giovedì 12 febbraio 2009

Ateo? No, idolatra!


La fede in Dio è sempre minacciata, anche nel cosiddetto credente, dalla fede negli idoli. Perché il dilemma vivo, che ad ogni istante uncina la mente e la carne è tra l'adesione al Mistero che fa tutte le cose o quella all'oggetto di volta in volta creato o scelto da me come possibile compimento per la vita.

Che grande, giusta, realista e maestosa considerazione del cuore umano: non è fatto per darsi al niente, non nasce per dedicarsi a nulla. Un uomo potrà decidere di avere come idolo il potere, o i soldi, la carriera o il sesso: ma elegge sempre qualcosa, o qualcuno a cui esser devoto. A cui fare sacrifici, anche eroici. Ma mai al niente. Per questo non credo nel concetto di ateo.

Non è vero che esistono uomini atei, esistono uomini idolatri, perché come diceva il compianto Don Giussani: l’alternativa non è mai fra fede e ateismo, ma tra fede e idolatria.

Ogni uomo, infatti, per il semplice fatto che vive, afferma ogni istante un qualche assoluto.

Il compagno, la compagna, la moglie o un marito, il denaro, il sesso, la carriera, l'automobile, l'abitazione, il proprio corpo o quello altrui, la propria persona, i figli, i nipoti, la droga, l'alcool, lo sballo, la discoteca, la moda, la tv, internet e quant'altro possono divenire idoli quando prendono il posto di Dio.

Tutto ciò che in certo qual modo offusca il primato di Dio nella nostra vita, è un idolo.

Ecco l'estratto di un articolo di Antonio Socci scritto nel 2005

[...]Fra l’altro l’ateismo – da un punto di vista esistenziale - non esiste.. Don Giussani ha spiegato a lungo (rifacendosi alla Bibbia) che l’alternativa non è mai fra fede e ateismo, ma tra fede e idolatria, perché ogni uomo, per il semplice fatto che vive, afferma ogni istante un qualche assoluto. Idolatria (la stessa radice di ideologia) è un dio costruito con le proprie mani, un dio che non mantiene mai le promesse e spesso un dio sanguinario.

Ma guardare in faccia la caduta degli dèi esige coraggio: cioè umiltà. Penso agli intellettuali nati nella stagione Sessantottina. Ad accorgersi che sono ormai decadute "le ragioni filosofiche dell’ateismo", cioè l’idolatria del materialismo dialettico e quella positivista, è stato fra l’altro Gianni Vattimo. Anche la recente "conversione" di Anthony Flew segna la fine dell’ateismo filosofico. Solo che gli intellettuali italiani "nella massima parte" spiega Vattimo "non parlano di Dio, o anzi si considerano esplicitamente atei o irreligiosi, per pura abitudine, quasi per una sorta di inerzia".
Mi sembra una superficialità umana inaccettabile. Però c’è anche il rischio – una volta usciti dall’ateismo ideologico – di costruirsi una propria religiosità fai-da-te che prende dal cristianesimo quello che gli va, come dagli scaffali di un supermarket, e di fatto costruisce di nuovo un’ideologia, per quanto debole (mi sembra l’errore compiuto da Vattimo e Bertinotti). In questo ritorno dell’interesse sul cristianesimo bisogna anzitutto capire cosa sia il cristianesimo.
La fede viene per grazia, ma tutti sono tenuti alla lealtà, al rispetto dei dati di fatto: il cristianesimo non è una propria invenzione, un’elucubrazione o una conquista. L’ultimo testo che don Giussani ha voluto pubblicare verte proprio su questa domanda: "che cosa è il cristianesimo?". Giussani cercava "una risposta che, anche se io fossi ateo, varrebbe anche per me".

Ebbene la sua risposta è semplice: "il cristianesimo è un fatto. E’ l’avvenimento di Dio che si è fatto uomo o almeno di un uomo che si è detto Dio. Un fatto. Come se io dessi un pugno a chi mi sta di fronte, così è accaduto: un uomo che si è detto Dio. Non è questione di gusto, di chiarezza intellettuale. Il cristianesimo è un uomo che si è detto Dio".
Un uomo affascinante, umanamente straordinario che ha avanzato una pretesa inaudita. Poi c’è l’avventura di chi vuol verificare se è vera quella pretesa, una sfida che si può vivere attraverso un’esperienza: "vieni e vedi", diceva Gesù a chi restava colpito da Lui. [...]


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