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mercoledì 11 aprile 2012

Quanta tristezza quando ci si dimentica di Gerusalemme



Alcuni giorni il dolore è così forte da anestetizzare il cuore, da non permettere di riconoscere che il Signore della vita è vicino. Ci si ferma con troppa facilità ad una croce per la morte e non per la vita.

Come i due discepoli di Emmaus ci si affretta a fuggire da Gerusalemme, dalla croce e dal sepolcro. La sofferenza fa paura. Fa ancora più paura quando non si comprende che è stata redenta, che la morte, la sua più estrema conseguenza, è stata vinta. Allora subentra la tristezza. 
Si è tristi ogni volta che ci si dimentica di Gerusalemme, o quando pensando ad essa ci si ferma ad una croce ed un sepolcro sigillato. No, Gerusalemme è una croce e un sepolcro vuoto! 

I due discepoli tristi parlavano tra loro di quello che era accaduto, del pietoso epilogo di quella storia in cui, a modo loro, avevano creduto. 
Gesù nelle vesti di un pellegrino si fa loro prossimo, si dimostra interessato a quei discorsi ciechi. Ascolta la storia della sua crocifissione, lui, che l'ha vissuta. Egli però, è già oltre e lo dimostra con la sue presenza discreta. E' lì ed essi non comprendono.

Allora Gesù li schiaffeggia con la Parola, li rimprovera per scuoterli dal torpore. 
Dov'è la vostra fede? Non ricordate le profezie e i discorsi fatti? Possibile che il dolore vi abbia resi così ciechi? 

Occorrerà fermarsi, sostare un attimo lungo il cammino per riflettere e comprendere. 
Un gesto semplice, un ritorno di cuore. Un pane che si spezza e le scaglie cadono dagli occhi come briciole sulla mensa. Gesù sparisce, la fede rinasce.

E dopo il tanto parlare per la via, nel silenzio di un'abitazione, diviene chiaro ciò che l'attaccamento al dolore aveva loro impedito di vedere: Gesù è davvero risorto!

martedì 10 aprile 2012

C’è un misterioso "Big Bang" all’origine del cristianesimo


Lo chiamano Big Bang. E' quell'inspiegabile momento in cui tutto ha avuto inizio: la luce, la vita, gli universi, ogni cosa che conosciamo. Un istante, un momento in cui tutto ha avuto inizio. Senza quel momento niente avrebbe avuto senso perché tutto sarebbe stato niente, nulla, buio, oscurità.

Dal buio, dal nulla, con forza dirompente l'universo, i multiuniversi, hanno visto la luce, sono venuti alla luce. 
Venire alla luce, nascere. La vita è frutto di questo scontro tra buio e luce. Anche noi veniamo alla luce, tutto viene alla luce, tutto ciò che vive, tutto ciò che esiste.

C'è poi un altro evento storico analogo al Big Bang, altrettanto rivoluzionario. Anch'esso ha comportato come effetto un radicale cambiamento dell'Universo. E' la Resurrezione di Gesù. Un istante altrettanto inspiegabile del quale da secoli si cercano, invano, le prove. 

Un sepolcro si chiude. Le speranze del mondo sono rinchiuse in una fredda tomba scavata nella roccia. E' buio. Buio fitto per tutti. E' buio per coloro che per anni lo hanno seguito. E' buio per coloro che lo hanno ascoltato. Buio perfino per coloro che da lui sono stati guariti. Tutto è buio e tutto tace. Sembra essersi spenta la luce del mondo, soffocata da quegli stessi uomini che era venuto a salvare. 

Poi un'esplosione di luce, un lampo improvviso e inatteso. Un corpo che scompare. Mille giustificazioni, ancora troppo umane. "Lo hanno portato via", mormorano alcuni. La fede è ancora accecata dalla paura. Eppure quella promessa così oscura fatta prima di morire: "dopo tre giorni risusciterò", comincia lentamente a definire i suoi contorni. E se fosse vero?  Poi l'incontro, gli incontri, i testimoni. Gioia, corse folli. Allora era tutto vero. Doveva risorgere il terzo giorno. Lo ha fatto. Ha vinto la morte! Perfino l'ultimo nemico dell'uomo ha perso la sua battaglia. 
Niente è più come prima. Ora c'è speranza per tutti, per tutti!

In quel giorno, dall'oscurità, ci è stata data una nuova luce. La morte si è trasformata in vita, ogni tenebra è stata rischiarata. Perfino il tempo si è dilatato spalancando orizzonti di eternità. 
Sì, c’è un misterioso "Big bang" all’origine del cristianesimo.


Dall'Omelia di Benedetto XVI in occasione della Veglia Pasquale 2012

[...]La luce rende possibile la vita. Rende possibile l’incontro. Rende possibile la comunicazione. Rende possibile la conoscenza, l’accesso alla realtà, alla verità. E rendendo possibile la conoscenza, rende possibile la libertà e il progresso. Il male si nasconde. La luce pertanto è anche espressione del bene che è luminosità e crea luminosità. È giorno in cui possiamo operare. Il fatto che Dio abbia creato la luce significa che Dio ha creato il mondo come spazio di conoscenza e di verità, spazio di incontro e di libertà, spazio del bene e dell’amore. La materia prima del mondo è buona, l’essere stesso è buono. E il male non proviene dall’essere che è creato da Dio, ma esiste in virtù della negazione. È il "no".

A Pasqua, al mattino del primo giorno della settimana, Dio ha detto nuovamente: "Sia la luce!". Prima erano venute la notte del Monte degli Ulivi, l’eclissi solare della passione e morte di Gesù, la notte del sepolcro. Ma ora è di nuovo il primo giorno, la creazione ricomincia tutta nuova. "Sia la luce!", dice Dio, "e la luce fu". Gesù risorge dal sepolcro. La vita è più forte della morte. Il bene è più forte del male. L’amore è più forte dell’odio. La verità è più forte della menzogna. Il buio dei giorni passati è dissipato nel momento in cui Gesù risorge dal sepolcro e diventa, egli stesso, pura luce di Dio. Questo, però, non si riferisce soltanto a Lui e non si riferisce solo al buio di quei giorni. Con la risurrezione di Gesù, la luce stessa è creata nuovamente. Egli ci attira tutti dietro di sé nella nuova vita della risurrezione e vince ogni forma di buio. Egli è il nuovo giorno di Dio, che vale per tutti noi [...].

sabato 7 aprile 2012

Tutto tace, tutto è compiuto



Tutto tace. Scende il grande silenzio. L'ultima parola sulla croce è stata detta. Ora tutto è compiuto.

Nel sepolcro c'è un corpo che giace inerme e freddo. E' quello del Salvatore del mondo. Ma com'è possibile? Come può un morto salvare? 

E mentre la pesante pietra del sepolcro rotola, svaniscono tante speranze. Pianto, delusione. Ciascuno a casa sua. E' stato bello, ci abbiamo creduto. Oggi diremo, "è stato un grande", "è stato bello per quanto è durato", "ci abbiamo sperato, ma è andata male". 

Tutto tace. Tace tutto, come in questo surreale pomeriggio a Roma. C'è vento, pioggia eppure un misterioso silenzio avvolge la città. E' un silenzio imbarazzante. Nessuna campana, neanche un clacson, strade deserte, eppure domani è Domenica... Tutto è come paralizzato, in attesa. 
Sabato Santo, il giorno del silenzio e dell'attesa. Il giorno più paradossale dell'anno. 

Il corpo di Cristo è in quel Sepolcro, inerme, eppure è il Vincitore. Ha già vinto.
In questo giorno di silenzio, Gesù, però, non rimane inerte. Il grande evangelizzatore che tanto aveva parlato, (per alcuni anche troppo) pur tacendo continua la sua Missione. C'è ancora un popolo da raggiungere. Un popolo sterminato in attesa da secoli. 

Nello Sheol, negli Inferi, nel "luogo delle ombre" dove secondo la tradizione ebraica giacevano inerti le anime dei defunti; in quel silenzio, nel giorno del Grande Silenzio, la Parola di Dio si fa viva presenza. Scende in mezzo ad essi, si fa ad essi solidale...
La stessa Parola di Dio scende nel Silenzio, per dire all'abbandonato "E' finita la tua attesanon temere", e al timoroso "E' tutto finito, ci sono io". E' durato fin troppo quel buio, ora è tempo di Luce. 

La Luce venuta nel mondo e da essa non accolta, squarcia le tenebre degli Inferi e rischiara quel luogo di ombre, lo Sheol.  Poiché non c'è ombra senza una luce, ecco ora la stessa Luce per la quale esse esistono venire a loro. Fugge l'oscurità, e si riscoprono, e si ritrovano. E' festa grande!

Gesù continua la sua missione nonostante il suo corpo, inerme, giaccia su di una fredda roccia
Non è un giorno triste questo Sabato. Rinasce la vita, rinasce la speranza. Tutto è già compiuto e tra poche ore tutto sarà più chiaro.


Celebrazione della Passione del Signore 2012




giovedì 5 aprile 2012

Allora costrinsero un tale che passava



Riflettiamo oggi su una figura appena accennata nei vangeli Sinottici: Simone di Cirene.

Gesù è stato ormai condannato a morte, è un uomo privo di ogni dignità e per questo può essere oggetto di qualsiasi ingiuria.
Inoltre è costretto a portarsi la croce, o meglio il palo trasversale della croce, fino al Golgota dove vi sarà inchiodato.

I vangeli non ci parlano della Via Crucis, la accennano appena, eppure fanno riferimento a quest’uomo che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo. Cirene era una città nordafricana, molto probabilmente Simone era un ebreo della diaspora o un proselito. Ciò che è interessante è il verbo “costrinsero” che usa Marco (15,21).

Simone non avrebbe mai osato portare la croce di un condannato di sua spontanea volontà perché si sarebbe contaminato…. Per il Deuteronomio è “maledetto” chi è appeso ad un palo. Eppure si ritrova faccia a faccia, spalla a spalla con quest’uomo distrutto, bisognoso di tutto….

La sconfitta di Gesù si trasforma ancora una volta in occasione di conversione, classico nello stile di Dio, una situazione di estremo bisogno è l’occasione per Gesù di incrociare gli occhi di un uomo che forse, mai lo avrebbe fatto.

Cosa avrà pensato Simone lungo il tragitto? Avrà detto qualcosa a Gesù? Avrà assistito alla sua crocifissione? Non ci è dato saperlo: i vangeli sono sobri nel descrivere gli atteggiamenti personali dei personaggi, quasi a lasciare spazio alla libera immedesimazione di ognuno di noi in loro. E tuttavia si scorge una novità in Simone di Cirene, Marco lo definisce padre di Alessandro e Rufo, ciò significa che i due erano conosciuti alla prima comunità cristiana. Che Simone avesse riconosciuto in quel Condannato, Dio Onnipotente? E se ciò è accaduto, quale sarà stata la modalità? A noi la risposta…..

Una cosa è certa, se incroci nel tuo cammino Gesù Crocifisso, non potrai mai più essere lo stesso….

mercoledì 4 aprile 2012

Cos'è la Verità?



La riflessione di oggi si sposta su un altro dei personaggi centrali della Passione: Pilato.
Egli rappresenta Roma e quindi rappresenta la Legge ed il diritto, è il burocrate, chiamato a governare, a giudicare ad essere L’imperatore in persona.
Per questo motivo, quando gli viene consegnato Gesù, credendo di avere difronte uno dei tanti malfattori gli pone le classiche domande da giudice, in base alle accuse dei capi dei sacerdoti.
Ma accade qualcosa di strano: si rende conto che quell’Uomo è diverso da tutti quelli che ha incontrato, quell’uomo parla diversamente, il suo “sguardo” è diverso.
Pilato si rende conto che Gesù ha in se “qualcosa” che lo tocca dentro profondamente, come se fosse lui ad essere analizzato dal Nazareno e non il contrario.
E per una volta nella sua vita va in crisi, è costretto a incontrare se stesso, a prendere coscienza delle sue debolezze, delle sue angosce e della sua paura. In questo contesto la maschera del burocrate romano non funziona più.
Spinto da questa inquietudine arriva a chiedere a Gesù : “Che cos’è la verità?” (Gv 18,38)
Ma Gesù che rispetta la libertà dell’uomo tanto da andare a morire, non gli risponde….E’ Pilato stesso che deve arrivarci. Ma la conversione non accade…. La maschera prevale e l’inquietudine di Pilato scivola via nella bacinella dove si lava le mani per non scegliere. La logica umana ha vinto.
Capita tante volte lo stesso nella nostra vita, circostanze, momenti in cui siamo messi a confronto con la nostra umana debolezza e fragilità e dobbiamo scegliere se accoglierla facendo cadere le maschere o rifiutarla lavandoci le mani.
Scegliere se essere Gesù o Pilato….

martedì 3 aprile 2012

Satana entrò in lui....



Oggi vi invito a leggere attentamente il Vangelo che la liturgia ci propone. (Gv13,21-33,36-38)

Siamo in un contesto simile a quello di ieri, una cena, e tuttavia il significato è di tutt’altra natura.
Si nota subito che gli animi sono molto meno rilassati. Sembra quasi un’anticipazione del Getsemani.

Davanti al tradimento di Giuda l’umanità di Gesù è scossa e nel frattempo emerge la falsa sicurezza di Pietro.
L’attore principale però qui è un altro, Satana, che muove le circostanze per la fine imminente di Gesù.
Satana entra in Giuda. E Gesù dice: “quello che devi fare fallo presto”. A chi? A Giuda o a Satana?
E’ lo stesso, l’uomo è libero di scegliere, in questo caso Giuda sceglie il male, ma il male per noi non è una categoria astratta, e Giovanni lo dice benissimo nel Vangelo, il male è Satana.

Gesù ci da l’esempio di lotta col maligno, non spavalderia come Pietro, che rimarrà impigliato nella rete diabolica, ma umiltà, preghiera e fiducia nel Padre. 
Sa che è il Padre che muove tutto e tutto rientra in un disegno divino superiore, la redenzione dell’uomo. Per questo, anche noi, davanti all’attacco di Satana, seguiamo l’esempio del Maestro, mite e abbandonato, non lasciamoci prendere dalla rivalsa (Giuda) o dalla spavalderia (Pietro), teniamoci stretti al Signore Gesù, fiduciosi nella provvidenza del Padre.

domenica 1 aprile 2012

Vegliate con me...



di p. Raniero Cantalamessa 
Domenica delle Palme  16-03-2008

[...] Di Gesù nell’orto degli ulivi è scritto: “Cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: ‘La mia anima è triste fino alla morte”; restate qui e vegliate con me’”. Un Gesù irriconoscibile! Lui che comandava ai venti e ai mari e gli obbedivano, che diceva a tutti di non temere, ora è in preda a tristezza e angoscia. Quale la causa? Essa è tutta contenuta in una parola, il calice: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!” Il calice indica tutta la mole di sofferenza che sta per abbattersi su di lui. Ma non solo. Indica soprattutto la misura della giustizia divina che gli uomini hanno colmato con i loro peccati e trasgressioni. È ”il peccato del mondo” che egli ha preso su di sé e che pesa sul suo cuore come un macigno.

Il filosofo Pascal ha detto: “Cristo è in agonia, nell’orto degli ulivi, fino alla fine del mondo. Non bisogna lasciarlo solo in tutto questo tempo”. È in agonia dovunque c’è un essere umano che lotta con la tristezza, la paura, l’angoscia, in una situazione senza via d’uscita, come lui quel giorno. Noi non possiamo fare niente per il Gesù agonizzante di allora, ma possiamo fare qualcosa per il Gesù che agonizza oggi. Sentiamo ogni giorno di tragedie che si consumano, a volte nel nostro stesso edificio, nella porta dirimpetto, senza che nessuno si accorga di niente. Quanti orti degli ulivi, quanti Getsemani nel cuore delle nostre città! Non lasciamo soli coloro che vi sono dentro [...].




sabato 31 marzo 2012

Fuoco che consuma...



"SONO VENUTO A PORTARE IL FUOCO SULLA TERRA E COME VORREI CHE FOSSE GIA’ ACCESO" Lc 12,49

.... il fuoco ardendo rende la legna bianca, ma nello stesso tempo la consuma. Così è la nostra fede, una continua purificazione fino a perdersi... per ritrovarsi alla fine in Dio!

Settimana di Passione per Gesù, settimana di travaglio per la Chiesa...essa si vedrà privata del suo Sposo, che si consuma come olocausto bruciato sull'altare della Croce. 
Il suo odore sale gradito al Padre, che condona e perdona il peccato antico, che ci riapre le braccia racchiudendo in esse tutto l'universo, la storia ed il tempo.
Tramite il Figlio, il Padre ci fa Figli....
Tramite il Figlio, lo Spirito ci fa fratelli....

Gerusalemme, accogli il tuo Re, ma non lo riconosci!
Egli non porta la spada, lo scettro del comando, non ti libererà dall'aguzzino oppressore che sempre è presente nella storia...

Egli porta IL FUOCO!
Fuoco d'amore non di vendetta, di pace e non di devastazione! Fuoco di vita....
La Passione annienta le passioni!
Gerusalemme non rifiutare il tuo Dio che viene, poichè Egli  viene OGGI per salvarti....

Ogni giorno, ogni istante Egli viene ad accendere il Fuoco.....

domenica 25 marzo 2012

Amore doloroso, doloroso Amore



L’Amore che non aveva creato il dolore lo prese su di sè per mostrare la misura di ogni Amore. 
Che paradosso quel giorno sul Golgota!
Da allora tutto è cambiato: non c’è più amore comprovato e autentico che non sia saggiato dalla fiamma del dolore. 

Amore e dolore due mari che sempre si incontrano, si scontrano, per unirsi in un Oceano di Mistero. Si fanno Amore, Amore puro.

Amore e dolore, dolore e amore, amore doloroso, doloroso amore. Quanto ci conforta questo legame!
Se è vero che del dolore facciamo esperienza, è altrettanto vero che non siamo abbandonati ad esso. 
L’Amore che ci ha creati per amare, infatti, trasfigura ogni dolore in Amore puro.

La macina e il torchio non fanno paura, senza di essi non c'è olio e non c'è vino.

E' nel buio che il chicco di grano realizza la sua vocazione alla vita. Vedrà la luce, ma non subito. 
Attesa trepidante. Grandezza di Dio!

mercoledì 14 marzo 2012

Il serpente di Mosé e la croce di Cristo



Alzi la mano chi leggendo il capitolo 3 di Giovanni non ha provato almeno una volta un certo disagio nel cercare di comprendere l'analogia tra il serpente di rame innalzato da Mosè e la Croce di nostro Signore. Nell'immaginario comune, infatti, il serpente richiama il tentatore del libro della Genesi o comunque un simbolo negativo difficilmente conciliabile con la croce salvifica di Cristo. 

Veniamo al testo di Giovanni 3,14-15

« E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna»

Il brano in questione si riferisce all'episodio del libro dei Numeri (Nm 21, 4b-9) in cui è descritto il celebre racconto del serpente di rame innalzato da Mosé su ordine del Signore per salvare gli Israeliti dai morsi velenosi dei serpenti che li minacciano.

In quell'occasione la raffigurazione di un segno di morte (il serpente) diveniva, per la potenza di Dio e la sua misericordia, segno di speranza e strumento di salvezza per il popolo.

-> serpenti (morte) - Serpente di bronzo (segno di una realtà di morte) = salvezza (per la potenza di Dio)

Come il serpente per gli israeliti, anche la croce era portatrice di morte. Considerata dai Romani “supplizio crudelissimo e orribile” (Cicerone) e dagli Ebrei quale segno di scomunica per l’empio (cf. Dt.21,23: “Maledetto chiunque è appeso al legno”), era uno dei più cruenti strumenti di morte del tempo. 

Cristo innalzato su di essa per la nostra Salvezza, trasformerà per sempre quel simbolo di morte in segno di speranza eterna, in strumento di Vita.

-> croci (morte) - Croce di Cristo (segno e strumento di morte) = strumento di salvezza eterna (per la potenza di Dio).

Sant'Agostino si domanda: « Chi è il serpente esaltato? È la morte del Signore in croce. Dal serpente venne la morte, perciò nell'effigie del serpente è figurata la morte. Il morso dei serpenti è letale, la morte del Signore è vitale »

domenica 11 marzo 2012

Lungo il cammino si disseta al torrente, perciò solleverà la testa



Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron (Giovanni 18.1)

Cedron, ovvero ' triste ',' nera tristezza ', è il ruscello che dà il nome alla valle che attraversa, lasciando su di essa la traccia di quel non-colore, il nero, che indica la notte e il peccato. Gesù lo attraversa con i suoi discepoli, si bagna nelle sue acque, sceglie di annerirsi in esso
Non teme il peccato Colui che venne nel mondo per spezzarne il pungiglione. 

"Lungo il cammino si disseta al torrente, perciò solleverà il capo" (Salmo 109,7)

Il Cristo si disseta alle acque mortifere simboleggiate dal Cedron, prosciugandole. Evita così all'impeto dei flutti di annientare la nostra fragile umanità. Eppure la sua sete non si estingue
Ha sete Gesù, una inestinguibile sete d'amore che "le grandi acque non possono spegnere" (Ct 8,7), per questo domanderà ancora dell'acqua dalla croce: "Ho sete".

"Se il Signore non fosse stato con noi", se non avesse preso su di Sé i nostri peccati, che sarebbe stato di noi tutti?
"Acque ci avrebbero travolti; un torrente ci avrebbe sommersi, ci avrebbero travolti acque impetuose" (Salmo 123). Ma Cristo non ci ha lasciati annegare nelle acque delle nostre iniquità, Egli, nuovo Mosé, ci ha fatti passare indenni attraverso di esse.  

Non indugiò in quelle acque, non vi rimase invischiato, passò oltre e con lui, anche noi. 

sabato 11 aprile 2009

Padre Raniero Cantalamessa: "La croce è motivo di speranza"


Eccovi l'Omelia del Venerdì Santo di padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia. Particolarmente interessanti gli spunti attualizzanti: il riferimento agli ateobus, alla crisi economica e al recente terremoto che ha sconvolto la popolazione aquilana.
Buona lettura.
P.S. Le evidenziazioni sono mie.

Christus factus est pro nobis oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis”: “Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte. E alla morte di croce”. Nel bi-millenario della nascita dell’apostolo Paolo, riascoltiamo alcune sue fiammeggiati parole sul mistero della morte di Cristo che stiamo celebrando. Nessuno meglio di lui può aiutarci a comprenderne il significato e la portata.

Ai Corinzi scrive a modo di manifesto: “I Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Cor 1, 22-24). La morte di Cristo ha una portata universale: ”Uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti” (2 Cor 5, 14). La sua morte ha dato un senso nuovo alla morte di ogni uomo e di ogni donna.

Agli occhi di Paolo la croce assume una dimensione cosmica. Su di essa Cristo ha abbattuto il muro di separazione, ha riconciliato gli uomini con Dio e tra di loro, distruggendo l’inimicizia (cf. Ef. 2,14-16). Da qui la primitiva tradizione svilupperà il tema della croce albero cosmico che con il braccio verticale unisce cielo e terra e con il braccio orizzontale riconcilia tra loro i diversi popoli del mondo. Evento cosmico e nello stesso tempo personalissimo: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me!” (Gal 2, 20). Ogni uomo, scrive l’Apostolo, è “uno per cui Cristo è morto” (Rom 14,15).

Da tutto ciò nasce il sentimento della croce, non più come castigo, rimprovero o argomento di afflizione, ma gloria e vanto del cristiano, cioè come una giubilante sicurezza, accompagnata da commossa gratitudine, alla quale l’uomo si innalza nella fede: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Gal 6, 14).

Paolo ha piantato la croce al centro della Chiesa come l’albero maestro al centro della nave; ne ha fatto il fondamento e il baricentro di tutto. Ha fissato per sempre il quadro dell’annuncio cristiano. I vangeli, scritti dopo di lui, ne seguiranno lo schema, facendo del racconto della passione e morte di Cristo il fulcro verso cui tutto è orientato.

Si resta stupiti di fronte all’impresa portata a termine dall’Apostolo. Per noi oggi è relativamente facile vedere le cose in questa luce, dopo che la croce di Cristo, come diceva Agostino, ha riempito la terra e brilla ora sulla corona dei re [1] . Quando Paolo scriveva, essa era ancora sinonimo della più grande ignominia, qualcosa che non si doveva neppure nominare tra persone educate.

* * *

Lo scopo dell’anno paolino non è tanto quello di conoscere meglio il pensiero dell’Apostolo (questo gli studiosi lo fanno da sempre, senza contare che la ricerca scientifica richiede tempi più lunghi di un anno); è piuttosto, come ha ricordato in più occasioni il Santo Padre, quello di imparare da Paolo come rispondere alle sfide attuali della fede.

Una di queste sfide, forse la più aperta mai conosciuta fino ad oggi, si è tradotta in uno slogan pubblicitario scritto sui mezzi di trasporto pubblico di Londra e di altre città europee: “Dio probabilmente non esiste. Dunque smetti di tormentarti e goditi la vita”: There’s probably no God. Now stop worrying and enjoy your life.”

L’elemento di maggior presa di questo slogan non è la premessa “Dio non esiste”, ma la conclusione: “Goditi la vita!” Il messaggio sottinteso è che la fede in Dio impedisce di godere la vita, è nemica della gioia. Senza di essa ci sarebbe più felicità nel mondo! Paolo ci aiuta a dare una risposta a questa sfida, spiegando l’origine e il senso di ogni sofferenza, a partire da quella di Cristo.

Perché “era necessario che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria”? (Lc 24, 26).
A questa domanda si dà talvolta una risposta “debole” e, in un certo senso, rassicurante. Cristo, rivelando la verità di Dio, provoca necessariamente l’opposizione delle forze del male e delle tenebre e queste, come era avvenuto nei profeti, porteranno al suo rifiuto e alla sua eliminazione. “Era necessario che il Cristo patisse” andrebbe dunque inteso nel senso di “era inevitabile che il Cristo patisse”.

Paolo da una risposta “forte” a quella domanda. La necessità non è di ordine naturale, ma soprannaturale. Nei paesi di antica fede cristiana si associa quasi sempre l’idea di sofferenza e di croce a quella di sacrificio e di espiazione: la sofferenza, si pensa, è necessaria per espiare il peccato e placare la giustizia di Dio. È questo che ha provocato, in epoca moderna, il rigetto di ogni idea di sacrificio offerto a Dio e, per finire, l’idea stessa di Dio.

Non si può negare che talvolta noi cristiani abbiamo prestato il fianco a questa accusa. Ma si tratta di un equivoco che una migliore conoscenza del pensiero di san Paolo ha ormai definitivamente chiarito. Egli scrive che Dio ha prestabilito Cristo “a servire come strumento di espiazione” (Rom 3,25), ma tale espiazione non opera su Dio per placarlo, ma sul peccato per eliminarlo. “Si può dire che sia Dio stesso, non l’uomo, che espia il peccato... L’immagine è più quella della rimozione di una macchia corrosiva o la neutralizzazione di un virus letale che quella di un’ira placata dalla punizione” [2].

Cristo ha dato un contenuto radicalmente nuovo all’idea di sacrificio. In esso “non è più l’uomo ad esercitare un’influenza su Dio perché questi si plachi. Piuttosto è Dio ad agire affinché l’uomo desista dalla propria inimicizia contro di lui e verso il prossimo. La salvezza non inizia con la richiesta di riconciliazione da parte dell’uomo, bensì con la richiesta di Dio: ‘Lasciatevi riconciliare con Lui” (1 Cor 2,6 ss)” [3].

Il fatto è che Paolo prende sul serio il peccato, non lo banalizza. Il peccato è, per lui, la causa principale dell’infelicità degli uomini, cioè il rifiuto di Dio, non Dio! Esso rinchiude la creatura umana nella “menzogna” e nella “ingiustizia” (Rom 1, 18 ss.; 3, 23), condanna lo stesso cosmo materiale alla “vanità” e alla “corruzione” (Rom 8, 19 ss.) ed è la causa ultima anche dei mali sociali che affliggono l’umanità.

Si fanno analisi a non finire della crisi economica in atto nel mondo e delle sue cause, ma chi osa mettere la scure alla radice e parlare di peccato? L’elite finanziaria ed economica mondiale era diventata una locomotiva impazzita che avanzava a corsa sfrenata, senza darsi pensiero del resto del treno rimasto fermo a distanza sui binari. Stavamo andando tutti “contromano”.

L’Apostolo definisce l’avarizia insaziabile una “idolatria” (Col 3,5) e addita nella sfrenata cupidigia di denaro “la radice di tutti i mali” (1 Tim 6,10). Possiamo dargli torto? Perché tante famiglie ridotte al lastrico, masse di operai che rimangono senza lavoro, se non per la sete insaziabile di profitto da parte di alcuni? E perché, nel terremoto degli Abruzzi di questi giorni, sono crollati tanti palazzi costruiti di recente? Cosa aveva indotto a mettere sabbia di mare al posto del cemento?


* * *

Con la sua morte, Cristo però non ha soltanto denunciato e vinto il peccato; ha anche dato un senso nuovo alla sofferenza, anche a quella che non dipende dal peccato di nessuno, come, appunto, il dolore di tante vittime del terremoto che ha sconvolto la vicina regione dell’Abruzzo. Ne ha fatto una via alla risurrezione e alla vita. Il senso nuovo dato da Cristo alla sofferenza non si manifesta tanto nella sua morte, quanto nel superamento della morte, cioè nella risurrezione. “È morto per i nostri peccati, è risorto per la nostra giustificazione” (Rom 4, 25): i due eventi sono inseparabili nel pensiero di Paolo e della Chiesa.

E’ un’esperienza umana universale: in questa vita piacere e dolore si susseguono con la stessa regolarità con cui, al sollevarsi di un’onda nel mare, segue un avvallamento e un vuoto che risucchia indietro il naufrago. “Un so che di amaro - ha scritto il poeta pagano Lucrezio - sorge dall’intimo stesso di ogni piacere e ci angoscia in mezzo alle delizie” [4]. L’uso della droga, l’abuso del sesso, la violenza omicida, sul momento danno l’ebbrezza del piacere, ma conducono alla dissoluzione morale, e spesso anche fisica, della persona.

Cristo, con la sua passione e morte, ha ribaltato il rapporto tra piacere e dolore. Egli “in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottomise alla croce” (Eb 12,2). Non più un piacere che termina in sofferenza, ma una sofferenza che porta alla vita e alla gioia. Non si tratta solo di un diverso susseguirsi delle due cose; è la gioia, in questo modo, ad avere l’ultima parola, non la sofferenza, e una gioia che durerà in eterno. “Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rom 6,9). E non lo avrà neppure su di noi.

Questo nuovo rapporto tra sofferenza e piacere si riflette nel modo di scandire il tempo della Bibbia. Nel calcolo umano, il giorno inizia con la mattina e termina con la notte; per la Bibbia comincia con la notte e termina con il giorno: “E fu sera e fu mattina: primo giorno”, recita il racconto della creazione (Gen 1,5). Non è senza significato che Gesù morì di sera e risorse di mattino. Senza Dio, la vita è un giorno che termina nella notte; con Dio è una notte che termina nel giorno, e un giorno senza tramonto.

Cristo non è venuto dunque ad aumentare la sofferenza umana o a predicare la rassegnazione ad essa; è venuto a darle un senso e ad annunciarne la fine e il superamento. Quello slogan sui bus di Londra e di altre città viene letto anche da genitori che hanno un figlio malato, da persone sole, o rimaste senza lavoro, da esuli fuggiti dagli orrori della guerra, da persone che hanno subito gravi ingiustizie nella vita… Io cerco di immaginare la loro reazione nel leggere le parole: “Probabilmente Dio non c’è: goditi dunque la vita!” E con che?

La sofferenza resta certo un mistero per tutti, specialmente la sofferenza degli innocenti, ma senza la fede in Dio essa diventa immensamente più assurda. Le si toglie anche l’ultima speranza di riscatto. L’ateismo è un lusso che si possono concedere solo i privilegiati della vita, quelli che hanno avuto tutto, compresa la possibilità di darsi agli studi e alla ricerca.

* * *

Non è la sola incongruenza di quella trovata pubblicitaria. “Dio probabilmente non esiste”: dunque, potrebbe anche esistere, non si può escludere del tutto che esista. Ma, caro fratello non credente, se Dio non esiste, io non ho perso niente; se invece esiste, tu hai perso tutto! Dovremmo quasi ringraziare chi ha promosso quella campagna pubblicitaria; essa ha servito alla causa di Dio più che tanti nostri argomenti apologetici. Ha mostrato la povertà delle sue ragioni ed ha contribuito a scuotere tante coscienze addormentate.

Dio però ha un metro di giudizio diverso dal nostro e se vede la buona fede, o una ignoranza incolpevole, salva anche chi in vita si è affannato a combatterlo. Ci dobbiamo preparare a delle sorprese, a questo riguardo, noi credenti. “Quante pecore ci sono fuori dell’ovile, esclama Agostino, e quanti lupi dentro!”: “Quam multae oves foris, quam multi lupi intus!” [5].

Dio è capace di fare dei suoi negatori più accaniti, i suoi apostoli più appassionati. Paolo ne è la dimostrazione. Che cosa aveva fatto Saulo di Tarso per meritare quell’incontro straordinario con Cristo? Che cosa aveva creduto, sperato, sofferto? A lui si applica ciò che Agostino diceva di ogni elezione divina: “Cerca il merito, cerca la giustizia, rifletti e vedi se trovi altro che grazia” [6] . È così che egli spiega la propria chiamata: “Io non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono” (1 Cor 15, 9-10).

La croce di Cristo è motivo di speranza per tutti e l’anno paolino un’occasione di grazia anche per chi non crede ed è in ricerca. Una cosa parla a loro favore davanti a Dio: la sofferenza! Come il resto dell’umanità, anche gli atei soffrono nella vita, e la sofferenza, da quando il Figlio di Dio l’ha presa su di sé, ha un potere redentivo quasi sacramentale. È un canale, scriveva Giovanni Paolo II nella “Salvifici doloris”, attraverso cui le energie salvifiche della croce di Cristo sono offerte all’umanità [7].

All’invito a pregare “per coloro che non credono in Dio”, seguirà, tra poco, una toccante preghiera in latino del Santo Padre. Tradotta in italiano, essa dice così: “Dio onnipotente ed eterno, tu hai messo nel cuore degli uomini una così profonda nostalgia di te, che solo quando ti trovano hanno pace: fa’ che, al di là di ogni ostacolo, tutti riconoscano i segni della tua bontà e, stimolati dalla testimonianza della nostra vita, abbiano la gioia di credere in te, unico vero Dio e Padre di tutti gli uomini. Per Cristo nostro Signore.

Venerdì Santo



di Eugenio Marrone

E' MORTO GESU'......e l'ho ucciso io!!!
Durante la Via Crucis di oggi ho sentito forte la voce del cuore che mi gridava dentro "Gesù è morto!!!!....e l'ho ucciso io!!!"
sì, perchè quando giudico e disprezzo mio fratello, io schiaffeggio Cristo;
sì, perchè quando imbroglio il mio prossimo, io condanno Gesù;
sì, perchè quando uso del nome di Cristo per i miei interessi, inchiodo Gesù alla Croce;
sì, perchè quando io corro dietro ad idoli che non parlano, che non respirano, che danno la morte, al denaro, al successo, al potere, io mi disinteresso di quell'Uomo-Dio che sta salendo il Calvario carico del legno della Croce che invece dovrei portare io; sì perchè quando preferisco il divertimento e lo svago al dare alla domenica il suo giusto valore in relazione a Dio, io dico a Gesù che scenda dalla Croce e poi crederò;
sì, perchè quando manco di rispetto ai miei genitori o ai miei figli ai miei fratelli, è come se sputassi in faccia a Gesù;
sì, perchè quando guardo con desiderio le cose degli altri o peggio la donna degli altri, è come se disprezzassi il corpo di Gesù;
sì, perchè ogni mio peccato mortale è un colpo di lancia al cuore di Cristo; sì, perchè io ho le mani sporche di sangue, del sangue innocente, ogni volta che mi comporto secondo i miei piaceri anzichè secondo la Sua legge. E se mi accorgo di questo, benedico il Signore perchè il mio cuore ancora non è del tutto indurito e non mi impedisce ancora di sentire la voce del Crocifisso "Oggi sarai con me in Paradiso!". Sì, mio Signore,non ho nulla da donarti, nulla di buono,

MISERERE DOMINE! ABBI PIETA' di ME!

Con Papa Benedetto, voglio gridare però al mondo che possiamo ancora cantare insieme un inno di speranza e vogliamo dire a noi stessi che tutto non è perduto nei momenti di difficoltà. La Croce e la morte non sono la parola FINE della nostra vita, ma l'INIZIO, un inizio raggiate, bellissimo, stupendo, di vita nuova.

Anche sotto la superficie di calamità naturali, guerre, rivoluzioni e conflitti di ogni genere, vi è una presenza silenziosa, vi è un'azione divina mirata.

Quando le cattive notizie si susseguono, siamo oppressi dall'ansia. Quando la disgrazia ci colpisce piu' da vicino, ci scoraggiamo. Quando una calamità fa di noi le sue vittime, la fiducia in noi stessi è del tutto scossa e la nostra fede è messa alla prova, ma non tutto è ancora perduto. In verità in tempi difficili non vediamo nessun motivo per credere e sperare. Eppure crediamo. Eppure speriamo. Perchè c'è un Dio che se permette il dolore e l'afflizione, è capace di trasformare il male in bene. Non è il terremoto che uccide l'uomo, ma sono le macerie che gli cadono addosso; non è la morte che pone fine alla vita dell'uomo, ma il peccato, che gli toglie la speranza e gli chiude la visione del Cielo.

Maria, madre nostra, quanto hai sofferto al vedere Tuo Figlio, giusto, condannato e giustiziato tra umiliazioni, percosse, ingiurie, su un patibolo infame?

Aiutaci, Maria, a portare la Croce di ogni giorno fino al nostro Calvario, luogo di salvezza, che ci aprirà la porta del cielo. Domani, sabato santo, ci sarai solo tu perchè il Re è morto, e...l'ho ucciso io!!! Ma.... non finisce qui...il Signore dona a tutti la conversione, se lo vogliamo, e ci assicura che la nostra croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre "Collocazione provvisoria", perchè....dopo tre giorni si RISORGE!!!!!

venerdì 10 aprile 2009

Tentazioni Pasquali



Cosa disse il demonio, attraverso i farisei, a Cristo Crocifisso?

Scendi alla Croce!

Le stesse cose il demonio dice a noi: scendi dalla Croce , cioè non pregare incessantemente, non vivere secondo i comandamenti, non volere essere santo, non essere obbediente, non essere casto, non fare penitenza...
Infatti il demonio a differenza nostra sa bene che non si giunge alla Risurrezione se non passando per la Croce e quindi allontanandoci dalla Croce ci allontana dalla Risurrezione e ci avvicina alla morte eterna……

Furbo, vero?


lunedì 6 aprile 2009

Se ci fossimo inventati un Dio, non l'avremmo messo in Croce


In questi giorni in cui la Chiesa invita i fedeli a riscoprire l'importanza della Croce, riflettevo sulle ridicole affermazioni di coloro che cercando con tutte le forze di mettere in cattiva luce il Cristianesimo, anche in questi tempi, vorrebbero far risalire le origini della religione che professiamo ad uno sparuto gruppo di uomini.

Ora, conosciamo bene gli uomini come sono, perchè ne facciamo quotidiana esperienza: rifiutano il dolore, bramano il potere, fuggono ogni sofferenza e sognano qualcuno forte e potente che intervenendo senza disturbarli troppo li liberi dal male di vivere.
Assoggettati alle passioni e inclini al male, quando possono fanno ricorso a facili scorciatoie e sotterfugi. Preferiscono la via comoda, quella stretta perchè non mette in gioco e non costa fatica...
Un tale uomo non avrebbe mai affidato la propria storia ad un Dio che fa della debolezza la sua forza!

Per questo Karol J. Wojtyla prima di diventar Papa affermò: "se ci fossimo inventati un Dio, non l'avremmo messo in Croce". Ed è realmente così...

La storia ci ha sempre insegnato che gli dei creati da mani d'uomo non erano che il riflesso dei loro desideri, delle loro aspirazioni; una sorta di superuomini immortali lontani anni luce dal nostro Gesù!

Il nostro Dio, è un Dio che si è spogliato per farsi come noi, che si è reso raggiungibile per farsi amare, che non ha esitato a dare la vita per riscattarci. Se lo avessimo inventato, di certo non lo avremmo potuto fare così lontano dalla nostra mentalità; probabilmente come i greci, i romani, e tutti i pagani avremo creato una sorta di superman o un genio della lampada...

Nell'umiltà di Dio, la prova lampante del suo Amore.
Nell'umiltà la Sua inconfutabile Verità!


mercoledì 1 aprile 2009

Musical di San Gabriele dell'Addolorata

Alcune scene tratte dal bellissimo Musical di San Gabriele dell'Addolorata diretto da Carlo Tedeschi. Buona visione!




















Presso la croce di Gesù stava Maria sua Madre



Se come afferma il testo giovanneo Maria era presso la croce, vuol dire che si trovava a Gerusalemme in quei giorni e se era a Gerusalemme vuol dire che ha assistito a tutta la via dolorosa del Figlio.
Ha udito le voci degli accusatori, le urla feroci della folla. Ha visto il figlio uscire sanguinante dal luogo in cui era stato flagellato, ha sentito pronunciare l’ecce homo e la terribile sentenza di morte. Ha assistito impotente alle percosse, agli sputi, agli insulti, allo spettacolo indecoroso di quelle vesti strappate, dei chiodi, del sangue innocente versato.
Maria vedeva, taceva, e serbava tutto nel suo cuore, ogni singolo dolore del figlio, ogni singola umiliazione subita. E così mentre infuriava su Gesù la tempesta d’odio dei suoi aguzzini, Il silenzio di Maria si faceva preghiera, preghiera offerta, dono d’amore, raggio di sole nella notte dell’umanità.

Sotto la croce dice l’evangelista c’erano altre donne, ma Maria non era lì come una donna qualsiasi, era sotto la croce come madre, e questo cambia tutto…il dolore delle altre donne per quanto grande non era minimamente paragonabile a quello di Maria, di una madre che vede morire il suo unico figlio tra sofferenza, odio e indifferenza.

Mi ricordo di un giorno in cui partecipai ai funerali di un giovane ragazzo della mia parrocchia; la chiesa era gremita e centinaia di giovani con gli occhi gonfi di lacrime seguivano la cerimonia. Ma lì in prima fila c’era la madre. Il suo sguardo non era come quello degli altri, i suoi occhi pur gonfi di lacrime non smettevano di guardare quel feretro. Lo sguardo fisso, impietrito e le labbra senza posa sembravano ripetere il nome del figlio…una litania dolorosa e amorosa carica di tristezza e di speranza.
Chi può comprendere il dolore di una madre?
Di colei che ha custodito, svezzato, cresciuto, nutrito, educato e amato il proprio figlio.

Presso la croce di Gesù stava Maria sua Madre

Maria guardava suo Figlio, lo guardava mentre pian piano tra inimmaginabili strazi la sua vita si spegneva consumandosi come candela per irradiare sul mondo caduto nelle tenebre la sua luce.
“Stava la madre presso la croce del figlio”.
Stava…ritta…addolorata…piangente e pur composta, silenziosa.

Maria guardava suo Figlio.

Chi potrà penetrare il mistero di quello sguardo tra madre e figlio? Il dolore, il peccato del mondo che Gesù stava prendendo su di sé erano in quell’istante condivisi. L’amore della madre, la sua compassione divenivano in quel momento balsamo e conforto per il Figlio di Dio!
Compassione abbiamo detto…dunque unione ai dolori del Figlio.

Piange Maria e piange Gesù. Le lacrime di Maria si uniscono a quelle di Gesù i suoi dolori alle sofferenze del Figlio, un’unica volontà li accomuna, quella di Dio Padre, quella di salvare l’umanità intera, e così nel tempo di uno sguardo, scandito da un silenzio assordante, i due cuori si uniscono e si ode un unico palpito, è il suono vittorioso dell’amore!
L’amore trionfa attraverso l’incomprensibile via della croce!

La morte pensava di aver avuto l’ultima parola, già vedeva la sua preda inerme, su quel patibolo insanguinato. Ma i suoi denti furono spezzati dalla Roccia di Cristo; attraverso la stoltezza della croce, la pietra scartata dai costruttori si fece scoglio insormontabile, una barriera salda contro cui si infransero impotenti i flutti di morte.
In quel giorno doloroso e glorioso la morte fu sconfitta per sempre!

Maria guardava suo figlio.

Negli occhi del Figlio lo sguardo pieno d’amore di un Dio che dona all’umanità la sua vita fino all’ultima goccia di sangue…
Negli occhi di Maria la bellezza dell’amore che spera e tace.

Il silenzio di Maria si fa attesa densa di adorazione e colma di speranza!

Adora Maria e lo fa in quella desolazione, tra gli insulti e le bestemmie dei vicini.
Il suo sguardo è fisso, immobile.
Stava Maria presso la croce, stava, un verbo che indica fermezza, fermezza nel corpo e nello spirito.
Stava presso la Croce, Maria, salda nella fede, salda nella speranza… e mentre tutto si faceva buio, mentre il cielo iniziava ad oscurarsi, non si stancavano i suoi occhi di guardare Gesù, Suo vero Figlio, Suo vero Dio.

Maria spera e crede…e la sua fede si fa certezza!

Ha sperato Maria, ha sperato che da un momento all’altro il corso degli eventi cambiasse, che venisse riconosciuta l’innocenza del Figlio.
Ha sperato davanti a Pilato. Ha sperato fin sotto la croce, fin prima che venisse battuto il primo chiodo. Non le era stato forse assicurato che quel figlio sarebbe salito sul trono di Davide e che avrebbe regnato per sempre sulla casa di Giacobbe?
Ma allora come spiegare quella croce? Possibile che fosse quell’infame legno il suo trono? Si.

Maria ha sperato, ha continuato a sperare contro ogni speranza, ha sperato anche quando vedeva sparire ogni umana ragione di sperare.

Perché viene un ora della vita cari fratelli e sorelle, in cui occorre una fede ed una speranza come quelle di Maria. E’ quando sembra che Dio non ascolti più le nostre preghiere, quando la nostra vita diviene passaggio da sconfitta a sconfitta, quando le tenebre sembrano trionfare e il buio sembra soffocarci…E’ quello il momento di ricordarci che si fece buio su tutta la terra quando Maria adorava con fede incrollabile il Suo e nostro Dio crocifisso!

Quando il baratro appare più profondo e la via sembra smarrita, una lampada viene a rischiarare il nostro cammino, è la luce che promana dalla Croce di Gesù. Guardando il Crocifisso, mistero di un Dio che arde d’amore per l’uomo, assistiamo estasiati al miracolo dei miracoli dell’amore di Dio. Mistero della Potenza che si fa debolezza!
Lì sul Calvario, dove già splende il riflesso dell’alba senza fine della Resurrezione, è donata all’umanità una speranza nuova.
Il Salvatore rivolge dalla croce il suo grido:

“Per te debole, per te rifiutato, per te che nessuno ama, per te che nella vita hai conosciuto solo l’odio e la violenza io sono venuto nel mondo… Sono qui, inchiodato, sospeso tra cielo e terra, per ricordarti che è per te che ho dato la mia vita, è per te che ho versato questo sangue. Ho sfidato la morte e l’ho vinta con l’amore. Come macigno mi son dato in pasto a lei, ma i suoi denti sono stati spezzati per sempre…Non può più fare paura, colei che ora ti è sorella, passaggio obbligato per il Regno della gioia! Ho subito lo strazio della croce per farti capire che proprio tu debole, proprio tu rifiutato, proprio tu che non hai mai saputo amare, hai nel cuore la chiave del Regno. Perché la debolezza è la vera forza dei Santi! Sono qui per ricordarti che il lutto del momento presente si trasformerà in gioia piena, quando le tenebre che avvolgono il tuo cuore saranno lavate in questo sangue, quando il buio che ti circonda verrà spazzato via dalla luce della mia Parola di vita, quando la morte che hai nel cuore lascerà posto alla vita e la pesante pietra che ti opprime verrà divelta… Sono qui, in questo Venerdì, per ricordarti che ogni giorno puoi vivere orizzonti di Cielo se aprendomi il cuore mi darai il tuo si!”

Cari fratelli, care sorelle…insieme a Maria donna del Si, apriamo il nostro cuore a Cristo, offriamo con fede la nostra croce a Lui che ha preso su di sè le nostre sofferenze.
Testimoniamo al mondo la gioia colma di speranza che nasce dalla Croce.
Diamo inizio oggi alla rivoluzione dell’amore!

venerdì 27 marzo 2009

L'arresto di Gesù



di Conf. Massimo della SS.Trinità, Passionista

L’arresto: Gesù affronta i suoi nemici (dal Vangelo di Giovanni capitolo 18, versetti 1-12)

Il racconto della passione secondo Giovanni inizia con una scena potentemente allestita, che mostra presto al lettore e all’ascoltatore l’abilità drammatica dell’evangelista.
L’arresto di Gesù dà il via ad un aspro scontro tra il Cristo e i suoi nemici, tra il Verbo di Dio mandato al mondo e le forze dell’incredulità e del male. Questo stesso dramma, che è continuato a scorrere lungo tutto il vangelo di Giovanni come una corrente profonda, sfocerà nel momento culminante della morte di Gesù.

Il Vangelo, inoltre, avverte che la Passione, ossia il momento in cui le forze del male verranno completamente sguinzagliate dietro Gesù, farà pagare il suo pedaggio anche alla comunità. Pure i discepoli dovranno subire l’assalto del male e sopportare il freddo disprezzo del mondo, non solo mentre se ne staranno ritti accanto a Gesù durante la sua Passione, ma anche durante il compimento della missione nel mondo da lui affidata. Se le sue parole sul pane di vita scandalizzano, ci sarà assai più da scandalizzarsi per la sua morte di croce (6, 62). Nel discorso finale Gesù avverte che il mondo odierà i discepoli proprio come ha odiato lui (15,18; 17,14) e che come ha perseguitato Gesù, perseguiterà loro (15,20). I discepoli verranno scacciati dalle sinagoghe, anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio, dice Gesù al capitolo 16, versetto 2 del vangelo di Giovanni. Essi, come il Maestro, dovranno perdere la loro vita per salvarla e odiare la propria vita in questo mondo per guadagnarla in eterno. Seguire Gesù significa imparare la lezione del chicco di frumento cha ha dovuto cadere nella terra e morire, per poter dare molto frutto (cf 12, 4-26).

Al lettore che sfoglia le pagine del Vangelo giovanneo e al nostro ascoltatore, il messaggio appare chiaro: solo con la morte di Gesù la storia del Verbo fatto carne raggiungerà la sua conclusione terribile, ma trionfante.

1 Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron dove c' era un orto, in cui entrò con i suoi discepoli.2 Anche Giuda, che lo stava tradendo, conosceva bene il posto, perché Gesù molte volte si era riunito là con i suoi discepoli.
3 Giuda dunque, presa la coorte e le guardie dei sacerdoti-capi e dei farisei, vi si recò con lanterne, fiaccole ed armi.4 Gesù, sapendo tutto ciò che stava per accadergli, si fece avanti e disse loro: «Chi cercate?».5 Gli risposero: «Gesù il Nazareno». Dice loro: «Io sono». Stava con loro anche Giuda che lo tradiva.6 Quando ebbe detto loro: «Io sono», indietreggiarono e caddero a terra.7 Domandò allora di nuovo: «Chi cercate?». Ed essi dissero: «Gesù il Nazareno».8
Gesù rispose: «Ve l' ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate andare via costoro».9 Così si adempì la parola che aveva detto: «Di quelli che mi hai dato non ne ho perduto nessuno».
10 Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la sfoderò e colpì il servo del sommo sacerdote e gli mozzò l' orecchio destro; quel servo si chiamava Malco.11 Ma Gesù disse a Pietro: «Metti la spada nel fodero. Non dovrò forse bere il calice che il Padre mi ha dato?». Allora la coorte, il tribuno e le guardie dei Giudei si impadronirono di Gesù e lo legarono12.

La scena d’apertura introduce subito nel tono paradossale che accompagna da cima a fondo il racconto giovanneo della passione. Ad un livello di racconto abbiamo i rituali minacciosi della violenza e dell’evidente sconfitta: il tradimento di un amico; la presenza minacciosa di soldati armati; l’arresto notturno di un uomo innocente; un interrogatorio e un processo sommario, la tortura; da ultimo, un’esecuzione pubblica e una frettolosa sepoltura. La caratteristica originale del racconto giovanneo della passione sta nel fatto che queste tristi realtà di sconfitta apparente e di morte non dominano la narrazione. In tutto il racconto della sofferenza e della morte di Gesù, è presente un altro aspetto che si impone: Gesù trionfa sulla morte. Egli non è una vittima a cui si strappa con violenza la vita, ma uno che dà la sua vita liberamente come un atto d’amore per il mondo.
Questo miscuglio di morte e di trionfo è rintracciabile in quasi tutti gli elementi della scena di apertura. Riascoltiamo i primi due versetti del capitolo 18:

1 Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron dove c' era un orto, in cui entrò con i suoi discepoli.2 Anche Giuda, che lo stava tradendo, conosceva bene il posto, perché Gesù molte volte si era riunito là con i suoi discepoli.

Dopo aver illuminato i discepoli e averli plasmati, con opportuni discorsi, a ogni genere di virtù, dopo aver comandato loro di scegliere una vita molto onesta e pia, e dopo aver promesso inoltre di riempirli dei doni spirituali, dopo aver detto che avrebbe mandato loro la benedizione dall’alto e dal Padre, esce ormai prontamente, non evitando il tempo della passione, né temendo la morte che avrebbe subìto a favore di tutti. Spesso, è vero, era sfuggito ai Giudei che lo volevano assalire e cercavano di lapidarlo, e si era sottratto alla loro vista: ma non voleva affrontare la passione perché non era ancora giunto il tempo conveniente. Ma, ora, che era giunto il tempo, abbandonata la casa nella quale aveva istruito i suoi discepoli, andò in un luogo nel quale Cristo, Salvatore di tutti, e i suoi discepoli solevano spesso stare insieme. E questo lo fece per essere trovato senza difficoltà dal traditore.

Che il Figlio di Dio sia pronto ad affrontare la morte è provato dall’arrivo improvviso di Giuda e di una banda armata di soldati venuti a prenderlo. Il punto focale della scena sarà questo scontro drammatico tra Gesù e i suoi nemici.

È Giuda, il traditore, a prendere l’iniziativa durante il tradimento. Giuda sa dove si trova Gesù quella notte, si procura una banda di soldati e di guardie e la conduce da Gesù (18,3).
La solidarietà di Giuda con i nemici di Gesù al momento dell’arresto viene chiaramente ribadita al versetto 5: Stava con loro anche Giuda che lo tradiva. Ma nonostante il discepolo caduto, il potere di Roma e le autorità religiose, Gesù non viene colto alla sprovvista. Anzi, tutti questi raccapriccianti aspetti mettono in risalto il maestoso potere di Gesù. Egli, si legge nel Vangelo, si fece innanzi e affronta il potere delle tenebre dicendo: chi cercate (18,4)?

Il Figlio di Dio non aspetta che essi lo assalgano, ma va coraggiosamente incontro a loro, dimostrando che il delitto non gli era sconosciuto e, poiché era facile per lui, conoscitore del futuro, sfuggire, si offre spontaneamente alla passione, di sua volontà e senza essere costretto ad affrontare questo pericolo, affinché i sapienti dei greci non prendessero da ciò l’occasione per deriderlo e considerassero la croce scandalo e simbolo della sua debolezza e affinché il giudeo non si insuperbisse, pensando di averla avuta vinta su di lui.

I nemici di Gesù rispondono: Gesù, il nazareno. Alla risposta di Gesù, sono io, i componenti la banda armata indietreggiarono e caddero a terra (18,6). Proprio nel momento in cui ci si aspetterebbe che la vittima disarmata crolli, notiamo che Gesù è nel pieno controllo della situazione.
Quelli che fanno prigioniero Gesù indietreggiano di fronte alla sua autorità divina e cadono a terra (18,6). Al livello di conversazione ordinaria, le parole con cui Gesù risponde: “Sono io”, servono semplicemente a identificare Gesù come il ricercato. Ma la reazione, il cadere all’indietro, confusi, alla risposta di Gesù, non è semplicemente un naturale stupore.
Gli avversari di Gesù si prostrano sulla faccia davanti alla sua maestà, di modo che ci sono ben pochi dubbi che Giovanni intenda IO SONO come un nome divino. Il cadere a terra è una reazione alla rivelazione divina. In questo modo Giovanni spiega che Gesù ha il potere di Dio sulle forze delle tenebre, perché ha il nome divino. Essa rafforza l’impressione che Gesù non avrebbe potuto essere arrestato se non lo avesse permesso.
L’impotenza delle forze delle tenebre è evidente: è Gesù che deve prendere l’iniziativa.
Egli ripete la domanda: Chi cercate? E dice di essere Gesù il Nazareno che essi vogliono trovare (18,7).
Non solo, ma Gesù giunge fino a proteggere i discepoli, cosicché non hanno bisogno di fuggire. Con grande padronanza di sé, Gesù offre se stesso per i discepoli: Se dunque cercate me, lasciate andare via costoro. E ottiene la loro libertà (18,8). L’evangelista vede in questo gesto protettore l’adempimento della parola di Gesù: Di quelli che mi hai dato non ne ho perduto nessuno.

La sollecitudine di Gesù per i suoi discepoli e la sua incrollabile decisione di non perderne nessuno evocano le immagini del Pastore, nel capitolo 10. Il Gesù giovanneo vede nella propria morte la volontà del Pastore di offrire la vita per le pecore (10, 11.15). La cura che Gesù Pastore ha per la vita del suo gregge fa sì che egli possa dichiarare: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio (10, 27-29).


Rileggiamo i versetti 10 e 11 del capitolo 18:
Pietro
10 Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la sfoderò e colpì il servo del sommo sacerdote e gli mozzò l' orecchio destro; quel servo si chiamava Malco.11 Ma Gesù disse a Pietro: «Metti la spada nel fodero. Non dovrò forse bere il calice che il Padre mi ha dato?».

L’ultima parte della scena dell’arresto ha per protagonista l’apostolo Pietro.
Fino a questo punto i discepoli hanno recitato un ruolo passivo nel dramma. Ma l’arresto sta per avvenire. Simon Pietro estrae la spada e stacca l’orecchio destro di Malco, lo schiavo del sommo sacerdote (18,10). Pietro si mosse secondo la Legge. Questa, infatti, comandava di ricambiare, senza colpa, l’offesa ricevuta, piede per piede, mano per mano, ferita per ferita (Es. 21, 24-25). Ma nostro Signore Gesù Cristo, che è venuto per insegnare ciò che è al di sopra della Legge e per formarci secondo la sua mansuetudine, riprende iniziative di tal genere che sono secondo la Legge, come se fossero contrarie alla perfezione del vero Bene.

La perfezione, infatti, non consiste nella Legge del Taglione, ossia dell’occhio per occhio, dente per dente, ma piuttosto risplende nella somma pazienza. Con questo breve episodio il Signore ci insegna che per combattere per Cristo non bisogna impugnare la spada e colpire gli avversari. Bisogna invece affrontare con mitezza quelli che cercano di farci del male, quando ci si impedisce di fuggire. È molto meglio, infatti, che gli altri siano puniti per i delitti commessi contro di noi dal Giudice Supremo, che è Dio, piuttosto che da noi, con il pretesto della pietà ed esigendo invece una pena dura. Anzi, è assurdo che noi onoriamo con la morte dei persecutori colui che, per distruggere la morte, si sottopose volontariamente ad essa. Perciò in tali circostanze dobbiamo seguire necessariamente l’esempio di Cristo.

Metti la spada nel fodero. Non dovrò forse bere il calice che il Padre mi ha dato? (18,11).
Il rimprovero genera la legge della dottrina evangelica che ha la forza di comandamento, non quello dato da Mosè agli antichi, ma quello che è stato dato da Cristo, il quale è tanto lontano dall’uso della spada per vendicarsi, che anzi, se qualcuno ci percuote una guancia e vuole inoltre percuoterci l’altra, bisogna offrirla (Mt 5,39).
Gesù rifiuta di approvare l’uso della violenza, sia pure in suo favore. Nella scena il Figlio di Dio ricorda a Pietro che egli deve bere il calice che il Padre gli ha dato. Il “calice” qui è simbolo della morte di Gesù. La morte gli è stata data da Dio Padre, sebbene sia stata preparata dall’empietà dei Giudei, giacché nulla sarebbe potuto accadere, se il Padre non lo avesse permesso per il nostro vantaggio. Il Figlio di Dio è deciso a bere il “calice” della sua morte, perché questo atto di supremo amore e non l’uso della forza e della violenza è in grado di rivelare l’amore redentore stesso di Dio per il mondo.
In altre parole Giovanni crea un forte contrasto tra l’uso del potere fatto dai nemici di Gesù, che vengono con le armi (18,3) e il potere liberatorio della vita e della morte di Gesù.

Rileggiamo il versetto 12 del capitolo 18:
Allora la coorte, il tribuno e le guardie dei Giudei si impadronirono di Gesù e lo legarono12.
Tolti di mezzo gli impedimenti e tolta la spada dalla mano di Pietro, dal momento che Cristo stesso, sebbene potesse sfuggire, si consegnava spontaneamente nelle mani dei suoi nemici, alla fine si avventarono su di lui, accesi da una grande audacia, sia i soldati che il loro capo e con essi i servi. Nonostante che avessero preso il Signore disposto a tutto, tuttavia lo legano, proprio lui che era venuto per liberarci dai lacci della morte e per slegarci dai legami del peccato.
Ancora una volta l’evangelista elenca le forze schierate per distruggere Gesù: … il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei.. (18,12). Rappresentanti del mondo intero - potere religioso e potere civile - si ergono contro la Parola di Dio. E nelle tenebre sta in agguato il potere demoniaco che si è impadronito di Giuda e lo ha portato a tradire Gesù. Ma l’ascoltatore sa bene che le forze di morte che ora si impadroniscono di Gesù non prevarranno.

Si impadroniscono di colui al quale prima neppure avevano potuto avvicinarsi. Egli era il giorno ed essi le tenebre e tenebre rimasero perché non ascoltarono l’invito: avvicinatevi a lui e sarete illuminati (Salmo 34,6). Se si fossero avvicinati a lui in questo modo, lo avrebbero preso non per ucciderlo, ma per accoglierlo nel loro cuore. Ma siccome lo presero in ben altro modo, si allontanarono da lui ancora di più; e legarono colui dal quale piuttosto avrebbero dovuto essere sciolti. E forse, tra coloro che caricarono Cristo di catene vi era qualcuno che più tardi, parliamo di sant’Agostino, da lui liberato, disse: Tu hai spezzato le mie catene (Salmo 116,16).

giovedì 26 marzo 2009

Il Rinnegamento di Pietro



di Confr. Piero della regina della Pace, Passionista

Lettura

Or mentre Pietro se ne stava giù nel cortile, giunse una delle serve del sommo sacerdote e avendo visto Pietro che si scaldava, fissandolo gli disse: “Anche tu eri col Nazareno, Gesù”. Ma lui negò dicendo: “Non so e non capisco cosa tu dici”. Quindi uscì fuori nel vestibolo e un gallo cantò. Vedutolo ancora, la serva incominciò a dire di nuovo ai presenti: “Costui è uno di loro”. Ma lui negò nuovamente. Poco dopo i presenti dissero di nuovo a Pietro: “Sei davvero uno di loro. Infatti, sei galileo”. Ma lui incominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quest’uomo, di cui parlate”. E subito, per la seconda volta, un gallo cantò.

Allora Pietro si ricordò delle parole che Gesù gli aveva detto: “Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte”; e proruppe in pianto. (Marco 14,66 – 72).

Per comprendere

Dopo l’arresto, Gesù è stato condotto presso l’abitazione del sommo sacerdote Caifa per il primo interrogatorio, questa casa tra l’altro si trovava a circa 100 metri dal luogo dove si era svolta l’ultima cena. In questo luogo era concesso l’ingresso ai soli membri del sinedrio, e in questo caso per assistere al processo a quel galileo cui si dava la caccia da tre anni; la folla invece che aveva partecipato all’arresto nel Getzemani si sistema al di fuori nel cortile con l’attesa curiosa di notizie di ciò che accade dentro. Qui accendono un fuoco per ricevere del calore nella fredda notte della primavera palestinese. Proprio qui, vicino a questo fuoco, ritroviamo Pietro.

Pietro ha un temperamento focoso, è un leader nato, potremmo dire con termini di oggi che era un piccolo imprenditore: non era frequente al tempo di Gesù, trovare uno che possedeva una barca. Ma tante volte, agisce su due piedi, senza pensarci su, per poi finire in brutte figure, come quando volle camminare sull’acqua e poi per poco non annegava; o quando vorrebbe impedire a Gesù di andare a Gerusalemme a morire, per poi ricevere dal Suo Maestro un duro: “Va via da me, satana!”. Anche in seguito, una volta capo della Chiesa nascente, viene dall’apostolo Paolo ripreso perché proprio lui, quello che guida la Chiesa, si vergogna di farsi vedere mangiare allo stesso tavolo con dei pagani. Ma era stato scelto da Gesù come capo della Chiesa proprio per questo temperamento focoso, di quello che non si tira indietro, qualità necessaria in un leader che deve sostenere e dare forza a un gruppo, soprattutto quando il Figlio dell’Uomo non ci sarebbe stato più.

Questo temperamento, spinge Pietro a entrare addirittura nella casa dove il Cristo è prigioniero, e a sedersi con grande coraggio, dopo che era fuggito, proprio accanto a chi ha partecipato alla cattura del suo Gesù.

Ma il suo dramma inizia quando è riconosciuto. Una serva, che forse era presente al momento dell’arresto, oppure notando che Pietro è silenzioso, di aspetto preoccupato rispetto agli altri che ridono e si raccontano la riuscita dell’operazione, fissa Pietro, lo osserva con attenzione, e di improvviso lo accusa di fronte a tutti: “Anche tu eri col Nazareno, Gesù!”.

Immaginiamo che le voci e le risate saranno taciute d’improvviso, sarà seguito un lungo momento di silenzio, tutti avranno volto lo sguardo verso quel galileo che la serva indica con un dito.

E Pietro, ormai in primo piano contro ogni previsione, imbarazzato e alzandosi le dice che si sbaglia e va via, mentre un gallo canta.

Ma la donna non si rassegna, è certa che quello è un seguace del galileo, così lo insegue e la scena si ripete. Questa volta però lei non lo accusa direttamente, ma si rivolge alla gente dicendo: “Costui è uno di loro!”. Pietro di nuovo le risponde che si sbaglia, ma proprio il suo parlare lo tradisce. La folla sente quel dialetto che non è tipico di quella regione, come noi subito sapremmo distinguere un toscano da un romano, da un napoletano o da un milanese.

E così Pietro, proprio nel perdere il controllo, nel giustificarsi, rompe i limiti della prudenza e viene da tutti scoperto, e gli dicono: “Devi essere uno di loro, il tuo parlare tradisce che sei un galileo!”. Pietro ormai ha perso ogni controllo, arriva a imprecare, urlare, addirittura giurare che non conosce quell’uomo. Quell’uomo…. ormai per lui Gesù non è più il Messia, il Cristo, ma è “Quell’uomo” e il gallo che con il suo secondo canto accompagna la fuga di Pietro, chiude definitivamente il dramma.

Ma ecco il colpo di scena, Pietro ricorda l’avviso del Maestro: “Prima che il gallo canti due volte mi rinnegherai tre volte” e prima ancora gli aveva detto: “Io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”. Così le lacrime arrivano come le acque del mare che puliscono lo scoglio e il pentimento porta Pietro non a suicidarsi come Giuda, ma a riunirsi con la sua Chiesa, con gli altri apostoli.
Per meditare

Pietro se ne stava giù nel cortile

Povero Pietro, ha avuto più coraggio degli altri suoi compagni, entrare proprio nella tana del lupo e ora tocca il fondo della sua vita. Chissà quali i motivi che l’avevano trascinato a spingersi proprio fin lì. Però, fatto questo, non riesce ad andare più in là. Ricorda un po’ i nostri modi di fare: siamo spinti in certe occasioni a fare del bene, però poi non riusciamo ad andare oltre, cioè a coinvolgere la nostra stessa persona. Come se ci fosse un limite oltre il quale vi è un vuoto in cui non vogliamo rischiare di addentrarci.

Pietro decide di seguire il Maestro, che un giorno gli aveva detto: seguimi e ti farò pescatore di uomini; ma il suo è stato fino ad ora un seguire solo nel corpo, non è ancora pronto a seguirlo nello spirito.

Il cuore di Pietro non è ancora pronto a seguire il maestro fin dentro il sinedrio, luogo in cui si materializza il rischio della propria persona, si limita così a stargli vicino solo per la comunanza dello stesso luogo.

Lo dimostrano le tre bugie consecutive, la sua azione rivela il pensiero: sono qui da solo, nessuno di chi mi conosce può sentirmi, che male c'è a mentire, che cambierebbe affermare di conoscere quell’uomo?

Così è l’uomo chiuso in se stesso, senza l’appoggio di Gesù, senza l’aiuto di una comunità, Pietro lì solo tra la folla è il tralcio separato dalla vite, l’arto separato dal capo e dal corpo, e diventa così
inevitabile la conseguenza di pensare a se stesso.

Quanto assomiglia alla nostra società, dove l’incedere frettoloso del tempo, il moltiplicarsi di

attività, d’impegni, di lavori, isolano l’uomo in un’accentrazione dell’io, dove Gesù e dove l’altro sono solo un impegno in più.

Anche noi seguiamo Gesù e il bisognoso, che rappresenta Gesù, solo fino a giù nel cortile, tra folla, serve e galli.

Pietro, ci racconta l’Evangelista Luca, è scosso dal Signore che passò di lì tra le guardie, e voltandosi lo guardò. Da questo sguardo, congiunto al realizzarsi della profezia del canto di un gallo, rinasce l’apostolo, il Capo della Chiesa. Muore il vecchio uomo e nasce la Pietra su cui si fonderà la Chiesa, pietra lavata dalle lacrime dell’Apostolo.



Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa,

e perdonato il peccato.

Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male

e nel cui spirito non è inganno.

Tacevo e si logoravano le mie ossa,

mentre gemevo tutto il giorno.

Giorno e notte pesava su di me la tua mano,

come per arsura d’estate inaridiva il mio vigore.

Ti ho manifestato il mio peccato,

non ho nascosto il mio errore.

Ho detto: “Confesserò al Signore le mie colpe”.

E tu hai rimesso la malizia del mio peccato.

(Salmo 31,1-5)



Solleviamo i nostri occhi a Gesù che passa, ieri prigioniero dei soldati, oggi prigioniero del Suo amore, ieri benevolo verso l’Apostolo che l’aveva appena rinnegato, oggi in attesa di svuotare il Suo Cuore dell’eccesso di bontà, per rialzarci dalle nostre cadute.

Solleviamo i nostri occhi, e riceviamo la pace per il peccato perdonato.


Dalla vita di San Paolo della Croce. Fondatore dei Passionisti

“Calpesta questo Cristo!”

La carità con cui accoglieva le anime che ritornavano pentire a Dio era davvero grande.
Difficilmente derogava a questa regola; solo in caso estremo usava severità, quando capiva ch’era l’ultimo

espediente a disposizione per espugnare i renitenti alla grazia divina.

Terminata la missione di Bieda, ritornando al convento di Vetralla incontrò un uomo che bestemmiava. Acceso di santo zelo, estrasse il crocifisso e presentandolo al bestemmiatore gli disse forte:

-“Vedi un po’ se ti dà l’animo di calpestare questo Cristo! Animo, mettilo sotto i piedi!”.

Confuso, il bestemmiatore si buttò in ginocchio dicendo:

-“Perdono, Padre, perdono!”.

Piangeva. Paolo continuò:

-“Se, dunque, non ti dà l’animo di porti questo Crocifisso sotto dei piedi, perché lo bestemmi?”.

E proseguì il suo viaggio, lasciando il bestemmiatore pentito, inginocchiato in mezzo alla strada.

(Tratto da “Come visse San Paolo della Croce” di P. Cristoforo Chiari C.P.