martedì 8 novembre 2011

Richard Dawkins e quei lunghissimi secondi in silenzio...


Quando si dice "rimanere a bocca aperta!".

E pensare che i testi di quest'uomo si fondano sulla teoria delle mutazioni positive...



lunedì 7 novembre 2011

Il silenzio...




Dinanzi all’inquietante mistero del male solo l’amore silenzioso vince la logorrea dell'Accusatore.

giovedì 27 ottobre 2011

Case di Dio e ospedali degli uomini

Un libro da non perdere.

Francesco Agnoli
"Case di Dio e ospedali degli uomini"
Perché, come e dove sono nati gli ospedali
Prezzo: € 13,50

Recensione

Agli ospedali siamo tutti abituati. Diamo per scontato che ogni città ne abbia più d’uno, e che funzioni! Ma difficilmente ci si chiede: come sono nati gli ospedali, che origine hanno?

Quando sono divenuti un fenomeno diffuso, importante? Sono propri di tutta la storia dell’umanità, o caratterizzano soprattutto un determinato periodo? E in quale cultura hanno visto la luce, prima di diffondersi in tutto il mondo?

Questo studio è il tentativo di rispondere a queste domande molto interessanti, per giustificare, alla luce della storia, della filosofia e della teologia, il perché l'ospedale sia stato, come le università, un fiore splendido sbocciato dalla civiltà cristiana.

In questa storia avvincente troveremo ricche matrone romane come Fabiola e Marcella, ascetici monaci medievali, papi e ricchi mercanti, ma anche pellegrini e viandanti, poveri, orfani, appestati e lebbrosi...

Troveremo “case di Dio”, hospitalia, xenodochi, orfanatrofi... non solo in Europa, ma anche fuori, laddove uomini straordinari giunsero a portare un nuovo sguardo sull'uomo, sulla sua carne soffrente, sulla sua passione.

_________

Parte del ricavato ottenuto con questo libro andrà al MEDV (Movimento europeo difesa vita), per un progetto di aiuto economico al “Caritas baby Hospital” di Betlemme.

mercoledì 19 ottobre 2011

Odifreddure sugli scontri del 15 Ottobre


di Giacomo Samek Lodovici

Piergiorgio Odifreddi non finisce mai di fornire occasioni di decostruzione (ci siamo occupati di lui per esempio in un primo e in un secondo caso ).

Commentando sul suo blog (affidatogli dal sito di la Repubblica, che gli ha così dato un’enorme visibilità: per questo bisogna, ogni tanto, prendere in considerazione le sue uscite) le inqualificabili gravissime violenze commesse a Roma dai cosiddetti «indignati», Odifreddi non ha speso una solo parola di condanna per i fatti avvenuti. Speriamo davvero che non sia vero che chi tace acconsente, anche se potrebbero far pensare male affermazioni odifreddiane come: «Le manifestazioni di ieri hanno mostrato che anche in Italia la rabbia sale. Con ragione, ovviamente, visto da un lato il convergere della crisi economica mondiale e della crisi politica italiana, e dall’altro la mancanza di prospettive realistiche per risolverle entrambe. Non c’è dunque da stupirsi che qualcuno si secchi e passi alle maniere forti. Semmai, da stupirsi c’è che siano pochi a farlo» e questo «mentre la maggioranza dell’intorpidita popolazione sembra pensare o che le cose vadano bene così (la maggioranza governativa), o che esse si possano cambiare con azioni dimostrative quali una mezza giornata di assenteismo parlamentare o una manifestazione pacifica (l’opposizione)». Ma è meglio non pensar male e sicuramente ci sbagliamo.

Odifreddi non ha trovato di meglio che prendersela con padre Lombardi, portavoce della Santa Sede. Per quale motivo? Quasi tutti i media hanno riportato le immagini di uno di quei beceri violenti che, volontariamente entrato nella sala di una casa parrocchiale, ha preso una statua della Madonna di Lourdes e l’ha poi distrutta in strada. A quanto si legge, i suoi sodali hanno preso e distrutto anche un crocifisso. Padre Lombardi ha espresso una condanna per «gli atti di offesa alla sensibilità dei credenti».

Per Odifreddi questa reazione «è semplicemente comica. […] Che tra tutti i problemi di cui ci dovremmo preoccupare in questo momento ci fosse pure l’incolumità delle statuette della Madonna, non l’avremmo mai immaginato, se padre Lombardi non ce l’avesse fatto notare! E solo nel Sud del mondo (europeo o americano) qualcuno poteva pensare, e addirittura dire, che rompere un pezzo di gesso senza nessun valore potesse costituire un’offesa alla sensibilità di qualcuno. Anche se negli Stati Uniti, protestanti e più attenti a certe cose, i cattolici vengono non a caso chiamati “adoratori di statue”».

Ora, il blog di Odifreddi si intitola ""Il non senso della vita" e sarebbe meglio per lui poter rubricare le sue parole citate tra i non sensi. Se avesse scritto delle parole senza senso (degli strani versi, dei rumori), avrebbe con ciò dismesso l’esercizio della sua razionalità che (come dice già Aristotele quando confuta i negatori del principio di non contraddizione) è legata anche alla capacità di proferire (salvo patologie) parole sensate invece che meri suoni, ma avrebbe evitato di esporsi al ludibrio.

Intanto, da quel che scrive Odifreddi sembra che padre Lombardi si sia interessato solo della statua distrutta, quando invece il portavoce vaticano ha nettamente condannato tutte le violenze di sabato scorso, richiamando il commento che già aveva pronunciato il cardinale Vallini, vicario di Roma: «Le violenze avvenute ieri a Roma sono inaccettabili e ingiustificate. Condanniamo tutte le violenze e anche quelle ulteriori contro i simboli religiosi», ha detto padre Lombardi all’Adnkronos. E, ancora, «Il card. Vallini, Vicario di Roma, ha già espresso bene il sentimento di sgomento e di tristezza per quanto è accaduto ieri. Esprimiamo condanna per le violenze immotivate e gli atti di offesa alla sensibilità dei credenti compiuti ieri». Queste le parole di Lombardi.

Ma curiosamente Odifreddi ne ha omesso una parte. E, com’è noto, omettendo una parte di un discorso lo si può stravolgere o rendere spropositato. Purtroppo per Odifreddi, è vero che il suo discorso qui lo abbiamo necessariamente stralciato, ma sul suo blog è invece presente intero… nessuno lo ha stravolto, ed esprime davvero una pochezza non comune.
Odifreddi scrive che «solo nel Sud del mondo (europeo o americano) qualcuno poteva pensare, e addirittura dire, che rompere un pezzo di gesso senza nessun valore potesse costituire un’offesa alla sensibilità di qualcuno».

Proprio un ragionamento penoso. Ovviamente il problema non è il valore del gesso della statua, ma il valore simbolico del suo furto e della sua distruzione. Se qualcuno brucia la bandiera italiana o si mette volutamente a vomitare su un libro di Odifreddi il problema non è il valore della stoffa della bandiera e della carta del libro. Il problema è che il significato del gesto è offensivo.

E non perché i cattolici siano degli «adoratori di statue». Come spiega molto chiaramente il Catechismo della Chiesa Cattolica (punto 2132), «Il culto cristiano delle immagini non è contrario al primo comandamento che proscrive gli idoli. In effetti, "l'onore reso ad un'immagine appartiene a chi vi è rappresentato" [San Basilio di Cesarea, Liber de Spiritu Sancto, 18, 45: PG 32, 149C] e "chi venera l'immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto" [Concilio di Nicea II: Denz. -Schönm., 601; cf Concilio di Trento: ibid., 1821-1825; Conc. Ecum. Vat. II: Sacrosanctum concilium 126; Id., Lumen gentium, 67]. L'onore tributato alle sacre immagini è una “venerazione rispettosa”, non un’adorazione che conviene solo a Dio».


sabato 15 ottobre 2011

Ascoltare....




Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo. Come l’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la Sua Parola, così l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltarlo”.
(D. Bonhoeffer, La vita comune)

L'Eco di uno scrittore


Tratto da UCCRonline.it

In Ultimissima 30/9/11 informavamo dell’opinione che il semiologo italiano Umberto Eco ha sul Papa: «Non credo che Benedetto XVI sia un grande filosofo, né un grande teologo, anche se generalmente viene rappresentato come tale». A smentirlo ci ha pensato poco dopo il filosofo Nikolaus Lobkowicz, già rettore della prestigiosa Università Ludwig-Maximilian di Monaco e dell’Università Cattolica di Eichstätt e attuale direttore del “Zentral Institut für Mittel- und Osteuropastudien, centro di studi dedicato all’Europa centrorientale:
«Ratzinger, come Hans Urs von Balthasar o Henri de Lubac mezzo secolo fa, è uno degli uomini più colti del nostro tempo e anche uno dei più colti della lunga storia dei vescovi di Roma».

In questi giorni ha risposto ad Eco anche l’Osservatore Romano pubblicando una foto, in cui l’intellettuale italiano è beccato a ravanarsi il naso. L’articolo intitolato «Un fallimento di lusso», firmato da Silvia Guidi, spiega con pacatezza e ironia, che il grande Eco ha ottenuto una serie di stroncature proprio in Germania e alla vigilia dell’apertura della fiera del libro di Francoforte, dell’ultima fatica letteraria, ossia “Il cimitero di Praga” tradotto in tedesco.

Il libro viene definito dai critici tedeschi irrimediabilmente noioso, «talmente noioso da risultare illeggibile». Raramente, però, sottolinea la Guidi, compaiono sulla stampa italiana aggettivi così semplici e diretti quando un romanzo porta la firma di Umberto Eco. Per trovarli bisogna sfogliare le rassegne stampa internazionali. Altre stroncature internazionali sono arrivate recentemente dalla Süddeutsche Zeitung e dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, dai quotidiani inglesi Sunday Telegraph e Independent, quando si occuparono del romanzo “L’isola del giorno dopo”.

La Süddeutsche Zeitung scrive: Il cimitero di Praga «è, nel migliore dei casi, un fallimento di alto livello, un noioso ammasso di inverosimiglianze grottesche». La Frankfurter Allgemeine Zeitung spiega che dopo le prime trecento pagine «non si tratta più di un romanzo ma di uno schedario di persone, mappe stradali e bibliografia», mentre «si leggono di continuo note a pié di pagina senza notare altra cosa se non che il libro prima o poi dà sui nervi, poiché hai capito da tempo ciò che voleva dirti».
Nel suo articolo Gustav Seibt chiosa: «Il cimitero di Praga non centra quello che è proprio il punto più importante del materiale: la storia collettiva della nascita e l’effetto collettivo dei Protocolli dei Savi di Sion. Alla scrittura di questo testo tremendo hanno collaborato tre generazioni, e i suoi effetti perdurano da oltre un secolo. Dinanzi alla bassezza dello scritto, questo è molto più misterioso perfino della cloaca di Parigi, nella quale l’assassino Simonini getta i cadaveri. Umberto Eco ha sempre voluto essere uno scrittore dell’illuminismo, ma questa volta si è reso le cose troppo facili».

Già nel comunque 1995 lo storico ed editorialista Noel Malcolm ha definito Eco «l’Armani dell’Accademia», nel Regno Unito Ken Follett ha detto «Preferirei non essere così noioso», rispondendo a chi paragona i suoi romanzi a quelli di Eco.
In Italia solo Alfonso Berardinelli ha avuto il coraggio di criticare il semiologo, dicendo «se fosse per le mie opinioni critiche, i romanzi di Umberto Eco e il libro di filosofia di Severino potrebbero sprofondare nella pattumiera».

Insomma, utilizzando le sue stesse parole, pare proprio che Umberto Eco non sia un grande filosofo, né un grande scrittore, anche se generalmente viene rappresentato come tale.


giovedì 13 ottobre 2011

Davanti ar Crocefisso


Davanti ar Crocefisso d'una Chiesa
una candela accesa
se strugge da l'amore e da la fede,
je dà tutta la luce

tutto quanto er calore che possiede,
senza abbadà se er foco
la logra e la riduce a poco a poco.
Chi non arde non vive.

Come è bella la fiamma
d'un amore che consuma,
purché la fede resti sempre quella!

Io guardo e penso:
“Trema la fiammella
la cera cola e lo stoppino fuma.”

Trilussa

martedì 11 ottobre 2011

A proposito di animali, bestialità, zoorastia e telefono arancione



Ormai è statisticamente comprovato, non c'è telegiornale che non dia almeno un paio di notizie sul mondo degli amici a 4 zampe.
Un giorno si esaltano le doti di fido, il giorno dopo si parla della mattanza dei tonni, poi è l'ora dei "diritti senza doveri" degli animali, poi delle maxi retate contro i perfidi aguzzini di leoni e anaconde... Fra qualche anno, quando le solite notizie non interesseranno più nessuno, si arriverà a parlare di matrimoni tra bestie e uomini, di stupri su animali e cose di questo tipo.
Vi sembra così improbabile?
Evidentemente non sapete ancora dell'esistenza di un Telefono Arancione... ovvero di una linea per denunciare gli abusi sessuali sugli animali.

Avete strabuzzato gli occhi? Volete saperne di più? Leggete il seguente articolo...

da Corrispondenza Romana

La notizia è di quelle che fanno rabbrividire: sembra essere in netto aumento la pratica dei rapporti sessuali con animali, al punto che il fatturato derivante da siti internet, video hard e film a pagamento si aggira intorno ai 50 milioni di euro l'anno. Ogni anno appaiono sui siti online circa 4.000 annunci di persone che cercano ed offrono sesso a pagamento con animali e ben 15.000 siti pornografici offrono materiale scaricabile. Addirittura, assieme agli animali sono spesso coinvolti dei bambini costretti a partecipare al gioco erotico. Questa è la sconcertante realtà fotografata dall'Aidaa (Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente) che ha annunciato la nascita di un telefono arancione per denunciare gli abusi sessuali degli umani sugli animali (sic!).
Davvero sorprendente la faccia tosta degli animalisti che anziché sdegnarsi per il fatto in sé rivendicano ancora una volta i pseudo diritti degli animali e ne denunciano la violazione. Eppure, a ben vedere, la pratica abominevole del rapporto sessuale con le bestie è l'ennesima logica conseguenza di un insieme di assunti filosofici propagandati e fatti propri dagli stessi "amanti degli animali". Come abbiamo già avuto modo di mettere in luce in altre occasioni, la negazione della diversa dignità delle creature e dunque della radicale diversità tra l'uomo e l'animale conduce all'appiattimento delle differenze e dunque ad un pericolosissimo ed innaturale avvicinamento.
Oggigiorno nessuno più si scandalizza del fatto che un animale domestico venga trattato alla stessa stregua di un figlio, di un amico o di un parente stretto, al punto che è tacita l'accettazione della presunta normalità di scelte di vita che tendono a privilegiare il rapporto con gli animali piuttosto che con gli uomini: single e coppie che decidono di non avere figli per sostituirli con uno o più animali domestici e riversare su di loro buona parte di quelle attenzioni e di quell'affetto che è dovuto solo agli esseri umani (non sono così rari gli episodi di persone che nominano come eredi del loro patrimonio il cane o il gatto...). Dunque, se non v'è differenza alcuna tra l'uomo e l'animale (anche dal punto di vista dei diritti) qualunque tipo di prossimità affettiva e psicologica è implicitamente incoraggiata, perciò anche quella che li vede come partner sessuali.
È lo stesso presidente nazionale di Aidaa ad ammetterlo: «vi sono molte persone che ritengono che fare sesso con il proprio animale domestico sia lecito». Se consideriamo inoltre che la sfera sessuale è considerata un ambito dove poter dare libero sfogo ad ogni sorta di impulso o fantasia e che l'etica e la morale o non esistono oppure sono il frutto della sensibilità individuale o culturale, il cerchio si chiude e l'uomo diventa succube dei piaceri più torbidi e nauseabondi. D'altra parte, è la stessa società a veicolare messaggi ambigui attraverso delle pubblicità che tendono subdolamente ad abbattere qualunque barriera, anche quella che separa l'uomo dall'animale: su tutte quelle scaturite dalla fantasia perversa dello pseudo artista Oliviero Toscani, il quale non è nuovo a tali performance. Infatti, oltre alla pubblicità di qualche tempo fa che ritraeva uomini e donne nudi con la testa di animali, è di questi giorni quella di uomini muscolosi sempre nudi e con la testa di animali che sostengono, come in una sorta di balletto, una donna avvenente e sensuale che sembra abbandonarsi al branco di uomini-animali.
Pertanto, il fenomeno della zoorastia è l'ennesima dimostrazione che l'uomo senza Dio e regole morali si abbrutisce a tal punto da compiere le più ributtanti azioni.



Mancuso e il suo nuovo libro


Si dice che stia vendendo centinaia di copie e che il suo nuovo libro sia in vetta alle classifiche. Sarà vero? Il titolo del testo è tutto un programma "Io e Dio. Una guida dei perplessi"...anche se sarebbe stato più appropriato chiamarlo "Io ed Io. Manuale per diventare ancora più perplessi".

Niente di nuovo sotto il sole, l'autore brancola ancora nel buio della gnosi affermando l'inutilità della Chiesa, del Magistero, della tradizione, gettando nel cassonetto secoli di esperienza di vita, santità e dottrina.

Basta l’io, la ragione...la Dea Ragione! L'etica? E' il fondamento della religione. Dio? Del tutto superfluo...basta l'Io. La Chiesa? Meglio la fragile solitudine dell'Io.
I Padri della Chiesa? Roba sorpassata oggi è il tempo dei padrini della laicità; altro che Agostino, Tommaso e Bonaventura, meglio Bobbio, Zagrebelsky e Scalfari.
La Summa Teologica? Non serve a niente, c'è La Repubblica!

Nel titolo del libro campeggia la scritta "Io e Dio", ma viene da chiedersi di quale Dio stia parlando? Forse del suo Io!
Una cosa è certa, non è il Dio Uno e Trino dei Cristiani, ma piuttosto il solito ed impersonale dio mancusiano: «sorgente e porto dell’essere-energia, nonché la sorgente dell'informazione che consente all’energia di strutturarsi in materia organizzata così da diventare vita, vita intelligente, vita come spirito creativo».

Insomma...Siete perplessi? Avete necessità di trovare delle risposte? Non cercatele nel libro se non volete correre il rischio di rimanere ancora più perplessi di quando avete iniziato la lettura.


venerdì 8 luglio 2011

Emancipate e depresse. Una riflessione sul mondo rosa


di Costanza Miriano
tratto da LaBussolaQuotidiana.it

In Inghilterra una donna su tre prende psicofarmaci contro la depressione. Prozac e Cipramil vanno via come acqua fresca. Lo riferisce il quotidiano britannico The Independent, citando studi medici.
Ora, non vorrei entrare con la mia rinomata delicatezza da elefante in un ambito tanto privato e delicato come la salute mentale, ma qualche domanda vorrei farmela. Perché le donne? Perché con una frequenza che ha indotto il ministero della salute a parlare di “crisi nazionale”? E perché in un paese che è stato ed è all’avanguardia nella battaglia per l’emancipazione, per la parità dei ruoli di uomo e donna?

Se trentatré donne su cento, che è una cifra esorbitante, devono prendere antidepressivi per andare avanti, siamo autorizzati a pensare che sia un fatto culturale, sociale, di identità collettiva, e non di malattia, perché nessuna malattia può avere un’incidenza tanto alta.

Le femministe diranno come al solito che le donne devono fare troppe cose, tutte da sole, e daranno la colpa agli uomini e allo stato sociale che non le aiutano. La solita solfa. Io però ne ho conosciute di donne che hanno tirato avanti la carretta della famiglia, numerosa magari, in tempo di guerra, magari, con i buoni per il pane e lo zucchero, e il mercato nero, e le scarpe da mettere solo per andare in chiesa. Non ho mai sentito da loro la parola depressione, che ha molto più a che fare con la perdita di senso che con la fatica vera e propria.

Penso piuttosto che possa entrarci il fatto che la donna si è persa, non sa più chi è. Ha perso il bandolo della matassa. Noi donne per secoli siamo state le culle della vita nascente, depositarie di questo fuoco da tenere sempre acceso, di generazione in generazione. Da quando abbiamo cominciato a dire che questo non era abbastanza, e ce ne siamo liberate, vivendo la nostra sessualità in modo emotivo e disordinato, libero da rischi di concepimento (rischio? o miracolosa fortuna, piuttosto?), non sappiamo più da che parte andare. Anche se abbiamo figli, ci teniamo a dire che ci realizziamo anche fuori, e ci sentiamo in dovere di fare tutto, di essere tutto, di vivere troppe vite. Una fatica bestiale, insostenibile. Un continuo, frenetico, insensato multitasking, a volte imposto (e ci sarebbe da ragionare su alcuni meccanismi economici), a volte abbracciato con zelo.

In entrambe le eventualità, comunque, difficilmente l’essere madre, o comunque l’essere accogliente verso la vita, viene vissuta come una profonda, gratificante avventura che consente il dispiego di tutto il nostro genio. “Voglio di più, l’uomo non mi può dominare, costringere a questo”. Ma dove li vedranno poi tutti questi maschi dominanti e coercitivi? Io ne vedo tanti persi e disorientati, piuttosto.

E con le dimensioni dell’epidemia di depressione deve entrarci anche il fatto che rimuovendo la croce dal nostro orizzonte esistenziale, tutti - uomini e donne - pensiamo che ogni fatica, difficoltà, sofferenza vada evitata. Da chi non ha Cristo come compagno di strada, cadere e sbucciarsi le ginocchia non viene sentito come un prezzo da pagare per salire un po’ più su, ma come una fregatura, dalla quale quindi è meglio svicolare il più possibile. Se una pillola permette di farlo, ben venga.

Non è che noi cattolici siamo cretini, e ci piaccia soffrire. E’ che anche alla sofferenza, che neanche a Gesù piaceva (i malati li guariva, mica dava loro un buffetto sulle guance), Lui ha dato un senso. Ed è il senso che fa la differenza.

Quanto a me, lo ammetto, lamentarmi mi piace molto. Lo saprei fare molto bene. Sono creativa, attenta (trovo il pelo nell’uovo), resistente, tenace. Se un’amica ha da fare ne posso sempre chiamare un’altra, non mi arrendo facilmente. Se il lamento diventasse una specialità olimpica punterei al podio. Voglio l’oro nel lamento carpiato, perché posso rigirare il discorso di 360 gradi e giungere a una lamentela, in qualsiasi punto della conversazione mi trovi.
Mi sforzo a volte di non farlo, però, perché ultimamente vedo musi così lunghi, intorno a me, che penso che un’altra lagnanza in più porterebbe il mondo oltre la soglia accettabile di entropia.
E così, a parte il fatto che nonostante i colpi di sole di vari parrucchieri continuo a portare in testa un ratto muschiato (ma lo faccio con disinvoltura), mi faccio andare bene quello che ho.

Il fatto è che siamo adulti quando desideriamo ciò che abbiamo. E abbiamo tantissimo, tanti di noi. Quasi tutti, a parte quelli colpiti dalla sofferenza degli innocenti, che è una prova sconvolgente. Eppure non siamo capaci di gioirne. Così mi viene spesso in mente quel banchetto di cui parla il Vangelo: nessuno degli invitati viene alla festa, e allora il padrone di casa comincia a radunare in giro gli scarti, i malati, i poveri, un’accozzaglia di gente che almeno si goda la festa meravigliosa che era preparata per noi.

mercoledì 6 luglio 2011

La coscienza degli animali?


Grazie a Michela Brambilla, ad Umberto Veronesi, a Margherita Hack e ad altri illustri personaggi ho finalmente scoperto che gli animali hanno una coscienza ed un elevato livello di consapevolezza.

Fino ad oggi credevo scioccamente che gli animali adempissero ai loro bisogni primari senza pensare e ragionare sugli stessi, poi ho letto il Manifesto dei diritti degli animali ed ho capito che quando un cane ed un gatto mangiano, non lo fanno per istinto, ma perché sanno quanto sia importante alimentarsi per crescere sani e robusti. I cani della Brambilla e di Veronesi ad esempio mangiano solo cibi vegetariani e rifiutano croccantini a base di carni ed ossa di altri animali...e se qualcuno presenta loro una bella bistecca ai ferri incrociano le zampe e protestano finché non gli si presenta un succulento gambo di sedano.

Non parliamo poi dell'accoppiamento...è risaputo come presso gli animali sia diffusa la castità e la fedeltà coniugale. Passeggiando per il parco può capitare di vedere due animali coniugati, regolarmente sposati perché desiderosi di donarsi reciprocamente la vita, camminare zampa nella zampa (?) custodendo lo sguardo per non cadere nella tentazione di odorare il posteriore del primo animale di turno del sesso opposto.

E' poi noto a tutti lo spiccato senso religioso degli animali; raccolti in preghiera li si vede inginocchiati tra i banchi delle chiese oppure attorno ai tavolini mentre discutono di metafisica sorseggiando con parsimonia dell'ottimo thè indiano.

E così...un giorno vedi un tonno che fa i bisogni dentro un contenitore per il compost per non inquinare, ed un altro vedi i corvi che si prendono cura dei piccoli di altri uccelli...
E poi c'è la marmotta che incarta la cioccolata...e ti svegli tutto sudato!

Suvvia, facciamo i seri! Lo sanno tutti che gli animali non hanno coscienza, tutti, tranne i firmatari del Manifesto sui Diritti degli animali.
La coscienza non può prescindere dalla razionalità e gli animali non sono razionali.

Gli animali si mangiano tra simili, si accoppiano senza alcuna remora, non hanno senso del pudore, talvolta mangiano i loro escrementi e quelli altrui, alcuni sono predatori senza scrupoli per il semplice motivo che non hanno coscienza e di conseguenza gli scrupoli, non hanno coscienza della morte, non hanno rispetto dei morti (butta un cadavere nel mare e vedrai come i pesci si metteranno a pregare o ad inumare la salma), se feriti non chiamano il veterinario, etc...
Che poi alcuni uomini si comportino in modo animalesco è un altro paio di maniche e non a caso li si etichetta quali "animali" o "bestie" ( se si preferisce). E così si dice che una persona sporca è un maiale ed una persona ignorante è una capra, una stupida è una gallina, una scialba è un oca e così via... Da ciò si evince che l'uomo che non fa un buon uso della coscienza o che non la usa affatto è piuttosto un animale (con tutto il rispetto per questi ultimi).

Nel Manifesto si legge che "il primo diritto degli animali è il diritto alla vita", e la domanda nasce, lubranamente parlando, spontanea: "Di quali animali? Di tutti?".

Si perchè, così dicendo, si rischia di incorrere in alcune assurdità. Per cui se ad esempio scorpioni o serpenti o ragni velenosi si alzassero un bel giorno e decidessero di infestare centri abitativi bisognerebbe lasciarli in vita. E lo stesso varrebbe per i ratti portatori di micidiali malattie o di insetti vari (zanzare incluse).

Se tutti gli animali hanno uguali diritti allora perché il cane ha diritto di vivere in un'abitazione e il ratto di fogna no? Andatelo a raccontare a quelli che vivono nelle favelas o nelle baraccopoli quant'è piacevole avere come co-inquilini questi simpatici roditori grandi come gatti.

Purtroppo questi assurdi proclami, fortemente voluti da potenti lobby animaliste, non tengono minimamente in considerazione della visione globale della realtà ignorando, tra le tante cose, che in molti paesi del mondo per tradizione è assolutamente normale mangiare carne di cane o di gatto (Asia, Africa etc...), oppure arrostirsi una tartaruga o mangiarsi un orso.
Paesi in cui è al contrario (e comprensibilmente) assurdo vestire un cane con l'abito da sera o con la tutina da footing.

Gli animali non sono "persone", proprio perché non sono capaci di intendere e di volere: non hanno diritti perché non hanno doveri. I loro comportamenti seguono la legge dell'istinto.

Si possono dare giudizi morali sul comportamento animale? Allora bisognerebbe arrestare tutti i cani che defecano in mezzo alla strada o che si accoppiano, per atti osceni in luogo pubblico! E quando un gatto uccide un topo come minimo bisognerebbe dargli l'ergastolo!
E di esempi se ne potrebbero fare a centinaia.

Se come avevano già tentato a loro modo con il "Progetto grande Scimmia" Peter Singer e Paola Cavalieri, l'attribuzione dei diritti ad un essere vivente non si fonda sulla ragione e sulla volontà, ma sulla sola "autocoscienza" o meglio sulla mera capacità di soffrire e di godere, allora cosa impedirà in un futuro ad un uomo e ad un animale di vivere come "coppia di fatto".

Se gli animali hanno il diritto alla vita, perché negare loro quello all'uso del sesso? Ma se tra essi e gli umani non esistono differenze qualitative non si potrà impedire il congiungimento sessuale di uomini e bestie.

Al solo pensiero di quali scenari si potrebbero aprire, inorridisco!



lunedì 4 luglio 2011

Dittatura laicista e dittatura di Pol Pot: le similitudini


tratto da UccrOnline.it

In questi giorni ha preso il via il processo a quattro leader della dittatura cambogiana ancora in vita, accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. La Cambogia volta quindi definitivamente pagina sul sanguinoso regime ateo dei Khmer Rossi, che sotto la guida di Pol Pot, tra il 1975 ed il 1979, portò il terrore nel Paese asiatico, con la morte di circa due milioni di persone su 7 milioni. Proprio tra il 1975 e il 1979 verrà instaurato l‘ateismo di Stato.

Come ricorda il giornalista, storico e collaboratore de Il Foglio Francesco Agnoli nel suo saggio “Perché non possiamo essere atei” (Piemme 2009), «al culmine del delirio, sotto l’ateissimo regime comunista di Pol Pot, si arriverà a ordinare per legge non solo il rogo dei libri del passato, ma persino delle fotografie dei privati, per cancellare anche il ricordo fotografico di com’era il mondo prima dell’avvento del regime comunista dell’Angkar» (pag. 180,181). Questo ricorda molto il modo di agire della lobby atea di oggi, anche quella presente in Italia, la quale cerca di imporsi nella società cancellando e tagliando i ponti col passato, con la tradizione, con i simboli di essa. Ma non è finita.

Più avanti (pag. 235) Agnoli spiega che la Cambogia comunista, «quel paese governato da personaggi che avevano appreso il loro ateismo a Parigi, innamorandosi della Rivoluzione francese, dal 1975 al 1979, fu proibito anche leggere, ridere o cantare. Ogni spostamento era controllato, ogni proprietà, perfino delle posate personali, proibita, le case tutte uguali».

Riguardo alla morale sessuale, continua lo scrittore, «ci furono massacri eugenetici di malati, feriti e handicappati, divieto di utilizzare le parole “padre” e “madre” anche per i bambini».
Notiamo che tutto questo è stato copiato fedelmente dalle potenze europee di oggi, ovviamente mascherato sotto una terminologia più moderna: eutanasia, aborto ed eliminazione dei termini politicamente scorretti verso i genitori (come appunto “papà” e “mamma”), avvenuto ad esempio in Spagna nel 2006, in Scozia nel 2007 e in Inghilterra nel 2008.

Si domanda quindi Agnoli: «sono mai successe vicende simili nell’Europa delle cattedrali, di Dante, Giotto e Cimabue?».