescrivibile di dolore!!

Ci mobilitiamo subito per accogliere questi piccoli ma quanti altri resteranno in strada senza cibo, senza una carezza, senza un po’ di amore.
Ripenso al disegno che mi ha regalato Vitoria, una bambina del nostro Centro Perfetta Allegria: un cuore trafitto da una spada sanguinante ed accanto un cuoricino sorridente con l’aureola ed uno splendido arcobaleno. Le gocce di sangue che colano dal cuore trafitto si trasformano in altri piccoli cuori!
Quante lacrime di sangue ho raccolto in questi anni da troppi cuori trafitti. Quante di queste lacrime raggiunte dall’Amore di Dio si sono trasformati in splendidi arcobaleni di luce. Quanti giovani con il cuore sfregiato hanno aperto il loro cuore all’amore per poi accogliere le lacrime di altri e quanti deserti ho visto fiorire, quanti cuori spezzati risanati ora cantano la Gioia della resurrezione.

Nel mio cuore c’è ora una grande gioia per il numero incredibile di miracoli che Colui che è l’Amore ha operato per tanti suoi piccoli che ho incontrato e amato come figli. Ma il mio cuore continua anche a versare lacrime di sangue perchè trafitto dalla terribile spada del grido dei troppi piccoli soli e abbandonati nei deserti delle nostre metropoli.

Vi prego ascoltate il loro grido, rispondete al loro grido, basta un po’ di amore. L’AMORE FA MIRACOLI e con Colui che è l’Amore NIENTE E’ IMPOSSIBILE!

Signore
suscita tanti cuori desiderosi di portare un po’ di amore
a chi non ha conosciuto l’amore,
perché possiamo raccogliere le lacrime di sangue dei tuoi piccoli,
trafitti da taglienti spade, piccoli abbandonati, calpestati,
sfregiati nell’innocenza della loro anima, abusati, violentati.
Donaci di lasciarci interpellare con serietà dal loro grido
per rispondere con tante piccole gocce di amore che,
raggiunte dalla tua luce,
possano risplendere come infiniti arcobaleni
e colorare di Cielo le infernali notti di molti!

venerdì 1 maggio 2009

Predicare oggi...


Vi presento alcuni estratti tratti dal recente Intervento di Padre Raniero Cantalamessa in occasione del Capitolo internazionale delle Stuoie di tutti i Francescani, nell’VIII Centenario dell’approvazione della Regola di S. Francesco. Sono parole riferite all'ordine francescano, ma facilmente estendibili a qualsiasi altro istituto... Buona lettura.


(...)

In una mia predica alla Casa Pontificia feci una volta delle riflessioni che credo possono servire anche a noi qui. Nelle chiese protestanti, e specialmente in certe nuove chiese e sètte, la predicazione è tutto. Di conseguenza, è ciò a cui vengono avviati e in cui trovano naturale modo di esprimersi gli elementi più dotati. E' l'attività numero uno nella Chiesa. Chi sono invece quelli che sono riservati alla predicazione tra noi? Dove vanno a finire le forze più vive e più valide della Chiesa? Che cosa rappresenta l'ufficio della predicazione, tra tutte le possibili attività e destinazioni dei giovani preti? A me sembra di scorgere un grave inconveniente: che alla predicazione si dedichino solo gli elementi che rimangono dopo la scelta per gli studi accademici, per il governo, per la diplomazia, per l'insegnamento, per l'amministrazione.
Parlando alla Casa Pontificia dissi: bisogna ridare all'ufficio della predicazione il suo posto d'onore nella Chiesa; qui aggiungo: bisogna ridare all’ufficio della predicazione il posto d’onore nella famiglia francescana. Mi ha colpito una riflessione del de Lubac: "Il ministero della predicazione non è la volgarizzazione di un insegnamento dottrinale in forma più astratta, che sarebbe ad esso anteriore e superiore. E', al contrario, l'insegnamento dottrinale stesso, nella sua forma più alta" [11]. San Paolo, il modello di tutti i predicatori, certamente metteva la predicazione prima di ogni cosa e tutto subordinava ad essa. Faceva teologia predicando e non una teologia da cui lasciare poi che altri desumessero le cose più elementari da trasmettere ai semplici fedeli nella predicazione.

(...)

Viviamo in una società in molti paesi diventata post-cristiana; la cosa più necessaria è aiutare gli uomini a venire alla fede, scoprire Cristo. Per questo non basta una predicazione morale o moralistica, occorre una predicazione kerigmatica che vada diritto al cuore del messaggio, annunciando il mistero pasquale di Cristo. Fu con questo annuncio che gli apostoli evangelizzarono il mondo pre-cristiano e sarà con esso che possiamo sperare di ri-evangelizzare il mondo post-cristiano.

(...)

lunedì 20 aprile 2009

Un fuoco da non far spegnere


tratto da "Evangelizzazione di strada"
di Davide Banzato (sacerdote della Comunità Nuovi Orizzonti)

Quando un fuoco sta per spegnersi e rapidamente si deposita la cenere, vengono sempre più a mancare quel calore, quella luce e quella vivacità necessari per scaldare, illuminare e dare allegria. Eppure, anche se apparentemente è tutto freddo, buio e spento, basta soffiare sulla cenere perché il fuoco torni a bruciare e, alimentato, sfolgori con maggior splendore.

E' proprio così che è capitato nella nostra anima, è proprio così che capita a tutti i cristiani, è proprio così che può accadere a tantissimi fuochi apparentemente spenti. Siamo infatti una folla di solitudini, una folla anonima di candeline spente: basterebbe però che qualcuno le accendesse e vedremmo espandersi un'enorme macchia luminosa sul mondo intero.

Ognuno di noi è stato "tenebra" e ognuno di noi ha ricevuto la possibilità di essere riacceso. C'è chi è stato abbagliato da false luci e attende quella vera, c'è chi l'ha già ricevuta, ma con il tempo l'ha lasciata spegnere o, addirittura, non l'ha mai accolta.

Le situazioni sono molto diverse, ma la condizione è comune: nel cuore di ogni uomo è depositata una "scintilla divina". Essa può essere coperta dalla cenere o può splendere luminosa.
Avere in noi questo fuoco è un dono e una responsabilità: non possiamo metterlo sotto il moggio, perché si spegnerebbe; non possiamo nasconderlo, perché morirebbe... dobbiamo farlo ardere e questo è possibile solo alimentandoci con la legna della preghiera e dell'azione d'amore.

Il fuoco che abbiamo ricevuto per dono deve propagarsi ovunque. Se è vero che il male crea un circolo vizioso tale da portare conseguenze disastrose - come possiamo constatare da ogni nostro singolo e personalissimo peccato che incide sulla comunità portando conseguenze più grandi di quelle che potremmo aspettarci -, è anche vero che ogni nostro atto d'amore crea amore, pace e gioia: anche il bene ha un suo circolo virtuoso!


domenica 19 aprile 2009

Annunciare il Risorto con gioia...


L'unica cosa veramente essenziale da portare ai fratelli che non hanno ancora incontrato il Signore è l'esperienza di Cristo Risorto.
In fondo, non si può comunicare quello che non si ha.

E per annunciare Cristo prima bisogna averLo incontrato, averne fatto esperienza!

Dall'Incontro con l'Amore degli amori nasce una gioia intima, profonda, mista a pace e ad uno zelo che tormenta solo se non lo si asseconda. Come quando si viene a scoprire una bella notizia e non si vede l'ora di andarla a dire a qualcuno...se la si trattiene si scoppia.

Ecco quando si fa esperienza di Colui che è la Buona Notizia per eccellenza si sente lo stesso irrefrenabile impulso ad uscire ed andare a gridare fin sui tetti la gioia di averLo incontrato! Ed è una gioia contagiosa, che incuriosisce ed opera miracoli!

Quest'esperienza capace di trasformare i cuori più induriti è continuamente minacciata dal nemico della vita, da colui che sempre opera per spegnere nell'uomo il desiderio di Dio, la voglia di vivere; l'omicida fin dal principio che non perde mai l'occasione per assassinare la speranza in coloro che si lasciano ingannare dalle sue tante esche. Il demonio non sopporta la gioia di chi ha incontrato Cristo e le prova davvero tutte per gettare costoro nello sconforto. Intristendo e scoraggiando, insinuando dubbi e perplessità, facendo perdere lo zelo e il senso della personale vocazione.

Ogni tristezza non è da Dio. Ogni tristezza che si insinua nel cuore viene dal nemico, che cerca di depredare i figli di Dio della gioia, ovvero di uno dei principali doni che il Risorto ha comunicato ai suoi: "Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" Giovanni 15,11

Come custodire e conservare la gioia?

Amando come lo stesso Gesù ci ha insegnato... "Amatevi come io vi ho amato".

Daltronde se in Cristo la gioia è piena, l'unico modo per rimanere nella gioia è assomigliarGli...e come si può assomigliare a Gesù se non amando come Lui ha amato? Ovvero senza risparmiarsi?

Amare il fratello, farsi carico dei suoi pesi e delle sue tristezze, prenderlo per mano e condurlo all'Incontro col Risorto, questa è la nostra missione, questo è il compito di ogni cristiano di buona volontà. La misura di quel "come io vi ho amati" è la discesa agli inferi, nel baratro del cuore dei fratelli lontani da Dio e feriti dal mondo.
Laddove il grido elevato dai crocicchi delle strade assorda il cielo, laddove le lacrime amare nascondono la dolcezza dell'Amore che dona speranza!

Proprio là è necessario scendere, negli sheol di tante vite che attendono di conoscere Cristo, per risorgere con Lui a vita nuova!

Che aspettiamo?


mercoledì 8 aprile 2009

Il Missionario? Un fragile vaso di creta


Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita. 2 Cor 4,7-12

Morte e resurrezione, fragilità e potenza, sofferenza e vita piena sono le tematiche che si rincorrono in questi versetti.
Tematiche centrali, profondamente radicate nella vita di san Paolo, che attingono direttamente alle fonti del suo straordinario incontro sulla via di Damasco, con il Cristo Risorto sfolgorante di luce eppure sofferente nelle membra della sua Chiesa perseguitata, con il Cristo eternamente solidale con l’umanità redenta che porta nel Suo corpo ancora i segni del glorioso e doloroso sacrificio.

Dolore e amore, Morte e Resurrezione due binomi tanto misteriosi quanto inscindibili! Paolo è consapevole della grandezza del dono di Dio di cui è stato fatto mediatore e servitore quel giorno a Damasco.

C’è un Vangelo da annunciare, un tesoro di inestimabile ricchezza da donare ad un’umanità povera e bisognosa di una Parola di vita che dia senso pieno all’ esistenza!

Se in Paolo è grande la consapevolezza di questo tesoro, altrettanto chiara, però, è la coscienza della sua debolezza ed inadeguatezza che egli paragona alla fragilità di un vaso di creta.
"Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta" (2 Cor 4,7).

Paolo conosce il peso e le difficoltà dell’evangelizzazione, come pure la fragilità umana, conosce bene le insidie della natura umana corrotta, sempre propensa a compiere “il male che non vuole”. Eppure ci tiene a ricordare che il tesoro del kerygma cristiano a noi affidato in "vasi di creta" si trasmette attraverso deboli strumenti, "perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi" (Ibid 7).

La scelta di Gesù è umanamente illogica e perdente. Perché affidare la diffusione del Vangelo a uomini neppure selezionati per le loro capacità, che si presentavano non con sublimità di parole o di sapienza, ma in debolezza e con molto timore e trepidazione (1Cor2,1-3)?

Traditori, popolani, ex-persecutori, uomini di mondo, ladri, vigliacchi, deboli…
Eppure sembra che a più di 2000 anni di distanza il criterio di selezione utilizzato da Dio per salvare il mondo non sia cambiato.

Ha scelto la debolezza scandalosa di Gesù Crocifisso, poi la “stoltezza della predicazione” per diffondere l’annuncio del Vangelo e, infine, deboli vasi di argilla a cui ha affidato tale predicazione. Il motivo del modo di agire di Dio, che sconvolge ogni criterio umano di successo, costituendo un vero pugno nello stomaco per la nostra società efficientista, è una lezione inferta alla nostra superbia, al nostro crederci indispensabili e autosufficienti.

Il messaggio che Paolo vuole comunicarci è chiaro: solo Dio salva e l’uomo non può presumere mai nulla davanti a Lui.
Ogni discepolo di Gesù e ogni comunità cristiana ha nella debolezza il punto di forza
!

Magari lo comprendessimo. Molti atteggiamenti cambierebbero nella nostra vita, nel nostro modo di evangelizzare e portare nel mondo la Parola della Croce…

C’è sempre una subdola paura nascosta dietro al proclamarsi deboli, al mostrarsi fragili in questo mondo, al soffrire per amore. Per questo si è disposti ad elemosinare il triste plauso dei potenti e la loro protezione, si preferisce nascondere verità scomode ed essere politicamente corretti, in modo da stare in pace con tutti, senza compromettersi mai. Si cerca la strada comoda e si criticano le scelte radicali che giudicano la nostra coscienza compromessa da quel male che abbiamo accolto a braccia aperte. La Verità fa paura, perché è Amore e l’Amore quando è autentico fa sempre soffrire, almeno qui sulla terra come ci ha insegnato Gesù.

Proclamare la Verità scomoda di Cristo con fermezza e decisione, comporta quella sofferenza che il più delle volte non vogliamo abbracciare, perché fa paura, perché fa male. Eppure tutte le volte che ci comportiamo così, tutte le volte che rifiutiamo di essere quelli che dovremo essere, tutte le volte in cui non accettiamo la nostra debolezza, il soffrire volentieri per Gesù, dimentichiamo che esser deboli vuol dire partecipare alla debolezza di Dio che salva attraverso l’amore senza difese di Gesù crocifisso!

Se a volte sperimentiamo in modo quasi angoscioso la nostra debolezza, non ci dobbiamo scoraggiare: è probabilmente il modo col quale Dio ci sta purificando per renderci strumenti più adatti per la sua azione di salvezza; è dunque l’occasione per ricordarci che nell’opera della salvezza non dobbiamo sentirci dei protagonisti, ma dei “servi inutili” (Lc 17, 10); non dei maestri in assoluto, ma degli umili ambasciatori di un messaggio che ci trascende.
L’Apostolo delle genti ci mostra che proprio questo aspetto è ciò che caratterizza la spiritualità che ogni missionario del Vangelo deve maturare per essere fedele al mandato che ha ricevuto.

Ogni cristiano resta sempre un fragile vaso di creta
. Svolge bene il suo compito quando lascia trasparire, magari attraverso le sue crepe, la potenza straordinaria che viene da Dio e che agisce nei cuori con la forza dello Spirito Santo.
Egli è un testimone fedele quando, attraverso la sua povera persona, diffonde il profumo di Cristo che attira sorelle e fratelli, perché nelle loro coscienze è già all’opera lo Spirito Santo.

Il missionario del Vangelo non deve far altro che far conoscere, con la sua vita e la sua parola, quel Gesù che è diventato il suo unico tesoro e quel Vangelo che lo ha inebriato come l’unico profumo che dà gioia alla vita. Far conoscere Cristo vuol dire però annunziarlo senza posa, proclamare la Sua Parola che salva con coraggio e determinazione fin sui tetti delle case, uscendo dai comodi gusci in cui il più delle volte ci si rinchiude, andando incontro alle pecore smarrite dei nostri tempi con tutti i mezzi a disposizione, secondo i carismi che il Signore ci ha affidato!

Sfidando avversità e contrarietà, senza temere nulla, ma accettando tutto con amore e offrendo ogni sofferenza subita per la maggior gloria del nome di Gesù e per la salvezza dell’umanità! Il vaso di creta, è creato per contenere qualcosa.
Nel nostro caso specifico il tesoro del Cristo crocifisso e Risorto, vivo e desideroso di donare pienezza di vita a coloro che non hanno ancora incontrato il Suo Amore! Ne deriva un impegno inderogabile per il missionario: quello di riempirsi per tutta la vita del tesoro che è inviato a far conoscere, della luce di Cristo da far trasparire e del profumo del Vangelo da emanare attorno a sé.

Tutto ciò richiede inoltre un altro impegno non meno esigente: quello di tener lontano ciò che impoverisce il tesoro di Cristo, ciò che attenua la luce del Vangelo, i cattivi odori che adulterano il dolce profumo di Cristo!
Solo adorando Cristo nei nostri cuori, unendo le nostre sofferenze alle Sue, morendo a tutto e a tutti in Lui e vivendo di Lui saremo testimoni credibili ed affidabili in un mondo assetato di Verità e d’Amore, assetato di Dio!

giovedì 22 gennaio 2009

Incontrare Cristo nella Liturgia - Essere comunità - 3




La liturgia ha senso solo nel contesto della comunità, non può esistere una liturgia individualistica. Essa è infatti (laos - ergon) azione del popolo e come tale rappresenta una manifestazione corale delle membra di Cristo, rappresenta l’anelito del popolo di Dio che desidera vivere in pienezza la comunione con il Suo Capo.


E’ pertanto fondamentale ricreare un clima comunitario laddove questo si è smarrito frantumandosi in unità autistiche.


Le nostre chiese, le nostre comunità non sono in grado di vivere la bellezza della liturgia proprio perché manca questo senso di appartenenza ad una Comunità con la C maiuscola.

Senza lo spirito di Comunione, ogni azione risulta svuotata del suo significato.

Questo aspetto emerge ancora di più se confrontato con la vita nelle piccole realtà parrocchiali.

In queste la liturgia è il più delle volte vissuta con gran coinvolgimento.


E’ il caso, ad esempio, delle comunità carismatiche. Uno degli aspetto che maggiormente notiamo è la grande importanza data all’accoglienza, alla fraternità, all’amore che in definitiva rappresenta quella chiave che permette ai cuori dei fedeli di aprirsi ad un incontro con il Risorto!

Ogni celebrazione è gioiosa attesa della potenza dello Spirito che trasforma permettendo di tornare a casa rinnovati.


Se l’amore fraterno è il terreno buono che permette alla liturgia di germogliare portando frutti di salvezza, per contro le separazioni rappresentano il più temibile inquinante.

Da qui l’importanza di un ritorno ad una vita comunitaria piena, vissuta con entusiasmo, favorendo iniziative volte ad estinguere incomprensioni, acredini, divisioni e tensioni.


In che modo?


Aumentando al massimo i momenti di preghiera comunitaria, favorendo un fecondo e frequente dialogo, collaborando a progetti comuni, trovando momenti di riconciliazione comunitaria.

Alla base deve esserci uno sforzo ascetico volto ad accrescere il senso di umiltà, senza il quale l’impegno risulterebbe vano, rischiando di dar luogo a nocivi individualismi.

Il segreto che fa di una comunità un cenacolo in cui si rivive l’apostolica esperienza d’amore è precisamente l’umiltà, consistente nel considerarsi sempre ultimi, poveri e bisognosi dell’aiuto del fratello e di Dio.


La via dell’umiltà è la via della santità, la via tracciata da molte anime sante. San Paolo della Croce, ad esempio, fondatore dei Missionari Passionisti, invitava i suoi religiosi a parlar bene di tutti, considerando il giudizio del prossimo la vera peste delle comunità. Esortava paternamente alla carità e alla dolcezza, al farsi carico delle pene del fratello, alla consolazione reciproca, al mitigarsi presto dopo aver detto qualche parola aspra, per non consentire allo sdegno di impossessarsi del cuore. Invitava i religiosi ad infervorarsi con novene, tridui di preparazione, esercizi spirituali, feste e altri momenti che disponevano a celebrare i vari misteri con grande trasporto di fervore.


Questi momenti di grazia alimentavano lo spirito comunitario…

Nelle nostre parrocchie, spesso divise all’interno da sterili individualismi, lo spirito comunitario si può recuperare!


Come?


Puntando sull’amore! Favorendo l’accoglienza, iniziando a sentirsi parte di una famiglia, non considerando il mio fratello come un estraneo, trasmettendo quel calore umano capace di condurre all’incontro vitale con Cristo.


Iniziamo con l’imparare a guardarci negli occhi!


Siamo fratelli, non possiamo limitarci ad un’occhiata fugace quando un giorno a settimana ci si scambia la pace…

Devo amare il fratello e la sorella con cui vivo la celebrazione. Non ci si può considerare estranei perchè la celebrazione coinvolge tutte le membra del Corpo mistico di Cristo e tutte le membra devono vivere in armonia tra loro!


Bisogna ritornare ad amarsi e questo non è scontato, richiede impegno ed un’ascesi costante, fatta di piccoli quotidiani gesti e passi verso l’altro in cui vive Cristo.


Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri, questo punto del testamento spirituale che ci ha lasciato il Signore non può essere trascurato!

Gesù, non ci ha detto “vi riconosceranno dai riti che praticate, né dalla vostra conoscenza della dottrina…” ma dall’amore, dunque dall’attenzione all’altro, dall’ascolto, dal dono di noi stessi, dal perdono, dalla comunione reciproca.


Da questo ci riconosceranno suoi discepoli e riconoscendoci tali il nostro “Vieni e vedi” sarà efficace!


mercoledì 21 gennaio 2009

Incontrare Cristo nella Liturgia - Riscoprire lo stupore e la gioia - 2



Afferma la Costituzione Conciliare Sacrosantum Concilium al punto 9:

prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e alla conversione: «Come potrebbero invocare colui nel quale non hanno creduto? E come potrebbero credere in colui che non hanno udito? E come lo potrebbero udire senza chi predichi? E come predicherebbero senza essere stati mandati?» (Rm 10,14-15)”


Questo aspetto ci riguarda molto da vicino.


Come religiosi e laici, chiamati ad essere missionari, annunciatori del Vangelo della Speranza in un mondo privo di speranza, avvertiamo con tutta la Chiesa l’urgenza ed il primato dell’evangelizzazione.

Ogni Natanaele ha il suo Filippo, ogni Simon Pietro ha il suo Andrea, ogni Andrea ha il suo Giovanni Battista…è troppo importante l’annuncio, non vi possiamo rinunziare!

Andate in cerca delle novantanove perdute! Così ci direbbe oggi Gesù se si trovasse a riformulare la famosa parabola della pecora perduta. Perché? È semplice: spesso ci occupiamo dell'unica pecora rimasta nell'ovile trascurando le novantanove disperse. (don Davide Banzato)

Questo annuncio, implica un movimento che purtoppo fa paura, un movimento verso l’esterno che produce una perdita delle proprie sicurezze. Questa paura che blocca ed inibisce equivale ad una scintilla di speranza spenta nel mondo…equivale ad una mancata corrispondenza al mandato missionario di Gesù! E’ una mancanza grave!

Trascurare l’urgenza dell’evangelizzazione, per curare i propri interessi equivale a far morire la propria vita cristiana!


Cari fratelli e sorelle, in centinaia lì fuori, nel mondo, sono immersi nelle tenebre della non conoscenza di Dio… E molti di essi a causa della nostra mancanza di carità, moriranno nel freddo dell’odio e dell’egoismo senza incontrare Gesù, senza incontrare l’unica persona capace di scaldare i loro cuori!


Non incontreranno Gesù perché non avranno trovato sulla loro strada nessuno che glielo annunciasse!


Sono migliaia coloro che vivono la propria vita come fosse un noioso e ripetitivo schema, assuefatti da un abitudinarismo che soffoca la voglia di vivere e fa perdere la capacità di gioire.


Non possiamo permettere che la vita dei nostri fratelli diventi tedio, che uno dei doni più grandi ricevuti da Dio si trasformi nell’assurdo di un’esistenza priva di senso!


La tristezza che si legge nel volto di molti dovrebbe farci scattare dalle comode poltrone delle nostre certezze, farci uscire dalle mura ovattate delle nostre case calde…per andare lì dove il freddo di una vita senza Cristo, grida alle nostre coscienze il desiderio di un Incontro!

E’ l’'incapacità di gioia tipica di chi non ha incontrato Colui che è la gioia ed è venuto nel mondo per donare la gioia piena, che produce l'incapacità d'amare! E’ questa incapacità di gioire, di una gioia intima e profonda, che produce la chiusura in se stessi, che produce l'invidia, l'avarizia e di seguito tutti i vizi che devastano il mondo!


Per questo è più che mai necessario, uscire dallo stretto guscio delle proprie certezze!

Questa è la sfida del nostro tempo, questa è stata la sfida dei grandi santi missionari di tutti i tempi.

Portare il Vangelo come ha fatto Gesù, come hanno fatto gli apostoli, come ha fatto la Chiesa nei secoli…là dov'è nato: sulla strada...

È l’ora di vincere il sonno delle proprie consuetudini, è l’ora di dare un volto di freschezza e di bellezza al mondo e alla nostra Chiesa. È l’ora di un fuoco nuovo.


Se sarete quel che dovete essere porterete il fuoco in tutto il mondo” diceva Santa Caterina da Siena, e noi, siamo ciò che dovremo essere?



P.S Ieri sera ero in giro per Treviso con l'abito religioso insieme ai miei confratelli, una signora ci ferma e ci ringrazia per la testimonianza di gioia che stavamo dando..."I vostri volti - ci dice - sono luminosi, la vostra gioia è contagiosa, grazie per la testimonianza che date in questi tempi bui".

Queste parole mi hanno indotto a duna profonda riflessione. Non ce ne accorgiamo, ma la luce e la gioia e la pace che quotidianamente ci dona Cristo, sono un faro per chi con occhi di nottola è abituato a solcare i cieli scuri del mondo...

Non mi rimane che ringraziare il Signore e benedirlo per le tante grazie che ci dona!


mercoledì 14 gennaio 2009

Scristianizzazione e primo annuncio!



Dal 1968 il processo di scristianizzazione ha subito un forte incremento, i risultati del preoccupante fenomeno sono in questi anni sotto i nostri occhi.

Mentre i media quotidianamente ci propinano il solito gossip anticristiano, la maggior parte dei cattolici ormai assuefatta dalle solite notizie, scoraggiata assiste tra l’indifferenza e la rassegnazione al lento declino della fede.

Un atteggiamento non condivisibile, che richiede una risposta forte e decisa da parte di tutti noi. In questi anni la Chiesa si è interrogata, chiedendosi in che modo reagire. La risposta unanime è stata frutto di un semplice passaggio logico: se scristianizzazione vuol dire perdita dei valori cristiani, progressiva morte della fede cristiana nel cuore degli uomini, ne consegue che bisogna ritornare ad un annuncio puro, un primo annuncio.

E’ nata così l’esigenza che è alla base della nuova evangelizzazione, quella di un ritorno al kerygma.
Ora se il kerygma è l’annuncio che caratterizzò la primitiva predicazione apostolica, significa che la Buona Novella della morte e Resurrezione del Cristo deve tornare, come in origine, ad essere proclamata là dove ha iniziata a diffondersi… ovvero sulle strade!

E’ sulle strade polverose delle nostre città che folle sterminate di fratelli e sorelle attendono da noi, una parola che illumini il non-senso del vivere senza Dio.
Dalle strade infatti si alza fino a noi il grido disperato di un’umanità in cerca di una parola di speranza, di una sete d’amore che niente e nessuno sa saziare…

Mai come in questo tempo Dio ha bisogno di mani che sappiano confortare, cuori che sappiano compatire, labbra che sappiano proclamare le meraviglie del Regno dei Cieli!

Si, mai come in questo tempo Dio ha bisogno di noi per attirare a sé i suoi figli dispersi.

L’efficacia del kerygma poi, non dipende dalla ricercatezza delle parole o dai titoli di studi conseguiti, è pura fede nella potenza dello Spirito Santo capace di operare ancora oggi come 2000 anni fa la trafittura del cuore, quel senso di dolorosa e amorosa compunzione che apre l’anima ad accogliere la grazia di Dio.

Nella misura in cui decideremo di non voler avere altra sicurezza e altro argomento da far valere presso il mondo che Gesù Cristo e questi crocifisso, la potenza di Dio ci verrà incontro, operando "segni, prodigi e miracoli".

La Chiesa nacque dal kerygma predicato "in spirito e potenza" e anche oggi appare sempre più chiaro che una Chiesa rinnovata nella sua forza apostolica può nascere solo da una nuova proclamazione del Vangelo che è "potenza di Dio per chiunque crede".

E’ tempo di annuncio, è tempo di testimonianza, è tempo di tornare con fede e coraggio ad annunziare "Cristo sapienza di Dio e potenza di Dio" (1Cor 1,24).