venerdì 22 maggio 2009

Spot Renault pro divorzio


Definire vergognosa l'ultima pubblicità della Renault Scenic 2009 è poco...



Un uomo racconta con disinvoltura e serenità la sua vita, quasi fosse una bella favoletta.
I tre matrimoni, i quattro figli dalle mogli, ed il quinto avuto da un rapporto occasionale...
C'è posto per tutti nella nuova Scenic, per ogni tipo di famiglia...anche per quella descritta, la famiglia sulfurea!

"La pubblicità da' l'impressione che sia normale cambiare moglie quattro volte, come è normale conservare una Renault. Cambiare auto, anche se è una Renault, non ha conseguenze particolari. Invece, le conseguenze in caso di divorzio, con bambini abbandonati, sono ben diverse"
(Mons. Fihey, vescovo di Coutances e d' Avranches, in Normandia)

La barca della Chiesa...


Quando ho letto il titolo dell'ultimo libro di Martini-Verzè, ho pensato al celebre sogno profetico di don Bosco delle due colonne.
C'erano un numero innumerevoli di navi da battaglia che cercavano di affondare la grande nave della Chiesa...Sono i nostri tempi.
La nostra salvezza? Nelle due colonne.
Vale sempre la pena rinfrescare la memoria...Buona lettura!


Pubblichiamo il racconto di un celebre sogno di S. Giovanni Bosco, riguardante gli attacchi al Papa e alla Chiesa (30 maggio 1862).

‹‹Figuratevi di essere con me sulla spiaggia, o meglio sopra uno scoglio isolato, e di non vedere attorno a voi altro che mare. In tutta quella vasta superficie di acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, armate di cannoni e cariche di fucili, di armi di ogni genere, di materie incendiarie e anche di libri. Esse si avanzano contro una nave molto più grande e alta di tutte, tentando di urtarla, di incendiarla e di farle ogni guasto possibile.
A quella maestosa nave, arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle che da lei ricevono ordini. Ma il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.

In mezzo all’immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l’una dall’altra. Sopra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, ai cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: “Aiuto dei Cristiani”; sull’altra, che è molto più alta e grossa, sta un’ostia di grandezza proporzionata alla colonna, e sotto un altro cartello con le parole: “Salvezza dei credenti”.

Il comandante supremo della grande nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, convoca intorno a sé i piloti delle navi secondarie per tenere consiglio e decidere sul da farsi.

Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando sempre più la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi. Fattasi un po’ di bonaccia, il Papa raduna intorno a sé i piloti per la seconda volta, mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa.
Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portare la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte àncore e grossi ganci attaccati a catene.

Le navi nemiche tentano di assalirla e farla sommergere: le une con gli scritti, con i libri, con materie incendiarie, che cercano di gettare a bordo; le altre con i cannoni. Il combattimento si fa sempre più accanito; ma inutili riescono i loro sforzi: la grande nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta nei suoi fianchi larga e profonda fessura, ma subito spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano.

Frattanto i cannoni degli assalitori scoppiano, i fucili e ogni altra arma si spezzano, molte navi si sconquassano e si sprofondano nel mare. Allora i nemici, furibondi, prendono a combattere ad armi corte: con le mani, con i pugni e con le bestemmie.

A un tratto il Papa, colpito gravemente, cade. Subito è soccorso, ma cade una seconda volta e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio.

Senonché, appena morto il Papa, un altro Papa sottentra al suo posto. I piloti radunati lo hanno eletto così rapidamente che la notizia della morte del Papa giunge con la notizia della elezione del suo successore. Gli avversari cominciano a perdersi di coraggio.

Il nuovo Papa, superando ogni ostacolo, guida la nave in mezzo alle due colonne, quindi con una catenella che pende dalla prora la lega a un’ancora della colonna su cui sta l’Ostia, e con un’altra catenella che pende a poppa la lega dalla parte opposta a un’altra àncora che pende dalla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata.

Allora succede un gran rivolgimento: tutte le navi nemiche fuggono, si disperdono, si urtano, si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre, mentre le navi che hanno combattuto valorosamente con il Papa, vengono anch’esse a legarsi alle due colonne. Nel mare ora regna una grande calma».

A questo punto Don Bosco interroga Don Rua:
— Che cosa pensi di questo sogno?
Don Rua risponde:
— Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, le navi gli uomini, il mare il mondo. Quelli che difendono la grande nave sono i buoni, affezionati alla Chiesa; gli altri, i suoi nemici che la combattono con ogni sorta di armi. Le due colonne di salvezza mi sembra che siano la devozione a Maria e al Sacramento del l’Eucaristia.
— Hai detto bene — commenta Don Bosco —; bisogna soltanto correggere una espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla rispetto a quello che deve accadere. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio: Devozione a Maria, frequente Comunione.

La carezza del Nazareno


Un ottimo articolo di Antonio Socci, sul delirio dei nostri tempi, sulla sete di verità e l'illusione dei surrogati che non bastano mai!
Grande Antonio!

tratto dall'articolo di Antonio Socci
IL CASO BERLUSCONI, L’ABISSO DEL NULLA E LA CAREZZA DEL NAZARENO…

Da “Libero” 9 maggio 2009

[...]Più proclamano che esiste solo “l’io e le sue voglie” e che ogni desiderio deve diventare diritto garantito per legge, più siamo terrorizzati dall’invecchiamento, dalla malattia e dalla prospettiva della morte. Morte che non è un evento del futuro, ma che sconti vivendo, ogni giorno, nella decadenza del tuo corpo e nella fragilità della tua psiche: nella tragicità della condizione umana. Non c’è destra e sinistra qui. L’anima di tutti s’impiglia in questa solitudine e in questi rovi della foresta oscura. Così siamo tutti moralisti immorali. I giudizi sugli altri sono farisaici, ipocriti perché così fan tutti, ma le giustificazioni del tipo “così fan tutti” sono maleodoranti e malvestite. Eludono il problema. E’ comodo essere corrivi. Della condizione umana non sappiamo più parlare. Della nostra condizioni di moderni.

E’ stato detto in questa tempesta: “come una persona che non sta bene”. Nessuno di noi sta bene. Pochissimi stanno bene con se stessi e sono pieni di pace e di gioia. Sono persone speciali di cui i mass media in genere non si occupano.

Ma fra questi pochi ci sono anche personaggi conosciuti: padri e maestri così sono stati per esempio, per la nostra generazione, don Luigi Giussani, Karol Wojtyla (come pure Joseph Ratzinger) o un monaco come don Divo Barsotti.

Ho fra le mani un libro su di lui, “Sull’orlo di un duplice abisso”. Leggo questo suo pensiero che spiega perché ci aggrappiamo furiosamente alle cose, perché ci avventiamo disperatamente sulla carne del mondo:

“Nel buddismo l’uomo che si appoggia alle cose è paragonato a un uomo che precipita giù per un precipizio che sprofonda nel mare, trova un ciuffo d’erba e ci si attacca: sotto c’è l’abisso, sopra non può più salire. Ma attaccato a questo ciuffo d’erba c’è un topo che rosicchia le radici dell’erba: vi immaginate il terrore dell’uomo che sta per precipitare giù in questo abisso? Ecco” proseguiva don Barsotti “l’uomo vive questo. Noi cerchiamo di dimenticarlo ma viviamo questo, perché c’è la morte e, nella morte, questo abisso che è come il nulla. Invece, ecco Dio: Lui ti porta sulle sue ali. C’è l’abisso – sì, anche quando c’è Dio c’è l’abisso – ma tu sei portato sulle ali dell’aquila… Ecco la vita dell’anima: si vola sopra gli abissi e si va verso Dio, come l’aquila va verso il sole”.


Tutta la nostra vita (a cominciare dai nostri peccati) grida questo desiderio del Sole, questo bisogno di significato che ci sottragga all’abisso del nulla. Siamo mendicanti del senso dell’esistenza e dell’amore, cioè abbiamo una sete inestinguibile di Dio. Oggi sui media dilaga un freudismo da quattro soldi secondo cui Dio sarebbe una sublimazione del sesso. Ma l’evidenza della realtà dice esattamente l’opposto. Il sesso, il potere e il possesso: sono loro i surrogati a cui chiediamo di farci dimenticare la morte e tutti i suoi preavvisi, come l’invecchiamento. E’ l’ossessione del sesso e del possesso che ci serve a esorcizzare il nostro limite, la nostra paura, la nostra incertezza di esistere, il nostro inappagato desiderio di essere amati, voluti, la nostra sete di felicità. Cioè la nostra fame di Dio.

La prova è che quei surrogati non ci bastano mai. Anzi, siamo sempre più scontenti e agitati. Il vero desiderio che ci abita, fin dentro a tutte le nostre fibre, l’unico bisogno assoluto che abbiamo e che è inestirpabile e inestinguibile è Dio, perché noi siamo fatti per l’infinito, per una felicità senza limiti e tutto ci lascia insoddisfatti. Diceva sant’Agostino, che era stato un gran peccatore carnale: “O Signore, ci hai creai per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”.a per il sottile [...]

La stessa barca? Non mi sembra proprio...


Un interessante articolo di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro mette in luce le inquietanti rivelazioni contenute nel nuovo libro "Siamo tutti sulla stessa barca" firmato dal Cardinal Martini e da don Luigi Verzè. Altro che sulla stessa barca... Preferisco rimanere sulla barca di Pietro, salda, compatta, attaccata, ma sicura. Quanto a lor signori, liberissimi di imbarcarsi con Caronte per altre mete più tropicali.


La chiesa “alternativa” di Martini e don Verzé

Siamo tutti sulla stessa barca è il libro firmato dal cardinale Carlo Maria Martini, già arcivescovo di Milano, e da don Luigi Verzé, fondatore dell’Ospedale San Raffaele e rettore dell’Università Vita-Salute. Siamo tutti sulla stessa barca, dice il titolo del libro. Qualcuno ci spieghi se è quella di Pietro…

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

Libero, 20 maggio 2009


La pillola anticoncezionale? Spesso è giocoforza che vada consigliata e fornita.
L’etica cristiana? Incongruente, da rifare.
I divorziati risposati? Basta fisime clericali.
Il celibato ecclesiastico? Una finzione, buttiamolo a mare.
I vescovi? Li elegga il popolo di Dio.

Tutto ciò fermandosi solo alle anticipazioni di Siamo tutti sulla stessa barca (Editrice San Raffaele, pp. 96, euro 14,5) libro in uscita oggi e anticipato ieri dal Corriere della Sera, firmato dal cardinale Carlo Maria Martini, già arcivescovo di Milano, e da don Luigi Verzé, fondatore dell’Ospedale San Raffaele e rettore dell’Università Vita-Salute.
Sarebbe interessante sapere che cosa pensano di queste tesi le autorità preposte alla salvaguardia della dottrina cattolica. Perché è venuto il momento di dire se, in materia di dottrina e di morale, i fedeli sono tutti uguali e devono accettare tutti le stesse regole o se, invece, c’è qualcuno più uguale degli altri.

Contraltare del Papa

Il cattolico medio non può ignorare che se il Papa si pronuncia su un tema, subito spunta il cardinale Martini a fare da contraltare. Il Papa scrive un libro su Gesù? Lui l’avrebbe fatto meglio. Il Papa liberalizza la Messa in latino? Lui non avrebbe suscitato perniciose nostalgie.
Il Papa ribadisce il primato di Pietro? Lui si appella alla collegialità. I
l Papa prende atto degli scivoloni del Vaticano II? Lui convoca il Vaticano III.

Così come non può ignorare che don Verzé ha riempito la sua università di nomi come Massimo Cacciari, Roberta De Monticelli, Vito Mancuso, Salvatore Natoli, Emanuele Severino, Edoardo Boncinelli: il meglio del pensiero anticattolico sulla piazza.

Del resto, don Verzé è l’inventore di un’inedita dottrina simil-cattolica grazie alla quale si è auto-autorizzato a praticare nel suo ospedale la fecondazione artificiale omologa condannata dalla Chiesa.

Lo ha fatto con una decisione del comitato etico del San Raffaele e poco gli importa di essere stato smentito dalla Congregazione per la dottrina della fede. Senza dimenticare che, in piena bagarre sul caso Englaro, don Verzé rivelò di aver tolto la spina ad un amico attaccato a un respiratore artificiale. «Col pianto nel cuore», ma lo fece.

Due come il cardinale Martini e don Verzé sembrano fatti apposta per incontrarsi. E potrebbe stupire che, per anni, la curia martiniana abbia fatto la guerra al san Raffaele e al suo fondatore. Ma si trattava di questioni politiche e non teologiche. Perché sul metodo del dubbio applicato al dogma e sulla teoria delle “zone grigie” applicata alla morale messi a punto da Martini, don Verzé ci va a nozze. Tanto che, nel 2006, la sua università ha conferito la laurea honoris causa al porporato.

E così ecco spiegato il presente libro, nel quale il fondatore del San Raffaele parla con rammarico di «un’etica ecclesiastica imposta».
Poi dice «che anche ai sacerdoti dovrebbe essere presto tolto l’obbligo del celibato» e annuncia che l’ora della democrazia nella Chiesa suonerà con l’elezione diretta dei vescovi. «La Chiesa cattolica è troppo lontana dalla realtà, e le fiumane di gente, quando arriva il Papa, hanno più o meno il valore delle carnevalate».

Un nuovo concilio

Don Verzé va giù di vanga, e allora Martini interviene con il fioretto ad allargare il solco. «Oggi ci sono non poche prescrizioni e norme che non sempre vengono capite dal semplice fedele».

Caro don Luigi, ha proprio ragione lei, qui bisogna cambiare tutto, che orrore quelle fiumane di gente ignorante e impreparata, avrà mai seguito almeno una lezione della Cattedra dei non credenti?

Con studiata ritrosia, il cardinale conferma tutto. Senza dimenticare che, per rimettere un po’ d’ordine, «non basta un semplice sacerdote o un vescovo. Bisogna che tutta la Chiesa si metta a riflettere su questi casi». Insomma, un altro Concilio.
Siamo tutti sulla stessa barca, dice il titolo del libro.
Qualcuno ci spieghi se è quella di Pietro.


I'm Back!


Missione Compiuta, o meglio missione iniziata... Un piccolo fuoco è stato acceso, ora toccherà alle fiammelle alimentarsi di nuovo ossigeno per infiammare d'amore il paese. Abbiamo visto miracoli... Giovani lontani da Dio riaccostarsi in Chiesa e manifestare quell' entusiasmo che da troppo tempo ormai avevano perduto. Ci sarebbero tante belle storie da raccontare...
Vi terrò aggiornati!

Nel frattempo ringrazio il Signore e voi tutti per le preghiere che mi/ci hanno sostenuto in questi giorni!

W Gesù!

martedì 5 maggio 2009

In Missione...


Carissimi,
per circa 20 giorni sarò fuori per una missione popolare con i miei confratelli. Il Paese in cui andremo sarà letteralmente invaso da 11 tonache nere svolazzanti per le vie...
Naturalmente non potrò aggiornare il Blog.
Dovrete pazientare fino al mio rientro previsto per il 24-25 di Maggio...
Vi chiedo di accompagnare me ed i miei confratelli con fervorose preghiere affinchè il Signore operi attraverso noi miseri strumenti le sue meraviglie! Ci conto...
A presto!

Tempo di saldi al supermarket della fede


Ci avviamo a un’epoca cari amici, in cui il bene prezioso della fede è messo alla prova. Molti perdono la fede, ma questo non è certamente l’unico problema. Il dramma della fede perduta, il dramma di coloro che volgono le spalle al Cristo è un dramma grave e doloso; ma oggi la fede è sottoposta a un’altra prova non meno difficile e ciò le possibilità di aderire a una falsa fede. Infatti oggi c’è una diffusa tendenza al soggettivismo: la fede cristiana viene limitata ad alcune verità selezionate, altre verità si scelgono e si ricavano da altre fedi religiose; le religioni vengono presentate tutte come vie di salvezza di pari valore, tutte uguali, ed è in atto il tentativo di allestire una sorta di “supermarket” delle religioni. In questo clima spirituale, anche il cattolico, invece di ritenere la sua fede come l’unica vera fede e la sua Chiesa, la Chiesa Cattolica, come l’unica vera Chiesa, può essere spinto a selezionare le verità dal “supermarket” religioso e a prendere soltanto quelle che gli fanno comodo. Scegliere e decidere soggettivamente le verità religiose in cui credere è un altro modo di naufragare nella Fede.

( dal DIES IRAE I giorni dell’Anticristo di padre Livio Fanzaga)

lunedì 4 maggio 2009

Frosinone: malata di sclerosi multipla guarisce a Lourdes


fonte Sussidiario.net

«Sento qualcosa, la gamba non mi fa più male» e ha gettato il bastone con cui si aiutava da 20 anni a camminare perché malata di sclerosi multipla, davanti a centinaia di pellegrini malati che come lei erano andati a Lourdes per invocare la guarigione miracolosa.

È il racconto fatto da una volontaria, la presidente dell'Associazione italiana per la sclerosi multipla di Frosinone Paola Amicizia, che aveva accompagnato un gruppo di malati, tra i quali la donna che avrebbe ricevuto il miracolo dalla Madonna di Lourdes, Rosa Mollica, di 50 anni, una casalinga di Ripi, un paese in provincia di Frosinone.

A Lourdes la donna aveva partecipato alle messe e ai rosari dei malati nella grotta dove la Madonna era apparsa a santa Bernardette e si era bagnata nell'attigua vasca d'acqua ritenuta miracolosa.

Ora i medici del centro sanitario della città pireanica stanno esaminando tutta la certificazione che la donna di Ripi aveva con sé per stabilire se la guarigione ci sia stata e avviare l'iter per stabilire se miracolosa. Di certo Rosa Mollica venerdì, racconta chi era con lei nel pellegrinaggio, a Frosinone è scesa dal treno con le sue gambe e senza più bastone.


Non lasciatevi inquinare dal mondo!


Alcuni estratti dall'Omelia di Benedetto XVI in occasione dell'ordinazione presbiterale di 19 diaconi Domenica 3 Maggio 2009. Da lungo tempo non sentivo più parlare di "mondo" alla maniera giovannea. Parole illuminanti...

Articolo Completo - qui

(...)
Gesù ha sperimentato su di sé il rifiuto di Dio da parte del mondo, l’incomprensione, l’indifferenza, lo sfiguramento del volto di Dio. E Gesù ha passato il "testimone" ai discepoli: "Io – confida ancora nella preghiera al Padre – ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (Gv 17,26). Perciò il discepolo – e specialmente l’apostolo – sperimenta la stessa gioia di Gesù, di conoscere il nome e il volto del Padre; e condivide anche il suo stesso dolore, di vedere che Dio non è conosciuto, che il suo amore non è ricambiato. Da una parte esclamiamo, come Giovanni nella sua prima Lettera: "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!"; e dall’altra con amarezza constatiamo: "Per questo il mondo non ci riconosce: perché non ha conosciuto lui" (1 Gv 3,1). E’ vero, e noi sacerdoti ne facciamo esperienza: il "mondo" – nell’accezione giovannea del termine – non capisce il cristiano, non capisce i ministri del Vangelo. Un po’ perché di fatto non conosce Dio, e un po’ perché non vuole conoscerlo. Il mondo non vuole conoscere Dio e ascoltare i suoi ministri, perché questo lo metterebbe in crisi.

Qui bisogna fare attenzione a una realtà di fatto: che questo "mondo", sempre nel senso evangelico, insidia anche la Chiesa, contagiando i suoi membri e gli stessi ministri ordinati. Il "mondo" è una mentalità, una maniera di pensare e di vivere che può inquinare anche la Chiesa, e di fatto la inquina, e dunque richiede costante vigilanza e purificazione. Finché Dio non si sarà pienamente manifestato, anche i suoi figli non sono ancora pienamente "simili a Lui" (1 Gv 3,2). Siamo "nel" mondo, e rischiamo di essere anche "del" mondo. E di fatto a volte lo siamo. Per questo Gesù alla fine non ha pregato per il mondo, ma per i suoi discepoli, perché il Padre li custodisse dal maligno ed essi fossero liberi e diversi dal mondo, pur vivendo nel mondo (cfr Gv 17,9.15). In quel momento, al termine dell’Ultima Cena, Gesù ha elevato al Padre la preghiera di consacrazione per gli apostoli e per tutti i sacerdoti di ogni tempo, quando ha detto: "Consacrali nella verità" (Gv 17,17).
(...)

Steve K. Ray un apologeta americano convertito dal protestantesimo


fonte Zenit.org

ROMA, mercoledì, 29 aprile 2009 (ZENIT.org) – Da accanito avversario della Chiesa Cattolica a suo convinto sostenitore e difensore. Nato e battezzato nella chiesa battista, Steve K. Ray si è convertito quindici anni fa al cattolicesimo, divenendo nel giro di qualche tempo uno dei più noti apologeti e conferenzieri americani.

Autore di numerosi libri e documentari a sostegno delle verità della Chiesa di Roma, Ray è curatore del sito web www.catholicconvert.com.

La scorsa settimana, dal 20 al 24 aprile, Steve K. Ray è stato ospite dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (APRA) dove ha tenuto il corso intensivo di apologetica “Le ragioni della fede”, realizzato in collaborazione con il Centro Pascal e l’Istituto Sacerdos.

ZENIT lo ha intervistato a conclusione della sua trasferta romana.
Mr. Ray, quali sono stati i contenuti e le finalità del suo corso?

Ray: Sin dal momento della mia conversione mi sono sempre trovato dinnanzi al confronto tra Chiesa cattolica e Chiese protestanti. Mi rendevo conto della necessità di argomentare, di fornire buone ragioni alla mia scelta. Quando padre Alfonso Aguilar LC (coordinatore del corso, ndr) mi ha proposto di tenere il corso di apologetica “Le ragioni della fede”, ho accettato con molto entusiasmo. Il corso, pur aperto a tutti, è indirizzato soprattutto ai seminaristi di nazionalità statunitense e messicana che studiano teologia all’APRA: quando costoro torneranno in patria da sacerdoti dovranno confrontarsi con le argomentazioni e le critiche dei battisti, degli evangelici e delle varie sette. Chi porta avanti missioni cattoliche in Usa o in Messico corre il rischio inevitabile di essere attaccato per la sua fede. Quindi l’obiettivo del mio corso è stato quello di parlare a questi uomini, soprattutto in vista del loro futuro apostolato nei loro paesi d’origine. Rafforzare la fede di un sacerdote è fondamentale poiché la sua predicazione può cambiare la mente e il cuore di centinaia, anche migliaia di fedeli. I miei corsi e le mie conferenze hanno quindi soprattutto lo scopo di fornire ‘armi e munizioni’ per i futuri sacerdoti e per i cattolici in generale.

Ci vuole raccontare la storia della sua conversione?

Ray: Ho sempre creduto in Gesù e nella cristianità e ho sempre letto e amato la Bibbia, tuttavia vedevo il cattolicesimo come fumo negli occhi. Non riuscivo davvero a trovare nulla di buono nella Chiesa di Roma: per me il Papa era l’Anticristo. Durante le mie conferenze sono solito dire che la Chiesa Cattolica era per me una splendida quercia coperta da una cortina di fumo, quindi invisibile alla mia vista. Diventai cattolico quando mi resi conto delle contraddizioni che dilaniavano la stessa comunità protestante: nessuno di loro era d’accordo su come andava interpretata la Bibbia, nessuno era in grado di dire quale fosse l’autentico messaggio delle Sacre Scritture, non c’era nessun vero maestro tra loro, soltanto molte opinioni differenti con relative diatribe e divisioni. Inoltre nelle Chiese evangeliche c’è solo la predicazione e manca l’Eucaristia. Non mi ero mai reso conto che l’unica vera interpretazione della Bibbia era patrimonio della Chiesa Cattolica. L’altro mio dilemma era di carattere morale: ci sono Chiese evangeliche che accettano il divorzio, l’aborto e la contraccezione, per cui se tu accetti questi principi puoi unirti a loro… Tutta questa confusione etica e dottrinale mi rendeva infelice e frustrato.

Fino a quando uno dei miei migliori amici si convertì al cattolicesimo, dopo essere stato a lungo un predicatore protestante, popolare anche al pubblico radiofonico. Iniziai perciò a polemizzare con lui, argomentando l’erroneità della sua scelta. “Convertirti al cattolicesimo è la cosa più stupida che potevi fare – gli dissi – sei troppo in gamba per diventare cattolico”. Tuttavia, più argomentavo e riflettevo, più mi rendevo conto che la Chiesa Cattolica era dalla parte giusta.

Da bambino mi dicevano sempre che la chiesa delle origini era in un certo senso protestante; tuttavia quando ebbi il piacere di leggere le opere dei padri della chiesa (Sant’Ignazio d’Antiochia, San Policarpo e molti altri) mi resi conto che erano davvero cattolici. Ciò mi rese sbigottito e mi mise in crisi. Avevo sempre amato e idealizzato la chiesa delle origini, pertanto avvertivo una contraddizione nella mia appartenenza alla chiesa battista. La mia conversione non fu accettata dai miei amici e con la maggior parte di loro ruppi ogni legame. Mia moglie Janet, che ha fatto il mio stesso cammino, ha avuto gli stessi problemi. Sia io che lei abbiamo litigato con le rispettive famiglie e Janet non ha parlato con suo padre per un anno. La mia conversione ha una data precisa: 1 gennaio 1994. Quel giorno mi misi a leggere la Bibbia e, dopo averla chiusa, con le lacrime agli occhi mi dissi: “sono un cattolico”. La cosa incredibile è che fino a quel giorno non ero mai entrato in una chiesa cattolica, né avevo mai conosciuto alcun sacerdote cattolico. È stata una vera grazia dal Cielo. La più bella cosa che mi sia capitata nella vita, insieme all’aver sposato Janet.

Che differenze nota tra la fede degli americani e la fede degli europei, in particolare degli italiani?

Ray: Le differenze sono notevoli. Gli Stati Uniti rimangono un paese molto religioso, in cui la spiritualità è sempre molto forte. La maggioranza della popolazione crede in Dio e in Gesù Cristo, legge la Bibbia, pur essendoci, anche da noi, una buona percentuale di atei, laicisti e intellettuali che rifiutano la fede. La divisione tra cattolici e protestanti è però altrettanto marcata. In altre parti del mondo questa divisione è meno accentuata: in Turchia, ad esempio, i cristiani sono una piccolissima minoranza e questo favorisce una maggiore solidarietà tra le diverse chiese. Negli Usa i cristiani sono numerosissimi ma assai evidenti sono le dispute e le divisioni al loro interno. In Europa la lacerazione più palese è quella tra laicisti e intellettuali ‘postmoderni’ da un lato e Chiesa Cattolica dall’altro. Anche tra i cattolici stessi sussistono grosse differenze tra i cattolici ‘liberal’ e i cattolici obbedienti al Papa. L’Italia va comunque rievangelizzata: un tempo è stata un paese indubbiamente cattolico ma, anche da voi, la miscredenza e il secolarismo hanno preso piede. C’è chi dice di essere cristiano senza comportarsi come tale. C’è gente che va ad ascoltare il Papa e ad applaudirlo ma, verosimilmente, dissente dall’insegnamento del Santo Padre, approvando l’aborto e la contraccezione, vivendo per il denaro e per i piaceri del mondo. Ovviamente questo è un discorso che vale anche per l’America…

Ci troviamo a Roma, capitale della cristianità, una città carica di simboli, il cui suolo è stato santificato dal sangue dei martiri. Cosa rappresenta per lei, americano e cattolico, questa terra?

Ray: Venni per la prima volta a Roma da protestante, interessandomi solo della storia e dell’arte. La Chiesa Cattolica mi era indifferente, non mi interessavano i suoi simboli religiosi, per me erano pura idolatria. Tutt’altra cosa fu il mio primo pellegrinaggio da cattolico: ogni opera d’arte mi sembrava estremamente ricca, bella ed elegante. Pensare a Roma, per me, è pensare a tutta l’opera degli apostoli, una linea ininterrotta di tradizioni indissolubilmente legata a ciò che credo. Quando vengo a Roma penso a San Pietro e San Paolo, qui martirizzati e sepolti, penso al sangue dei martiri che zampilla ovunque e ha dato vita a nuove generazioni di cristiani. In questa tradizione vedo anche le mie radici. Le chiese, le statue, gli affreschi, le opere d’arte di questa città sono un segno di quanto bella sia la Chiesa Cattolica. La Chiesa è una casa per filosofi, artisti, musicisti ma è in fondo la casa di tutti noi. Ogni volta che vengo qui a Roma ho la sensazione di immergermi in un bagno caldo, di ‘affondare’ nella mia storia personale.

venerdì 1 maggio 2009

Santa Gemma Galgani, l'anima vittima



«Gemma, coraggio! Ti aspetto al Calvario: è verso quel monte che sei diretta».

E’ alla luce di questa profezia di Gesù che ci è possibile comprendere almeno in parte la storia della mistica via crucis che Gemma inizia a percorrere a partire dalla sua infanzia. Un cammino doloroso che caratterizza l’intero arco della sua esistenza terrena, fatta di una quotidianità fondata sulla coesistenza di apparenti opposti: dolore e amore, gioia e sofferenza, buio ed estasi. Sentimenti diversi trasformati in amore nel crogiuolo della Passione di Cristo.

«(…) Quanto più vorrei essere sciolta, tanto più mi sento stretta stretta e legata al nodo di Gesù. Più che posso, nel mondo cerco di lasciare ogni cosa, ma invece trovo tutto; fuggo tutti i piaceri della vita, e trovo invece un piacere tanto tanto grosso, che mi fa contenta tutta. Brucio continuamente, e vorrei sempre più bruciare; soffro e vorrei sempre più soffrire… desidererei vivere, desidererei morire… Glielo dico chiaro: quel che desidero e voglio, non lo so neppure io… Cerco r non trovo, ma poi non so che cerco… amo poco, vorrei amare tanto di più il mio… Sento di amare, ma chi amo non l’intendo, non lo capisco… Ma nella mia tanta ignoranza sento che vi è un Bene immenso, un bene grande. E’ Gesù…».

Il Signore abitua progressivamente Gemma ad un “mondo capovolto” in cui alla linearità degli eventi naturali si sostituisce lo straordinario, l’inconsueto.
Chi si sofferma sulla figura di questa santa con lo sguardo critico del razionalista legato alla logica lineare del mondo, non può comprendere, resta confuso, perplesso dinnanzi allo scandalo della croce.
Gemma si trova in una dimensione densa di trascendenza, sospesa tra cielo e terra, crocifissa con il Crocifisso, trafitta col suo amato sposo Gesù. In lei, amore e dolore, si fondono confluendo come due oceani; è il mistero del verbum crucis che la nostra santa volutamente abbraccia in un duplice amen amoroso e doloroso che percorre un itinerario in tre tappe: prima il dolore amoroso, poi il dolore doloroso ed infine la notte oscura anticipatrice della Luce celeste.
Più si tenta di avvicinare tale misteriosa realtà che riempie le ore, i giorni, le notti di Gemma più si sprofonda in una dimensione che illuminando acceca, come accade a chi guardando il sole ne rimane abbagliato.

Il tirocinio della croce nella vita della giovane santa inizia precocemente, fin da piccina il Signore l'andava preparando e l'aspet¬tava al solenne appuntamento della mistica crocifissione. Lo si desume dall’incredibile susseguirsi di vicende dolorose: la morte della mamma (1886), del fratello Gino (1894), del babbo (1897), l'operazione al piede (1896), la malattia mortale da cui fu prodigiosamente guarita (1898-1899), e ancora il sequestro della farmacia paterna, il dolore per le umiliazioni subite a causa delle ripetute visite dei medici, le incomprensioni, le derisioni ed infine le accuse di isteria. A queste sofferenze conformi alla natura umana, seguono quelle sovrannaturali, il dolore per i suoi peccati, per quelli dell’umanità, la stigmatizzazione, la coronazione di spine, la trafittura del costato, i flagelli invisibili che le rigavano il corpo, la copiosa emissione di sangue dalla bocca e talvolta dagli occhi, le vessazioni diaboliche, le aridità dell’ultimo periodo di vita.

Nonostante ciò, scorrendo le righe all’apparenza semplici dell’Autobiografia, squillanti di pene divine, si rimane estasiati dal senso di profonda gioia che traspare, comunicato con una tenerezza quasi infantile che trasmette un forte senso di assoluto. Gemma non si pone i problemi dell’uomo moderno attanagliato dal pensiero relativista, lei conosce bene che una sola via conduce alla salvezza, la croce di Cristo.

Con gioia accetta la missione affidatale da Gesù, quella di partecipare alle sue stesse sofferenze, perché ha compreso, come santa Caterina da Siena, che il Cristo è stato tenuto sulla croce non dai chiodi, ma dall’amore e che pertanto coloro che vogliono seguirLo devono essere crocifissi con Lui per amore e dall’amore.

Questa identificazione con il Salvatore, questa cristificazione operante, trasforma il senso stesso della sofferenza, che non appare più come una realtà da fuggire ed allontanare, quanto piuttosto da accogliere ed abbracciare come elemento indispensabile. Gemma illuminata dal Signore sulla grandezza dell’opera redentrice che passa attraverso il mistero del dolore, chiede di poter soffrire e preferirebbe morire soffrendo piuttosto che vivere e non patire. La sofferenza diventa quindi fecondità, una fiamma che bruciando consuma ed illumina, trasformandosi in amore incarnato ed in amore donato.

Un grande insegnamento per la nostra società che continuamente tace sulla dialettica di dolore ed amore, che preferisce nascondere per non capire, rifugiandosi in un cieco positivismo. La scienza, chiamata in causa per trovare un rimedio definitivo al problema del dolore, si mostrerà sempre impotente di fronte alla realtà di un mistero che affonda le sue radici nella notte dei tempi. Solo la croce di Cristo può illuminarne il senso più profondo ed autentico.
E’ difficile piegare il capo al mistero del Venerdì Santo, eppure ogniqualvolta la sconvolgente verità della croce si ripete, sanguinante di dolore nel corpo e terrificante di dolore nello spirito, nella vita di anime elette come Gemma, qualcosa nella nostra vita inizia a cambiare.
Lo stigmatizzato, come testimone che attesta in sé stesso l’attualità della Passione di Cristo, è portatore di una singolare certezza, quella di una presenza viva del Salvatore nel mondo.
Un Dio vicino che, memore della sua promessa: «sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (cf. Mt. 28 20), non lascia l’uomo in balia di un cieco destino, dimostrandosi prodigo nella volontà di condurlo ad una partecipazione piena della sua gioia in cielo.
Quello di Gemma è dunque un messaggio di speranza, un grido innalzato dalla croce affinché “l’amore non amato” venga accolto e ricambiato.

“Dove sono, dove mi trovo? Chi è mai vicino a me? Senza nessun fuoco vicino mi sento bruciare; senza nessuna catena addosso, a Gesù mi sento stretta e legata; da cento fiamme mi sento tutta struggere, che mi fanno vivere e mi fanno morire. Soffro babbo mio, vivo e muoio continuamente; ma la vita mia con tante altre vite del mondo non la cambierei a nessun patto. Mai non sto ferma, vorrei volare, vorrei parlare, e a tutti vorrei gridare: Amate Gesù solo solo”.

Predicare oggi...


Vi presento alcuni estratti tratti dal recente Intervento di Padre Raniero Cantalamessa in occasione del Capitolo internazionale delle Stuoie di tutti i Francescani, nell’VIII Centenario dell’approvazione della Regola di S. Francesco. Sono parole riferite all'ordine francescano, ma facilmente estendibili a qualsiasi altro istituto... Buona lettura.


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In una mia predica alla Casa Pontificia feci una volta delle riflessioni che credo possono servire anche a noi qui. Nelle chiese protestanti, e specialmente in certe nuove chiese e sètte, la predicazione è tutto. Di conseguenza, è ciò a cui vengono avviati e in cui trovano naturale modo di esprimersi gli elementi più dotati. E' l'attività numero uno nella Chiesa. Chi sono invece quelli che sono riservati alla predicazione tra noi? Dove vanno a finire le forze più vive e più valide della Chiesa? Che cosa rappresenta l'ufficio della predicazione, tra tutte le possibili attività e destinazioni dei giovani preti? A me sembra di scorgere un grave inconveniente: che alla predicazione si dedichino solo gli elementi che rimangono dopo la scelta per gli studi accademici, per il governo, per la diplomazia, per l'insegnamento, per l'amministrazione.
Parlando alla Casa Pontificia dissi: bisogna ridare all'ufficio della predicazione il suo posto d'onore nella Chiesa; qui aggiungo: bisogna ridare all’ufficio della predicazione il posto d’onore nella famiglia francescana. Mi ha colpito una riflessione del de Lubac: "Il ministero della predicazione non è la volgarizzazione di un insegnamento dottrinale in forma più astratta, che sarebbe ad esso anteriore e superiore. E', al contrario, l'insegnamento dottrinale stesso, nella sua forma più alta" [11]. San Paolo, il modello di tutti i predicatori, certamente metteva la predicazione prima di ogni cosa e tutto subordinava ad essa. Faceva teologia predicando e non una teologia da cui lasciare poi che altri desumessero le cose più elementari da trasmettere ai semplici fedeli nella predicazione.

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Viviamo in una società in molti paesi diventata post-cristiana; la cosa più necessaria è aiutare gli uomini a venire alla fede, scoprire Cristo. Per questo non basta una predicazione morale o moralistica, occorre una predicazione kerigmatica che vada diritto al cuore del messaggio, annunciando il mistero pasquale di Cristo. Fu con questo annuncio che gli apostoli evangelizzarono il mondo pre-cristiano e sarà con esso che possiamo sperare di ri-evangelizzare il mondo post-cristiano.

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