sabato 30 gennaio 2010

Avatar? Un inno al Panteismo in salsa ecologista e New Age.



Scommetto che per la stragrande maggioranza dei fan di Cameron la parola AVATAR non abbia un significato diverso da quello dato all'immaginetta utilizzata nei forum per personalizzarsi il profilo.
Tuttavia presso la religione Induista un avatar o avatara è l'assunzione di un corpo fisico da parte di dio o di uno dei suoi aspetti. Questa parola deriva dalla lingua sanscrita e significa "disceso"; nella tradizione religiosa induista consiste nella deliberata incarnazione di un deva, o della stessa divnità, in un corpo fisico al fine di svolgere determinati compiti.

Ora mi direte voi, che c'entra con il film?
Il film non parla forse di un liberatore straniero e di un popolo che ha molto in comune con l'induismo?
Si ma c'è molto di più come ci rivela Massimo Introvigne in un ottimo articolo comparso oggi tra le pagine di Avvenire.
Buona lettura.

Avvenire 30/01/2010
di Massimo Introvigne

Il film di James Cameron Avatar unisce a una tecnologia prodigiosa e apprezzabile solo in 3D e sul grande schermo, davvero in grado di riportare al cinema chi si nutre di solo Internet e televisione, una trama tutto sommato molto semplice e un’ideologia discutibile. I Na’vi, i pacifici abitanti del pianeta Pandora attaccati da mercenari terrestri al soldo di una multinazionale, sono infatti un’ovvia metafora di tutti i «diversi»: e il messaggio è che i «diversi» sono sempre e comunque migliori di noi. Se si trattasse solo di una critica di quello che Giulio Tremonti chiama il «turbocapitalismo» delle multinazionali – compreso il suo scarso rispetto per la cultura e per l’ambiente - non ci sarebbe niente da obiettare. Ma il fatto – come hanno notato molti critici cristiani negli Stati Uniti - è che la superiorità morale dei Na’vi deriva dalla loro religione, che lo spettatore è indotto ad ammirare e condividere.

Questa religione è superiore a quelle dei terrestri, insegna il film, perché non divide ma unisce. Perché non è dualista, ma monista, non distingue fra Creatore e creature e venera Eywa, la Madre o il Tutto, una sorte di mente collettiva dell’universo che lo rivela come una rete fittissima di interconnessioni. Tutto è collegato con tutto, e le sciamane Na’vi compiono prodigi, guarigioni comprese, perché riescono a penetrare in queste linee di collegamento e ad entrare in sintonia con Eywa. Il nome classico di questa religione – non usato nel film di Cameron – è panteismo: ma si tratta di un panteismo rivisitato in salsa ecologistica e New Age. Il riferimento al New Age è ovvio, e convince di più dell’ipotesi - che in India è arrivata fino alla prime pagine dei quotidiani - di vedere nella religione dei Na’vi una variante neppure troppo modificata dell’induismo. L’espressione «New Age» indica tuttavia un genere, non una specie. I gruppi New Age sono moltissimi, e abbastanza diversi tra loro.

Chi ha qualche familiarità con questo mondo di fronte ad Avatar non può fare a meno di notare che il gruppo New Age che si avvicina di più alle idee dei Na’vi non sta negli Stati Uniti ma in Italia, in provincia di Torino. È Damanhur, il centro «acquariano» fondata nel 1976 in Valchiusella da Oberto Airaudi, famosa per il suo grande tempio sotterraneo e che, per quanto i suoi «cittadini» – come preferiscono farsi chiamare – non amino questa etichetta rappresenta la più grande comunità New Age del mondo. L’ipotesi secondo cui Cameron potrebbe essersi ispirato a Damanhur non è peregrina. Libri e video in inglese su Damanhur sono molto diffusi nel circuito New Age americano, e la storia del tempio sotterraneo che la comunità è riuscita incredibilmente a tenere segreto fino al 1992 ha affascinato anche i grandi quotidiani. Le somiglianze sono sorprendenti. Come il tempio sotterraneo di Damanhur, il centro del potere e della spiritualità dei Na’vi è nascosto: in un enorme albero.

Come i damanhuriani, i Na’vi hanno una loro lingua sacra, il cui uso sia nel film di Cameron sia a Damanhur in Valchiusella aiuta a segnare la differenza con chi non fa parte della comunità. Sia i Na’vi sia i cittadini di Damanhur sottolineano il valore dell’appartenenza un «popolo» che non è solo etnica ma iniziatica e – come dimostra il caso stesso del protagonista del film – volontaria. I damanhuriani si salutano, riconoscendo la comunione profonda che regna fra loro, con le parole «Con te», non con il consueto buongiorno; lo stesso fanno i Na’vi dicendo «Ti vedo». A Damanhur ogni fedele stabilisce uno speciale legame – bilaterale – con un animale, di cui prende il nome. Tra i Na’vi ogni guerriero o guerriera diventa tale scegliendo un animale alato da cavalcare ed essendone nel contempo scelto.

Il cittadino di Damanhur, scrive il fondatore Airaudi, diventa «goccia cosciente di sé e di tutte le altre gocce formanti il mare dell’Essere». I Na’vi sarebbero d’accordo. Sia i Na’vi sia i damanhuriani credono panteisticamente in un grande Tutto dove ogni manifestazione della natura e della vita è in collegamento con tutte le altre. Come i Na’vi, i damanhuriani cercano di interagire con queste connessioni – anche attraverso l’uso di speciali simboli – ottenendone, o così dicono, risultati anche in campo terapeutico.Si capisce – negli Stati Uniti e altrove – la diffidenza delle Chiese e comunità cristiane, per cui il panteismo e la negazione della differenza ontologica fra il Creatore e il creato sono nemici secolari che oggi ritornano con il New Age. Ma finora non sono stati in molti a vedere l’origine di questa nuova religione hollywoodiana molto vicino a casa nostra, in Valchiusella.

Spot anti-aborto previsto durante il Super Bowl,polemiche.


La finale del Super Bowl è l'evento nazionale più seguito dell'anno.
Tiene incollati agli schermi milioni di americani: una buona occasione per trasmettere un breve messaggio positivo. Ma la politica del conformismo non lo permette...Il politicaly correct ne risentirebbe.

Il titolo del "mostruoso" spot che ha scatenato la violenta reazione dell'Organizzazione Nazionale delle Donne e la Feminist Majority è nientepopodimenoche «Celebriamo la famiglia, celebriamo la vita». Un titolo da brividi!

Il video ripercorre, in trenta secondi, la gravidanza della madre di Tim Tebow, superstar della squadra di football del college di Florida. Tebow, che negli Stati Uniti gode di enorme popolarità, nacque nel 1987 al termine di una gravidanza a rischio. La madre dell’ex quarterback dei Gators si ammalò durante una missione nelle Filippine e rifiutò l’aborto consigliato dai medici che la visitarono.

E' sempre la stessa storia, i cristiani testimoniano la verità e qualcuno di inalbera.



venerdì 22 gennaio 2010

Emma Bonino alla Regione Lazio?


La sola idea mi fa rabbrividire!
Ancora di più se guardo la foto pubblicata da "Libero" e qui sopra riportata.

Se ogni politico nasconde qualche scheletro nell'armadio, Emma Bonino cela un cimitero di 10 mila bambini non nati e da lei spesso personalmente eliminati con una indifferenza orgogliosa e agghiacciante. Negli anni '74-75, quelli in cui infiamma la battaglia che poterà alla legge 194, la Bonino diviene con Adele Faccio una leader di quella che ancora oggi Marco Pannella chiama una "battaglia per i diritti civili".

Soprattutto, fonda il Cisa e si fa promotrice dell'aborto "per aspirazione", alternativa pratica ed economica ai "cucchiai d'oro", cioè agli infami interventi compiuti - fuorilegge ma dietro prezzolatissima parcella - da alcuni medici o praticono nostrani.

Quello mostrato dalla foto è proprio un intervento di quel tipo, eseguito con la pompa di bicicletta davanti al fotografo al quale la giovane e bella militante rivolge il suo sorriso. Il metodo è chiamato Karman e normalmente viene eseguito con un aspiratore elettrico, che però costa
un mucchio di quattrini e poi pesa a trasportarlo nelle case per fare aborti nelle case". Così spiega la deputata radicale alla giornalista Neera Fallaci di Oggi, mostrando gli oggetti accanto a lei (a sinistra nella foto), bastano una pompa da bicicletta, un dilatatore di plastica e un vaso dentro cui si fa il vuoto e in cui finisce "il contenuto dell'utero". Un kit per il fai-da-te, come oggi usano fare le iper-femministe per ingravidarsi da sole. "Io - spiega Emma - uso un barattolo da un chilo che aveva contenuto della marmellata. Alle donne non importa nulla che io non usi un vaso acquistato in un negozio di sanitari, anzi è un buon motivo per farsi quattro risate".

Un'allegra scampagnata: "L'essenziale per le donne è fare l'aborto senza pericolo e senza soffrire, non sentirsi sole e angosciate". Già perché mai?
"Entro il secondo mese non ci sono problemi: si può fare il self-help, l'auto assistenza, un discorso rivoluzionario delle femministe francesi e italiane.
Dopo il secondo mese mandiamo le donne a Londra". La Bonino, oltre a essersi sottoposta a un aborto clandestino, tramite il Cisa nel 1975 ha eseguito in Italia e a Londra, in dieci mesi, 10.141
aborti. Cioè diecimila omicidi, secondo la legge vigente all'epoca. A parte che anche altri leggi sindacali vengono infrante comunemente dai consultori boniniani: "Per le militanti che lavorano a tempo pieno il rimborso spese è di 150 mila lire al mese senza contributi né ferie:
d'agosto chi non lavora non prende una lira". Per non parlare poi dell'apologia di reato, "nessuno ci ha denunciato, eppure abbiamo tenuto anche una conferenza stampa. Come se dei ladri venissero a dire: abbiamo fatto tot rapine, l'anno prossimo ne faremo il doppio", e delle minacce: "Come farebbero a processarci tutte? E le reazioni della piazza?". Una denuncia, però alla Bonino arriva, per associazione e istigazione a delinquere, e finisce in prigione un paio di settimane.

domenica 17 gennaio 2010

L'inferno di Haiti ed il Paradiso


di Antonio Socci
tratto da Libero del 16 Gennaio

Basta un piccolo starnuto del pianeta, in un minuscolo francobollo di terra come Haiti, e sono spazzati via migliaia di esseri umani. Anche un microscopico virus è in grado di uccidere milioni di persone. Sono tutte manifestazioni di una stessa fragilità, di uno stesso destino. Tutti documenti della nostra misera condizione mortale.

C’è una sola “malattia”, trasmessa per via sessuale, che porta inevitabilmente alla morte l’umanità intera e non ha cure possibili. Non è l’Aids. Ne siamo affetti tutti, ad Haiti come qui. Si chiama: vita.

E’ una “malattia” anche stupenda (per questo la scrivo fra virgolette), è una “malattia” che amiamo, a cui stiamo attaccati con le unghie e con i denti. Ma solitamente non riflettiamo sulla sua natura effimera e quindi l’amiamo in modo sbagliato, dimenticando che dobbiamo scendere alla stazione e siamo destinati a un’altra dimora.

Quando arrivano grandi tragedie, personali o collettive, apriamo gli occhi sull’estrema fragilità della nostra esistenza e – svegliandoci – ci sentiamo quasi ingannati. Come se non sapessimo che siamo di passaggio.

Sì, siamo tutti malati terminali. Ma noi dimentichiamo di essere sulla soglia della morte dal primo istante di vita. Lo rimuoviamo.

Anzi, quasi tutto quello che facciamo ogni giorno ha questa segreta ragione: farci dimenticare il nostro destino, esorcizzare la morte, preannunciata dalla decadenza fisica, dalle malattie, dalla sofferenza, dal dolore altrui. Distrarci, come diceva Pascal: il “divertissement”.

Ormai la nostra mente è organizzata come un vero e proprio palinsesto televisivo: c’è la mezz’ora dedicata alla tragedia di Haiti dove magari si chiama a parlarne non i missionari, non organizzazioni come l’Avsi che da anni lavorano in quelle povere terre, ma Alba Parietti e Cristiano Malgioglio. Poi, subito dopo, il telecomando passa ai quiz, alle ballerine sgallettanti, alle chiacchiere (politica o sport) eccetera.

Tutti modi – si dice – “per ingannare il tempo”. In realtà per ingannare noi stessi, per dimenticare il destino . Perché il nostro insopprimibile desiderio è di vivere sempre, è di essere felici, e ci è insopportabile l’idea della morte e dell’infelicità.

Così, anche quando parliamo seriamente di tragedie come quelle di Haiti, con la faccia compunta, tocchiamo tutti i tasti fuorché quello.

Parliamo dell’emergenza (e va bene), degli aiuti da mandare (e va benissimo), della miseria di quei luoghi (verissima), poi varie storie e considerazioni, finché uno guarda l’orologio perché deve andare al tennis, un altro sbircia il telefonino e un altro ancora sussurra al vicino “ma quand’è che se magna?”.

Ricomincia il tran tran. E gli affanni. E l’ebbrezza di essere padroni della nostra vita. E le illusioni. Eppure il più grande “filosofo” di tutti i tempi chiamò “stolto” colui che riempiva il suo granaio illudendosi di poterne godere all’infinito: “stanotte stessa ti sarà chiesta la tua anima…”.

Perché un giorno tutti dovremo rispondere dei nostri atti e di come abbiamo speso il nostro tempo. In quanto la vita è un compito. Anche se ormai gli stessi preti parlano raramente dell’Inferno e del Paradiso a cui siamo destinati.

Pensiamo che inferno e paradiso siano da fuggire o cercare qui sulla terra. “Haiti, migliaia in fuga dall’inferno”, titolava ieri la prima pagina della “Stampa”. Altri giornali raccontavano i “paradisi tropicali” dei turisti a pochi passi dall’orrore haitiano.

Solo la Chiesa ci dice che c’è un Inferno ben peggiore di Haiti (ed eterno) da cui fuggire. E un Paradiso da raggiungere, di inimmaginabile bellezza e gioia, in cui tutte le lacrime saranno asciugate.

Il solo conforto oggi di fronte all’enormità del dolore di tutta quella povera gente e di fronte a tanti morti, è proprio questo: sperarli (e pregare per questo) fra le braccia del Padre, finalmente nella felicità certa, per sempre.

Ma noi, davanti alla nostra stessa morte (che è certa, inevitabile), che speranza abbiamo? Proviamo a rifletterci. Per me la sola speranza autentica è in Colui che ha avuto pietà della sorte umana, Colui che ha il potere vero e che ripagherà ogni sofferenza con un felicità senza fine e senza limiti.

Per questo la Chiesa c’è sempre, dentro ogni prova dell’umanità, dentro ogni “inferno” terreno com’è Haiti (provate a leggere le testimonianze accorate da là dei missionari). C’è per portare agli uomini la compassione di Dio, la sua carezza, il suo aiuto e soprattutto per aprire le porte del suo Regno.

“Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito” dice un prefazio della liturgia ambrosiana “donandoci una medicina più forte delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa. Così anche il peccato, in virtù del Tuo invincibile amore, è servito a elevarci alla vita divina”.
E la cosa grande che ci porta Gesù, il Salvatore degli uomini, non è solo questa, ma la resurrezione, la vittoria sulla morte, cosicché nulla di ciò che abbiamo amato andrà perduto.

Diceva don Giussani: “Cristo risorto è la vittoria di Dio sul mondo. La sua risurrezione dalla morte è il grido che Egli vuole far risentire nell’animo di ognuno di noi: la positività dell’essere delle cose, quella ragionevolezza ultima per cui ciò che nasce non nasce per essere distrutto. ‘Tutto questo è assicurato, te lo assicuro, Io sono risorto per renderti sicuro che tutto quello che è in te, e con te è nato, non perirà’ ”.
Come si fa allora a non gioire, anche nelle lacrime? Come si fa a non affidarsi – anche nella tragedia – all’unico che salva?

Voglio dirlo con le parole di san Gregorio Nazianzeno: “Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei una creatura finita. Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita”.


Perseguitati per la fede? Solo 5 miliardi!





di Rino Cammilleri
Tratto da Il Giornale del 13 gennaio 2010

I temi religiosi sono tornati in auge da quando i terroristi islamici ci hanno fatto capire, a suon di bombe e sgozzamenti, che c’è al mondo un sacco di gente per cui la religione è una cosa importante.

Così, ci siamo dovuti interessare al fatto - e, dunque, accorgere - che al mondo c’è anche un sacco di gente per niente libera di praticare la religione che preferisce. Ma non sapevamo che quest’ultima categoria di persone costituisce la maggioranza schiacciante del genere umano. Addirittura, più di cinque dei sei e rotti miliardi di abitanti del pianeta.

Ora per la prima volta è stata effettuata una indagine dettagliata, nazione per nazione, e ne è scaturito un rapporto di settantadue pagine, dal titolo Global Restrictions on Religion. December 2009. Stilato dal Pew Forum on Religion & Public Life di Washington, ha una precisione scientifica che ha risvegliato l’attenzione del vaticanista Sandro Magister, il quale gli ha dedicato una puntata del suo visitatissimo blog. L’indagine del Pew Forum analizza ben 198 nazioni e copre due anni, dal 2006 al 2008. Manca la Corea del Nord per ovvie ragioni: l’ossessione per la segretezza tipica dei regimi comunisti non fa trapelare alcun dato all’esterno. Detta indagine tiene conto sia delle restrizioni alla libertà religiosa imposte dai governi sia quelle provocate dalla pressione sociale (che può essere maggioritaria o di gruppi particolarmente violenti).

In alcuni posti i due tipi di pressione si sommano, in altri prevale l’uno o l’altro. Uno dei diagrammi che visualizzano numericamente i risultati prende in considerazione i cinquanta Paesi più popolati. Su questi spiccano India e Cina, la cui popolazione rispettiva supera il miliardo di individui. Per motivi diversi (pressione sociale in India, restrizioni governative in Cina), ecco già più di due miliardi di persone con problemi riguardo alla libertà religiosa.

Se aggiungiamo non pochi Paesi islamici, et voilà: oltre il settanta per cento dell’umanità vive in posti dove adorare in pace chi si vuole va dal molto difficile all’impossibile. In India il governo centrale predica la libertà religiosa ma ha approvato leggi anti-conversione. Nel Paese, comunque, sono certi gruppi fondamentalisti a fomentare l’odio religioso. Indù e musulmani fanno la loro parte, talvolta difendendosi, talaltra attaccando. In certe zone a farne le spese sono i cristiani, com’è noto. In Cina (ma anche in Vietnam) la popolazione non ha alcun problema con le diverse fedi; sono i governi a praticare la persecuzione. Nigeria e Bangladesh offrono dati differenti: le autorità sono neutrali (per ora) mentre le varie fazioni ogni tanto esplodono in pogrom ai danni del credo altrui. L’unico Paese in cui le coordinate cartesiane si sommano (ostilità sociale e divieti governativi) e registrano i picchi massimi è l’Arabia Saudita, che per la religione musulmana (di cui custodisce due dei tre «luoghi santi» ai sunniti) è interamente «terra sacra». Qui, ormai è universalmente noto, anche l’atto di culto privato diverso da quello ufficiale è reato penale. Tra gli altri Paesi interamente (e ufficialmente) musulmani, i più popolosi sono il Pakistan e l’Indonesia. I loro dati si discostano, sì, da quelli sauditi, ma mica tanto. In più, la situazione è sempre precaria, il che vuol dire che in qualsiasi momento potrebbero balzare ai vertici della classifica. Anche l’Egitto non scherza con il suo dieci per cento di cristiani copti. Pure qui ogni giorno è buono per un aggiornamento del posto in classifica. Si tenga conto che l’Egitto detiene l’università islamica più autorevole dell’intera «sunna» (la comunità dei fedeli musulmani) e da essa scaturiscono le interpretazioni coraniche più seguite. E poi c’è l'Iran, repubblica «islamica» fin dal nome, di credo sciita: le restrizioni in questo Paese appartengono ai due campi presi in considerazione dall’indagine del Pew Forum. Ma non si pensi che la palma dell’intolleranza spetti al solo islam.

Anche i Paesi ufficialmente buddisti fanno la loro parte: Sri Lanka, Myanmar e Cambogia reprimono in vario modo tutte le religioni diverse da quella di Stato. A volte le restrizioni colpiscono versioni diverse dello stesso credo. È il caso dell’Indonesia, ufficialmente musulmano, nel quale gli Ahmadi non hanno vita facile. Lo stesso in Turchia per gli Alevi. In Turchia, poi, la Chiesa cattolica non ha riconoscimento ufficiale, cosa che comporta non piccole restrizioni in campo amministrativo. Come nella cristiana Grecia: qui solo gli ortodossi, gli ebrei e i musulmani hanno status giuridico (il che significa libertà di organizzazione e di proprietà), non così i cristiani di altre confessioni. Mettendosi davanti al planisfero squadernato dal rapporto del Pew Forum ci si accorge subito che l’area della libertà religiosa è piuttosto limitata, nel mondo, e si trova principalmente nei Paesi a maggioranza cristiana come le Americhe, l’Europa, parte dell’Africa sub-sahariana e l'Australia. Ma neanche qui sono tutte rose e fiori.

La laicissima Francia impone restrizioni a tutti, dal turbante sikh al velo islamico ai crocifissi di grosse dimensioni. In Gran Bretagna, quantunque la Regina sia anche capo della chiesa statale, è il politicamente corretto a dettar legge, tant’è che le maggiori restrizioni le incontrano proprio i cristiani.

Un caso a sé (ma non troppo) è Israele, il cui governo accorda privilegi notevolissimi alle minoranze ultraortodosse dell’ebraismo, quantunque queste ultime costituiscano una frazione numericamente irrilevante della popolazione complessiva. Ma da qui in avanti si entra nella cronaca: è recentissima, per esempio, la condanna da parte del rabbinato ortodosso nei confronti di quelli che sputano addosso ai preti cristiani. Come abbiamo anticipato più sopra, per non pochi Paesi la situazione è ballerina. Per esempio, solo grazie al viaggio all’Avana di Giovanni Paolo II il mondo si rese conto che nella Cuba castrista era vietato festeggiare il Natale. Dunque, occhio alla cronaca (vedi quel che accade in Malesia, dove ai cristiani si vuol vietare l'uso della parola «Allah»), in attesa del Rapporto Pew 2010.

Il Viaggio di Paolo Brosio



Un servizio davvero stupendo...in quattro parti. Buona visione!


Lo SPOT contro l'omofobia del Ministero delle Pari Opportunità





Uno spot davvero di pessimo gusto! Era davvero necessario?
Qualche schizzo di sangue ed usciva fuori un ottimo trailer stile Sam Raimi.
A quando lo spot contro la clerofobia?
Assurdo...



Sky Multivision, ovvero come dividere radicalmente la famiglia.



Carissimi fratelli e sorelle,
avrete sentito dire da qualcuno che la Tv è stata una delle più furbe invenzioni del demonio. Bhè a giudicare dal livello qualitativo di questo diffuso mezzo di comunicazione possiamo dire che il cornuto se ne aggiudica una consistente porzione. Con l'invenzione della TV digitale le cose sembravano cambiate, una maggiore scelta, un minore rischio di venire bombardati da messaggi indesiderati. Ma...e qui arriva la novità...
Quante litigate davanti alla Tv per la scelta di un programma? Quante famiglie divise! La soluzione? Distruggere la Tv? Eliminarla? No...dare a poco più di 9 euro la possibilità di distruggere ogni motivo di dialogo in famiglia. Così entrando in una casa potrà capitare di vedere il marito che guarda la partita e la moglie che guarda l'ultima serie di Casalinge Disperate. Potreste dire è già Così...si ma ora è peggio perchè la tua divisione familiare la paghi mensilmente ad un prezzo irrisorio!
Poveri noi....



mercoledì 25 novembre 2009

UP un film d'animazione che parla d'amore autentico


di Antonio Autieri
sabato 14 novembre 2009

Dopo i passaggi a Cannes e Venezia, e l’uscita in tutto il mondo, è stato finalmente visto e apprezzato anche dal pubblico italiano il nuovo grande film della Pixar di John Lasseter: Up, che circola anche in versione 3D, la nuova tecnologia che sta cambiando il cinema. E che qui aggiunge poco – se non in alcune scene movimentate – a un film i cui pregi risiedono nella storia divertentissima, avventurosa, commovente, indimenticabile. Caratteristiche che tornano spesso nei film Pixar.
Il protagonista di Up è Carl Fredricksen: lo osserviamo all’inizio bambino, che guarda al cinema con candido stupore immagini sgranate in bianco e nero (siamo negli anni 30) sull’eroico esploratore Charles Muntz, di cui diventa un fan; come lo è la piccola Ellie, destinata a diventare sua grande amica. Con un veloce salto nel tempo vediamo i due bambini – così diversi tra loro: lei chiacchierona e buffa, lui silenzioso e goffo – sognare avventure in posti paradisiaci, poi diventare grandi, sposarsi, sperare (invano) di avere figli e quindi invecchiare, in una veloce carrellata muta che – anche grazie alle musiche di Michael Giacchino – risulta di una grazia chapliniana. Sognatori affettuosi e innamorati, il venditore di palloncini Carl e la sua amata moglie Ellie hanno vissuto una vita semplice e felice. Finché lei non lo lascia solo su questa terra. E qui vediamo l’ormai vedovo Carl come è adesso, a 78 anni: solo, inacidito con il mondo, sospettoso verso gli strani uomini che costruiscono palazzi attorno a lui e che vorrebbero comprargli la casetta costruita e curata con amore insieme a Ellie, il cui ricordo è l’unica cosa che lo tiene in vita. E quando con un pretesto cercheranno di portargli quella specie di santuario della memoria del loro tenero amore coniugale, escogiterà una via di fuga incredibile: attaccando miriadi di palloncini alla dimora sradicata notte tempo dal terreno, volerà via in cerca di quelle avventure sognate tutta la vita e mai realizzate. Ma c’è un imprevisto: il piccolo Russell, un boy scout di 8 anni che gli si è infilato in casa e che vuole viaggiare con lui… Controvoglia, il burbero Carl se lo deve portar dietro: insieme si troveranno a vivere in Sud America avventure mirabolanti, drammatici pericoli e sorprese a non finire (con scene che esaltano l’incredibile spettacolarità del film, sempre con la casetta volante appresso…): come la scoperta che certi eroi non sono poi così apprezzabili, e che invece anche la persona più comune può diventare un vero eroe per salvare chi vuol bene.
Abbiamo forse detto anche troppo, ma in realtà c’è molto di più in Up, a cominciare da alcuni “caratteri” comici che seguono la tradizione Disney e Pixar (il divertente cane parlante Doug e l’uccello rarissimo Kevin), da battute irresistibili, da gag calibrate al millimetro. Ma soprattutto, in Up c’è la consueta capacità dello staff Pixar – qui alla regia c’è Pete Docter, che già realizzò Monsters & Co. – di unire divertimento e toccante rappresentazione umana. Dopo aver raccontato giocattoli in crisi di identità o alla ricerca delle proprie origini (i due Toy Story), mostri che scoprono l’accettazione dell’alterità come strada per l’amicizia (Monsters & Co.), padri ansiosi e figli ribelli (Alla ricerca di Nemo), uomini in crisi di mezza età e di famiglie litigiose ma in fondo unite (Gli incredibili), amicizie che cambiano la vita (Cars), talenti che aprono anche il cuore più indurito (Ratatouille), e uomini capaci di riscattarsi dopo secoli di “letargo” esistenziale (Wall-E), anche stavolta riescono ancora a sorprenderci. Raccontando non solo l’ennesima “strana coppia” del cinema formata dal bambino e dal vecchietto (che ricorda tantissimo Spencer Tracy, grande attore di qualche decennio fa, anche nei modi burberi ma in fondo bonari), ma soprattutto mettendo al centro temi come la perdita della persona amata, la solitudine, la necessità di vivere il ricordo come memoria viva e non come ostacolo alla vita.

Dopo aver sognato avventure impossibili, Carl non solo si troverà a viverle anche oltre ogni sua immaginazione, ma capirà – grazie all’ultimo regalo di Ellie, in una scena che fa commuovere anche i sassi – che la sua più grande avventura è stato vivere sempre accanto al grande amore della sua vita. Un amore così grande da invitarlo ad andare avanti, a non fermarsi a un pur dolce ricordo e a lanciarsi nelle nuove avventure che l’esistenza gli può ancora proporre. Che sia lanciarsi in imprese spericolate per un ometto quasi ottantenne o confortare un bambino dalla difficile situazione affettiva.


Belgio: in coma da molti anni come Eluana, sentiva tutto!


Tratto da Il Giornale del 24 novembre 2009

Londra - Per ventitré anni ha vissuto imprigionato nel suo corpo incapace di muoversi e di comunicare. I medici gli avevano diagnosticato uno stato di coma vegetativo, ma si erano sbagliati. Rom Houbens, un uomo belga che adesso ha 46 anni, capiva perfettamente tutto quello che accadeva intorno a lui, ma non era in grado di dirlo. Così, dopo che un grave incidente d'auto l'aveva lasciato paralizzato, ha trascorso metà della sua esistenza ascoltando i medici che tentavano di migliorare le sue condizioni, poi rinunciavano a curarlo.

Il suo era ormai stato archiviato come un caso senza speranza quando la sua diagnosi venne rivista. Si tratta di una storia accaduta a Zolder, in Belgio, tre anni fa e che è stata resa pubblica soltanto ora dopo la pubblicazione su una rivista scientifica proprio dal medico che ha cambiato il destino di Houbens.

Raccontata ieri dal quotidiano inglese Daily Telegraph, questa vicenda fa molto riflettere sul diritto all'eutanasia di cui tanto si è discusso anche in Italia soprattutto dopo il caso di Eluana Englaro. E viene da pensare con raccapriccio a che cosa sarebbe accaduto se la famiglia del signor Houbens avesse insistito nel chiedere ai medici di «staccare la spina». Rom sarebbe probabilmente morto quando ancora era del tutto consapevole di ciò che accadeva. Prima dell'incidente occorsogli nel 1983, l'uomo era uno studente universitario appassionato di arti marziali. Dopo essere rimasto paralizzato i medici l'hanno curato costantemente controllando le sue condizioni con il Glasgow Coma Scale, un metodo internazionalmente riconosciuto che giudica lo stato del paziente attraverso le sue risposte visive, verbali e motorie.

A ogni esame la diagnosi inesatta veniva riconfermata e Houbens assisteva in silenzio ai commenti dei medici e alla disperazione dei parenti senza poter fare nulla. Tre anni fa, la svolta. All'università di Liegi un medico decide di riesaminare il caso dall'inizio e finalmente si scopre che il cervello di Houbens ha funzionato quasi normalmente per tutti questi anni. La nuova terapia che gli è stata prescritta adesso gli consente di comunicare con il mondo esterno attraverso un computer. Per Rom è stato come rinascere per una seconda volta. «Non potete immaginare che cosa significhi risvegliarsi e capire di aver perso il controllo del proprio corpo - ha raccontato l'uomo, - tentare di gridare senza che dalla mia bocca uscisse nemmeno un suono. Per anni sono stato testimone della mia sofferenza. Non dimenticherò mai il giorno che hanno scoperto l'errore nella diagnosi. Per tutto questo tempo non ho fatto altro che sognare una vita migliore».

Il neurologo Steven Laureys, che si è occupato del caso, afferma che spesso il coma vigile viene scambiato per coma vegetativo. «Soltanto in Germania - ha spiegato il medico che dirige il dipartimento di Neurologia all'ateneo di Liegi - ogni anno 100mila persone subiscono gravi traumi cerebrali. Circa 20mila restano in coma per tre settimane o più a lungo. Alcuni muoiono, altri si riprendono. Ma una percentuale che oscilla dalle 3mila fino alle 5mila persone l'anno, rimane intrappolata in uno stato intermedio. Continuano a vivere senza mai ritornare indietro completamente». Houbens adesso si trova in una struttura vicino a Bruxelles e può nuovamente comunicare con i suoi genitori e con tutti i suoi amici.

Guai a discutere di Maometto. Ma Gheddafi può insultare Gesù.


A cura di Renato Farina – Il Giornale 17/11/09

Arrivato a Roma, che resta in fondo la capitale della cristianità, Gheddafi non ha staccato il crocifisso dal muro. A quello ci pensa l'Europa. Lui ha preteso di identificare chi vi è stato inchiodato. Dicendo: «Non è Gesù, non è mai stato Gesù».

«Era un sosia, uno che gli assomigliava», ha predicato con solennità. Per citare l'agenzia Ansa si sarebbe espresso così: «Voi credete che Gesù è stato crocifisso ma non lo è stato, lo ha preso Dio in cielo. Hanno crocefisso uno che assomigliava a lui». Ma non solo: «Gli ebrei hanno cercato di ammazzare Gesù perché lui voleva rimettere sulla via giusta la religione di Mosè».
Insomma: Gesù è un profeta dell'Islam, e sarebbe una specie di vigliacco che scappa in braccio a Dio per non farsi mettere a morte dagli ebrei, lasciando che sia un altro a soffrire per lui. La nostra idea, forse la nostra speranza, è che ieri a dire queste bestialità beduine non sia stato il vero Colonnello ma un suo sosia. Una pratica molto nota tra i capi musulmani. Saddam Hussein ne aveva una dozzina, è stato scritto un bellissimo libro sul tema da Martin Amis. Probabile ne abbia anche Gheddafi, ma la prossima volta li scelga più intelligenti, e anche più rispettosi delle persone e del luogo dove va a pontificare.

La storia, per le persone cui fosse sfuggita, è questa: il capo del popolo libico, a Roma per il vertice della Fao, ha fatto rastrellare duecento ragazze alte e belle, vestite in modo castigato. Ha donato a ciascuna una banconota, poi ha cercato di convertirle. Da noi, nei Paesi occidentali, non è vietato: c'è libertà religiosa e anche di proselitismo. Ma da noi c'è anche il diritto di critica. E per il momento abbiamo anche il diritto alla difesa della Bibbia e in essa del Vangelo.
Stiamo un attimo sul punto. Quella della crocefissione di un Sosia, non è una trovata del leader libico, è una affermazione che sta scritta nel Corano. Il quale fa di Gesù un Profeta, ma nega l'essenziale su di lui, lo mangia e lo digerisce per il comodo di Maometto, che voleva sostituire la Rivelazione cristiana con la sua. Legittimo, da noi c'è libertà di religione. Ma il fatto che il rappresentate di un popolo convochi, con 50 euro di mancia al netto delle tasse, cento ragazze italiane per indottrinarle, senza diritto di replica, è qualcosa che se fosse stato fatto - a parti rovesciate - in Arabia o in Libia, il predicatore non sarebbe vivo. Se ad esempio, alla Mecca (che corrisponde più o meno a Roma per l'Islam) Berlusconi andasse a sostenere che Maometto sposando una bambina di nove anni ha violato l'infanzia, sarebbe stato decapitato come minimo, più probabilmente lapidato.

Noi ci ricordiamo bene quando, con il pretesto della maglietta con la vignetta su Maometto indossata dal ministro Calderoli, per poco non si dichiarò guerra all'Italia e fu assaltato il nostro consolato a Bengasi. E quella maglietta era assai delicata rispetto alla negazione ostentata, nella Roma di Pietro, della verità storica sulla passione e sul Calvario. Una specie di insensato negazionismo. Finché resta nei confini delle moschee ed è esposto da semplici imam, offende la nostra comunità e la nostra tradizione, ma ci sta, amaramente ci sta: è il prezzo della tolleranza e della libertà. Ma un capo di Stato non può abusare della sua intangibilità di ospite nonché di detentore del gas e del petrolio. Esistono dei doveri di civiltà, anche fra i beduini in visita, e conviene che qualcuno li ricordi al leader Gheddafi.

Il Crocifisso scomodo


di Antonio Socci

da Libero 4 novembre 2009

Gesù è stato giudicato – duemila anni fa – dalle varie magistrature del suo tempo. E sappiamo cosa decise la “giustizia” di allora.
Oggi la Corte europea di Strasburgo ha emesso una sentenza secondo cui lasciare esposta nelle scuole la raffigurazione di quell’Innocente massacrato dalla “giustizia umana” viola la libertà religiosa.
E’ stato notato che semmai il crocifisso ricorda a tutti che cosa è la giustizia umana e cosa è il potere ed è quindi un grande simbolo di laicità (sì, proprio laicità) e di libertà (viene da chiedersi se gli antichi giudici di Gesù sarebbero contenti o scontenti che una sentenza di oggi cancelli l’immagine di quel loro “errore giudiziario” o meglio di quella loro orrenda ingiustizia).
Ma discutiamo pacatamente le ragioni della sentenza di oggi: il crocifisso nelle aule, dicono i giudici, costituisce “una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”.
Per quanto riguarda la prima ragione obietto che quel diritto dei genitori è piuttosto leso da legislazioni stataliste che non riconoscono la libertà di educazione e che magari usano la scuola pubblica per indottrinamenti ideologici.

La seconda ragione è ancor più assurda. Il crocifisso sul muro non impone niente a nessuno, ma è il simbolo della nostra storia. Una sentenza simile va bocciata anzitutto per mancanza di senso storico, cioè di consapevolezza culturale, questione dirimente visto che si parla di scuole. Pare ignara di cosa sia la storia e la cultura del nostro popolo.
Per coerenza i giudici dovrebbero far cancellare anche le feste scolastiche di Natale (due settimane) e di Pasqua (una settimana), perché violerebbero la libertà religiosa.
Stando a questa sentenza, l’esistenza stessa della nostra tradizione bimillenaria e la fede del nostro popolo (che al 90 per cento sceglie volontariamente l’ora di religione cattolica) sono di per sé un “attentato” alla libertà altrui.

I giudici di Strasburgo dovrebbero esigere la cancellazione dai programmi scolastici di gran parte della storia dell’arte e dell’architettura, di fondamenti della letteratura come Dante (su cui peraltro si basa la lingua italiana: cancellata anche questa?) o Manzoni, di gran parte del programma di storia, di interi repertori di musica classica e di tanta parte del programma di filosofia.
Infatti tutta la nostra cultura è così intrisa di cristianesimo che doverla studiare a scuola dovrebbe essere considerato – stando a quei giudici – un attentato alla libertà religiosa. In lingua ebraica le lettere della parola “italia” significano “isola della rugiada divina”: vogliamo cancellare anche il nome della nostra patria per non offendere gli atei? E l’Inno nazionale che richiama a Dio?

Perfino lo stradario delle nostre città (Piazza del Duomo, via San Giacomo, piazza San Francesco) va stravolto? Addirittura l’aspetto (che tanto amiamo) delle vigne e delle colline umbre e toscane – come spiegava Franco Rodano – è dovuto alla storia cristiana e ad un certo senso cattolico del lavoro della terra: vogliamo cancellare anche quelle?

Ma non solo. Come suggerisce Alfredo Mantovano, “se un crocifisso in un’aula di scuola è causa di turbamento e di discriminazione, ancora di più il Duomo che ‘incombe’ su Milano o la Santa Casa di Loreto, che tutti vedono dall’autostrada Bologna-Taranto: la Corte europea dei diritti dell’uomo disporrà l’abbattimento di entrambi?”
Signori giudici, si deve disporre un vasto piano di demolizioni, di cui peraltro dovrebbero far parte pure gli ospedali e le università (a cominciare da quella di Oxford) perlopiù nati proprio dal seno della Chiesa?

Infine (spazzata via la Magna Charta, san Tommaso e la grande Scuola di Salamanca) si dovrebbero demolire pure la democrazia e gli stessi diritti dell’uomo (a cominciare dalla Corte di Strasburgo) letteralmente partoriti e legittimati (con il diritto internazionale) dal pensiero teologico cattolico e dalla storia cristiana?
La stessa Costituzione italiana – fondata sulle nozioni di “persona umana” e di “corpi intermedi” (le comunità che stanno fra individui e Stato) – è intrisa di pensiero cattolico. Cancelliamo anche quella come un attentato alla libertà di chi non è cattolico?
E l’Europa? L’esistenza stessa dell’Europa si deve alla storia cristiana, se non altro perché senza il Papa e i re cristiani prima sui Pirenei, poi a Lepanto e a Vienna, l’Europa sarebbe stata spazzata via diventando un califfato islamico.
Direte che esagero a legare al crocifisso tutto questo. Ma c’è una controprova storica. Infatti sono stati i due mostri del Novecento – nazismo e comunismo – a tentare anzitutto di spazzare via i crocifissi dalle aule scolastiche e dalla storia europea.
Odiavano l’innocente Figlio di Dio massacrato sulla croce, furono sanguinari persecutori della Chiesa e del popolo ebraico (i due popoli di Gesù) che martirizzarono in ogni modo e furono nemici assoluti (e devastatori) della democrazia e dei diritti dell’uomo (oltreché della cultura cristiana dell’Europa e della civiltà).

Il nazismo appena salito al potere scatenò la cosiddetta “guerra dei crocefissi” con la quale tentò di far togliere dalle mura delle scuole germaniche l’immagine di Gesù crocifisso.
Non sopportavano quell’ebreo, il figlio di Maria, e volevano soppiantare la croce del Figlio di Dio, con quella uncinata, il simbolo esoterico dei loro dèi del sangue e della forza. Lo stesso fece il comunismo che tentò di sradicare Cristo dalla storia stessa.

Se le moderne istituzioni democratiche europee si fondano sulla sconfitta dei totalitarismi del Novecento, non spetterebbe anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo considerare che la tragedia del Novecento è stata provocata da ideologie che odiavano il crocifisso (e tentarono di sradicarlo) e che i loro milioni di vittime si ritrovano significate proprio dal Crocifisso?
Non a caso è stata una scrittrice ebrea, Natalia Ginzburg, a prendere le difese del crocifisso quando – negli anni Ottanta – vi fu un altro tentativo di cancellarlo dalle aule: “Non togliete quel crocifisso” fu il titolo del suo articolo.

Scriveva:
“il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. E’ l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? (…) Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano”.
La Ginzburg proseguiva:
“Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo… prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini… A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola”.
Con tutto il rispetto auspichiamo che pure i giudici lo apprendano. “Il crocifisso fa parte della storia del mondo”, scrive la Ginzburg.

Infine il crocifisso è il più grande esorcismo contro il Male. Infatti non è il crocifisso ad aver bisogno di stare sui nostri muri, ma il contrario. Come dice un verso di una canzone di Gianna Nannini: “Questi muri appesi ai crocifissi…”. Letteralmente crolla tutto senza di lui, tutti noi siamo in pericolo.
Per questo potranno cancellarlo dai muri e alla fine – come accade in Arabia Saudita – potranno proibirci anche di portarne il simbolo al collo, ma nessuno può impedirci di portarlo nel cuore. E questa è la scelta intima di ognuno. La più importante.