Visualizzazione post con etichetta eutanasia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta eutanasia. Mostra tutti i post

mercoledì 5 novembre 2014

Il caso Brittany, l'ennesimo spot a favore dell'eutanasia


Il caso Brittany è stato uno spot mondiale a favore di una legge sull'eutanasia, un classico spottone da pensiero unico: suicidio assistito a tutte le latitudini, pagato e garantito dallo Stato. Se non la pensi così, sei contro la povera Brittany.

Le statistiche di Belgio e Olanda, i due paese europei che hanno leggi per l'eutanasia di Stato anche pediatrica dicono che su un territorio che complessivamente ha meno della metà della popolazione dell'Italia sono state soppresse per eutanasia ventimila persone. Ventimila.
Guardatevi questo documentario di un'ora che racconta l'eutanasia in Belgio. L'eutanasia dove esiste.

Se l'eutanasia, attraverso i casi Brittany, entrerà prima nelle coscienze e poi nei sistemi giuridici del mondo occidentale saremo tutti come l'infermiera del documentario, che parla a viso scoperto e dice: quando sarò malata e vecchia, non mi farò mai ricoverare, perché so come andrebbe a finire.


mercoledì 21 marzo 2012

Toc toc, chi è? Suicidio/omicidio a domicilio...



Olanda: terra di libertà. Leggo il 4 marzo 2012 che, appena introdotta l’eutanasia a domicilio, in soli due giorni hanno avuto sessanta richieste. 

C’era gente, insomma, che non vedeva l’ora di togliersi dal mondo ma non aveva il coraggio di spararsi, di avvelenarsi, di impiccarsi, di gettarsi dal terrazzo, di farsi esplodere con la bombola del gas, di chiudersi in auto con lo scappamento aperto, di mettersi un sacchetto di plastica in testa per un dernier jeu. 

Certo, non deve essere una vita felice, quella degli olandesi, vista la fila che c’è per farla finita
Resta il fatto che lo scherzo è diabolico: fin dall’asilo ti dicono che non c’è alcun Aldilà e che siamo scimmie. 
Tu, così capillarmente disinformato, ci credi e poi ti ritrovi davvero nell’Aldilà, quello «papista». 

La via alla Netherland Islamic Republic, comunque, è demografica.

via Rinocamilleri.com

giovedì 15 dicembre 2011

Napolitano, Famiglia Cristiana e quel 6 febbraio 2009


Che Giorgio Napolitano sia stato scelto come uomo Wired dell'anno dall'omonima rivista mi sta pure bene, ma che Famiglia Cristiana lo nomini italiano dell'anno non è che mi vada a genio.

Per carità, in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, si è prodigato per il Paese, ma non posso fare a meno di ritornare con la mente al 6 febbraio del 2009, quando il Presidente in questione lasciò non firmato il decreto che avrebbe salvato la vita di Eluana Englaro.

Si disse che quel decreto "non aveva carattere di urgenza" e tre giorni dopo la ragazza morì o meglio fu fatta morire nel modo che ben sappiamo.

Si ok, il 2009 non è il 2011, ma continuo a domandarmi se fosse proprio necessario eleggere il personaggio in questione a baluardo dei valori cristiani. 
La vita, non è forse un valore? E la sua difesa non è forse un dovere imprescindibile per un cristiano?

giovedì 8 dicembre 2011

Parole di Marco Travaglio sul suicidio assistito



tratto da ilfattoquotidiano.it

«Se incontriamo per strada un tizio che sta per buttarsi nel fiume, che facciamo: lo spingiamo o lo tratteniamo cercando di farlo ragionare? Un attimo di debolezza o disperazione può capitare a tutti, ma se in quel frangente c’è qualcuno che ti aiuta a superarlo, magari ti salvi. Del resto, il numero dei suicidi è indice dell’infelicità, non della “libertà” di un Paese. E, quando i suicidi sono troppi, il compito della politica e della cultura è di interrogarsi sulle cause e di trovare i rimedi. Che senso ha allora esaltare il diritto al suicidio ed escogitare norme che lo facilitino? Il suicidio passato dal Servizio Sanitario Nazionale: ma siamo diventati tutti matti?».

Marco Travaglio

venerdì 2 dicembre 2011

Lucio Magri, il suicidio assistito ed il tappeto dei pompieri



La recente vicenda di Lucio Magri, uno dei fondatori de "Il Manifesto" andato in Svizzera per togliersi la vita legalmente, ha nuovamente aperto il dibattito sulla questione del suicidio assistito.

Associazioni come quella intestata a Luca Coscioni, prendendo la palla al balzo hanno rilanciato la proposta, già fatta in altre circostanze, di fondare anche in Italia dei centri di "assistenza al suicidio".

Vediamo di chiarire alcune questioni.

Dietro alla fallace parola "suicidio assistito" si nasconde in realtà il termine omicidio consensuale. 

Credo sia unanime il ribrezzo per le orribili storie di quegli psicotici assassini (spesso cannibali) che, dopo essersi conosciuti online o attraverso annunci sui giornali, decidono di incontrarsi per porre fine alla loro vita. 

Come è possibile, allora, rimanere impassibili quando alcuni vogliono farci sembrare perfettamente normale la stessa mentalità che è alla base di quei folli gesti?

Credete ci sia molta differenza tra un tale che si accorda via internet con uno sconosciuto per essere ucciso (e magari anche mangiato) ed un altro che decide di recarsi in una struttura statale per essere ucciso da alcuni assassini vestiti da infermieri? Cambiano i mezzi, i luoghi, le persone, ma non il fine.

Eppure ipocritamente c'è chi tende a chiamare i primi psicopatici ed i secondi "uomini liberi". 

Legalizzare il "suicidio assistito" equivarrebbe a stravolgere le procedure di soccorso vigenti, gettando dai ponti o dai cornicioni tutti gli aspiranti suicidi, somministrando altra droga a coloro che sono in overdose, stringendo il nodo della corda e togliendo i sostegni agli impiccati, aumentando le emorragie degli autolesionisti, sostituendo con letti di chiodi i teloni dei vigili del fuoco. 

Se questo vi sembra logico...

______________________


Sull'argomento segnalo un interessante articolo di Mario Palmaro su LaBussolaQuotidiana.it in merito alla vicenda di Lucio Magri.



sabato 15 gennaio 2011

Piccoli passi verso l'eutanasia


di Mario Palmaro

Un nuovo atto di “magistratura creativa” si è incaricato di dare un’altra spinta alla legalizzazione dell’eutanasia in Italia. Succede infatti che il Tribunale di Firenze ha accolto la richiesta di un settantenne in buona salute, che intendeva nominare un «amministratore di sostegno» a norma dell’articolo 408 del Codice Civile. Poco importa che l’amministratore sia stato introdotto dal legislatore per ben altro scopo. Secondo i giudici fiorentini, è legittimo nominarsi una sorta di tutore legale che, in caso di perdita di coscienza, può impedire ai medici di procedere con la rianimazione cardiopolmonare, la dialisi, la ventilazione, l’alimentazione e l’idratazione artificiale, se questa era la volontà espressa dal paziente a suo tempo capace di intendere e di volere. Insomma, il tutore può dare il via libera all’eutanasia senza che nessuno possa contrastarlo.
La decisione é dotata di un singolare tempismo, perché proprio nelle prossime settimane il Parlamento dovrà discutere il testo di legge sulle cosiddette DAT, le Dichiarazioni Anticipate di Trattamento. L’impressione di molti è che, dopo la vicenda Englaro, e dopo una decisione come quella del Tribunale di Firenze, ormai nell’ordinamento giuridico italiano si sia aperto un varco che permette comportamenti eutanasici, mediante l’abbandono terapeutico del paziente.
Questi ragionamenti hanno creato un clima di attesa di questo genere: i cattolici e molti pro life pensano che, se la legge sulle DAT verrà approvata, il rischio eutanasia sarà scongiurato.
Ma è proprio vero che le decisioni dei giudici hanno “cambiato” le leggi del nostro Paese sul fine vita?
In realtà, il nostro ordinamento continua ad avere un presidio molto solido contro l’eutanasia e l’abbandono terapeutico nelle norme del Codice Penale regolarmente in vigore, soprattutto gli articoli sull’omicidio del consenziente e sull’istigazione al suicidio. Quindi di per sé non siamo di fronte a una situazione di vuoto legislativo o di “far west”.
Il fatto è che alcuni giudici – per altro civili e non penali – hanno assunto provvedimenti che ignorano questo profilo. Ma c’è una verità tecnico-giuridica troppo spesso dimenticata: le decisioni dei giudici non hanno la forza di creare una legge erga omnes, ma decidono un caso concreto. Nulla impedisce, quindi, che un provvedimento come quello di cui stiamo parlando venga ribaltato da altri magistrati chiamati a decidere sulla medesima questione. E infatti, sempre a Firenze, tempo fa un’analoga richiesta di uso dell’assistente di sostegno pro testamento biologico era stata respinta prima dal giudice tutelare e poi dalla Corte d’Appello.
E’ ormai evidente a tutti che lo scopo di alcuni settori della magistratura favorevoli all’eutanasia è proprio quello di spingere il Parlamento a fare una legge e a riconoscere il testamento biologico. E anche ammettendo che il testo sulle DAT di prossima discussione non venga stravolto, esso comporta il riconoscimento solenne da parte della legge della efficacia e validità del testamento biologico. E contiene ulteriori “zone grigie” che andranno ben oltre il principio di autonomia del paziente. Dato che il problema vero è quello di impedire il proliferare di “sentenze creative”, l’unica legge necessaria è quella che chiarisce in modo inequivocabile che è vietata la sospensione di alimentazione e idratazione ai soggetti incapaci.
Proprio perché il problema vero è la volontà di alcuni giudici di forzare la legislazione a colpi di sentenze, dobbiamo però essere realisti ed evitare facili illusioni. Una legge sulle DAT non è garanzia contro le “sentenze creative”; anzi con ogni probabilità esse si moltiplicheranno – in maniera direttamente proporzionale all’ambiguità delle norme approvate -, e si assisterà a uno stillicidio di ricorsi, anche in sede costituzionale. Al proposito c’è un illuminante precedente, quello della Legge 40 sulla fecondazione artificiale, che dal 2004 a oggi è stata ripetutamente modificata da sentenze seguite a ricorsi.

venerdì 7 gennaio 2011

L'appello di un genitore a Saviano "Giù le mani da mio figlio"


Tratto da Avvenire del 6 gennaio 2011
di Luca Russo
titolo originale dell'articolo «È vita vera quella di mio figlio intubato»

Caro direttore, so che sono fuori tempo ma ho indugiato prima di inviarle questa lettera.
Volevo rivolgermi tramite Avvenire a chi giudica 'indegne' le vite come quella di mio figlio. Per questo ho pensato di scrivere questa lettera aperta a Roberto Saviano.
Per dirgli: giù le mani da mio figlio!
Mentre in tv, caro Saviano, scioglievi parole morbide e vellutate in un fluido racconto mesto e pacatamente avvincente, ricco di gravi imprecisioni, io tenevo – e ancora tengo – la manina debolissima di mio figlio di sette anni, intubato da 23 giorni, sedato con 5 ml/h di non so quale medicina, ventilato 24/24h mentre un infermiere gli aspirava le secrezioni bronchiali ogni 2 ore, alimentato in via enterale, con le mani legate al letto per evitare che potesse tirarsi via aghi, fili e il tubicino della ventilazione, ogni mezz’ora un macchinario gli misurava la pressione, la febbre sempre sotto controllo. Lo stesso giorno, poche ore prima che tu t’improvvisassi profeta dell’ideologia moralistica, con piena coscienza di poter usare un microfono per tirare la linea tra il bene e il male senza concedere a nessuno il contraddittorio dovuto a un buon arbitro di linea, il mio primario mi disse che non c’era altra via che la tracheotomia: mio figlio non respirava più da solo.
Pensi che non pianga lacrime stanche per quel piccolo che da sette anni è legato piedi, bacino e spalle a una carrozzina a scorrazzare tra ricoveri e farmacie, a fare lunghe file davanti agli ambulatori e a passare prima di tutti nelle corse in ambulanza a sirene spiegate, a curare il dolore con il cortisone e le canzoncine dello Zecchino?
Pensi che non mi feriscano le tue parole irripetibili, di chi difende cause di giustizia senza aver avvicinato il dolore, senza averlo preso in braccio, senza averlo messo nel suo cuore, mentre io sto le ore nelle corsie degli ospedali a bagnare le guance del mio bambino con il pianto della mia impotenza?
Mi fai sentire banale in questo continuo credere che ciò che sto guardando è vita, vita a tutti gli effetti e con tutti i diritti.
Mi fai sentire sprecato in questo continuo correre come un matto a spezzettare il mio tempo tra mille figli di cui uno attaccato al fiato artificiale di una macchina?
Mi fai sentire fallito in questo quotidiano sacrificio del mio corpo, della mia stanchezza, della mia mente, ma anche dei miei figli, della vita con la mia sposa, delle passeggiate, della Messa quotidiana, dei miei familiari, sull’altare della condivisione che mi ha fatto padre di un bimbo disabile che altri non hanno potuto crescere in famiglia?
Tu usi il linguaggio dell’ideologia, io pretendo il linguaggio del cuore.
Quella che tu chiami assistenza per me è prendersi cura.
Quella che tu chiami sorveglianza per me è contemplazione.
Tu parleresti di emergenza, io la chiamo paura.
Tu diresti previsione, io la chiamerei speranza.
Quella che tu chiami giustizia io la chiamo vita.
Per te ogni malato è il titolare di un diritto, per me sono tutti testimoni di una vita vera, non importa se debole o forte; la qualità non toglie la natura! Seppure debole, la vita è vita e il malato una persona.
Non oso mettere la linea che segna la differenza tra ciò che merita di essere vissuto e ciò che non lo merita. Mio figlio non ha mai parlato né sorriso e se nessuno avesse mai provato a cantare una canzoncina lui sarebbe sembrato spesso assente, addormentato, e tutti avremmo nutrito dubbi sul suo stato di coscienza. Eppure mia moglie gli ha cantato Il pulcino ballerino e lui si è svegliato, e le canzoncine le vuole ascoltare anche con la respirazione assistita, anche con quella tracheotomia che ti ha fatto inorridire come la condanna più oscena della qualità della vita umana, mentre io benedicevo il mio primario che tirava fuori dal suo cilindro una nuova speranza di riportare il mio piccolo nella stanza da letto a dormire affianco al lettone.
E allora me ne convinco sempre di più: giù le mani da mio figlio, Saviano!
Quando vorrai riprendere il microfono in mano, prima di parlare di eutanasia visita le nostre mura. Sta sicuro: non ritornerai con un reportage per una nuova narrazione che invoca giustizia straziando il cuore sensibile degli italiani.
Quando ti avvicinerai a casa mia togliti i sandali, perché la tua non sarà una spedizione ma un vero pellegrinaggio da cui ritornerai convertito: avrai visto la vita in faccia!
Una famiglia di grandi e bambini che nessuno avrebbe portato a casa sua e che i giusti come te avrebbero lasciato morire ai margini di questa vita solo perché affranti da un handicap grave, o mantenuti in vita da una macchinetta che pompa respiri cadenzati. Nella mia famiglia siamo tutti felici, anche quelli 'attaccati alla spina'.
Molti erano stati lasciati per strada, io e la mia sposa gli abbiamo dato il nostro matrimonio, la nostra casa, tutta la nostra vita. E questo mio figlio in lista d’attesa per la speranza di un respiro in più non è nato dalle nostre viscere ma dal nostro amore, perché nessun bambino merita di stare da solo in ospedale senza mamma e papà.
Forse non è questa la giustizia per cui battersi?
A proposito, qui in ospedale c’è un bimbo abbandonato dai genitori: vieni a prenderlo!
Forse non sarai più così 'giusto', ma certamente lui sarà felice.
E tu pure.

mercoledì 22 dicembre 2010

Lo spot pro eutanasia che cambia le regole e si inventa l'uomo “fai da te”




di Carlo Bellieni
Tratto da Il Sussidiario.net il 15 novembre 2010

Spot tv dell’associazione Exitus per depenalizzare l’eutanasia: tanto scalpore, giuste critiche. Ma è sfuggito il messaggio vero (e terrificante) dello spot.

Già, parla di cambiare una legge, invece fa un’opera più forte, insinua un tarlo: che la vita è tutta solitudine. E l’ideale è: in questa solitudine fare “le scelte”. “La vita è una questione di scelte - dice il protagonista dello spot, un malato terminale -. Ho scelto di fare l'università, di sposare Tina, di avere due figli splendidi, ho scelto che macchine guidare. Quello che non ho scelto è di diventare un malato terminale".
Invece ripensiamo alla nostra vita: che ci piaccia o no è fatta soprattutto di cose che ci càpitano, non di cose che scegliamo noi. Cose belle o brutte, morti o innamoramenti, non li scegliamo, arrivano. Non mi sono fatto da me e non ho scelto di nascere, di nascere in Italia, di avere certi genitori e una certa predisposizione genetica a malattie o abilità mentali. E anche le scelte da adulti arrivano dopo l’impatto con una realtà, come risposa a provocazioni della realtà: io non sono chiuso in una cassa, solo con i miei pensieri dove scelgo come in un sogno solitario quale tipo di donna vorrei incontrare, quale tipo di lavoro vorrei fare, quale tipo di figlio voglio generare.
Insomma, la vita non è un mondo di carta che costruiamo noi: la vita ci supera, ci spiazza per definizione.
L’uomo ragionevole ne prende atto; e sa che solo una minima parte di quel che abbiamo davanti si può padroneggiare; e sa anche non giocare a essere padrone della realtà con la inevitabile conseguenza che al primo “discordante accento” tutto crolla e finisce nella disperazione.
Invece dire che “tutto è scelta” sembra ampliare le possibilità umane, è dire che la realtà che io non scelgo non deve esistere: dal figlio “imperfetto” a scuola o nell’utero; alla moglie che mostra di non essere perfetta e allora si pianta; al lavoro che appena ci si accorge che è più duro del previsto diventa profitto personale.
Giovanni Verga nella novella La roba, mostra il protagonista che, arrivando la morte e non accettando che le sue proprietà non lo seguano nella tomba, le incendia, uccide e distrugge: non rientravano nel suo disegno e dovevano perciò sparire.
Insomma, questo è il vero “tarlo” dello spot: la vita limitata a quello che noi vorremmo che fosse. Col corollario che sentiamo tutto quello che non abbiamo programmato come nemico.
Capiamo allora il messaggio diretto dello spot: l’apertura all’eutanasia. Che è figlia di questo tarlo: perché buona parte di coloro che chiedono di morire non sono persone in fin di vita, ma “scelgono” la morte per tristezza o solitudine, perché la vita tragicamente non corrisponde più ad un certo disegno o un determinato livello di vita.
Certo, di fronte al dolore e alla morte che incombe, anche un Titano cala le difese. Il problema qui è se lasciamo sola la persona o la mettiamo al primo posto nelle agende sociali e politiche, e nella nostra responsabilità personale. Perché è chiaro che la disperazione e la voglia di morire nasce dalla solitudine, non dal dolore: il dolore ha ottimi farmaci come risposta; la solitudine invece ha una sola risposta: l’incontro con una persona che aiuta a capire il senso di quello che sta avvenendo, che ti aiuta anche a curarti di te sopraffatto dall’angoscia e dalle lacrime.
L’idea che si sta affermando invece è che prendersi cura di persone così è tempo perso o una pena senza senso.
“Vuole morire? Che muoia”. Non sarà che l’eutanasia è voluta più per sollevare i familiari dalle cure del malato che per sollevare il malato stesso? Non sarà che spesso la gente chiede di morire per “non sentirsi di peso”?
Insomma, il tarlo suddetto non erode solo il diritto alla vita, ma soprattutto il “diritto alla cittadinanza”, dove chi è più debole è bene che si accomodi e non disturbi.

Anche il personaggio dello spot rimpiange il peso che è lui stesso per la sua famiglia, mostrando che sente la propria morte come una liberazione per loro. Ma siamo sicuri che le nostre famiglie sentano il padre malato e disabile come un peso?
Se è così, dobbiamo seriamente ripensare non all’eutanasia ma a come le nostre famiglie sono tragicamente malate (e come l’aiuto sociale sia purtroppo insufficiente).
Curiamo questo aspetto; avremo curato l’eutanasia.

mercoledì 1 dicembre 2010

Caso Monicelli, ovvero quando i seminatori di morte spargono la loro semente!


Delle volte mi sembra di vivere su un altro pianeta...
Rifletto su quanto recentemente accaduto a Mario Monicelli, al suo gesto tragico compiuto nel dolore, sì, ma consumatosi con tremenda lucidità. Penso al dolore dei familiari, ma anche alle cause che lo hanno indotto a commettere un gesto tanto estremo.
Arrivare ad un'età così avanzata e non domandarsi il perché di una vita tanto lunga. Arrivare alla maturazione senza aver compreso il senso della vita, senza averne scoperto il sapore.
Sapere di essere malati terminali e non accettare l'idea della morte, come se a 94 anni suonati si avesse ancora la pretesa di viverne altri 100 da trentenne, senza accettare il limite.
E poi quella scelta di voler uscire di scena...come se da buon cineasta anche la regia della sua vita gli appartenesse. Che errore! Quanta superbia!

Trovo allucinanti alcune affermazioni che sono state fatte in questi giorni; totalmente contrarie alla logica oltre che alla morale...totalmente assurde!

Ne elenco alcune:

Walter Veltroni "l'ultimo atto della sua vita gli assomiglia""Mario ha vissuto e non si é lasciato vivere; non si è lasciato morire".
Non si è lasciato morire...ma vi rendete conto? Come se il morire dipendesse dalla mia volontà...come se la mia vita fosse solo mia e non appartenesse anche a coloro che mi sono vicino. Come se la mia esistenza si svolgesse all'interno di una campana di vetro, come se avessi deciso io di venire alla luce...

Il Presidente Napolitano "Monicelli se n'é andato con un'ultima manifestazione forte della sua personalità, un estremo scatto di volontà che bisogna rispettare".
Bisogna rispettare il desiderio di morire? Ma dove stiamo andando?

Michele Placido "Bisogna rispettare questa sua decisione" 0_0

Paolo Villaggio "Quello di Mario non è stato un suicidio disperato. Lui aveva molto coraggio e non aveva affatto paura della morte. A 95 anni ha detto: la morte me la decido io nel modo migliore. Ci ha pensato un attimo ed ha aperto la finestra. Vorrei avere io il suo coraggio".
Secondo Paolo Villaggio il gesto non sarebbe stato neanche segno di fragilità e di disperazione, ma addirittura un gesto eroico...da emulare!
Ma si, istighiamo al suicidio...Come se non fosse reato!
Consultate pure l'articolo 580, del Codice Penale Italiano:
« Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l'altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l'esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1) e 2) dell'articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità di intendere e di volere, si applicano le disposizioni relative all'omicidio ».

Mi domando chi andrà in carcere per aver istigato coloro che verranno affabulati dalle parole di questi Maestri di morte? Temo nessuno...
Eppure sono affermazioni di una gravità inaudita che rivelano tutto il veleno satanico della superbia della vita e del disprezzo della stessa.
Sono i semi putridi della cultura di morte e disperazione che inquinano la nostra società!
L'utopia della libertà assoluta genera mostri, la storia ce lo ha mostrato...genera schiavi, genera infelici, genera genocidi.
Cos'è la libertà? E' fare quello che mi pare?
Se sono realmente libero di fare ciò che voglio, se tutto mi è lecito come sembra emergere da un certo pensiero corrente, se tutto dipende dalla mia sola volontà, allora dal momento che oggi mi sento triste e vedo tutto buio chi potrebbe impedirmi di togliermi la vita...
E domani? Cosa ne sarà del mio domani? Chi mi ridonerà il mio domani?
Chi mi donerà quell'incontro, quella situazione, quella persona, quella parola, quel raggio di luce, quel disegno, quel panorama, quel battito d'ali di una farfalla, quella melodia, quella cartolina che riceverò, quell'SMS che domani illuminerà lo schermo del mio cellulare, quel sorriso che il mio migliore amico mi farà, quella pagina del libro che tengo sul comodino, quella mano che domani...solo domani mi sfiorera?
Come potrò scoprire il mio domani, se oggi avrò scelto di morire?

Da che pulpito parte la predica!


di Antonio Socci
da “Libero” 28 novembre 2010
titolo originale E il lupo disse all’agnello: “Intollerante!”

“Intolleranti!”. Così – testualmente – giovedì scorso il regime comunista cinese ha definito la Chiesa cattolica che protestava per l’ennesimo abuso di Pechino: il regime ha nominato vescovo un suo burocrate pretendendo di imporlo ai cattolici.

Avete capito bene: i persecutori definiscono “intolleranti” i perseguitati. Non solo. I carnefici comunisti addirittura aggiungono che la vittima, cioè la Chiesa, “limita la libertà religiosa”. Testuale. In queste surreali e sfacciate dichiarazioni c’è tutta l’assurdità del nostro tempo.
I comunisti cinesi hanno massacrato i cattolici costringendoli alle catacombe, hanno rinchiuso nei loro bestiali lager sacerdoti e vescovi, facendoli crepare, hanno torturato in ogni modo i credenti, pure imponendo loro dei burocrati di regime come vescovi, ma quando le vittime protestano i carnefici li definiscono “intolleranti”.

Invece di farsi massacrare e perseguitare in silenzio questi odiosi cattolici osano perfino lamentarsi. Che pretese.
I compagni cinesi fanno come il lupo di Fedro che accusava l’agnello di prepotenza. Ma il lupo di Fedro ha molti emuli anche in Italia, fra i compagni italiani e nella sinistra tv che fa “Vieni via con me”.

L’altroieri per esempio sull’Unità Gianni Cuperlo, braccio destro di D’Alema e già leader dei giovani comunisti, occupandosi della richiesta del Cda della Rai di far parlare anche i malati che lottano per la vita a “Vieni via con me” (come hanno potuto farlo la Welby ed Englaro) ha testualmente scritto: “considero questo atto un grave errore di metodo e di principio”, addirittura “un precedente inquietante”.
Cuperlo ha bollato questa richiesta di pluralismo e di libertà di parola come una minaccia alla “concezione aperta e laica del servizio pubblico”, una “violazione” di principio con un fondo “autoritario”.

Sì, avete letto bene: autoritario non è chi usa servizio pubblico, pagato da tutti, infischiandosene perfino del consiglio di amministrazione, del presidente e del direttore generale, per imporre il proprio punto di vista come “pensiero unico”, senza tollerare storie e vite diverse.
No, “autoritario” – secondo il comunista Cuperlo – sarebbe la dirigenza della Tv che invita far parlare anche i malati silenziati e soli (sono tremila famiglie che lottano per la vita), che chiedono una volta tanto di poter far sentire il proprio inno alla vita.

Il prepotente sarebbe l’agnello.
Un rovesciamento della frittata analogo a quello di Michele Serra anche lui proveniente dalla storia comunista (si è iscritto al Pci nel 1974, quando c’era Breznev, immaginate che scuola di sensibilità umana ha avuto…).

Serra, uno degli autori del programma “Vieni via con me”, l’altro giorno sulla Repubblica è arrivato a scrivere – con tono che parrebbe ironico – che i malati che lottano per vivere, contro gravi malattie, sarebbero coloro che desiderano “rimanere in vita a oltranza” e, insieme ai cattolici che se ne fanno portavoce, li ha bollati come “forti che protestano contro deboli”.

I forti sarebbero quelli oppressi dalla malattia e silenziati dalla Tv.
Fra i “deboli” di cui parla Serra ci sarebbe la signora Welby, il cui caso in tv ha avuto da solo più spazio di tutte le tremila famiglie di ammalati che lottano “a oltranza” per la vita.
Ebbene, la signora Welby è intervenuta sulla polemica relativa al pluralismo stabilendo che “non c’è bisogno di alcun contraddittorio” (Corriere della sera, 29/11).
Ha parlato lei. Gli altri devono contentarsi di ascoltarla, ma “non c’è bisogno”, afferma la signora, che dicano la loro e raccontino a loro volta la loro storia, diversa dalla sua (che bell’esempio di tolleranza).

Naturalmente anche “la coppia milionaria Fazio-Saviano”, come li chiama Luca Volonté, fa sapere al consiglio di amministrazione e ai vertici della Rai che loro se ne infischiano della richiesta di pluralismo arrivata appunto dal Cda, perché loro fanno come gli pare e piace e, usando la tv pubblica, si ritengono in diritto di discriminare chi vogliono, a partire dai più deboli e poveri, i malati.
“Concedere” – dicono proprio così: concedere, come se la televisione fosse roba loro – il diritto di parola agli altri ammalati che incitano a lottare per la vita, è – a loro avviso – “inaccettabile”.

Ne fanno addirittura “una ragione di principio”. Sì, perché è noto che loro amano i principi. Hanno perfino chiamato il (post) comunista e il (post) fascista a declamarli: infatti è da comunisti e fascisti che dobbiamo imparare…
Il principio che Fazio e Saviano amano di più è quello per cui parlano solo loro e decidono loro chi ha diritto di parlare. Insieme ai principi amano le regole, ma per gli altri.
Di quelle che richiedono pluralismo nel servizio pubblico televisivo non si danno pensiero.

L’idea che le loro opinioni e i loro proclami senza contraddittorio siano sottoposti a un diritto di replica – affermano testualmente – “ci pare lesiva della libertà autorale, della libertà di scelta del Pubblico, e soprattutto della libertà di espressione”.
Firmato: Fabio Fazio, Roberto Saviano e gli autori di “Vieniviaconme”

Cioè, traduciamo: voi italiani pagate il canone e noi vi facciamo i nostri comizi a senso unico e se pretendete di dire la vostra o di sentire anche un punto di vista diverso ledete la nostra libertà di espressione. E addirittura “la libertà di scelta del Pubblico”.
In realtà tutti i programmi del servizio pubblico sono tenuti a rispettare sempre il pluralismo, non solo politico, ma culturale. Dopo questi precedenti c’è il rischio che in Rai ognuno cominci a fare come gli pare e piace e ognuno si appropri di un pezzo di palinsesto. Fregandosene dei vertici aziendali.

Pensate cosa accadrebbe se Rai 1 decidesse di portare al festival di Sanremo – davanti a 10 milioni di persone – un rappresentante del Movimento per la vita a fare un discorso in difesa della vita umana nascente…
Dopo il precedente di “Vieni via con me” potrebbe benissimo farlo. E il Pd? E i radicali? E la sinistra tv? E i finiani? Scatenerebbero il finimondo. Perché solo loro possono pontificare e declamare i loro valori senza alcun contraddittorio e senza voci alternative.

Una lettrice mi ha inviato questa divertente lettera:
“Ieri per curiosità sono andata sul sito di ‘Vieni via con me’ ed ho cliccato sulla rubrica ‘i vostri elenchi’.
Ho dato un’occhiata ai messaggi postati e c’era di tutto: elenco delle proprietà benefiche del peperoncino, elenco di quante puzzette in media fa una famiglia italiana all’anno e così via.
Allora ho voluto lasciare anche io il mio contributo ed ho elencato gli otto motivi per cui non val la pena guardare la loro trasmissione.
Alla sera sono andata a riguardarmi gli elenchi (io lo avevo inviato alle 17): c’era persino l’elenco postato due minuti prima ( 21.30), ma del mio nemmeno l’ombra… Eppure non c’era nemmeno una parolaccia! Perché allora censurare?”.
La cosa tragicomica è che questi radical-chic ogni volta si fanno belli con la famosa frase che attribuiscono a Voltaire: “non condivido quello che dici, ma sono pronto a dare la vita perché tu possa continuare a dirlo”.

A parole – per autocertificarsi tolleranti e di ampie vedute – fanno questa dichiarazione d’intenti. Dopodiché si fanno in quattro per occupare tutta la scena e silenziare o squalificare chi è diverso da loro.

Post scriptum: vorrei informare questi signori (e anche il Corriere della sera che recentemente ha usato la citazione in una campagna pubblicitaria) che quella frase, in realtà, Voltaire non l’ha mai pronunciata.
In effetti risale alla scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall, che la scrisse nel 1906 in “The Friends of Voltaire”.
In compenso Voltaire ne disse un’altra: “écrasez l’infame!”. Che vuol dire “schiacciate l’infame”, laddove “infame” sarebbe il credente. Ecco, citino questa, che è davvero di Voltaire e che esprime decisamente meglio la cultura radical-chic.

venerdì 19 novembre 2010

Lettera aperta di Antonio Socci a Saviano



Caro Roberto,
vieni via con me e lascia i tristi a friggere nel loro odio. Questo è un invito pieno di stima: vieni a trovare mia figlia Caterina.

Ti accoglierò a braccia spalancate e se magari ne tirerai fuori l’idea per un articolo, potrai devolvere un po’ di diritti alle migliaia di bambini lebbrosi che sto aiutando tramite i miei amici missionari i quali li curano nel loro lebbrosario (in un Paese del terzo mondo).
Vieni senza telecamere, ma con il cuore e con la testa con cui hai scritto “Gomorra”, lasciandoti alle spalle i fetori dell’odiologia comunista (a cui tu non appartieni) che si respira in certi programmi tv.

Mi scrivesti – ti ricordi ? - quando io ti difesi su queste colonne per il tuo bel libro.
Ora io, debole, scrivo a te forte e potente, io padre inerme in lotta con l’orrore (e in fuga dalla tv) scrivo a te, star televisiva osannata, io cristiano controcorrente da sempre, scrivo a te che stimo: vieni a guardare negli occhi mia figlia venticinquenne che sta coraggiosamente lottando contro un Nemico forse più tremendo di quei quattro squallidi buzzurri che sono i camorristi.
Lei non si arrende all’orrore, come non ci si arrende alla camorra. Vieni a vedere il suo eroismo e quello di tanti altri come lei, che – come dice Mario Melazzini, rappresentante di molti malati di Sla – sono silenziati dal regime mediatico del ‘politically correct’ nel quale tu, purtroppo, hai accettato di diventare una stella.
Vieni. Vedrai gli occhi di Caterina, ben diversi da quelli arroganti e pieni di disprezzo delle mezzecalzette o dei tromboni che civettano nei salotti intellettuali e giornalistici.

Magari potrai vedere addirittura la felicità dentro le lacrime e forse eviterai di straparlare sull’eutanasia, sulla malattia o sul fine vita (come hai fatto lunedì scorso) imponendo il tuo pensiero unico, perché i malati, i disabili che implorano di essere aiutati e sostenuti, nel salotto radical-chic tuo e di Michele Serra, non hanno avuto diritto di parola.

Come non ce l’hanno – in questa dittatura del pensiero unico – i bambini non nati o i cristiani macellati da ogni parte e disprezzati o condannati a morte per la loro fede: è il caso della giovane Asia Bibi.
Vedi, a me non frega niente della tua diatriba col ministro Maroni: siete due potenti e avete gli strumenti a vostra disposizione per battervi. Non c’è bisogno di galoppini che osannino l’uno o l’altro.
A me importa dei deboli, dei malati, dei piccoli, dei poveri che sono ignorati, silenziati e umiliati in televisione. A cominciare dal programma di Michele Serra dove recitate tu e Fazio. Dove si taglia a fette il disprezzo per la Chiesa.
Per la Chiesa che tu sai bene – caro Roberto – ha lottato contro la camorra e la mafia ben prima di te e con uomini inermi e poveri che ci hanno pure rimesso la pelle.

La Chiesa che conosce i sofferenti e i miseri, li ama e quasi da sola soccorre tutti i disperati della terra, un po’ più di Michele Serra di cui ho sentito parlare solo nei salotti giornalistici, non in lebbrosari del Terzo Mondo o nei bassifondi di Calcutta (di Fabio Fazio neanche merita occuparsi).

E’ un peccato che tu metta il tuo volto a far da simbolo di un establishment intellettuale che non ha mai letto il tuo e mio Salamov e non ha mai combattuto l’orrore rosso che lui denunciò e contro cui morì.
Quello sì che sarebbe anticonformismo: andare in tv a raccontare Kolyma che è con Auschwitz l’abisso del XX secolo, ma che – a differenza di Auschwitz – non è mai stata denunciata nella nostra cultura e nella nostra televisione!
Abbiamo visto nel tuo programma lo spettro del (post) comunismo che legittimava lo spettro del (post) fascismo. Dandoci a bere che loro hanno “i valori”. Anzi: solo loro. Visto che solo loro sono stati ritenuti degni di proclamarli.
Il rottame dell’odiologia del Novecento che ha afflitto l’umanità e in particolare l’Italia è davvero quello che oggi ha i titoli per sdottoreggiare di valori?
Mi par di sentire mio padre minatore cattolico – che lottò in vita contro il comunismo e contro il fascismo – che, quando era ancora fra noi, si ribellava davanti a questa tv e gridava: “Andate al diavolo!”.
Quelli come lui – che hanno garantito a tutti noi la libertà e il benessere di cui godiamo – non ce li chiamate a proclamare i loro valori.
Perché sono state le persone comuni come lui a capire la grandezza di un De Gasperi e ad aiutarlo, ricostruendo l’Italia. Invece gli intellettuali italiani del Novecento sono andati dietro ai pifferi di Mussolini e di Togliatti (e di Stalin).
E dopo questo tragico abbaglio l’establishment intellettuale di oggi ancora pretende di indicare la via, gigioneggiando su tv e giornali.

Pretendono di fare la rivoluzione (etica naturalmente) con tanto di contratto o fattura (sacrosanta retribuzione per la prestazione professionale, si capisce).
Sono il regime e pretendono di spacciarsi per l’eresia, incarnano la pesantezza del conformismo e si atteggiano a dissidenti, sbandierano le regole per gli altri e se ne infischiano di quelle che dovrebbero osservare loro, predicano la tolleranza e non tollerano alcune diversità culturale e umana.
Come se non bastasse proclamano l’antiberlusconismo etico e antropologico e con l’altra mano (molti di loro) firmano contratti con le aziende di Berlusconi come Mondadori, Mediaset o Endemol (di o partecipate da Berlusconi).

Pensa un po’ Roberto, io pubblico con la Rizzoli e lavoro per la Rai. Ti assicuro che si può vivere dignitosamente anche senza lavorare con aziende che fanno capo al gruppo Berlusconi, visto che (a parole) viene così schifato da questa intellighentsia.

Caro Roberto, l’altra sera mia figlia Caterina stava ascoltando un cd con canti polifonici che lei conosce bene (perché li cantava anche lei). Era molto concentrata ad ascoltare una laude cinquecentesca a quattro voci che s’intitola: “Cristo al morir tendea”.
In essa Maria parla di Gesù ai suoi amici, agli apostoli. E quando le sue struggenti parole – cantate meravigliosamente – hanno sussurrato “svenerassi per voi” (si svenerà per voi), Caterina – che non può parlare – è scoppiata a piangere.
Questa commozione per Gesù – che nei salotti che oggi frequenti è disprezzato come nei salotti di duemila anni fa – ha cambiato il mondo e salva l’umanità.

E’ la stessa commozione di Asia Bibi, la giovane madre condannata a morte perché – a chi voleva convertirla all’Islam – ha risposto: “Gesù è morto per me, per salvarmi. Maometto cos’ha fatto per voi?”.
Ecco, caro Roberto, questa commozione per un Dio che ama così è il cristianesimo.
E tu hai conosciuto uomini che per l’amicizia di Gesù, per amare gli esseri umani come lui, hanno scommesso la vita, hanno dato se stessi. Quando si sono visti quei volti come si può sopportare di vivere in un mondo di maschere e di recitare nei loro teatrini?

Ti abbraccio,

Antonio Socci


mercoledì 16 giugno 2010

La "dolce morte" senza consenso

di Gianfranco Amato
tratto da IlSussidiario.net

Due studi pubblicati dal prestigioso Canadian Medical Association Journal (CMAJ) hanno rivelato che in Belgio la metà circa dei procedimenti di eutanasia praticati nei confronti di malati terminali avverrebbe senza il consenso dei pazienti, e che in molti casi sono le stesse infermiere, al posto dei medici, a dare la dolce morte, anche quando non è richiesta.

I dati scuotono l’opinione pubblica e il mondo si interroga scioccato su un fatto che, in fondo, era facilmente prevedibile. Anzi, direi scontato. Una volta attraversato il Rubicone della legalizzazione, il passo verso l’eutanasia non volontaria è assolutamente breve. Un passo quasi inevitabile e non sempre indotto da ragioni nobili. Mi sono preso la briga di leggere attentamente i due studi pubblicati dalla CMAJ.

Il primo, denominato «La morte medicalmente assistita secondo la legge belga: una ricerca statistica nella popolazione» (DOI:10.1503/cmaj.091876) mostra un dato allarmante: su 208 decessi per eutanasia, 142 sono risultati consenzienti, e 66 privi di una preventiva autorizzazione da parte del paziente. Un elemento interessante emerge dall’analisi dei casi di eutanasia non volontaria. Soltanto nel 22,1% di essi, infatti, è stata almeno intavolata una discussione sulla possibilità di porre fine alla vita. Nei casi in cui, invece, tale discussione non vi è stata, i medici hanno specificato che le ragioni del mancato confronto con gli interessati erano dovute al fatto che si trattasse di pazienti in stato comatoso (70,1%), o affetti da demenza (21,1%), oppure di pazienti che avevano precedentemente espresso una volontà verbale di morire (40,4%), circostanza, quest’ultima, che non può considerarsi come valido consenso.

Altre ragioni sulla mancata discussione preventiva sono state individuate dagli stessi medici nel fatto che la decisione di effettuare l’eutanasia corrispondesse comunque, secondo il loro giudizio professionale, al “best interest” del paziente (17,0%), e perché lo stesso fatto di affrontare l’argomento sarebbe stato dannoso per lo stato psicofisico del malato (8,2%).

Il secondo studio del CMAJ, intitolato «Il ruolo delle infermiere nella morte assistita in Belgio» (DOI:10.1503/cmaj.091881) mostra che 248 nurse, un quinto circa di tutte le infermiere belghe, hanno praticato l’eutanasia, in violazione della legge che in quel Paese riserva esclusivamente al medico tale operazione. Il dato interessante è che di quelle 248, ben 120 hanno agito senza il consenso espresso del paziente.

Per avere un’idea numerica delle dimensioni della questione basti pensare che in Belgio, da quando è entrata in vigore la legge che ha legalizzato l’eutanasia, otto anni fa, i soggetti eliminati a seguito di tale pratica rappresentano il 2% di tutti i decessi della popolazione belga, raggiungendo la cifra di circa 2.000 all’anno.

Per comprendere, poi, quali possano essere i rischi di ordine etico di una simile deriva, basti considerare, tra le altre cose, che un mese fa Wesley Smith, bioeticista e Senior Fellow al Discovery Institute di Washington, lanciò un allarme proprio su un caso di eutanasia accaduto in Belgio. A una donna paralizzata fu fatto firmare un atto di consenso all’espianto dei propri organi, solo dieci minuti prima che il suo cuore si fermasse per effetto della letale iniezione intravenosa. A quella donna, che non era una malata terminale, sono stati prelevati fegato e reni, subito dopo il decesso avvenuto per eutanasia.

Questa del prelievo post-eutanasico di organi rappresenta una deriva pericolosissima, se si collega al dato emerso dai due citati studi del CMAJ. Si aprono, infatti, scenari inquietanti, ad esempio, sulla liceità di utilizzare organi di soggetti che, pur essendosi in vita dichiarati donatori, sono poi deceduti per eutanasia non volontaria, ovvero condannati a una morte non richiesta.
Ma anche senza arrivare a simili casi estremi, il rischio che si corre è quello che la società cominci a guardare ai soggetti più deboli e indifesi non solo come un peso (per se stessi, per le famiglie e per la società) ma anche come oggetto di una possibile attività di sfruttamento, una potenziale riserva di organi umani da destinare a chi più di loro merita di vivere.

«Il prelievo di organi da chi è stato sottoposto ad eutanasia», ha affermato Wesley Smith, «introduce la prospettiva assolutamente realistica per cui persone disperate a causa di una malattia terminale o di una grave disabilità (o, forse, semplicemente disperate) potrebbero aggrapparsi all’idea di essere uccisi per consentire il prelievo dei loro organi, come un modo per dare un senso alla propria esistenza».

Una volta che passi il messaggio culturale - trasmesso da esimi luminari, da prestigiosi giornali medici, da coniugi, parenti, amici - per cui l’uccisione di un uomo può assumere una valenza positiva se serve a salvare altri essere umani, allora significa che il limite tra la civiltà e la barbarie è già superato.

Tutto ciò prova ancora una volta, se ve ne fosse bisogno, il fatto che la legalizzazione dell’eutanasia determini non solo la perdita della necessaria fiducia da parte dei pazienti nei confronti dei medici, ma apra anche la strada a ogni sorta di abusi e ingiustizie, specialmente a svantaggio dei più deboli. Ciò che sta accadendo in Belgio dimostra che il passaggio dall’eutanasia all’omicidio degli indifesi è un processo pressoché ineluttabile.

Non c’è nulla da fare: in tema di vita e di morte non sono possibili compromessi al ribasso, né giova scendere a patti col Male. «Nolite locum dare Diabolo», ammoniva San Paolo.
Chi si illudeva che la Legge 194 avrebbe limitato il ricorso all’aborto - accettando tale normativa come male minore -, è stato smentito dall’utilizzo strumentale del concetto di “tutela della salute psichica della donna”, che ha concesso a quest’ultima un pieno e assoluto diritto di vita e di morte nei confronti del nascituro.

Chi si illudeva che la Legge 40 avrebbe limitato gli abusi della fecondazione assistita - accettando tale normativa come male minore -, è stato smentito dagli interventi giurisprudenziali di magistrati eugenisti, che stanno smantellando ciò che di positivo poteva contemplare quella legge.

Chi si illudeva che la somministrazione della pillola abortiva RU486 sarebbe avvenuta con ricovero in una struttura sanitaria pubblica - accettando l’applicazione della Legge 194 come male minore -, è stato smentito dal riconoscimento alla donna del diritto al rifiuto delle cure ospedaliere, che ha portato, di fatto, all’aborto a domicilio. E potremmo continuare.

C’è, ora, qualcuno in Italia davvero disposto a credere che simili illusioni non sarebbero valse anche per l’eutanasia? Se c’è, guardi cosa sta accadendo in Belgio.

lunedì 14 giugno 2010

Fede e risveglio dal coma


di Rino Camilleri
tratto da Antidoti.it

Notizia del 28 maggio 2010 («Il Giornale»): Massimiliano Tresoldi tornerà perfettamente normale. Nel 1991 non aveva ancora vent’anni quando si era schiantato con l’auto ed era entrato in coma. Come per Eluana Englaro, i medici dicevano che era irreversibile. Ma i genitori di Massimiliano non erano come quelli di Eluana. Per dieci anni, ogni sera la madre gli ha preso il braccio e fatto fare il segno della croce. Fino al Natale del 2000, quando, stanca, ha sbottato: basta, fattelo da solo. E Massimiliano, lentamente, se lo è fatto. Sì, si è svegliato e, per giunta, ha detto che per dieci anni ha sentito tutto quel che dicevano attorno a lui, compresi i commenti negativi dei medici. Poi, la lunga riabilitazione.

lunedì 10 maggio 2010

Spagna, la «morte degna» è già legge in Andalusia



L’Andalusia è la prima regione spagnola con una legge che garantisce la cosiddetta «morte degna». Si chiama «Legge dei diritti e delle garanzie della dignità delle persone nel processo di morte»: è stata pubblicata il 7 maggio nella Gazzetta ufficiale della comunità autonoma andalusa ed entrerà in vigore il 27 maggio. Proibito parlare di eutanasia, ma…

di Michela Coricelli
Avvenire 2010-05-08

Il governo regionale – socialista, come l’esecutivo centrale di José Luis Rodríguez Zapatero – assicura che questo testo non ha nulla a che fare con l’eutanasia attiva o il suicidio assistito, vietati (almeno per ora) dal Codice penale spagnolo. Ma l’iniziativa andalusa genera scetticismo: il Faro andaluso della famiglia e l’associazione “Hazte oir” in precedenza avevano espresso il timore che si tratti del primo passo verso l’eutanasia; uno strappo nella maglia legislativa iberica, per aprire il terreno ad una prossima riforma più radicale.
La normativa riconosce al paziente il diritto di rifiutare medicinali, interventi e terapie che potrebbero prolungare la sua vita in modo «artificiale». Il malato in fase terminale può dire no al respiratore artificiale o ad un farmaco. È una sua scelta. Il paziente ha anche il diritto a ricevere sedativi per calmare il dolore, anche se questi rischiano di accelerare la sua morte. Il testo vieta inoltre l’accanimento terapeutico e regolarizza la limitazione degli interventi di medici e personale sanitario. La legge assicurerà il rispetto della volontà del malato, anche qualora sia stata messa per iscritto precedentemente, con il testamento biologico. Dal 27 maggio tutti gli istituti sanitari andalusi – ospedali pubblici o cliniche private (anche religiose) – saranno obbligati a rispettare la norma, senza eccezioni. Nel testo, infatti, non è prevista l’obiezione di coscienza come era stato richiesto dall’opposizione.
L’Andalusia è la prima comunità autonoma spagnola a sancire i diritti dei pazienti in fase terminale, ma è probabile che altre regioni seguiranno l’esempio. Nonostante le assicurazioni del governo locale socialista, il testo contiene zone d’ombra e ambiguità, in particolare per quanto riguarda le cure palliative e la mancata garanzia del diritto all’obiezione. Il dibattito è bollente. Nessuno nega i diritti di un malato terminale a fermare il dolore, ma il testo riapre inevitabilmente la spinosa questione del significato di «morte degna». C’è chi pensa che una legge ad hoc non fosse necessaria, soprattutto in un momento in cui le reali preoccupazioni degli spagnoli sono altre. Insieme alle Canarie, l’Andalusia è la regione con il più alto tasso di disoccupazione di tutta la Spagna: è senza lavoro il 27% della popolazione attiva, ovvero 1.080.900 di persone.

venerdì 5 febbraio 2010

Salvatore Crisafulli non vuole morire




Ringraziamo le IENE per il servizio di mercoledì 3 febbraio.
La visione del seguente filmato vi aiuterà a comprendere che:
1) l'eutanasia non è mai una soluzione accettabile;
2) sono gli stessi malati che non la chiedono e non la vogliono, se si sentono amati.

Sinossi del video sottostante: il filmato contiene la visita e l’intervista di Giulio Golia, inviato de Le Iene, nella casa di Catania della famiglia Crisafulli. Alla fine della visita Salvatore fa capire in maniera inequivocabile – attraverso un linguaggio convenzionale degli occhi, attraverso il quale comunica con i suoi famigliari – che vuole vivere e non vuole assolutamente andare in Belgio per essere ucciso con l’eutanasia!






giovedì 4 febbraio 2010

E lo chiamano stato vegetativo...



Alla faccia di chi dice che i pazienti in stato vegetativo devono essere privati della vita...
Se i pazienti sono coscienti, ergo vivono, dunque non vegetano, pertanto l'eutanasia è omicidio.
Non fa una piega. Mi rispondano i sapientoni uaariani.

BRUXELLES - Un uomo da cinque anni in stato vegetativo a causa di un incidente automobilistico ha risposto "sì" e "no" attraverso il pensiero rilevato da una nuova tecnica di risonanza magnetica. Lo ha annunciato un comunicato dell'Università di Liegi segnalando che le conclusioni di questo studio sono state pubblicate oggi dal New England Journal of Medicine. Vengono riportate dichiarazioni di medici che prospettano un possibile impatto di questo studio su problematiche scelte etiche quali l'eutanasia. L'uomo in questione ha 29 anni, vegeta in un imprecisato "paese dell'Europa dell'Est" e non può muoversi né parlare. La sua attività cerebrale è stata monitorata con la moderna tecnica delle immagini da "risonanza magnetica funzionale", l' "Irmf", utilizzata da equipe dell'Università belga e di Cambridge: è emerso che quando al paziente venivano poste domande semplici come "Vostro padre si chiama Thomas?" si attivavano le stesse aree del cervello che si innescano nelle persone sane.

Lo studio è stato condotto su 23 pazienti dichiarati in "stato vegetativo" e in quattro di loro, con questa tecnica, sono stati rilevati "segni di coscienza". "Si potrebbero interrogare sui propri dolori" persone apparentemente in coma, ha suggerito la neurologa belga Audrey Vanhaudenhuyse. La tecnica dell' Irmf potrebbe inoltre "permettere a pazienti di esprimete i propri sentimenti e di rispondere da soli a domande difficili come quelle sull'eutanasia", ha dichiarato Steven Laureys, professore all'Università di Liegi.

mercoledì 25 novembre 2009

Belgio: in coma da molti anni come Eluana, sentiva tutto!


Tratto da Il Giornale del 24 novembre 2009

Londra - Per ventitré anni ha vissuto imprigionato nel suo corpo incapace di muoversi e di comunicare. I medici gli avevano diagnosticato uno stato di coma vegetativo, ma si erano sbagliati. Rom Houbens, un uomo belga che adesso ha 46 anni, capiva perfettamente tutto quello che accadeva intorno a lui, ma non era in grado di dirlo. Così, dopo che un grave incidente d'auto l'aveva lasciato paralizzato, ha trascorso metà della sua esistenza ascoltando i medici che tentavano di migliorare le sue condizioni, poi rinunciavano a curarlo.

Il suo era ormai stato archiviato come un caso senza speranza quando la sua diagnosi venne rivista. Si tratta di una storia accaduta a Zolder, in Belgio, tre anni fa e che è stata resa pubblica soltanto ora dopo la pubblicazione su una rivista scientifica proprio dal medico che ha cambiato il destino di Houbens.

Raccontata ieri dal quotidiano inglese Daily Telegraph, questa vicenda fa molto riflettere sul diritto all'eutanasia di cui tanto si è discusso anche in Italia soprattutto dopo il caso di Eluana Englaro. E viene da pensare con raccapriccio a che cosa sarebbe accaduto se la famiglia del signor Houbens avesse insistito nel chiedere ai medici di «staccare la spina». Rom sarebbe probabilmente morto quando ancora era del tutto consapevole di ciò che accadeva. Prima dell'incidente occorsogli nel 1983, l'uomo era uno studente universitario appassionato di arti marziali. Dopo essere rimasto paralizzato i medici l'hanno curato costantemente controllando le sue condizioni con il Glasgow Coma Scale, un metodo internazionalmente riconosciuto che giudica lo stato del paziente attraverso le sue risposte visive, verbali e motorie.

A ogni esame la diagnosi inesatta veniva riconfermata e Houbens assisteva in silenzio ai commenti dei medici e alla disperazione dei parenti senza poter fare nulla. Tre anni fa, la svolta. All'università di Liegi un medico decide di riesaminare il caso dall'inizio e finalmente si scopre che il cervello di Houbens ha funzionato quasi normalmente per tutti questi anni. La nuova terapia che gli è stata prescritta adesso gli consente di comunicare con il mondo esterno attraverso un computer. Per Rom è stato come rinascere per una seconda volta. «Non potete immaginare che cosa significhi risvegliarsi e capire di aver perso il controllo del proprio corpo - ha raccontato l'uomo, - tentare di gridare senza che dalla mia bocca uscisse nemmeno un suono. Per anni sono stato testimone della mia sofferenza. Non dimenticherò mai il giorno che hanno scoperto l'errore nella diagnosi. Per tutto questo tempo non ho fatto altro che sognare una vita migliore».

Il neurologo Steven Laureys, che si è occupato del caso, afferma che spesso il coma vigile viene scambiato per coma vegetativo. «Soltanto in Germania - ha spiegato il medico che dirige il dipartimento di Neurologia all'ateneo di Liegi - ogni anno 100mila persone subiscono gravi traumi cerebrali. Circa 20mila restano in coma per tre settimane o più a lungo. Alcuni muoiono, altri si riprendono. Ma una percentuale che oscilla dalle 3mila fino alle 5mila persone l'anno, rimane intrappolata in uno stato intermedio. Continuano a vivere senza mai ritornare indietro completamente». Houbens adesso si trova in una struttura vicino a Bruxelles e può nuovamente comunicare con i suoi genitori e con tutti i suoi amici.

lunedì 21 settembre 2009

Eutanasia? Ecco perchè quando ne sento parlare penso al terzo reich.



Si chiamava action T4, questo era il nome in codice del folle progetto di Hitler finalizzato allo sterminio sistematico dei disabili e di tutti coloro che il reich non esitava a chiamare "vite inutili ed indegne di essere vissute".
Nel seguente filmato intitolato "La Croce e la Svastica" andato in onda su Rai 3 per il ciclo "La Grande Storia" potete rivedere alcuni interessanti documenti per riflettere sui recenti casi di eutanasia.






Di seguito un altro estratto da "La Croce e la Svastica" utile per riflettere sull'assurdità dell'eutanasia e smentire le falsità circolanti in certi ambienti pseudo-ateisti circa la cattolicità di Hitler. Buona visione!



domenica 6 settembre 2009

Gran Bretagna: eutanasia su larga scala. Centinaia di malati sedati e lasciati morire di fame!



A quanto pare il vizietto di far morire di fame i malati (vedi caso Englaro) non è una caratteristica prettamente italiana, in Gran Bretagna alcuni ospedali avrebbero abbandonato alla terribile morte molti malati privati di acqua, cibo ed in compenso imbottiti di sedati in attesa della fine.
Un abominio? Sicuro! Ma i medici avrebbero seguito le direttive del sistema sanitario nazionale, appellandosi al Liverpool Care Pathway (Lcp) studiato appositamente per "alleviare le sofferenze del malato"...Alla faccia del bicarbonato di sodio direbbe Totò!
Se questo non è diabolico...


tratto da Avvenire
04-09-2009.
da Londra, Elisabetta Del Soldato.

Un gruppo di medici britannici, specializzati in cure palliative, ha denunciato qualche giorno fa una serie di autentici attentati contro la vita e contro la deontologia professionale che sarebbe stati perpretati da alcuni ospedali in Gran Bretagna. Secondo i medici, i malati in fin di vita sarebbero stati abbandonati a se stessi fino a morire di fame. Secondo gli esperti i pazienti, in alcuni casi erroneamente dichiarati in gravissime condizioni, sarebbero privati di acqua e cibo e sedati in attesa della fine.

Gli ospedali in questione seguirebbero alcune direttive introdotte dal sistema sanitario nazionale, (Nhs) secondo le quali ai malati terminali è possibile togliere idratazione e medicine, per poi lasciarli sotto sedativi fino alla morte. Il problema, hanno scritto i medici al quotidiano inglese The Daily Telegraph , è che «queste particolari terapie possono mascherare eventuali segni di un miglioramento». Il sistema si chiama Liverpool Care Pathway (Lcp), ed è stato studiato, ha dichiarato ieri un portavoce della Sanità, «per alleviare le sofferenze del malato terminale».
Nel 2004 il modello è stato raccomandato dal National Institute for Health and Clinical Exellence (Nice) e oggi viene adottato in oltre 300 ospedali, 130 ospizi e 560 case di riposo. I medici che hanno lanciato l’allarme, tra cui il professor Peter Millard della University of London e il dottor Peter Hargreaves, primario di medicina palliativa al St Luke’s cancer centre di Guildford, parlano di «crisi nazionale» nella cura dei pazienti e sottolineano la gravità di diagnosi potenzialmente scorrette.
«Prevedere la morte – scrivono nella missiva al Telegraph – non è scienza esatta. I pazienti vengono diagnosticati in fin di vita senza prendere in considerazione che la diagnosi potrebbe essere sbagliata». Il risultato di queste direttive, continuano, «è che provocano un disagio nazionale perché le famiglie vedono negate le cure ai loro cari». L’avvertimento dei medici giunge una settimana dopo la pubblicazione di un rapporto della Patients Association secondo il quale più di un milione di pazienti ha ricevuto «cure scarse e in alcuni casi crudeli da parte del sistema sanitario nazionale».
Attualmente in Gran Bretagna un paziente viene diagnosticato 'in fin di vita' da un team medico, dopo che gli specialisti ne hanno constatato alcuni sintomi, tra cui la perdita di conoscenza o l’impossibilità di ingerire farmaci. «Il metodo avrebbe lo scopo di far morire le persone dignitosamente, ma rischia di diventare una profezia che si auto alimenta», sostiene il dottor Hargreaves, che lavora nel settore delle cure palliative da oltre vent’anni.
«I pazienti che vengono privati di idratazione diventano confusi e possono essere inseriti erroneamente in questo 'sentiero della morte'. Capisco che le direttive vogliano evitare che le persone malate siano curate in maniera accanita, ma in alcuni casi i medici se ne lavano praticamente le mani. Mi è capitato più di una volta – conclude il medico – di lavorare con pazienti che erano stati diagnosticati in fin di vita e che, ricevendo le giuste attenzioni, hanno continuato a vivere decentemente per molto tempo. Spesso purtroppo alcuni medici non controllano abbastanza il progresso dei loro pazienti per vedere se questi hanno riportato un qualche miglioramento».
Secondo uno studio pubblicato recentemente dalla Barts and the London School of Medicine and Dentistry, nel 2007 e nel 2008 il 16,5 per cento delle morti nel Regno Unito è stato causato da forti e costanti dosi di sedativi, il doppio di quelle utilizzate in Belgio e in Olanda.

giovedì 2 aprile 2009

Belgio, la sapete l'ultima?


In Belgio si continuano a commettere orrendi crimini contro la vita.

Nel Paese in cui l'articolo 2 della nuova costituzione al comma 1 parla dei feti come materiale biologico, considerati alla stessa stregua del materiale escrementizio, che permette pur non legalmente l'orrenda pratica dell'eutanasia sui bambini, è da pochi giorni consentito uccidersi in clinica se stufi di vivere, anche se si è sanissimi.

Negli ultimi sette anni sono stati 2.700 i belgi che hanno ottenuto di porre fine alla loro vita.

Ma che Paese è mai questo, una volta era cattolico, ora sembra il Paese di satana!

Vi racconto queste cose perchè ad una 93enne chiamata Amelie è stata praticata l'eutanasia nella casa di cura dove risiedeva, poco lontano da Anversa. L'anziana sanissima, non soffriva di mali incurabili, non era preda di dolori insopportabili...Era stanca di vivere, stanca di essere vecchia.
Hanno assecondato il capriccio di una 93enne, senza farsi troppi problemi, pensando piuttosto che così sarebbe morta serena... Ma che bel regalo le hanno fatto!!!

E' davvero l'ennesima vergogna a cui dobbiamo assistere. Queste sono le conseguenze a cui si incorre quando si prendono strade lontane dalle vie del Signore.

Alla fine era intuibile che andasse a finire così.
Si fa una legge e poi si tenta di andare oltre, se si riesce, allora è aperta la strada ad altre aberrazioni!

Una cosa è certa, l'opinione pubblica uscirà da questa vicenda con una coscienza ancor più anestetizzata!

Dopo i suicidi legali, chissà a quali altre aberrazioni ci toccherà assistere in un futuro non troppo lontano.