Visualizzazione post con etichetta sofferenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sofferenza. Mostra tutti i post

venerdì 19 gennaio 2018

Libri - La buona Battaglia di Susanna Bo



Ci sono problemi che noi risolviamo; e ce e sono altri che risolvono noi. E ci fanno scoprire che dietro a certi fatti può nascondersi il tesoro più grande: un mistero da contemplare e da cui essere contemplati. Ma credo che anche questo, come la fede, sia soprattutto un dono.
(Susanna Bo - La Buona Battaglia)

È la storia di Luigi e Susanna. Lui è l’ateo, veste alla moda, frequenta le discoteche e non si capisce bene cosa ci faccia, in una comunità religiosa. Lei è la brava ragazza di chiesa, tutta studio, casa e tranquillità. Ma i ruoli non sono quelli di un copione: la storia d’amore di Luigi e Susanna è una storia vera. C’è l’innamoramento, poi il fidanzamento, infine il matrimonio e la nascita di due bambine. Con tutte le difficoltà e le gioie che tali momenti comportano. E vera è anche la malattia di Luigi: un meningioma al cervello che, nonostante i numerosi interventi e le terapie, si ripresenta puntualmente. In questo libro si ride tanto e si piange tanto, ci avvisa la prefazione. E solo a poco a poco ci accorgiamo che i ruoli che credevamo di conoscere stanno cambiando: è Luigi l’ateo, mentre il suo corpo lentamente si spegne, a capire che la sofferenza ha un senso quando è offerta, mentre sua moglie Susanna, brava ragazza di chiesa, scoprirà una fede molto diversa da quella che ha sempre dato per scontata. Luigi ritroverà la fede in punto di morte a 33 anni. Queste le sue parole trovate nella sua agenda, appuntate su un foglietto; “Incontro con don Fabio – Roma. E’ arrivato il tempo per me di amare donando la mia vita, senza alcuna barriera. Se Dio mi chiama a questo significa che dei miei peccati se ne frega, Lui mi ama”.

Una lettura che mi sento di consigliare vivamente a chi non si rassegna, a chi crede che sofferenza e morte non siano le ultime parole. Un libro per chi crede nell'amore nonostante tutto.

Potete acquistare il libro al miglior prezzo qui

martedì 20 dicembre 2011

Là dove il dolore si nasconde, cresce la madreperla della vita


Da Parresia, il blog di don Luigi Maria Epicoco

"Là dove il dolore si nasconde, cresce la madreperla della vita" (A. D'Avenia)

A pochi giorni dal Natale sono costretto a ricordarmi che Dio non si fa bambino nel candore dei presepi sotto i nostri alberi. Dio si fa bambino di notte, quando non c'è luce, quando c'è la confusione delle paure, quando nessuno ti apre la porta per farti entrare a riposare, quando tutto sembra navigarti contro

Il mistero del Natale non è il trionfo dei sorrisi, ma il trionfo della vita che nasce nonostante il buio all'intorno. Eppure è proprio al buio che si apprezza il valore della Luce. E' solo lì che capisci che la vita è una cosa seria, e non basta cambiare nei propositi, bisogna cambiare nei fatti, accettando di essere anche noi porzione di buio e desiderio di luce. 

Il dolore è l'unica cosa che abbiamo per accogliere la gioia. Solo una mancanza può far spazio a una pienezza. Benedetta sia allora anche la mancanza.

mercoledì 29 aprile 2009

Precisazioni su Cristo e la sua sofferenza


di don Tullio Rotondo

1) Cristo non è persona insieme divina e umana. Mi pare radicalmente eretico affermare che è persona umana e divina . Cristo è solo e unicamente Persona divina: ma ha una natura divina e una natura umana.

CCC 612 Il calice della Nuova Alleanza, che Gesù ha anticipato alla Cena offrendo se stesso, 475 in seguito egli lo accoglie dalle mani del Padre nell'agonia al Getsemani 476 facendosi « obbediente fino alla morte » (Fil 2,8). 477 Gesù prega: « Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! » (Mt 26,39). Egli esprime così l'orrore che la morte rappresenta per la sua natura umana. Questa, infatti, come la nostra, è destinata alla vita eterna; in più, a differenza della nostra, è perfettamente esente dal peccato 478 che causa la morte; 479 ma soprattutto è assunta dalla Persona divina dell'« Autore della vita », 480 del « Vivente ». 481 Accettando nella sua volontà umana che sia fatta la volontà del Padre, 482 Gesù accetta la sua morte in quanto redentrice, per « portare i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce » (1 Pt 2,24).

616 È l'amore sino alla fine 495 che conferisce valore di redenzione e di riparazione, di espiazione e di soddisfazione al sacrificio di Cristo. Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell'offerta della sua vita. 496 « L'amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti » (2 Cor 5,14). Nessun uomo, fosse pure il più santo, era in grado di prendere su di sé i peccati di tutti gli uomini e di offrirsi in sacrificio per tutti. L'esistenza in Cristo della Persona divina del Figlio, che supera e nel medesimo tempo abbraccia tutte le persone umane e lo costituisce Capo di tutta l'umanità, rende possibile il suo sacrificio redentore per tutti.

626 Poiché l'« Autore della vita » che è stato ucciso 516 è anche il Vivente che « è risuscitato », 517 necessariamente la Persona divina del Figlio di Dio ha continuato ad assumere la sua anima e il suo corpo separati tra di loro dalla morte:

« La Persona unica non si è trovata divisa in due persone dal fatto che alla morte di Cristo l'anima è stata separata dalla carne; poiché il corpo e l'anima di Cristo sono esistiti al medesimo titolo fin da principio nella Persona del Verbo; e nella morte, sebbene separati l'uno dall'altra, sono restati ciascuno con la medesima ed unica Persona del Verbo ». 518

CCC 252
La Chiesa adopera il termine “sostanza” (reso talvolta anche con “essenza” o “natura”) per designare l'Essere divino nella sua unità, il termine “persona” o “ipostasi” per designare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella loro reale distinzione reciproca, il termine “relazione” per designare il fatto che la distinzione tra le Persone divine sta nel riferimento delle une alle altre.

Concilio di Efeso (431)
CCC 466
L'eresia nestoriana vedeva in Cristo una persona umana congiunta alla Persona divina del Figlio di Dio. In contrapposizione ad essa san Cirillo di Alessandria e il terzo Concilio Ecumenico riunito a Efeso nel 431 hanno confessato che “il Verbo, unendo a se stesso ipostaticamente una carne animata da un'anima razionale, si fece uomo” [Concilio di Efeso: Denz. -Schönm., 250]. L'umanità di Cristo non ha altro soggetto che la Persona divina del Figlio di Dio, che l'ha assunta e fatta sua al momento del suo concepimento. Per questo il Concilio di Efeso ha proclamato nel 431 che Maria in tutta verità è divenuta Madre di Dio per il concepimento umano del Figlio di Dio nel suo seno; “Madre di Dio. . . non certo perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto origine dalla santa Vergine, ma, poiché nacque da lei il santo corpo dotato di anima razionale a cui il Verbo è unito sostanzialmente, si dice che il Verbo è nato secondo la carne” [Concilio di Efeso: Denz. -Schönm., 250].

Concilio Efesino

Lettera II di s. Cirillo alessandrino a Nestorio

“Così, diciamo che egli ha sofferto ed è risuscitato, non che il Verbo di Dio ha sofferto nella propria natura le percosse, i fori dei chiodi, e le altre ferite (la divinità, infatti non può soffrire, perché senza corpo); ma poiché queste cose le ha sopportate il corpo che era divenuto suo, si dice che egli abbia sofferto per noi: colui, infatti, che non poteva soffrire, era nel corpo che soffriva. Allo stesso modo spieghiamo la sua morte. Certo, il Verbo di Dio, secondo la sua natura, è immortale, incorruttibile, vita, datore di vita; ma, di nuovo, poiché il corpo da lui assunto, per grazia di Dio, come dice Paolo, ha gustato la morte per ciascuno di noi, si dice che egli abbia sofferto la morte per noi. Non che egli abbia provato la morte per quanto riguarda la sua natura (sarebbe stoltezza dire o pensare ciò), ma perché, come ho detto poco fa, la sua carne ha gustato la morte. Così pure, risorto il suo corpo, parliamo di resurrezione del Verbo; non perché sia stato soggetto alla corruzione - non sia mai detto - ma perché è risuscitato il suo corpo.”


Concilio Efesino canoni

" Diciamo che Cristo
ha sofferto non per il fatto che Dio Verbo ha sofferto nella sua natura,
o abbia ricevuto piaghe o transfissione di chiodi (infatti Dio incorporeo
è fuori della passione) ma poiché quel corpo che è proprio di Lui stesso
ha sopportato questo, perciò tutte queste cose si dice che le ha sofferte.
Era infatti in quel corpo che soffriva, Dio che non poteva soffrire. E allo
stesso modo intendiamo la sua morte , infatti naturalmente Egli è Immortale
e incorruttibile , è vita e vivificante"(cap.14)

Concilio di Calcedonia (451)
CCC 467
I monofisiti affermavano che la natura umana come tale aveva cessato di esistere in Cristo, essendo stata assunta dalla Persona divina del Figlio di Dio. Opponendosi a questa eresia, il quarto Concilio Ecumenico, a Calcedonia, nel 451, ha confessato:

«Seguendo i santi Padri, all'unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale e di corpo, consostanziale al Padre per la divinità, e consostanziale a noi per l'umanità, “simile in tutto a noi, fuorché nel peccato” (Eb 4,15), generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi ultimi tempi, per noi e per la nostra salvezza, nato da Maria Vergine e Madre di Dio, secondo l'umanità.
Un solo e medesimo Cristo, Signore, Figlio unigenito, che noi dobbiamo riconoscere in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione. La differenza delle nature non è affatto negata dalla loro unione, ma piuttosto le proprietà di ciascuna sono salvaguardate e riunite in una sola persona e una sola ipostasi» [Concilio di Calcedonia: Denz. -Schönm., 301-302].

Concilio di Costantinopoli II (553)
CCC 468
Dopo il Concilio di Calcedonia, alcuni fecero della natura umana di Cristo una sorta di soggetto personale. Contro costoro, il quinto Concilio Ecumenico, a Costantinopoli, nel 553, ha confessato riguardo a Cristo: vi è “una sola ipostasi [o Persona].. ., cioè il Signore nostro Gesù Cristo, Uno della Trinità ” [Concilio di Costantinopoli II: Denz. -Schönm., 424]. Tutto, quindi, nell'umanità di Cristo deve essere attribuito alla sua Persona divina come al suo soggetto proprio, [Cf già Concilio di Efeso: Denz. -Schönm., 255] non soltanto i miracoli ma anche le sofferenze [Cf Concilio di Costantinopoli II: Denz. -Schönm., 424] e così pure la morte: “Il Signore nostro Gesù Cristo, crocifisso nella sua carne, è vero Dio, Signore della gloria e Uno della Santa Trinità” [Cf Concilio di Costantinopoli II: Denz.- Schönm., 424].


2) Cristo non era soggetto al patire quanto alla sua divinità ma solo ed unicamente quanto all’umanità (DH 166, 196s, 293s,297,300, 318, 367, 442,492, 504, 635,681, 801, 852, 2529); coloro che affermavano che Cristo soffrì anche quanto alla divinità erano gli eretici teopaschiti.

S. Tommaso afferma (S. Th. III q. 16 a. 8) “..Ea vero de quibus suspicari non potest quod divinae personae conveniant secundum seipsam, possunt simpliciter dici de christo ratione humanae naturae, sicut simpliciter dicimus Christum esse passum, mortuum et sepultum. ..” Quelle cose delle quali non si può sospettare che convengano alla divina Persona secondo sé stessa, possono dirsi semplicemente di Cristo secondo la natura umana.

Oggi però, aggiungo io, appunto per il fatto che ci sono alcuni che affermano falsamente che la natura divina soffra e sia mortale penso che sia bene precisare che Cristo ha sofferto ed è morto in quanto uomo

Dicendo questo noi seguiamo addirittura s. Pietro che afferma

1Pietro 4:1 Poiché dunque Cristo soffrì nella carne, anche voi armatevi degli stessi sentimenti

E aggiunge più avanti S. Tommaso (S. Th. III q. 16 a. 8) “..Unde et ipse postea alibi subdit, ipsa una hypostasis, scilicet Christi, et increata est deitate, et creata est humanitate..” Cioè egli (s. Giov. Damasceno) successivamente in un altro luogo aggiunge (subdit) che la stessa unica ipostasi (Persona) è increata secondo la divinità e creata secondo l’umanità. Perciò è s. Tommaso stesso che mi ha invitato a fare quello che ho fatto.

Nota che anche s. Tommaso parla di Cristo secondo la natura umana e secondo la natura divina

Sed utrum ad christum, secundum quod homo est, mittatur filius invisibiliter, vel spiritus sanctus visibiliter vel invisibiliter, dubium Est.

Più direttamente s. Tommaso usa la mia stessa terminologia in questi testi “Ad primum ergo dicendum, quod christus, secundum quod homo, est causa meritoria nostrae justificationis; sed secundum quod deus, est causa influens gratiam.”(In IV Sent d. 1 q. 1 a. 4 qc 4 ad 1m )

Ad secundum dicendum, quod redemptor dicitur dupliciter. Uno modo propter usum potestatis auctoritativae in absolvendo a peccato, et sic christus secundum quod deus, redemptor Est. Alio modo propter effectum humilitatis; et sic competit ei secundum quod homo, inquantum per humilitatem passionis nobis remissionem meruit peccatorum; et hoc pertinet ad potestatem excellentiae, ut dictum Est. .”(In IV Sent d. 5 q. 1 a. 1 ad 2m )


3) Per concludere: Benedetto XIV nella professione di fede da lui inviata agli orientali ha scritto:

“ Venero …. il Concilio Calcedonese , quarto nell’ordine, e credo cioè che in esso è stato definito contro Eutiche e Dioscoro …. che l’unico e medesimo Figlio di Dio Signore nostro Gesù Cristo è perfetto nella divinità e nella umanità, vero Dio e vero uomo di corpo e anima razionale, consustanziale al Padre per la divinità e a noi consustanziale per l’umanità ….. Cristo Figlio di Dio che deve essere riconosciuto in due nature in modo: inconfuso, indiviso, inseparabile, immutabile senza che l’unione tolga la differenza delle nature ma piuttosto salva la proprietà di ciascuna natura concorrente in una persona …. Inoltre (credo ) che la divinità di Cristo nostro Signore, secondo la quale è consostanziale al Padre e allo Spirito Santo, è impassibile e immortale, e che lo stesso inoltre è stato crocifisso ed è morto solo secondo la carne, come parimenti è stato definito nel detto Concilio (Calcedonese) ….. per la cui definizione è condannata l’empia eresia di coloro che che al Trisagio consegnato dagli angeli e proclamato nel Concilio predetto “Santo Dio, santo forte, santo immortale” aggiungevano, “che è stato crocifisso per noi” e così dichiaravano mortale e passibile la divina natura delle Tre Persone”.(DH 2529)

Qui è proprio il Magistero che parla di Cristo secondo la divinità e secondo la carne (umanità) .

martedì 21 aprile 2009

Terremoto, incredulità e silenzio di Dio


di don Tullio Rotondo

Ho sentito dire che qualcuno si è chiesto dove era Dio durante il terremoto dell’Aquila.
Addirittura sembra che qualcuno abbia perso la fede a causa di questo cataclisma.

Io mi chiedo: c’era veramente una fede radicata in coloro che hanno perso la loro fede a causa del terremoto dell’Aquila? Era gente ben formata nella fede, questa?
La risposta diretta che mi viene è la seguente: normalmente chi perde la fede a causa della sofferenza non aveva una fede veramente profonda.

La fede non è sentimento, stiamo bene attenti, la fede è intelligenza e volontà; la fede non si nutre di comodità o di benessere, si nutre di preghiera, di meditazione della Passione, di digiuno, di umiltà, di Sacramenti degnamente ricevuti……

La fede nasce e cresce all’ombra della Croce e della Risurrezione, la fede sa che Dio non voleva la morte per l’uomo, la morte è stata causata da noi uomini, con il peccato,la fede sa che Dio non voleva la sofferenza, la sofferenza è stata causata dal peccato.
La fede sa che il più grande dono che Dio ci fa è la Croce, la fede sa che l’Amore di Dio sta nel fatto che Lui ci vuole donare una eternità beata, dopo la morte,la fede sa che la morte non è il momento più brutto della vita ma il più bello.

Allora che fede era quella di coloro che sono diventati increduli dopo il terremoto dell’Aquila?
Io temo che quella, nella grandissima maggioranza dei casi, fosse una parvenza di fede, una fede umanizzata e paralizzata, una fede distorta, che non ha saputo leggere rettamente gli eventi.
Invece di prendersela con sé stessi e con il peccato, convertendosi, queste persone se la sono presa con Dio, Sono caduti molto stoltamente nella trappola di satana che, come sapete, tende a rovesciare radicalmente la realtà per farci pensare che essa sia il contrario di ciò che realmente è...

Stiamo dunque bene attenti quando incontriamo persone che dicono di credere, verifichiamo bene che la loro fede sia reale e non un sentimento vago. Se verifichiamo che la loro fede è un sentimento avvertiamoli, svegliamoli, scuotiamoli, illuiminamoli prima che sia troppo tardi.

Dove era Dio durante il terremoto? Era nel cuore della gente per sostenerla, era negli eventi, per mettere noi uomini alla prova, era nei buoni che hanno rischiato per aiutare gli altri.
Dio era ed è più reale e più presente di tutto. La vera domanda da porsi è: dove erano e dove sono le menti e i cuori degli uomini ?
La risposta pare che debba essere la seguente: i cuori degli uomini, in gran parte, erano e sono nel nulla del peccato, perciò arrivavano e arrivano a chiedersi dove era Dio durante il terremoto.
Solo una mente ottenebrata può chiedersi dove sia Colui che è, dovunque, super presente.

E poi, carissimi, rendiamoci sempre bene conto che il silenzio di Dio non esiste, esiste invece la durezza dell’uomo e la sua sordità alle parole e alle verità che Dio continuamente insegna attraverso la sua Chiesa.
Dio parla continuamente attraverso il vangelo, attraverso i buoni sacerdoti, vescovi etc.Dio parla attraverso il Papa...
Se gli uomini non vogliono ascoltare abbiano almeno l’onestà di dire che sono loro stessi, con la loro sordità, la causa dei loro mali……

sabato 11 aprile 2009

Padre Raniero Cantalamessa: "La croce è motivo di speranza"


Eccovi l'Omelia del Venerdì Santo di padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia. Particolarmente interessanti gli spunti attualizzanti: il riferimento agli ateobus, alla crisi economica e al recente terremoto che ha sconvolto la popolazione aquilana.
Buona lettura.
P.S. Le evidenziazioni sono mie.

Christus factus est pro nobis oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis”: “Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte. E alla morte di croce”. Nel bi-millenario della nascita dell’apostolo Paolo, riascoltiamo alcune sue fiammeggiati parole sul mistero della morte di Cristo che stiamo celebrando. Nessuno meglio di lui può aiutarci a comprenderne il significato e la portata.

Ai Corinzi scrive a modo di manifesto: “I Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Cor 1, 22-24). La morte di Cristo ha una portata universale: ”Uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti” (2 Cor 5, 14). La sua morte ha dato un senso nuovo alla morte di ogni uomo e di ogni donna.

Agli occhi di Paolo la croce assume una dimensione cosmica. Su di essa Cristo ha abbattuto il muro di separazione, ha riconciliato gli uomini con Dio e tra di loro, distruggendo l’inimicizia (cf. Ef. 2,14-16). Da qui la primitiva tradizione svilupperà il tema della croce albero cosmico che con il braccio verticale unisce cielo e terra e con il braccio orizzontale riconcilia tra loro i diversi popoli del mondo. Evento cosmico e nello stesso tempo personalissimo: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me!” (Gal 2, 20). Ogni uomo, scrive l’Apostolo, è “uno per cui Cristo è morto” (Rom 14,15).

Da tutto ciò nasce il sentimento della croce, non più come castigo, rimprovero o argomento di afflizione, ma gloria e vanto del cristiano, cioè come una giubilante sicurezza, accompagnata da commossa gratitudine, alla quale l’uomo si innalza nella fede: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Gal 6, 14).

Paolo ha piantato la croce al centro della Chiesa come l’albero maestro al centro della nave; ne ha fatto il fondamento e il baricentro di tutto. Ha fissato per sempre il quadro dell’annuncio cristiano. I vangeli, scritti dopo di lui, ne seguiranno lo schema, facendo del racconto della passione e morte di Cristo il fulcro verso cui tutto è orientato.

Si resta stupiti di fronte all’impresa portata a termine dall’Apostolo. Per noi oggi è relativamente facile vedere le cose in questa luce, dopo che la croce di Cristo, come diceva Agostino, ha riempito la terra e brilla ora sulla corona dei re [1] . Quando Paolo scriveva, essa era ancora sinonimo della più grande ignominia, qualcosa che non si doveva neppure nominare tra persone educate.

* * *

Lo scopo dell’anno paolino non è tanto quello di conoscere meglio il pensiero dell’Apostolo (questo gli studiosi lo fanno da sempre, senza contare che la ricerca scientifica richiede tempi più lunghi di un anno); è piuttosto, come ha ricordato in più occasioni il Santo Padre, quello di imparare da Paolo come rispondere alle sfide attuali della fede.

Una di queste sfide, forse la più aperta mai conosciuta fino ad oggi, si è tradotta in uno slogan pubblicitario scritto sui mezzi di trasporto pubblico di Londra e di altre città europee: “Dio probabilmente non esiste. Dunque smetti di tormentarti e goditi la vita”: There’s probably no God. Now stop worrying and enjoy your life.”

L’elemento di maggior presa di questo slogan non è la premessa “Dio non esiste”, ma la conclusione: “Goditi la vita!” Il messaggio sottinteso è che la fede in Dio impedisce di godere la vita, è nemica della gioia. Senza di essa ci sarebbe più felicità nel mondo! Paolo ci aiuta a dare una risposta a questa sfida, spiegando l’origine e il senso di ogni sofferenza, a partire da quella di Cristo.

Perché “era necessario che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria”? (Lc 24, 26).
A questa domanda si dà talvolta una risposta “debole” e, in un certo senso, rassicurante. Cristo, rivelando la verità di Dio, provoca necessariamente l’opposizione delle forze del male e delle tenebre e queste, come era avvenuto nei profeti, porteranno al suo rifiuto e alla sua eliminazione. “Era necessario che il Cristo patisse” andrebbe dunque inteso nel senso di “era inevitabile che il Cristo patisse”.

Paolo da una risposta “forte” a quella domanda. La necessità non è di ordine naturale, ma soprannaturale. Nei paesi di antica fede cristiana si associa quasi sempre l’idea di sofferenza e di croce a quella di sacrificio e di espiazione: la sofferenza, si pensa, è necessaria per espiare il peccato e placare la giustizia di Dio. È questo che ha provocato, in epoca moderna, il rigetto di ogni idea di sacrificio offerto a Dio e, per finire, l’idea stessa di Dio.

Non si può negare che talvolta noi cristiani abbiamo prestato il fianco a questa accusa. Ma si tratta di un equivoco che una migliore conoscenza del pensiero di san Paolo ha ormai definitivamente chiarito. Egli scrive che Dio ha prestabilito Cristo “a servire come strumento di espiazione” (Rom 3,25), ma tale espiazione non opera su Dio per placarlo, ma sul peccato per eliminarlo. “Si può dire che sia Dio stesso, non l’uomo, che espia il peccato... L’immagine è più quella della rimozione di una macchia corrosiva o la neutralizzazione di un virus letale che quella di un’ira placata dalla punizione” [2].

Cristo ha dato un contenuto radicalmente nuovo all’idea di sacrificio. In esso “non è più l’uomo ad esercitare un’influenza su Dio perché questi si plachi. Piuttosto è Dio ad agire affinché l’uomo desista dalla propria inimicizia contro di lui e verso il prossimo. La salvezza non inizia con la richiesta di riconciliazione da parte dell’uomo, bensì con la richiesta di Dio: ‘Lasciatevi riconciliare con Lui” (1 Cor 2,6 ss)” [3].

Il fatto è che Paolo prende sul serio il peccato, non lo banalizza. Il peccato è, per lui, la causa principale dell’infelicità degli uomini, cioè il rifiuto di Dio, non Dio! Esso rinchiude la creatura umana nella “menzogna” e nella “ingiustizia” (Rom 1, 18 ss.; 3, 23), condanna lo stesso cosmo materiale alla “vanità” e alla “corruzione” (Rom 8, 19 ss.) ed è la causa ultima anche dei mali sociali che affliggono l’umanità.

Si fanno analisi a non finire della crisi economica in atto nel mondo e delle sue cause, ma chi osa mettere la scure alla radice e parlare di peccato? L’elite finanziaria ed economica mondiale era diventata una locomotiva impazzita che avanzava a corsa sfrenata, senza darsi pensiero del resto del treno rimasto fermo a distanza sui binari. Stavamo andando tutti “contromano”.

L’Apostolo definisce l’avarizia insaziabile una “idolatria” (Col 3,5) e addita nella sfrenata cupidigia di denaro “la radice di tutti i mali” (1 Tim 6,10). Possiamo dargli torto? Perché tante famiglie ridotte al lastrico, masse di operai che rimangono senza lavoro, se non per la sete insaziabile di profitto da parte di alcuni? E perché, nel terremoto degli Abruzzi di questi giorni, sono crollati tanti palazzi costruiti di recente? Cosa aveva indotto a mettere sabbia di mare al posto del cemento?


* * *

Con la sua morte, Cristo però non ha soltanto denunciato e vinto il peccato; ha anche dato un senso nuovo alla sofferenza, anche a quella che non dipende dal peccato di nessuno, come, appunto, il dolore di tante vittime del terremoto che ha sconvolto la vicina regione dell’Abruzzo. Ne ha fatto una via alla risurrezione e alla vita. Il senso nuovo dato da Cristo alla sofferenza non si manifesta tanto nella sua morte, quanto nel superamento della morte, cioè nella risurrezione. “È morto per i nostri peccati, è risorto per la nostra giustificazione” (Rom 4, 25): i due eventi sono inseparabili nel pensiero di Paolo e della Chiesa.

E’ un’esperienza umana universale: in questa vita piacere e dolore si susseguono con la stessa regolarità con cui, al sollevarsi di un’onda nel mare, segue un avvallamento e un vuoto che risucchia indietro il naufrago. “Un so che di amaro - ha scritto il poeta pagano Lucrezio - sorge dall’intimo stesso di ogni piacere e ci angoscia in mezzo alle delizie” [4]. L’uso della droga, l’abuso del sesso, la violenza omicida, sul momento danno l’ebbrezza del piacere, ma conducono alla dissoluzione morale, e spesso anche fisica, della persona.

Cristo, con la sua passione e morte, ha ribaltato il rapporto tra piacere e dolore. Egli “in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottomise alla croce” (Eb 12,2). Non più un piacere che termina in sofferenza, ma una sofferenza che porta alla vita e alla gioia. Non si tratta solo di un diverso susseguirsi delle due cose; è la gioia, in questo modo, ad avere l’ultima parola, non la sofferenza, e una gioia che durerà in eterno. “Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rom 6,9). E non lo avrà neppure su di noi.

Questo nuovo rapporto tra sofferenza e piacere si riflette nel modo di scandire il tempo della Bibbia. Nel calcolo umano, il giorno inizia con la mattina e termina con la notte; per la Bibbia comincia con la notte e termina con il giorno: “E fu sera e fu mattina: primo giorno”, recita il racconto della creazione (Gen 1,5). Non è senza significato che Gesù morì di sera e risorse di mattino. Senza Dio, la vita è un giorno che termina nella notte; con Dio è una notte che termina nel giorno, e un giorno senza tramonto.

Cristo non è venuto dunque ad aumentare la sofferenza umana o a predicare la rassegnazione ad essa; è venuto a darle un senso e ad annunciarne la fine e il superamento. Quello slogan sui bus di Londra e di altre città viene letto anche da genitori che hanno un figlio malato, da persone sole, o rimaste senza lavoro, da esuli fuggiti dagli orrori della guerra, da persone che hanno subito gravi ingiustizie nella vita… Io cerco di immaginare la loro reazione nel leggere le parole: “Probabilmente Dio non c’è: goditi dunque la vita!” E con che?

La sofferenza resta certo un mistero per tutti, specialmente la sofferenza degli innocenti, ma senza la fede in Dio essa diventa immensamente più assurda. Le si toglie anche l’ultima speranza di riscatto. L’ateismo è un lusso che si possono concedere solo i privilegiati della vita, quelli che hanno avuto tutto, compresa la possibilità di darsi agli studi e alla ricerca.

* * *

Non è la sola incongruenza di quella trovata pubblicitaria. “Dio probabilmente non esiste”: dunque, potrebbe anche esistere, non si può escludere del tutto che esista. Ma, caro fratello non credente, se Dio non esiste, io non ho perso niente; se invece esiste, tu hai perso tutto! Dovremmo quasi ringraziare chi ha promosso quella campagna pubblicitaria; essa ha servito alla causa di Dio più che tanti nostri argomenti apologetici. Ha mostrato la povertà delle sue ragioni ed ha contribuito a scuotere tante coscienze addormentate.

Dio però ha un metro di giudizio diverso dal nostro e se vede la buona fede, o una ignoranza incolpevole, salva anche chi in vita si è affannato a combatterlo. Ci dobbiamo preparare a delle sorprese, a questo riguardo, noi credenti. “Quante pecore ci sono fuori dell’ovile, esclama Agostino, e quanti lupi dentro!”: “Quam multae oves foris, quam multi lupi intus!” [5].

Dio è capace di fare dei suoi negatori più accaniti, i suoi apostoli più appassionati. Paolo ne è la dimostrazione. Che cosa aveva fatto Saulo di Tarso per meritare quell’incontro straordinario con Cristo? Che cosa aveva creduto, sperato, sofferto? A lui si applica ciò che Agostino diceva di ogni elezione divina: “Cerca il merito, cerca la giustizia, rifletti e vedi se trovi altro che grazia” [6] . È così che egli spiega la propria chiamata: “Io non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono” (1 Cor 15, 9-10).

La croce di Cristo è motivo di speranza per tutti e l’anno paolino un’occasione di grazia anche per chi non crede ed è in ricerca. Una cosa parla a loro favore davanti a Dio: la sofferenza! Come il resto dell’umanità, anche gli atei soffrono nella vita, e la sofferenza, da quando il Figlio di Dio l’ha presa su di sé, ha un potere redentivo quasi sacramentale. È un canale, scriveva Giovanni Paolo II nella “Salvifici doloris”, attraverso cui le energie salvifiche della croce di Cristo sono offerte all’umanità [7].

All’invito a pregare “per coloro che non credono in Dio”, seguirà, tra poco, una toccante preghiera in latino del Santo Padre. Tradotta in italiano, essa dice così: “Dio onnipotente ed eterno, tu hai messo nel cuore degli uomini una così profonda nostalgia di te, che solo quando ti trovano hanno pace: fa’ che, al di là di ogni ostacolo, tutti riconoscano i segni della tua bontà e, stimolati dalla testimonianza della nostra vita, abbiano la gioia di credere in te, unico vero Dio e Padre di tutti gli uomini. Per Cristo nostro Signore.