martedì 14 aprile 2009

Colui che digiuna...


San Giovanni Crisostomo in riferimento al brano di Mt 17,21 scrive:

“Parole che si riferiscono non solo al genere dei demoni lunatici, ma a ogni classe di demoni. Il digiuno effettivamente dà molta sapienza, rende l'uomo simile a un angelo del cielo e combatte i poteri incorporei. Però è anche necessaria la preghiera, come elemento principale; e colui che prega come conviene e digiuna non necessita di molte cose, e così non diventa avaro, ed è pronto all'elemosina. Colui che digiuna è poi leggero, prega con vigilanza, estingue le concupiscenze dannose, rende Dio propizio, e umilia l'anima superba.

Chi dunque prega con il digiuno ha due ali, anche più leggere degli stessi venti. Infatti non sbadiglia né si addormenta durante l'orazione (come accade a molti), ma è più infiammato del fuoco ed è superiore alla natura terrestre. Questo uomo è conseguentemente il nemico terribile del demonio, poiché non c'è niente di più poderoso dell'uomo che prega come si deve; e se hai il corpo infermo per digiunare, non l'hai tuttavia per pregare. E se non puoi digiunare, puoi astenerti dai piaceri illeciti; e questa non è una cosa di scarsa importanza, né molto distante dal digiuno” (Commento al Vangelo di Matteo).

lunedì 13 aprile 2009

Cristo è veramente Risorto - 3


di Andrea Tornielli

sabato 11 aprile 2009

Titolo originale: Ecco tutti gli indizi storici che "provano" il miracolo

«Nerone spacciò per colpevoli e condannò a pene di crudeltà particolarmente ricercata quelli che il volgo, detestandoli per loro infamie, chiamava cristiani. Derivavano il loro nome da Cristo, condannato al supplizio sotto l’imperatore Tiberio, dal procuratore Ponzio Pilato». In questo modo, riferendosi all’incendio di Roma, lo storico Tacito nei suoi «Annali», scritti tra il 115 e il 117, parla di Gesù e dei suoi seguaci. Una testimonianza che attesta la rapida diffusione del cristianesimo e da sola smentisce quanti ritengono il cristianesimo una tarda creazione di qualche gruppuscolo di visionari orientali.

Nei giorni della Pasqua ebraica, venerdì 7 aprile dell’anno 30, un uomo, Gesù di Nazareth, viene crocifisso come un malfattore dai romani su richiesta del sinedrio fuori dalle antiche mura di Gerusalemme. Quattro testi, i vangeli, scritti non molti anni dopo da autori diversi e basati su fonti in parte differenti e sul racconto dei testimoni, descrivono gli avvenimenti di quei tre giorni: la morte sul Calvario, la deposizione del corpo in un sepolcro. Quell’uomo è in fondo soltanto un puntino che il radar della storia non avrebbe rilevato nella periferia dell’impero. Poi la scoperta all’alba del 9 aprile: la tomba è vuota. E lui – dicono – si fa vedere di nuovo vivo, apparendo prima a Maria Maddalena, poi agli apostoli. Fa vedere le sue ferite, mangia e beve con loro. Appare «a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora», scrive Paolo nella lettera ai Corinzi.

Nessuno studioso serio ha ormai più alcun dubbio sull’esistenza storica di Gesù. Credere però che egli sia il figlio di Dio, e che sia risorto con un corpo trasfigurato e glorioso, è un puro atto di fede. Ma il racconto evangelico e la fede dei primi testimoni riaffermata da duemila anni sono sostenuti da indizi di storicità? Ci sono elementi concreti che avvalorino la straordinaria descrizione di quei tre giorni di Gerusalemme o i fatti che leggiamo sono soltanto la pia invenzione di un gruppo di invasati? Nessuno dei quattro evangelisti descrive il momento della resurrezione. La loro narrazione interrotta con la deposizione, riprende con la scoperta del sepolcro vuoto e con le prime apparizioni del risorto. Molti hanno scritto che la scoperta della tomba senza il corpo di Gesù non sarebbe altro che una leggenda inventata dalla prima comunità, un testo «eziologico», vale a dire l’interpretazione di un’esperienza resa con un espediente letterario.
Eppure gli stessi apostoli non ritengono l’assenza del corpo una prova sufficiente della sua resurrezione: temono che qualcuno lo abbia rubato. Proprio nella descrizione delle circostanze avvenute in quell’alba domenicale sta un indizio importante di storicità. A scoprire la tomba vuota, infatti, sono delle donne e nel giudaismo dell’epoca, le donne non erano ammesse nemmeno come testimoni in tribunale. «Tutti», ha scritto il biblista Léon-Dufour, «dovrebbero convenire che il racconto della visita delle donne alla tomba non è, per lo meno nelle sue origini, un racconto apologetico. Altrimenti, perché avere scelto per testimoni delle donne, le quali, secondo le usanze ebraiche, non erano qualificate per deporre una testimonianza giuridicamente valida?». Se si trattasse di una leggenda, i suoi inventori avrebbero scelto testimoni più accettabili in una società maschilista, sapendo che i loro ascoltatori ebrei avrebbero rifiutato d’istinto i racconti di una donna.


C’è di più. I primi cristiani vengono accusati di aver rubato il corpo di Gesù. Non lo attestano soltanto tutte le fonti evangeliche, ma quell’accusa riecheggia anche nel singolare «editto di Nazareth», con il quale l’imperatore romano (lo stesso Nerone, secondo l’identificazione della storica Marta Sordi, scomparsa nei giorni scorsi), comminava la pena capitale a quanti avessero violato i sepolcri e trafugato i cadaveri. Se gli avversari della prima comunità cristiana accusavano i discepoli di aver rubato il corpo di Cristo, significa che si dava per assolutamente certo che il sepolcro fosse stato trovato vuoto.

I discepoli di fronte al segno della tomba sono stupiti ma ancora increduli. Per credere nella resurrezione e diventarne annunciatori, hanno bisogno di vedere Gesù, di parlargli nuovamente, di stare a tavola ancora una volta con lui. Sono quasi tutti pescatori, gente solida, concreta. Non dei visionari, non dei mistici o degli illusi seguaci di un fantasma pronti a scommettere la loro vita per andar dietro a una consolatoria proiezione mentale. Ci sono dunque indizi storici che riguardano le apparizioni del Nazareno? Jacques Perret, docente di Storia romana alla Sorbona di Parigi, a fine carriera, nel 1984, volle esaminare da storico quei racconti. E scrisse: «Quando ci si rifiuta di credere alla resurrezione di Gesù, non è per motivi storici. La storia, per quanto ne è capace, non solo non contraddice, ma porta a giudicare come più probabile tra tutte le ipotesi che gli evangelisti riferiscano con sostanziale verità ciò che è davvero successo». L’indizio più importante è l’impossibilità di giustificare con le categorie della storia e della sociologia l’imprevedibile «Big Bang» che sta all’origine del cristianesimo: il fatto che quei primi apostoli, distrutti dopo la morte in croce del loro messia, si siano improvvisamente trasformati in instancabili annunciatori della sua risurrezione. «Il fatto sorprendente della resurrezione», scrive il biblista José Miguel García nel libro «Il protagonista della storia» (Rizzoli), «è l’unica ragione veramente esplicativa dell’esistenza della predicazione cristiana». Lo storico deve ammettere di non essere in grado di spiegare la genesi della fede pasquale. Quella fede che nessun documento, nessuna prova, nessuna scoperta archeologica ha mai potuto mettere in discussione.

Che notizia...


tratto dal blog Alezeia

Lo Stato del Vaticano ha promulgato una legge che obbliga le donne cattoliche a “concedersi” al marito senza opporre resistenza, vieta loro di uscire di casa, di cercare lavoro o anche di andare dal dottore senza il permesso del consorte, e affida la custodia dei figli esclusivamente ai padri e ai nonni.

E’ successo il finimondo: enormi cortei di femministe furibonde hanno invaso le principali metropoli; 253 associazioni non governative guidate da Amnesty International ed Emergency hanno lanciato una campagna internazionale per lo sbattezzo; all’ONU 182 Paesi hanno votato l’espulsione della Santa Sede; il Parlamento Europeo sta dibattendo una direttiva che tolga la cittadinanza ad ogni cattolico praticante sul territorio dell’UE; al G20 di Londra i NoGlobal marceranno insieme alle delegazioni governative per protestare contro il Papa; tutti i radicali hanno iniziato simultaneamente uno sciopero della fame, della sete e della pipì (per forza …)

MA DAI !!! Ci sei cascato? NON CI POSSO CREDERE !

E’ tutto falso: la legge l’ha fatta un Paese islamico, non il Vaticano; e naturalmente nel resto del mondo non è successo proprio nulla.

Cristo è veramente Risorto - 2


di don Tullio Rotondo

Consideriamo anzitutto la storicità dei fatti

Il testo del Vangelo della s. Messa del giorno di Pasqua (Gv. 20,1-8) contiene in realtà molte verità nascoste. Vediamo meglio:


Vangelo Gv 20, 1-9
Egli doveva risuscitare dai morti.

Dal vangelo secondo Giovanni

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.



Esaminiamo alcune verità nascoste nel testo:

1) le bende sono ritrovate da s. Giovanni e s. Pietro precisamente come erano quando i discepoli avevano avvolto Gesù, ma Gesù non era più in esse; Gesù era passato attraverso le bende senza muoverle; se l’avessero trafugato certamente avrebbe dovuto farlo frettolosamente e non avrebbero pensato a perdere tempo a risistemare i lenzuoli nello stesso modo in cui erano al momento della sepoltura del Signore, anzi probabilmente non avrebbero mai potuto risistemarli in modo uguale ….

2) inoltre le donne avevano cosparso il corpo del Signore di mirra e aloe, ma queste sostanze fanno che il corpo si attacchi alle bende, come dice s. Agostino
“Neque enim, si quidem eum transtulissent, corpus eius denudassent; neque si furati essent, huius rei fuissent solliciti, ut levarent sudarium et involverent et ponerent in unum locum seorsum a linteaminibus, sed simpliciter ut se habebat suscepissent corpus. Ideo enim ioannes praemiserat quoniam sepultus est cum myrrha, quae conglutinat corpori linteamina, ut non decipiaris ab his qui dicunt eum furto sublatum esse.” (cfr. s. Thomae Aquinatis “Catena Aurea in Ioannem” c. 20 l.1); questo significa che se avessero trafugato il corpo, data la presenza delle guardie, anzitutto non avrebbero pensato a staccare le bende, e poi, seppure le avessero staccate, certamente non le avrebbero risistemate allo stesso modo preciso in cui erano allorché il corpo era avvolto in esse perché dei ladri non fanno certamente le cose con calma e soprattutto non potevano fare delle cose con calma delle persone che hanno contro il potere romano e il potere ebraico e che rischiano di morire se sono scoperti a trafugare il cadavere di Cristo…anzi, probabilmente era realmente impossibile rimettere le bende allo stesso modo…

3) il sudario messo sul capo di Cristo era a parte ; s. Agostino afferma che anche questo è un segno di Risurrezione perché un ladro non avrebbe mai messo da parte il sudario né avrebbe potuto estrarre il sudario dai lenzuoli funerari lasciati come erano al momento della morte del Signore . Il sudario si era presumibilmente attaccato al corpo di Cristo e con esso i teli; il sudario era sul volto di Cristo, quindi era sotto ai veli; il fatto che il sudario stia a parte è un ulteriore miracolo di Cristo perché Cristo ha fatto passare attraverso i teli, senza toccarli, il sudario che stava sotto di essi;

4) è s. Giovanni che si accorge di tutte queste indicazioni della Risurrezione di Cristo perché questo Apostolo ha una speciale capacità di pentrazione della realtà per scoprire il manifestarsi di Cristo: sarà appunto s. Giovanni che, qualche tempo dopo, riconoscerà il Signore sul lago di Genezaret allorché Gesù risorto si presenterà ai discepoli che andranno a pescare (Gv. 21).

Cristo è veramente Risorto - 1



Innanzitutto Santa Pasqua a tutti! Alla faccia di chi teologo, materialista o teologo-materialista vuol ridurre l'evento più significativo della storia, la Resurrezione di Gesù, ad una semplice teoria, il Santo Padre ha voluto per l'ennesima volta ribadire:
la Resurrezione "non è una teoria, ma una realtà storica rivelata dall'Uomo Gesù Cristo mediante la sua 'pasqua', il suo 'passaggio', che ha aperto una 'nuova via' tra la terra e il Cielo".

"L'annuncio della risurrezione del Signore illumina le zone buie del mondo in cui viviamo", ha detto il Pontefice riferendosi particolarmente "al materialismo e al nichilismo, a quella visione del mondo che non sa trascendere ciò che è sperimentalmente constatabile, e ripiega sconsolata in un sentimento del nulla che sarebbe il definitivo approdo dell'esistenza umana".

"Se Cristo non fosse risorto, il 'vuoto' sarebbe destinato ad avere il sopravvento. Se togliamo Cristo e la sua risurrezione, non c'è scampo per l'uomo e ogni sua speranza rimane un'illusione".

Con la resurrezione di Cristo, tuttavia, "non è più il nulla che avvolge ogni cosa, ma la presenza amorosa di Dio".

Grazie Santo Padre!

sabato 11 aprile 2009

Tendopoli. Missione speranza!

Rigiro un comunicato che ho trovato nel sito della Tendopoli, rivolto ai cari amici Tendopolisti.

fonte http://www.tendopoli.it/index.php

Cari Amici Tendopolisti,

dopo questi giorni di profondo dolore per il terremoto che ha sconvolto e sta sconvolgendo l'Abruzzo non possiamo non pensare alla Pasqua imminente, alla rinascita e soprattutto alla Resurrezione.

Noi giovani siamo chiamati a portare un concreto aiuto ai giovani, bambini, anziani colpiti, attraverso l'animazione pastorale, portando un po' di gioia tra le tende, portando quella gioia che solo Gesù Cristo sa donare e la nostra cara Federica questo l'aveva capito, lo viveva davvero.

La Protezione Civile e la Caritas stanno chiedendo la disponibilità, per i prossimi mesi, di religiosi e Giovani legati alla Pastorale Giovanile e ai vari Movimenti ed Associazioni. I giorni di disponibilità richiesti sono di almeno una settimana.

LA TENDOPOLI VUOLE PRENDERE PARTE ATTIVA A QUESTA INIZIATIVA.

PERTANTO, CHIUNQUE DI VOI FOSSE INTERESSATO E AVESSE LA DISPONILITA' TEMPORALE, SEGNALASSE AL PIU' PRESTO LA PROPRIA ADESIONE A PADRE FRANCESCO CORDESCHI alla seguente email: f.cordeschi@tendopoli.it o al numero telefonico: 335.326313,

DICHIARANDO LE SEGUENTI GENERALITA':

- Nome e Cognome

- Luogo e data di nascita (solo maggiorenni e non sono ammesse deroghe)

- Città di residenza e se appartenente ad un Gruppo Tend

- Recapito telefonico ed e-mail

- Disponiblità per la permanenza [da ... a ...] (è bene che la disponibilità sia almeno di una settimana)

Spesso questi avvenimenti così tragici ci permettono (probabilmente “costringono”) di recuperare quella dimensione di dipendenza totale da Qualcun altro che la frenesia del quotidiano e le numerose distrazioni superflue ci fanno perdere di vista.
Fiduciosi in una vostra generosa risposta a questo appello di aiuto concreto, vi abbracciamo e auguriamo ancora una Santa Pasqua.


Federica Moscardelli, chicco di grano maturato ai piedi della Croce!


E quando i miei piedi saranno stanchi di camminare incontro a te verrò.


E quando le mie mani saranno stanche di lavorare incontro a te verrò.


E quando i miei occhi saranno stanchi di guardare incontro a te verrò.


E quando il mio cuore sarà stanco di battere,


Tu mi verrai incontro e mi porterai con Te.


Fa, o Signore, che tutto di me possa essere stanco,


ma mai il mio cuore di amare.


(Federica)

Queste parole sono di Federica Moscardelli, 24 anni, studentessa di medicina, impegnata nella sua parrocchia, nella croce bianca e responsabile di un Gruppo della Tendopoli di San Gabriele.
Non c'è nemmeno una foto, tra le tante che ho visionato, che non la ritraggano sorridente!
Chi l'ha conosciuta può testimoniare che la gioia e la voglia di vivere non le mancavano di certo.

Anche lei, ha perso la vita nel terribile terremoto che ha sconvolto l'abruzzo, ma il chicco di grano se non muore non porta frutto e dopo la sua nascita in cielo iniziano già a vedersi i primi segni di resurrezione.

Eccovi la testimonianza di Daniele, tendopolista come Federica.

Inizio a scrivere quando il saluto di tutti noi amici si è unito a quello dei tuoi cari nella tua Montorio...

Con una grande pena al cuore, ma con la tua risata che mi risuona in testa gioiosa, il tuo grande sorriso con quegli occhi semichiusi che ti rendeva inconfondibile, qualche tua ironica esternazione in dialetto anche nelle situazioni più serie che smorzavano tutto e volevano dire sempre "su, andiamo avanti..."

Sempre avanti, con una forza che a me scuoteva e spronava, meravigliandomi. Uno dei tanti ricordi le giornate a San Gabriele a montare le strutture della Tendopoli, alla fine di luglio, te in calzoncini e maglietta Tend, guanti alla mano, sole a picco, abbastanza sudati, sorriso, avanti ed indietro, ridendo come scemi per ogni stupidaggine, caricando, scaricando, salendo, scendendo, dalla mattina alle 9 alla sera alle 7.

E poi... tu ci salutavi, normalmente, una doccia a casa e quindi turno notturno in Croce Bianca!! Con la carica e la forza di chi sa quello che deve fare, lo fa, lo sente, non si domanda molto, parte e va avanti...

Stavi avanti, Fe', e ce ne rendevamo conto, anche prima di questo tragico evento. Umilmente avanti a noi!! Con una costante e pacata solerzia ed attenzione, umana e spirituale.

L'ultimo incontro responsabili, durante la penitenziale, davanti al Santissimo, quel quaderno aperto sulle ginocchia, fitto di scritti, parole, pensieri, tu chinata con immensa concentrazione e passione a scrivere, scrivere, scrivere... Io e Francesca che ci guardiamo, ammirati e sorridenti per questa tua santa mania di appuntarti tutto, di segnare in maniera indelebile quello che la tua anima e il tuo cuore carpivano, sondavano, facevano emergere in ogni cosa. In silenzio, se c'era bisogno di non dire. In piedi e a voce chiara, se c'era bisogno di farsi sentire.

Due flash che ognuno di noi moltiplicherebbe per 1000, nel cassetto dei ricordi: e questo è uno dei doni che la ns amicizia con te ci lascia, il segno di cose fatte insieme, parole dette insieme, progetti pensati insieme, silenzi condivisi insieme.

Mantenerti e custodirti nel ns cuore non sarà difficile per noi: di miracoli ne hai fatti, molti te li abbiamo scritti, altri detti personalmente, molti sono privati ma vivi nella ns memoria, altri ce li siamo passati con lo sguardo. In questi giorni, poi, quando le notizie non c'erano o erano brutte, ci siamo creati tra di noi, tuoi amici, un filo di condivisione e sentimento immenso in cui tu eri il collante. E lo sai bene oggi quello che hai generato tra noi. E non solo...

Alcuni ns amici, che non avevamo in comune con te, tramite il ns dire e sperare e pregare ti hanno conosciuta in questi drammatici momenti, perché tu ci hai "costretti" a presentarti a loro, ci hai "costretto" a dirgli chi era la Piccola Fe' che muoveva un mare tale di amore... e tanti ci hanno detto grazie di averti presentato!

L'immagine che voglio lasciarmi è quella di te che mi saluti all'incontro responsabili, avevo una delle mie pashmine che tanto ti facevano ridere, mi hai preso in giro perché sempre "così troppo fashion, DJ Patassa": ti ho rivista, anche in quella gioia di rincontrarci, sempre, sorridente, così avanti a me, a noi...

Resta avanti, resta in testa, Fe! Non smettere di farci da guida, ne abbiamo bisogno tutti per il nostro domani qui!

Ti mando un abbraccio in quel Cristo che senza tante bandiere era per te l'unico scopo della tua vita! Quel Cristo che con la Croce ci ha aperto alla Resurrezione: anche tu ci hai fatto vedere che bisogna salirci su quella croce, senza tante chiacchiere e con la solarità di un sorriso.
Ciao.


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Padre Raniero Cantalamessa: "La croce è motivo di speranza"


Eccovi l'Omelia del Venerdì Santo di padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia. Particolarmente interessanti gli spunti attualizzanti: il riferimento agli ateobus, alla crisi economica e al recente terremoto che ha sconvolto la popolazione aquilana.
Buona lettura.
P.S. Le evidenziazioni sono mie.

“Christus factus est pro nobis oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis”: “Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte. E alla morte di croce”. Nel bi-millenario della nascita dell’apostolo Paolo, riascoltiamo alcune sue fiammeggiati parole sul mistero della morte di Cristo che stiamo celebrando. Nessuno meglio di lui può aiutarci a comprenderne il significato e la portata.

Ai Corinzi scrive a modo di manifesto: “I Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Cor 1, 22-24). La morte di Cristo ha una portata universale: ”Uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti” (2 Cor 5, 14). La sua morte ha dato un senso nuovo alla morte di ogni uomo e di ogni donna.

Agli occhi di Paolo la croce assume una dimensione cosmica. Su di essa Cristo ha abbattuto il muro di separazione, ha riconciliato gli uomini con Dio e tra di loro, distruggendo l’inimicizia (cf. Ef. 2,14-16). Da qui la primitiva tradizione svilupperà il tema della croce albero cosmico che con il braccio verticale unisce cielo e terra e con il braccio orizzontale riconcilia tra loro i diversi popoli del mondo. Evento cosmico e nello stesso tempo personalissimo: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me!” (Gal 2, 20). Ogni uomo, scrive l’Apostolo, è “uno per cui Cristo è morto” (Rom 14,15).

Da tutto ciò nasce il sentimento della croce, non più come castigo, rimprovero o argomento di afflizione, ma gloria e vanto del cristiano, cioè come una giubilante sicurezza, accompagnata da commossa gratitudine, alla quale l’uomo si innalza nella fede: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Gal 6, 14).

Paolo ha piantato la croce al centro della Chiesa come l’albero maestro al centro della nave; ne ha fatto il fondamento e il baricentro di tutto. Ha fissato per sempre il quadro dell’annuncio cristiano. I vangeli, scritti dopo di lui, ne seguiranno lo schema, facendo del racconto della passione e morte di Cristo il fulcro verso cui tutto è orientato.

Si resta stupiti di fronte all’impresa portata a termine dall’Apostolo. Per noi oggi è relativamente facile vedere le cose in questa luce, dopo che la croce di Cristo, come diceva Agostino, ha riempito la terra e brilla ora sulla corona dei re [1] . Quando Paolo scriveva, essa era ancora sinonimo della più grande ignominia, qualcosa che non si doveva neppure nominare tra persone educate.

* * *

Lo scopo dell’anno paolino non è tanto quello di conoscere meglio il pensiero dell’Apostolo (questo gli studiosi lo fanno da sempre, senza contare che la ricerca scientifica richiede tempi più lunghi di un anno); è piuttosto, come ha ricordato in più occasioni il Santo Padre, quello di imparare da Paolo come rispondere alle sfide attuali della fede.

Una di queste sfide, forse la più aperta mai conosciuta fino ad oggi, si è tradotta in uno slogan pubblicitario scritto sui mezzi di trasporto pubblico di Londra e di altre città europee: “Dio probabilmente non esiste. Dunque smetti di tormentarti e goditi la vita”: There’s probably no God. Now stop worrying and enjoy your life.”

L’elemento di maggior presa di questo slogan non è la premessa “Dio non esiste”, ma la conclusione: “Goditi la vita!” Il messaggio sottinteso è che la fede in Dio impedisce di godere la vita, è nemica della gioia. Senza di essa ci sarebbe più felicità nel mondo! Paolo ci aiuta a dare una risposta a questa sfida, spiegando l’origine e il senso di ogni sofferenza, a partire da quella di Cristo.

Perché “era necessario che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria”? (Lc 24, 26).
A questa domanda si dà talvolta una risposta “debole” e, in un certo senso, rassicurante. Cristo, rivelando la verità di Dio, provoca necessariamente l’opposizione delle forze del male e delle tenebre e queste, come era avvenuto nei profeti, porteranno al suo rifiuto e alla sua eliminazione. “Era necessario che il Cristo patisse” andrebbe dunque inteso nel senso di “era inevitabile che il Cristo patisse”.

Paolo da una risposta “forte” a quella domanda. La necessità non è di ordine naturale, ma soprannaturale. Nei paesi di antica fede cristiana si associa quasi sempre l’idea di sofferenza e di croce a quella di sacrificio e di espiazione: la sofferenza, si pensa, è necessaria per espiare il peccato e placare la giustizia di Dio. È questo che ha provocato, in epoca moderna, il rigetto di ogni idea di sacrificio offerto a Dio e, per finire, l’idea stessa di Dio.

Non si può negare che talvolta noi cristiani abbiamo prestato il fianco a questa accusa. Ma si tratta di un equivoco che una migliore conoscenza del pensiero di san Paolo ha ormai definitivamente chiarito. Egli scrive che Dio ha prestabilito Cristo “a servire come strumento di espiazione” (Rom 3,25), ma tale espiazione non opera su Dio per placarlo, ma sul peccato per eliminarlo. “Si può dire che sia Dio stesso, non l’uomo, che espia il peccato... L’immagine è più quella della rimozione di una macchia corrosiva o la neutralizzazione di un virus letale che quella di un’ira placata dalla punizione” [2].

Cristo ha dato un contenuto radicalmente nuovo all’idea di sacrificio. In esso “non è più l’uomo ad esercitare un’influenza su Dio perché questi si plachi. Piuttosto è Dio ad agire affinché l’uomo desista dalla propria inimicizia contro di lui e verso il prossimo. La salvezza non inizia con la richiesta di riconciliazione da parte dell’uomo, bensì con la richiesta di Dio: ‘Lasciatevi riconciliare con Lui” (1 Cor 2,6 ss)” [3].

Il fatto è che Paolo prende sul serio il peccato, non lo banalizza. Il peccato è, per lui, la causa principale dell’infelicità degli uomini, cioè il rifiuto di Dio, non Dio! Esso rinchiude la creatura umana nella “menzogna” e nella “ingiustizia” (Rom 1, 18 ss.; 3, 23), condanna lo stesso cosmo materiale alla “vanità” e alla “corruzione” (Rom 8, 19 ss.) ed è la causa ultima anche dei mali sociali che affliggono l’umanità.

Si fanno analisi a non finire della crisi economica in atto nel mondo e delle sue cause, ma chi osa mettere la scure alla radice e parlare di peccato? L’elite finanziaria ed economica mondiale era diventata una locomotiva impazzita che avanzava a corsa sfrenata, senza darsi pensiero del resto del treno rimasto fermo a distanza sui binari. Stavamo andando tutti “contromano”.

L’Apostolo definisce l’avarizia insaziabile una “idolatria” (Col 3,5) e addita nella sfrenata cupidigia di denaro “la radice di tutti i mali” (1 Tim 6,10). Possiamo dargli torto? Perché tante famiglie ridotte al lastrico, masse di operai che rimangono senza lavoro, se non per la sete insaziabile di profitto da parte di alcuni? E perché, nel terremoto degli Abruzzi di questi giorni, sono crollati tanti palazzi costruiti di recente? Cosa aveva indotto a mettere sabbia di mare al posto del cemento?


* * *

Con la sua morte, Cristo però non ha soltanto denunciato e vinto il peccato; ha anche dato un senso nuovo alla sofferenza, anche a quella che non dipende dal peccato di nessuno, come, appunto, il dolore di tante vittime del terremoto che ha sconvolto la vicina regione dell’Abruzzo. Ne ha fatto una via alla risurrezione e alla vita. Il senso nuovo dato da Cristo alla sofferenza non si manifesta tanto nella sua morte, quanto nel superamento della morte, cioè nella risurrezione. “È morto per i nostri peccati, è risorto per la nostra giustificazione” (Rom 4, 25): i due eventi sono inseparabili nel pensiero di Paolo e della Chiesa.

E’ un’esperienza umana universale: in questa vita piacere e dolore si susseguono con la stessa regolarità con cui, al sollevarsi di un’onda nel mare, segue un avvallamento e un vuoto che risucchia indietro il naufrago. “Un so che di amaro - ha scritto il poeta pagano Lucrezio - sorge dall’intimo stesso di ogni piacere e ci angoscia in mezzo alle delizie” [4]. L’uso della droga, l’abuso del sesso, la violenza omicida, sul momento danno l’ebbrezza del piacere, ma conducono alla dissoluzione morale, e spesso anche fisica, della persona.

Cristo, con la sua passione e morte, ha ribaltato il rapporto tra piacere e dolore. Egli “in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottomise alla croce” (Eb 12,2). Non più un piacere che termina in sofferenza, ma una sofferenza che porta alla vita e alla gioia. Non si tratta solo di un diverso susseguirsi delle due cose; è la gioia, in questo modo, ad avere l’ultima parola, non la sofferenza, e una gioia che durerà in eterno. “Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rom 6,9). E non lo avrà neppure su di noi.

Questo nuovo rapporto tra sofferenza e piacere si riflette nel modo di scandire il tempo della Bibbia. Nel calcolo umano, il giorno inizia con la mattina e termina con la notte; per la Bibbia comincia con la notte e termina con il giorno: “E fu sera e fu mattina: primo giorno”, recita il racconto della creazione (Gen 1,5). Non è senza significato che Gesù morì di sera e risorse di mattino. Senza Dio, la vita è un giorno che termina nella notte; con Dio è una notte che termina nel giorno, e un giorno senza tramonto.

Cristo non è venuto dunque ad aumentare la sofferenza umana o a predicare la rassegnazione ad essa; è venuto a darle un senso e ad annunciarne la fine e il superamento. Quello slogan sui bus di Londra e di altre città viene letto anche da genitori che hanno un figlio malato, da persone sole, o rimaste senza lavoro, da esuli fuggiti dagli orrori della guerra, da persone che hanno subito gravi ingiustizie nella vita… Io cerco di immaginare la loro reazione nel leggere le parole: “Probabilmente Dio non c’è: goditi dunque la vita!” E con che?

La sofferenza resta certo un mistero per tutti, specialmente la sofferenza degli innocenti, ma senza la fede in Dio essa diventa immensamente più assurda. Le si toglie anche l’ultima speranza di riscatto. L’ateismo è un lusso che si possono concedere solo i privilegiati della vita, quelli che hanno avuto tutto, compresa la possibilità di darsi agli studi e alla ricerca.

* * *

Non è la sola incongruenza di quella trovata pubblicitaria. “Dio probabilmente non esiste”: dunque, potrebbe anche esistere, non si può escludere del tutto che esista. Ma, caro fratello non credente, se Dio non esiste, io non ho perso niente; se invece esiste, tu hai perso tutto! Dovremmo quasi ringraziare chi ha promosso quella campagna pubblicitaria; essa ha servito alla causa di Dio più che tanti nostri argomenti apologetici. Ha mostrato la povertà delle sue ragioni ed ha contribuito a scuotere tante coscienze addormentate.

Dio però ha un metro di giudizio diverso dal nostro e se vede la buona fede, o una ignoranza incolpevole, salva anche chi in vita si è affannato a combatterlo. Ci dobbiamo preparare a delle sorprese, a questo riguardo, noi credenti. “Quante pecore ci sono fuori dell’ovile, esclama Agostino, e quanti lupi dentro!”: “Quam multae oves foris, quam multi lupi intus!” [5].

Dio è capace di fare dei suoi negatori più accaniti, i suoi apostoli più appassionati. Paolo ne è la dimostrazione. Che cosa aveva fatto Saulo di Tarso per meritare quell’incontro straordinario con Cristo? Che cosa aveva creduto, sperato, sofferto? A lui si applica ciò che Agostino diceva di ogni elezione divina: “Cerca il merito, cerca la giustizia, rifletti e vedi se trovi altro che grazia” [6] . È così che egli spiega la propria chiamata: “Io non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono” (1 Cor 15, 9-10).

La croce di Cristo è motivo di speranza per tutti e l’anno paolino un’occasione di grazia anche per chi non crede ed è in ricerca. Una cosa parla a loro favore davanti a Dio: la sofferenza! Come il resto dell’umanità, anche gli atei soffrono nella vita, e la sofferenza, da quando il Figlio di Dio l’ha presa su di sé, ha un potere redentivo quasi sacramentale. È un canale, scriveva Giovanni Paolo II nella “Salvifici doloris”, attraverso cui le energie salvifiche della croce di Cristo sono offerte all’umanità [7].

All’invito a pregare “per coloro che non credono in Dio”, seguirà, tra poco, una toccante preghiera in latino del Santo Padre. Tradotta in italiano, essa dice così: “Dio onnipotente ed eterno, tu hai messo nel cuore degli uomini una così profonda nostalgia di te, che solo quando ti trovano hanno pace: fa’ che, al di là di ogni ostacolo, tutti riconoscano i segni della tua bontà e, stimolati dalla testimonianza della nostra vita, abbiano la gioia di credere in te, unico vero Dio e Padre di tutti gli uomini. Per Cristo nostro Signore.

Venerdì Santo



di Eugenio Marrone

E' MORTO GESU'......e l'ho ucciso io!!!
Durante la Via Crucis di oggi ho sentito forte la voce del cuore che mi gridava dentro "Gesù è morto!!!!....e l'ho ucciso io!!!"
sì, perchè quando giudico e disprezzo mio fratello, io schiaffeggio Cristo;
sì, perchè quando imbroglio il mio prossimo, io condanno Gesù;
sì, perchè quando uso del nome di Cristo per i miei interessi, inchiodo Gesù alla Croce;
sì, perchè quando io corro dietro ad idoli che non parlano, che non respirano, che danno la morte, al denaro, al successo, al potere, io mi disinteresso di quell'Uomo-Dio che sta salendo il Calvario carico del legno della Croce che invece dovrei portare io; sì perchè quando preferisco il divertimento e lo svago al dare alla domenica il suo giusto valore in relazione a Dio, io dico a Gesù che scenda dalla Croce e poi crederò;
sì, perchè quando manco di rispetto ai miei genitori o ai miei figli ai miei fratelli, è come se sputassi in faccia a Gesù;
sì, perchè quando guardo con desiderio le cose degli altri o peggio la donna degli altri, è come se disprezzassi il corpo di Gesù;
sì, perchè ogni mio peccato mortale è un colpo di lancia al cuore di Cristo; sì, perchè io ho le mani sporche di sangue, del sangue innocente, ogni volta che mi comporto secondo i miei piaceri anzichè secondo la Sua legge. E se mi accorgo di questo, benedico il Signore perchè il mio cuore ancora non è del tutto indurito e non mi impedisce ancora di sentire la voce del Crocifisso "Oggi sarai con me in Paradiso!". Sì, mio Signore,non ho nulla da donarti, nulla di buono,

MISERERE DOMINE! ABBI PIETA' di ME!

Con Papa Benedetto, voglio gridare però al mondo che possiamo ancora cantare insieme un inno di speranza e vogliamo dire a noi stessi che tutto non è perduto nei momenti di difficoltà. La Croce e la morte non sono la parola FINE della nostra vita, ma l'INIZIO, un inizio raggiate, bellissimo, stupendo, di vita nuova.

Anche sotto la superficie di calamità naturali, guerre, rivoluzioni e conflitti di ogni genere, vi è una presenza silenziosa, vi è un'azione divina mirata.

Quando le cattive notizie si susseguono, siamo oppressi dall'ansia. Quando la disgrazia ci colpisce piu' da vicino, ci scoraggiamo. Quando una calamità fa di noi le sue vittime, la fiducia in noi stessi è del tutto scossa e la nostra fede è messa alla prova, ma non tutto è ancora perduto. In verità in tempi difficili non vediamo nessun motivo per credere e sperare. Eppure crediamo. Eppure speriamo. Perchè c'è un Dio che se permette il dolore e l'afflizione, è capace di trasformare il male in bene. Non è il terremoto che uccide l'uomo, ma sono le macerie che gli cadono addosso; non è la morte che pone fine alla vita dell'uomo, ma il peccato, che gli toglie la speranza e gli chiude la visione del Cielo.

Maria, madre nostra, quanto hai sofferto al vedere Tuo Figlio, giusto, condannato e giustiziato tra umiliazioni, percosse, ingiurie, su un patibolo infame?

Aiutaci, Maria, a portare la Croce di ogni giorno fino al nostro Calvario, luogo di salvezza, che ci aprirà la porta del cielo. Domani, sabato santo, ci sarai solo tu perchè il Re è morto, e...l'ho ucciso io!!! Ma.... non finisce qui...il Signore dona a tutti la conversione, se lo vogliamo, e ci assicura che la nostra croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre "Collocazione provvisoria", perchè....dopo tre giorni si RISORGE!!!!!

venerdì 10 aprile 2009

Tentazioni Pasquali



Cosa disse il demonio, attraverso i farisei, a Cristo Crocifisso?

“Scendi alla Croce!”

Le stesse cose il demonio dice a noi: scendi dalla Croce , cioè non pregare incessantemente, non vivere secondo i comandamenti, non volere essere santo, non essere obbediente, non essere casto, non fare penitenza...
Infatti il demonio a differenza nostra sa bene che non si giunge alla Risurrezione se non passando per la Croce e quindi allontanandoci dalla Croce ci allontana dalla Risurrezione e ci avvicina alla morte eterna……

Furbo, vero?


giovedì 9 aprile 2009

Sei tu Gesù?

Un bellissimo PowerPoint di Eugenio Marrone che vi presentiamo sotto forma di filmato.


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La commovente testimonianza di un giornalista


da Il Sussidiario.net

Da uomo e giornalista la mia speranza tra le macerie

Fu un boato lungo che pareva interminabile. Ti svegli all’improvviso alle 3:30 di notte, anche mia figlia che alla mattina quando deve andare a scuola aspetta l’ultimo secondo per alzarsi. Attimi di paura e la mia mente è subito corsa all’Aquila dove lavoro, dove dal dicembre scorso si convive con continue scosse di terremoto più o meno forti, che lasciavano presagire la botta forte. Tanto è stato; tempo di infilarmi una maglia ed ero in autostrada per correre al lavoro.

In viaggio il pensiero ai colleghi: i telefonini sono isolati ed è impossibile contattarli. La prima che mi chiama è Angela che tra panico e lacrime mi racconta della sua casa che non c’è più, del desiderio di raggiungere la madre, di scoprire se è ancora viva in un paesino sotto il Gran Sasso.

L’autostrada dopo di me è chiusa al traffico, un viadotto è lesionato. Al diavolo il mestiere del giornalista, sono le persone il primo pensiero, la cronaca arriverà dopo.

Cerco di sentire tutti, ma tutti è impossibile. A L’Aquila l’apocalisse, il centro storico si presenta come quella città bombardata che si è soliti vedere di sfuggita nei telegiornali, mentre si parla e si pensa ad altro. Invece il dramma qui è di ciascuno, la solidarietà verso tutti. L’emozione è forte quando vedo nel buio della notte un padre scavare a mani nude tra le macerie. Urla “Benedetta”, il nome di sua figlia, un’invocazione. Benedetta è persa tra le macerie e ripenso ai miei figli e lì capisco che proprio miei non sono fino in fondo: c’è un destino, a volte amaro per ciascuno di noi. Mi emoziono e sento il bisogno di pregare per i miei, per le persone a cui voglio bene. Al diavolo il mestiere del giornalista, ma bisogna ricominciare a raccogliere notizie quasi cinicamente, perché alla fine bisogna scrivere i numeri, le statistiche.

È bello scrivere qui ciò che su un foglio di carta non potrete leggere mai: il mio essere uomo in mezzo alla gente, per strada. Tanti sono in pigiama col freddo della notte e arrivano i primi dati drammatici: è crollata la Casa dello studente e molti sono i dispersi, i pianti, la disperazione degli amici, le richieste di interventi. Giro a caso la città, la mia redazione non è più tale, si lavorerà chiusi in macchina senza corrente, con i telefonini che presto sono scarichi. È crollata la Prefettura, tante chiese con le volte distrutte e in Piazza Duomo anche la chiesa della Anime Sante, dove all’interno non c’è più nulla, neanche la statua di Sant’Emidio, protettore dei terremoti, che si dice sia passato di qui durante la sua vita. Dentro quella chiesa, ricordo la messa della scorsa settimana voluta dal Vescovo, mons. Giuseppe Molinari: l’ha officiata per invocare la protezione del Santo.

Case sventrate, l’attenzione si ferma lungo via XX settembre, una delle zone più colpite, davanti a un collegio di suore. Non c’è la parete esterna, dentro si vede un piccolo altare e sopra la statua della Madonna. È in piedi, oltre il terremoto. Scatto una foto con il cellulare e mi trovo ancora una volta di fronte a Dio. Più forte del mio lavoro, più pesante di tante altre volte: sono in questi momenti che scopri la tua debolezza, la tua impotenza. Troppo facile, si potrebbe dire, affidarsi a Cristo in questi momenti. Non è così, è reale affidarsi a Cristo in questi momenti, affidare le persone più belle. Lacrime e disperazione, ma anche tanta solidarietà. Persone in pigiama che si offrivano a chi aveva bisogno per scavare, ma anche per una sola parola di conforto.

Al diavolo il mestiere di giornalista. Ti chiamano tutti quando sanno che sei sul posto: La7, Studio Aperto, Radio 24, la diretta con il Tg4, poi anche ilsussidiario.net, ma in questo caso mi sono sentito me stesso: tirare fuori quanto accumulato in queste ore, ritrovare me stesso verso l’infinito dopo tanto tempo passato ad osservare quello che stava succedendo, un guardarmi dentro che ha messo a fuoco la fragilità del mondo intorno.

Si torna al mestiere, si corre alla conferenza stampa. Ci sono proprio tutti, da Berlusconi accompagnato dai ministri Maroni e Matteoli, a Bertolaso. Poi il presidente della Regione, quello del Provincia, il sindaco. Si tirano i primi bilanci, si descrivono gli interventi, si esalta la capacità delle istituzioni nel pronto intervento, si promettono i soldi. La gente pensa alla prossima notte da passare in una tendopoli, oppure in auto, o in uno dei tanti alberghi messi a disposizione sulla costa abruzzese, lontano dal terremoto.

La giornata scorre via veloce, non vedo l’ora di tornare a casa a riguardare il volto dei miei figli e penso al mio collega, a cui il terremoto ne ha strappati due. E penso alla statua della Madonna: un richiamo, un avvertimento, ma anche una presenza, un modo di rincuorarmi, per lavorare con più attenzione, per riconoscere la presenza di un disegno grande nel dolore della gente.


(Fabio Capolla, Giornalista de Il Tempo)