tratto da Chiara Amirante, Nuovi Evangelizzatori, Orizzonti di Luce 2012, pp.38-41.
mercoledì 25 luglio 2012
Apritemi! Fate entrare anche me! Fatemi entrare!
tratto da Chiara Amirante, Nuovi Evangelizzatori, Orizzonti di Luce 2012, pp.38-41.
lunedì 7 maggio 2012
Ti prego, fammi credere in qualcosa!
E' un grido disperato che non può lasciare indifferenti, che non deve essere lasciato in balia del vento, inascoltato. Don Roberto l'ha raccolto. Era lì come sacerdote, come missionario, ma sopratutto come fratello, lui che quegli inferi li conosce bene avendone sperimentata tutta la bruttezza.
Voi, noi, sapremo essere Luce?
sabato 28 aprile 2012
Se non c’è spazio per Cristo, non c’è spazio per l’uomo
mercoledì 25 aprile 2012
In rete c'è un mondo che cerca Dio
venerdì 23 dicembre 2011
I due pericoli che insidiano la nuova evangelizzazione
[...]Lo sforzo per una nuova evangelizzazione è esposto a due pericoli.
Uno è l'inerzia, la pigrizia, il non fare nulla e lasciare che facciano tutto gli altri.
L'altro è il lanciarsi in un attivismo umano febbrile e vuoto, con il risultato di perdere a poco a poco il contatto con la sorgente della parola e della sua efficacia.
Si dice: ma come starsene tranquilli a pregare, quando tante esigenze reclamano la nostra presenza, come non correre quando la casa brucia? E' vero, ma immaginiamo cosa succederebbe a una squadra di pompieri che accorresse a spegnere un incendio e poi, una volta sul posto, si accorgesse di non avere con sé, nei serbatoi, una sola goccia d'acqua. Così siamo noi, quando corriamo a predicare senza pregare.
La preghiera è essenziale per l’evangelizzazione perché “la predicazione cristiana non è primariamente comunicazione di dottrina, ma di esistenza”. Fa più evangelizzazione chi prega senza parlare che chi parla senza pregare. [...]
lunedì 16 maggio 2011
Evangelizzare con i media - Vita che rinasce
VCR 7-04-2011 from Nuovi Orizzonti on Vimeo.
giovedì 11 marzo 2010
Il Grido dei Piccoli
domenica 7 febbraio 2010
venerdì 1 maggio 2009
Predicare oggi...
(...)
In una mia predica alla Casa Pontificia feci una volta delle riflessioni che credo possono servire anche a noi qui. Nelle chiese protestanti, e specialmente in certe nuove chiese e sètte, la predicazione è tutto. Di conseguenza, è ciò a cui vengono avviati e in cui trovano naturale modo di esprimersi gli elementi più dotati. E' l'attività numero uno nella Chiesa. Chi sono invece quelli che sono riservati alla predicazione tra noi? Dove vanno a finire le forze più vive e più valide della Chiesa? Che cosa rappresenta l'ufficio della predicazione, tra tutte le possibili attività e destinazioni dei giovani preti? A me sembra di scorgere un grave inconveniente: che alla predicazione si dedichino solo gli elementi che rimangono dopo la scelta per gli studi accademici, per il governo, per la diplomazia, per l'insegnamento, per l'amministrazione.
Parlando alla Casa Pontificia dissi: bisogna ridare all'ufficio della predicazione il suo posto d'onore nella Chiesa; qui aggiungo: bisogna ridare all’ufficio della predicazione il posto d’onore nella famiglia francescana. Mi ha colpito una riflessione del de Lubac: "Il ministero della predicazione non è la volgarizzazione di un insegnamento dottrinale in forma più astratta, che sarebbe ad esso anteriore e superiore. E', al contrario, l'insegnamento dottrinale stesso, nella sua forma più alta" [11]. San Paolo, il modello di tutti i predicatori, certamente metteva la predicazione prima di ogni cosa e tutto subordinava ad essa. Faceva teologia predicando e non una teologia da cui lasciare poi che altri desumessero le cose più elementari da trasmettere ai semplici fedeli nella predicazione.
(...)
Viviamo in una società in molti paesi diventata post-cristiana; la cosa più necessaria è aiutare gli uomini a venire alla fede, scoprire Cristo. Per questo non basta una predicazione morale o moralistica, occorre una predicazione kerigmatica che vada diritto al cuore del messaggio, annunciando il mistero pasquale di Cristo. Fu con questo annuncio che gli apostoli evangelizzarono il mondo pre-cristiano e sarà con esso che possiamo sperare di ri-evangelizzare il mondo post-cristiano.
(...)
lunedì 20 aprile 2009
Un fuoco da non far spegnere
tratto da "Evangelizzazione di strada"
di Davide Banzato (sacerdote della Comunità Nuovi Orizzonti)
E' proprio così che è capitato nella nostra anima, è proprio così che capita a tutti i cristiani, è proprio così che può accadere a tantissimi fuochi apparentemente spenti. Siamo infatti una folla di solitudini, una folla anonima di candeline spente: basterebbe però che qualcuno le accendesse e vedremmo espandersi un'enorme macchia luminosa sul mondo intero.
Ognuno di noi è stato "tenebra" e ognuno di noi ha ricevuto la possibilità di essere riacceso. C'è chi è stato abbagliato da false luci e attende quella vera, c'è chi l'ha già ricevuta, ma con il tempo l'ha lasciata spegnere o, addirittura, non l'ha mai accolta.
Le situazioni sono molto diverse, ma la condizione è comune: nel cuore di ogni uomo è depositata una "scintilla divina". Essa può essere coperta dalla cenere o può splendere luminosa.
Avere in noi questo fuoco è un dono e una responsabilità: non possiamo metterlo sotto il moggio, perché si spegnerebbe; non possiamo nasconderlo, perché morirebbe... dobbiamo farlo ardere e questo è possibile solo alimentandoci con la legna della preghiera e dell'azione d'amore.
Il fuoco che abbiamo ricevuto per dono deve propagarsi ovunque. Se è vero che il male crea un circolo vizioso tale da portare conseguenze disastrose - come possiamo constatare da ogni nostro singolo e personalissimo peccato che incide sulla comunità portando conseguenze più grandi di quelle che potremmo aspettarci -, è anche vero che ogni nostro atto d'amore crea amore, pace e gioia: anche il bene ha un suo circolo virtuoso!
domenica 19 aprile 2009
Annunciare il Risorto con gioia...
E per annunciare Cristo prima bisogna averLo incontrato, averne fatto esperienza!
Dall'Incontro con l'Amore degli amori nasce una gioia intima, profonda, mista a pace e ad uno zelo che tormenta solo se non lo si asseconda. Come quando si viene a scoprire una bella notizia e non si vede l'ora di andarla a dire a qualcuno...se la si trattiene si scoppia.
Ecco quando si fa esperienza di Colui che è la Buona Notizia per eccellenza si sente lo stesso irrefrenabile impulso ad uscire ed andare a gridare fin sui tetti la gioia di averLo incontrato! Ed è una gioia contagiosa, che incuriosisce ed opera miracoli!
Quest'esperienza capace di trasformare i cuori più induriti è continuamente minacciata dal nemico della vita, da colui che sempre opera per spegnere nell'uomo il desiderio di Dio, la voglia di vivere; l'omicida fin dal principio che non perde mai l'occasione per assassinare la speranza in coloro che si lasciano ingannare dalle sue tante esche. Il demonio non sopporta la gioia di chi ha incontrato Cristo e le prova davvero tutte per gettare costoro nello sconforto. Intristendo e scoraggiando, insinuando dubbi e perplessità, facendo perdere lo zelo e il senso della personale vocazione.
Ogni tristezza non è da Dio. Ogni tristezza che si insinua nel cuore viene dal nemico, che cerca di depredare i figli di Dio della gioia, ovvero di uno dei principali doni che il Risorto ha comunicato ai suoi: "Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" Giovanni 15,11
Come custodire e conservare la gioia?
Amando come lo stesso Gesù ci ha insegnato... "Amatevi come io vi ho amato".
Daltronde se in Cristo la gioia è piena, l'unico modo per rimanere nella gioia è assomigliarGli...e come si può assomigliare a Gesù se non amando come Lui ha amato? Ovvero senza risparmiarsi?
Amare il fratello, farsi carico dei suoi pesi e delle sue tristezze, prenderlo per mano e condurlo all'Incontro col Risorto, questa è la nostra missione, questo è il compito di ogni cristiano di buona volontà. La misura di quel "come io vi ho amati" è la discesa agli inferi, nel baratro del cuore dei fratelli lontani da Dio e feriti dal mondo.
Laddove il grido elevato dai crocicchi delle strade assorda il cielo, laddove le lacrime amare nascondono la dolcezza dell'Amore che dona speranza!
Proprio là è necessario scendere, negli sheol di tante vite che attendono di conoscere Cristo, per risorgere con Lui a vita nuova!
Che aspettiamo?
mercoledì 8 aprile 2009
Il Missionario? Un fragile vaso di creta
Morte e resurrezione, fragilità e potenza, sofferenza e vita piena sono le tematiche che si rincorrono in questi versetti.
Tematiche centrali, profondamente radicate nella vita di san Paolo, che attingono direttamente alle fonti del suo straordinario incontro sulla via di Damasco, con il Cristo Risorto sfolgorante di luce eppure sofferente nelle membra della sua Chiesa perseguitata, con il Cristo eternamente solidale con l’umanità redenta che porta nel Suo corpo ancora i segni del glorioso e doloroso sacrificio.
Dolore e amore, Morte e Resurrezione due binomi tanto misteriosi quanto inscindibili! Paolo è consapevole della grandezza del dono di Dio di cui è stato fatto mediatore e servitore quel giorno a Damasco.
C’è un Vangelo da annunciare, un tesoro di inestimabile ricchezza da donare ad un’umanità povera e bisognosa di una Parola di vita che dia senso pieno all’ esistenza!
Se in Paolo è grande la consapevolezza di questo tesoro, altrettanto chiara, però, è la coscienza della sua debolezza ed inadeguatezza che egli paragona alla fragilità di un vaso di creta.
"Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta" (2 Cor 4,7).
Paolo conosce il peso e le difficoltà dell’evangelizzazione, come pure la fragilità umana, conosce bene le insidie della natura umana corrotta, sempre propensa a compiere “il male che non vuole”. Eppure ci tiene a ricordare che il tesoro del kerygma cristiano a noi affidato in "vasi di creta" si trasmette attraverso deboli strumenti, "perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi" (Ibid 7).
La scelta di Gesù è umanamente illogica e perdente. Perché affidare la diffusione del Vangelo a uomini neppure selezionati per le loro capacità, che si presentavano non con sublimità di parole o di sapienza, ma in debolezza e con molto timore e trepidazione (1Cor2,1-3)?
Traditori, popolani, ex-persecutori, uomini di mondo, ladri, vigliacchi, deboli…
Eppure sembra che a più di 2000 anni di distanza il criterio di selezione utilizzato da Dio per salvare il mondo non sia cambiato.
Ha scelto la debolezza scandalosa di Gesù Crocifisso, poi la “stoltezza della predicazione” per diffondere l’annuncio del Vangelo e, infine, deboli vasi di argilla a cui ha affidato tale predicazione. Il motivo del modo di agire di Dio, che sconvolge ogni criterio umano di successo, costituendo un vero pugno nello stomaco per la nostra società efficientista, è una lezione inferta alla nostra superbia, al nostro crederci indispensabili e autosufficienti.
Il messaggio che Paolo vuole comunicarci è chiaro: solo Dio salva e l’uomo non può presumere mai nulla davanti a Lui.
Ogni discepolo di Gesù e ogni comunità cristiana ha nella debolezza il punto di forza!
Magari lo comprendessimo. Molti atteggiamenti cambierebbero nella nostra vita, nel nostro modo di evangelizzare e portare nel mondo la Parola della Croce…
C’è sempre una subdola paura nascosta dietro al proclamarsi deboli, al mostrarsi fragili in questo mondo, al soffrire per amore. Per questo si è disposti ad elemosinare il triste plauso dei potenti e la loro protezione, si preferisce nascondere verità scomode ed essere politicamente corretti, in modo da stare in pace con tutti, senza compromettersi mai. Si cerca la strada comoda e si criticano le scelte radicali che giudicano la nostra coscienza compromessa da quel male che abbiamo accolto a braccia aperte. La Verità fa paura, perché è Amore e l’Amore quando è autentico fa sempre soffrire, almeno qui sulla terra come ci ha insegnato Gesù.
Proclamare la Verità scomoda di Cristo con fermezza e decisione, comporta quella sofferenza che il più delle volte non vogliamo abbracciare, perché fa paura, perché fa male. Eppure tutte le volte che ci comportiamo così, tutte le volte che rifiutiamo di essere quelli che dovremo essere, tutte le volte in cui non accettiamo la nostra debolezza, il soffrire volentieri per Gesù, dimentichiamo che esser deboli vuol dire partecipare alla debolezza di Dio che salva attraverso l’amore senza difese di Gesù crocifisso!
Se a volte sperimentiamo in modo quasi angoscioso la nostra debolezza, non ci dobbiamo scoraggiare: è probabilmente il modo col quale Dio ci sta purificando per renderci strumenti più adatti per la sua azione di salvezza; è dunque l’occasione per ricordarci che nell’opera della salvezza non dobbiamo sentirci dei protagonisti, ma dei “servi inutili” (Lc 17, 10); non dei maestri in assoluto, ma degli umili ambasciatori di un messaggio che ci trascende.
L’Apostolo delle genti ci mostra che proprio questo aspetto è ciò che caratterizza la spiritualità che ogni missionario del Vangelo deve maturare per essere fedele al mandato che ha ricevuto.
Ogni cristiano resta sempre un fragile vaso di creta. Svolge bene il suo compito quando lascia trasparire, magari attraverso le sue crepe, la potenza straordinaria che viene da Dio e che agisce nei cuori con la forza dello Spirito Santo.
Sfidando avversità e contrarietà, senza temere nulla, ma accettando tutto con amore e offrendo ogni sofferenza subita per la maggior gloria del nome di Gesù e per la salvezza dell’umanità! Il vaso di creta, è creato per contenere qualcosa.
Nel nostro caso specifico il tesoro del Cristo crocifisso e Risorto, vivo e desideroso di donare pienezza di vita a coloro che non hanno ancora incontrato il Suo Amore! Ne deriva un impegno inderogabile per il missionario: quello di riempirsi per tutta la vita del tesoro che è inviato a far conoscere, della luce di Cristo da far trasparire e del profumo del Vangelo da emanare attorno a sé.
Tutto ciò richiede inoltre un altro impegno non meno esigente: quello di tener lontano ciò che impoverisce il tesoro di Cristo, ciò che attenua la luce del Vangelo, i cattivi odori che adulterano il dolce profumo di Cristo!
Solo adorando Cristo nei nostri cuori, unendo le nostre sofferenze alle Sue, morendo a tutto e a tutti in Lui e vivendo di Lui saremo testimoni credibili ed affidabili in un mondo assetato di Verità e d’Amore, assetato di Dio!
giovedì 22 gennaio 2009
Incontrare Cristo nella Liturgia - Essere comunità - 3
La liturgia ha senso solo nel contesto della comunità, non può esistere una liturgia individualistica. Essa è infatti (laos - ergon) azione del popolo e come tale rappresenta una manifestazione corale delle membra di Cristo, rappresenta l’anelito del popolo di Dio che desidera vivere in pienezza la comunione con il Suo Capo.
E’ pertanto fondamentale ricreare un clima comunitario laddove questo si è smarrito frantumandosi in unità autistiche.
Le nostre chiese, le nostre comunità non sono in grado di vivere la bellezza della liturgia proprio perché manca questo senso di appartenenza ad una Comunità con
Senza lo spirito di Comunione, ogni azione risulta svuotata del suo significato.
Questo aspetto emerge ancora di più se confrontato con la vita nelle piccole realtà parrocchiali.
In queste la liturgia è il più delle volte vissuta con gran coinvolgimento.
E’ il caso, ad esempio, delle comunità carismatiche. Uno degli aspetto che maggiormente notiamo è la grande importanza data all’accoglienza, alla fraternità, all’amore che in definitiva rappresenta quella chiave che permette ai cuori dei fedeli di aprirsi ad un incontro con il Risorto!
Ogni celebrazione è gioiosa attesa della potenza dello Spirito che trasforma permettendo di tornare a casa rinnovati.
Se l’amore fraterno è il terreno buono che permette alla liturgia di germogliare portando frutti di salvezza, per contro le separazioni rappresentano il più temibile inquinante.
Da qui l’importanza di un ritorno ad una vita comunitaria piena, vissuta con entusiasmo, favorendo iniziative volte ad estinguere incomprensioni, acredini, divisioni e tensioni.
In che modo?
Aumentando al massimo i momenti di preghiera comunitaria, favorendo un fecondo e frequente dialogo, collaborando a progetti comuni, trovando momenti di riconciliazione comunitaria.
Alla base deve esserci uno sforzo ascetico volto ad accrescere il senso di umiltà, senza il quale l’impegno risulterebbe vano, rischiando di dar luogo a nocivi individualismi.
Il segreto che fa di una comunità un cenacolo in cui si rivive l’apostolica esperienza d’amore è precisamente l’umiltà, consistente nel considerarsi sempre ultimi, poveri e bisognosi dell’aiuto del fratello e di Dio.
La via dell’umiltà è la via della santità, la via tracciata da molte anime sante. San Paolo della Croce, ad esempio, fondatore dei Missionari Passionisti, invitava i suoi religiosi a parlar bene di tutti, considerando il giudizio del prossimo la vera peste delle comunità. Esortava paternamente alla carità e alla dolcezza, al farsi carico delle pene del fratello, alla consolazione reciproca, al mitigarsi presto dopo aver detto qualche parola aspra, per non consentire allo sdegno di impossessarsi del cuore. Invitava i religiosi ad infervorarsi con novene, tridui di preparazione, esercizi spirituali, feste e altri momenti che disponevano a celebrare i vari misteri con grande trasporto di fervore.
Questi momenti di grazia alimentavano lo spirito comunitario…
Nelle nostre parrocchie, spesso divise all’interno da sterili individualismi, lo spirito comunitario si può recuperare!
Come?
Puntando sull’amore! Favorendo l’accoglienza, iniziando a sentirsi parte di una famiglia, non considerando il mio fratello come un estraneo, trasmettendo quel calore umano capace di condurre all’incontro vitale con Cristo.
Iniziamo con l’imparare a guardarci negli occhi!
Siamo fratelli, non possiamo limitarci ad un’occhiata fugace quando un giorno a settimana ci si scambia la pace…
Devo amare il fratello e la sorella con cui vivo la celebrazione. Non ci si può considerare estranei perchè la celebrazione coinvolge tutte le membra del Corpo mistico di Cristo e tutte le membra devono vivere in armonia tra loro!
Bisogna ritornare ad amarsi e questo non è scontato, richiede impegno ed un’ascesi costante, fatta di piccoli quotidiani gesti e passi verso l’altro in cui vive Cristo.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri, questo punto del testamento spirituale che ci ha lasciato il Signore non può essere trascurato!
Gesù, non ci ha detto “vi riconosceranno dai riti che praticate, né dalla vostra conoscenza della dottrina…” ma dall’amore, dunque dall’attenzione all’altro, dall’ascolto, dal dono di noi stessi, dal perdono, dalla comunione reciproca.
Da questo ci riconosceranno suoi discepoli e riconoscendoci tali il nostro “Vieni e vedi” sarà efficace!
mercoledì 21 gennaio 2009
Incontrare Cristo nella Liturgia - Riscoprire lo stupore e la gioia - 2
Afferma
“prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e alla conversione: «Come potrebbero invocare colui nel quale non hanno creduto? E come potrebbero credere in colui che non hanno udito? E come lo potrebbero udire senza chi predichi? E come predicherebbero senza essere stati mandati?» (Rm 10,14-15)”
Questo aspetto ci riguarda molto da vicino.
Come religiosi e laici, chiamati ad essere missionari, annunciatori del Vangelo della Speranza in un mondo privo di speranza, avvertiamo con tutta
Ogni Natanaele ha il suo Filippo, ogni Simon Pietro ha il suo Andrea, ogni Andrea ha il suo Giovanni Battista…è troppo importante l’annuncio, non vi possiamo rinunziare!
Andate in cerca delle novantanove perdute! Così ci direbbe oggi Gesù se si trovasse a riformulare la famosa parabola della pecora perduta. Perché? È semplice: spesso ci occupiamo dell'unica pecora rimasta nell'ovile trascurando le novantanove disperse. (don Davide Banzato)
Questo annuncio, implica un movimento che purtoppo fa paura, un movimento verso l’esterno che produce una perdita delle proprie sicurezze. Questa paura che blocca ed inibisce equivale ad una scintilla di speranza spenta nel mondo…equivale ad una mancata corrispondenza al mandato missionario di Gesù! E’ una mancanza grave!
Trascurare l’urgenza dell’evangelizzazione, per curare i propri interessi equivale a far morire la propria vita cristiana!
Cari fratelli e sorelle, in centinaia lì fuori, nel mondo, sono immersi nelle tenebre della non conoscenza di Dio… E molti di essi a causa della nostra mancanza di carità, moriranno nel freddo dell’odio e dell’egoismo senza incontrare Gesù, senza incontrare l’unica persona capace di scaldare i loro cuori!
Non incontreranno Gesù perché non avranno trovato sulla loro strada nessuno che glielo annunciasse!
Sono migliaia coloro che vivono la propria vita come fosse un noioso e ripetitivo schema, assuefatti da un abitudinarismo che soffoca la voglia di vivere e fa perdere la capacità di gioire.
Non possiamo permettere che la vita dei nostri fratelli diventi tedio, che uno dei doni più grandi ricevuti da Dio si trasformi nell’assurdo di un’esistenza priva di senso!
La tristezza che si legge nel volto di molti dovrebbe farci scattare dalle comode poltrone delle nostre certezze, farci uscire dalle mura ovattate delle nostre case calde…per andare lì dove il freddo di una vita senza Cristo, grida alle nostre coscienze il desiderio di un Incontro!
E’ l’'incapacità di gioia tipica di chi non ha incontrato Colui che è la gioia ed è venuto nel mondo per donare la gioia piena, che produce l'incapacità d'amare! E’ questa incapacità di gioire, di una gioia intima e profonda, che produce la chiusura in se stessi, che produce l'invidia, l'avarizia e di seguito tutti i vizi che devastano il mondo!
Per questo è più che mai necessario, uscire dallo stretto guscio delle proprie certezze!
Questa è la sfida del nostro tempo, questa è stata la sfida dei grandi santi missionari di tutti i tempi.
Portare il Vangelo come ha fatto Gesù, come hanno fatto gli apostoli, come ha fatto
È l’ora di vincere il sonno delle proprie consuetudini, è l’ora di dare un volto di freschezza e di bellezza al mondo e alla nostra Chiesa. È l’ora di un fuoco nuovo.
“Se sarete quel che dovete essere porterete il fuoco in tutto il mondo” diceva Santa Caterina da Siena, e noi, siamo ciò che dovremo essere?
P.S Ieri sera ero in giro per Treviso con l'abito religioso insieme ai miei confratelli, una signora ci ferma e ci ringrazia per la testimonianza di gioia che stavamo dando..."I vostri volti - ci dice - sono luminosi, la vostra gioia è contagiosa, grazie per la testimonianza che date in questi tempi bui".
Queste parole mi hanno indotto a duna profonda riflessione. Non ce ne accorgiamo, ma la luce e la gioia e la pace che quotidianamente ci dona Cristo, sono un faro per chi con occhi di nottola è abituato a solcare i cieli scuri del mondo...
Non mi rimane che ringraziare il Signore e benedirlo per le tante grazie che ci dona!
mercoledì 14 gennaio 2009
Scristianizzazione e primo annuncio!
Dal 1968 il processo di scristianizzazione ha subito un forte incremento, i risultati del preoccupante fenomeno sono in questi anni sotto i nostri occhi.
Mentre i media quotidianamente ci propinano il solito gossip anticristiano, la maggior parte dei cattolici ormai assuefatta dalle solite notizie, scoraggiata assiste tra l’indifferenza e la rassegnazione al lento declino della fede.
Un atteggiamento non condivisibile, che richiede una risposta forte e decisa da parte di tutti noi. In questi anni la Chiesa si è interrogata, chiedendosi in che modo reagire. La risposta unanime è stata frutto di un semplice passaggio logico: se scristianizzazione vuol dire perdita dei valori cristiani, progressiva morte della fede cristiana nel cuore degli uomini, ne consegue che bisogna ritornare ad un annuncio puro, un primo annuncio.
E’ nata così l’esigenza che è alla base della nuova evangelizzazione, quella di un ritorno al kerygma.
Ora se il kerygma è l’annuncio che caratterizzò la primitiva predicazione apostolica, significa che la Buona Novella della morte e Resurrezione del Cristo deve tornare, come in origine, ad essere proclamata là dove ha iniziata a diffondersi… ovvero sulle strade!
E’ sulle strade polverose delle nostre città che folle sterminate di fratelli e sorelle attendono da noi, una parola che illumini il non-senso del vivere senza Dio.
Dalle strade infatti si alza fino a noi il grido disperato di un’umanità in cerca di una parola di speranza, di una sete d’amore che niente e nessuno sa saziare…
Mai come in questo tempo Dio ha bisogno di mani che sappiano confortare, cuori che sappiano compatire, labbra che sappiano proclamare le meraviglie del Regno dei Cieli!
Si, mai come in questo tempo Dio ha bisogno di noi per attirare a sé i suoi figli dispersi.
L’efficacia del kerygma poi, non dipende dalla ricercatezza delle parole o dai titoli di studi conseguiti, è pura fede nella potenza dello Spirito Santo capace di operare ancora oggi come 2000 anni fa la trafittura del cuore, quel senso di dolorosa e amorosa compunzione che apre l’anima ad accogliere la grazia di Dio.
Nella misura in cui decideremo di non voler avere altra sicurezza e altro argomento da far valere presso il mondo che Gesù Cristo e questi crocifisso, la potenza di Dio ci verrà incontro, operando "segni, prodigi e miracoli".
La Chiesa nacque dal kerygma predicato "in spirito e potenza" e anche oggi appare sempre più chiaro che una Chiesa rinnovata nella sua forza apostolica può nascere solo da una nuova proclamazione del Vangelo che è "potenza di Dio per chiunque crede".
E’ tempo di annuncio, è tempo di testimonianza, è tempo di tornare con fede e coraggio ad annunziare "Cristo sapienza di Dio e potenza di Dio" (1Cor 1,24).




