sabato 20 luglio 2019

Don Fabio Rosini - Toccati dalla grazia - L’INCONTRO

L’INCONTRO
Nella seconda parte di questa avventura noi abbiamo visto questo contatto fra questa donna e Gesù. Questa donna si avvicina furtivamente perché ha udito parlare di Gesù, questa parola è entrata nel suo cuore, si è profondamente convinta di qualche cose che è la sua salvezza, è la soluzione di suoi problemi, della sua sofferenza, della sua ferita intima. Lei in effetti tocca il mantello di Gesù e guarisce. La storia si potrebbe fermare qua. Se ci pensiamo bene, sotto un punto di vista economico, se noi avessimo il testo come racconto puro e semplice di una donna che malata da dodici anni ha provato a risolvere il problema in tutti i modi e non ci è riuscita, ha sentito parlare di Gesù, si è avvicinata, ha toccato il mantello di Gesù e il testo  ci dà la notizia che è guarita, noi avremmo tutta la storia. Cos’altro dobbiamo sapere? Qui il testo parte con una sezione completamente pleonastica, completamente inutile sotto il punto di vista economico. Queste cose che adesso il testo dirà, per sapere il fattarello nudo e crudo, non ci servono a niente. Invece sappiamo che per  la legge della comunicazione i pleonasmi sono importanti: quando una persona ripete qualche cosa o dice qualcosa che non è immediatamente utile bisogna ascoltare con attenzione perché probabilmente il messaggio sta proprio in quel pleonasmo; il resto è schema essenziale di racconto di guarigione, questa parte qui sarà qualcosa che è messa per dare un contenuto che è un regalo del testo, è il di più del testo, è la sovrabbondanza del testo. Vediamo che cosa racconta questo testo:

E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». 31I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»».
 32Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo.33E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità.

Questo è un regalo del testo. Perché Gesù sente la forza che è uscita da Lui? Gesù non è una pietra magica che tu soffreghi e guarisci. No! Gesù è il Signore, è colui che non fa le cose, le opere, per contatto casuale. Questo è il discorso che dobbiamo affrontare. Gesù infatti si ferma e dice: chi ha toccato le mie vesti? Perché? perché questa indagine? Parte un’indagine e questa indagine è paradossale. Lui si volta e ha una folla che gli si stringe intorno, infatti i discepoli gli dicono tu vedi la folla che ti si stringe intorno e dici chi mi ha toccato?? Come vuoi che te li diciamo chi ti hanno toccato? In ordine alfabetico? In ordine di apparizione? In ordine casuale? È da stamattina che stiamo camminando in mezzo alla gente. Cosa vuoi che ti  diciamo? Chi ti ha toccato? Ti hanno toccato tutti! No. Lui dice che”qualcuno mi ha toccato veramente”. C’è stato qualcosa di diverso, qualcuno lo ha veramente toccato. Da un parte possiamo dire qualcosa di piuttosto imbarazzante: noi potremmo stare appiccicati a Gesù senza guarire. Questa è una cosa piuttosto preoccupante e in effetti il tema della puntata precedente era toccare Gesù. Ma non è detto che io lo tocco e guarisco, perché se io lo tocco per caso, lo tocco senza intenzione di entrare in rapporto con lui e senza nessuna richiesta interiore autentica di salvezza… tante persone possono stare accanto alle cose più grandi, alle cose più sante, si può stare nella stessa stanza di un santo e non fare un minino progresso spirituale. Si può mangiare l’eucaristia vanificando la grazie che inevitabilmente ci viene donata, ma che evitabilmente noi possiamo accogliere o non accogliere. Qui c’è il tema latente del non toccare Gesù utilmente, del non stare inzuppati nelle cose cristiane un po’ come, contrariamente a quello che abbiamo detto nella puntata precedente, di poter essere nelle cose cristiane e non guarire. Perché non è lo stato in cui sta questa donna lo stato in cui siamo magari noi. Abbiamo detto che chi tocca un cristiano tocca Cristo e questo è piuttosto inquietante. Chi tocca un cristiano come me dovrebbe toccare la vita eterna, chi tocca un cristiano dovrebbe toccare il paradiso. Questo non è sicuro che avvenga perché tutte queste cose sono sottoposte alla nostra libertà. Noi possiamo soffregare noi stessi sui sacramenti e tutto quello che ne consegue senza fare un passo oltre il nostro sistema interiore, esteriore, senza toccare neanche lontanamente la vita naturale, orizzontale che noi riceviamo.
È un atto che implica qualche cosa di interiore, di aperto, che è questo collegamento tra l’aver udito parlare di Gesù e il tocco. Ma Gesù questa cosa non la lascia cadere così. Se Gesù si volta, e con tanta intensità ed insistenza, continua a guardare attorno per vedere colei che aveva fatto questo, perché voleva sapere questa cosa? Perché il rapporto con Gesù non è una magia, perché non può fermarsi qui quello che è successo, non basta guarire. Questo è quasi inquietante: non basta il fatto che questa donna sia uscita dal tunnel di dodici anni di malattia, è ancora un passo introduttorio, la cosa non è piena.

Possiamo ricordare a questo proposito il testo della guarigione dei dieci lebbrosi di cui uno solo ritorna a ringraziare. Dice Gesù quando vede che uno solo, e per altro un samaritano, ritorna a ringraziare si chiede: non sono stati guariti tutti e dieci? Nessuno al di fuori di questo samaritano è tornato a rendere grazie a Dio? E poi aggiunge và la tua fede ti ha salvato. Dieci guariti, uno salvato. Gli altri sono solo guariti. Questo è un punto molto importante: possiamo noi sprecare le grazie? Possiamo noi ricevere doni da Dio e non farli diventare il fulcro di una vita nuova? Sì, può succedere. Non è assolutamente automatico. Allora noi dobbiamo capire che c’è un passo ulteriore: oltre la guarigione comincia quell’altra guarigione, quella cosa più vera e più profonda che implica qualcosa che deve succedere.

Qual è questo passo che Gesù deve far fare a questa donna? Chi ha toccato le mie vesti? Il chi che lui cerca è colei che aveva fatto tutto questo. La vuole vedere, vuole un vis-a-vis, vuole avere un rapporto personale. Noi vediamo questa donna che di suo sarebbe allontanata guarita, punto e basta. E Gesù in un certo senso la costringe a fare un salto. Un salto dove? Un salto nella relazione. Gesù ha bisogno di stabilire un rapporto con questa donna: il fatto che lei sia guarita è solamente la porta di ingresso di una esperienza, l’esperienza di dialogare con Gesù. È interessante che lei si avvicina impaurita e tremante. Perché lei è senza ombra di dubbio di fronte al Figlio benedetto di Dio, sa di essere di fronte al Messia, non ci sono dubbi. Lei più che tutti è fuori dal dubbio, lei sa perfettamente nel suo corpo di aver davanti la potenza di Dio, ma è anche impaurita e tremante perché la sua storia è una storia di vergogna, è una storia di una ferita da tener nascosta, è una storia di umiliazione. Perché rivelarla? Dobbiamo stare attenti a non pensare che lei debba raccontare di fronte a tutti di questo fatto. Non è esatto,  perché il testo dice: gli si gettò davanti e gli disse (lo disse a lui!) tutta la verità. Che cosa curiosa. Gesù ha avvertito la potenza, ha un consapevolezza soprannaturale della realtà: perché si deve sentire dire questa cosa? Perché questa donna lo deve dire a lui che alla fin fine lo sa benissimo che cosa è successo? Gesù sta insistendo su questo punto perché vuole particolari di cronaca? Perché vuole i dettagli del fattarello? Perché è curioso? No. Lui sa molto bene una cosa: che deve entrare in relazione con questa donna, perché questa donna deve possedere  quel fatto. Non può essere un caso isolato, deve essere una cosa che nella vita di questa donna continua, la illumina tutta. Non si incontra Dio per caso.
Non si riceve una grazia per caso. Dio non da mai una grazia invano. Se Dio da una grazia è sempre perché questo riempia tutta la nostra vita.
Non può essere episodico ciò che succede tra noi e Dio, è sempre globale, profondo, radicale, definitivo, ineluttabile, irreversibile. Bisogna capitalizzare la grazia, bisogna possedere i doni di Dio, bisogna saper raccontare. Guardate come nella Scrittura  tante volte c’è il bisogno di ripetere quello che è successo, celebrare quello che è successo. In un certo senso questa donna entra nella liturgia della sua guarigione dicendo a Gesù quello che è successo, dicendo a Gesù quel che è accaduto e glielo racconta a lui che non ha bisogno di sapere il particolare, ha bisogno di celebrare con lei questo fatto; che questo fatto sia fra loro due, sia qualcosa che succede all’interno del loro rapporto. Questa donna trova molto più che una vita guarita, trova la relazione con Dio, che è al di là della guarigione, che è l’eternità, che è il paradiso. Questa donna deve raccontare qualcosa che trasforma in relazione qualcosa che un tempo  era vergogna. Ciò che un tempo era il suo obbrobrio oggi diventa la storia della sua salvezza. È molto importante questa attesa di Gesù: parlami, dimmi quello che è successo! Raccontami quello che è capitato! Ci sono cose che anche fra di noi a livello orizzontale ci dobbiamo dire: ci sono espressioni di gratitudine che dobbiamo esprimerci, ci sono persone a cui voglio dire quanto gli voglio bene anche se queste persone, le persone che abbiamo care nella vita sono persone che lo sanno benissimo, lo sanno attraverso i nostri atti, ma bisogna dire questa cosa qua. Bisogna insegnare ai bimbi: raccontami! Bisogna far raccontare alle persone  le cose belle e anche verbalizzare tutto della vita. Uno degli atti importanti che devono fare i genitori con i loro bimbi è insegnarli a raccontare ciò che è successo. Una delle cose più sublimi, che è proprio l’attività paterna e materna, è stare con un bimbo e chiedergli di raccontare cosa è successo oggi in questa giornata; sentirli parlare, sentirli raccontare. E questo inizia a raccontare…è successo questo…c’era la maestra che ha detto così…quel bambino ha detto…forse che il papà è interessato a sapere particolari della storia perché vuole essere informato degli avvenimenti intrascolastici del figlio? No! Sta entrando in relazione con il bambino. Il bambino sta raccontando a lui quella storia. A seconda di colui a cui parliamo noi cambiamo impercettibilmente il racconto: noi vediamo delle cose secondo coloro con cui parliamo. Se un bimbo è abituato a raccontare ai suoi cari la sua vita, la sua vita è fra lui e i suoi cari. Non è solo!
Tante volte una delle cose più importanti è ascoltare la storia, c’è una storia dietro le persone, c’è qualcosa di imprescindibile nel racconto. L’uomo è racconto. L’uomo deve raccontare la sua storia. Tante volte succede che le persone vogliono raccontare per bene la storia della propria salvezza e questa è la testimonianza. Questa donna deve apprendere questa arte. Ti è capitato qualcosa di bello? Lo devi saper celebrare, lo devi saper raccontare, lo devi saper ripetere. E questo è perché noi non possiamo sprecare, sperperare il bene. Il bene va guardato, va raccontato, va contemplato. Perché il bene ci salva, perché il bene ti istruisce, perché il bene è qualcosa che ci direziona alla vita.
È molto importante questo aspetto. Se noi andiamo a vedere quanto spazio prende di questo testo questa opera di Gesù di pretendere il racconto di volere il racconto, vediamo che in quattro righe abbiamo la situazione drammatica della donna, in altre quattro righe la sua guarigione, in una riga e mezza la parte finale del testo, ma in sei righe abbiamo questo atto difficoltoso che incontra l’opposizione dei discepoli che chiedono a Gesù “perché vuoi sapere questa cosa?” . questo è il cuore del testo, sotto il punto di vista fisico, materiale. È curioso che la guarigione implica tutto sommato abbastanza poco per essere fatta, ma deve fermarsi nella sua propria consapevolezza. Bisogna possedere le nostre storie buone, bisogna ricordare ciò che ci è successo di buono e di bello, bisogna condividere ciò che ci ha salvato perché, come abbiamo detto, questo non può essere sprecato!
 È molto importante che Gesù insista e cerchi finché non ottiene che questa donna racconti tutta la verità. E “tutta la verità” che cos’è? Tutta la storia, dall’inizio alla fine. Non dica semplicemente ciò che più o meno è accaduto, ma lo dica per intero, globalmente, lo dica integralmente, possieda tutta la storia. Dio ci salva nella storia. Noi dobbiamo possedere la nostra storia.

C’è un altro particolare che dobbiamo sottolineare di questo momento importante di possesso della guarigione

Gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità

Qui c’è qualcosa che è personale fra Gesù e questa donna.

Fra Gesù e questa donna in questo momento è stabilito qualcosa di intimo: lei si prostra, lo riconosce come Signore, gli si mette davanti, gli racconta tutta la verità, gli apre il cuore. Qui abbiamo qualcosa che descrive il processo completo della guarigione: l’essere arrivati all’intimità con il Signore Gesù. Il luogo di arrivo del processo fisico di questa donna di avvicinarsi a Gesù, toccarlo, parlare con lui, stare davanti a lui, gettarsi davanti al Signore. dice un salmo: davanti a Lui effondo il mio lamento, davanti a lui sfogo la mia angoscia. C’è qualcosa di intimo tra noi e il Signore, c’è lo stare davanti a lui, c’è lo stare al suo cospetto, c’è il parlare con lui. Non c’è niente da fare: non c’è nessuno che ci ascolti tanto quanto ci ascolta il Signore, non c’è nessuno con cui possiamo aprire tanto il cuore quanto lo possiamo aprire con lui. Le nostre malattie sono tutte malattie di solitudine. Alla fine il vero fallimento della vita è non entrare in relazione. È un fallimento nell’amore. Noi abbiamo bisogno di questa intimità. Il Signore Gesù la chiama a sé, la cerca, perché lei arrivi a stare con lui.
È qui che noi dobbiamo scoprire dove sono quei luoghi di intimità, quella zona in cui la nostra vita è toccata dalla presenza del Signore. Certo noi dobbiamo toccare lui, ma dobbiamo anche riconoscere come questo va vissuto in un modo: ha una sua forma di concretizzarsi che è la forma del rapporto intimo. Il Signore Gesù è colui davanti al quale il mio cuore si può prostrare, è colui di fronte al quale il mio cuore può essere povero, può stare con lui, stare con lui, che è un assaggio di eternità. Noi dobbiamo assolutamente dissolvere la nostra atavica, profonda, radicale solitudine nella presenza del Signore. quando il Signore ci visita sa visitarci come nessuno. Il Signore sa parlare nel profondo, sa entrare nel nostro cuore in una maniera straordinaria. E così come uno sposo e una sposa sono chiamati all’intimità, un’anima cristiana è sempre chiamata all’intimità con il Signore, a diventare una cosa sola con lui, a consegnarli la propria avventura, a consegnarli le proprie cose. Come possiamo vivere se non svuotiamo il sacco davanti a Lui, se non raccontiamo tutto a lui, se non abbiamo un luogo dove anche lasciarci consolare? Tante volte noi cerchiamo persone per raccontargli che cosa ci è successo. Tante volte e molto importante avere qualcuno con cui potere essere se stessi, parlare e anche straparlare, dire quelle cose che puoi dire solo a chi ha pazienza con te, anche il peggio di noi  e trovarsi in un certo senso accolti, guardati con benevolenza. Questo è per tutti! Questo non è solo se trovi il dono di un amico, se trovi il dono di una persona. Il dono di un amico è fondamentale e noi dobbiamo accogliere le possibilità di intrecciare vere amicizie cristiane.
Sappiamo che per tutti, per qualunque cristiano è destinato questo dono di avere il Signore cuore a cuore, di avere lui vicino, di sentire profondamente la sua presenza.
Questa presenza è la guarigione. Questa presenza è lì dove finalmente siamo liberati dal nostro ego, lì dove sono infrante le catene della nostra solitudine, dove arriviamo veramente all’amore.

Nessun commento:

Posta un commento