sabato 30 aprile 2011
Garibaldi, il massone credulone
tratto da un articolo di Rino Cammilleri
su laBussolaquotidiana.it
titolo originale: l'antipapa Garibaldi
Giuseppe Garibaldi viene iniziato massone nella loggia «Asile de la Vertude» di Rio de Janeiro nel 1844. Poi alla loggia «Les Amis de la Patrie» e in quella «Daniel Tompkins n. 471» di New York. Il 3 luglio 1962 procura l’affiliazione di tutto il suo stato maggiore. Nel 1863 è eletto Sovrano Gran Commendatore del Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato di Palermo. L’anno seguente diventa Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.
Nel 1872 è acclamato Gran Maestro onorario a vita. Nel 1876 è anche Gran Ierofante del Rito Antico e Primitivo, suprema carica mondiale dei riti egizi congiunti di Memphis e Misraim. Come riporta Pierluigi Baima Bollone (Esoterismo e personaggi dell’Unità d’Italia, Priuli & Verlucca), nel 1879 comprò per corrispondenza una «cintura elettrica» americana «in grado di ridare l’energia vitale perduta». Gli serviva anche per la sua artrite, a causa della quale talvolta dovette essere portato in parlamento a spalla. L’autore si stupisce per la sua «credulità». Noi no.
Infatti, l’Eroe dei Due Mondi era in confidenza con Madame Blavatsky, fondatrice della teosofia (si dice che abbia preso parte alla battaglia di Mentana contro i papalini e vi sia rimasta ferita), il cui testo base, “Iside svelata”, affermava: «La pietra angolare della Magia è la conoscenza intima del magnetismo e dell’elettricità». Giusto in quei tempi l’applicazione in larga scala dell’elettricità aveva convinto molti che l’uomo, impadronitosi della Folgore di Zeus come Prometeo, non aveva più bisogno di credere alle religioni. La più retriva delle quali era il cattolicesimo papista. Chi ne disprezzava il clero e i riti, paradossalmente si sottoponeva a rituali molto più complessi e a gerarchie cento volte più complicate.
martedì 26 aprile 2011
Sai Baba, posseduti ed esorcisti
Nel 2004 padre Gabriele Amorth intervistato su Sai Baba metteva in guardia sui rischi derivanti dal contatto con il guru. Diceva in proposito:
"Consiglio vivamente alle persone di evitare la tappa da Sai Baba perché il più delle volte necessitano di preghiere di liberazione e, nei casi più gravi, di esorcismi. Noi siamo in pochi e il lavoro sta aumentando a dismisura”.
Il sacerdote esorcista riteneva Sai Baba un emissario di Satana dicendo:
“E’ il suo figlio primogenito, non ho dubbi in proposito. Parla bene di tutti, di Gesù in particolare, ma il dio è lui. Aiuta con cospicue donazioni gli ospedali dei villaggi indiani, apparentemente fa del bene perché il diavolo è furbissimo, ma il dio si ritiene lui, gli altri sarebbero tutti profeti. Tanti turisti italiani, donne in special modo, cadono nella sua rete”.
E ancora:
"Ho impiegato anni per liberare, nel nome potente di Gesù, una signora, madre di quattro bambini, la quale era andata numerose volte a trovare il santone in India. Molte volte gli aveva baciato i piedi, Satana vuole essere adorato, e molte volte aveva mangiato la polvere. Bene, questa signora per anni ha sputato sangue per liberarsi dalle polveri”.
Tutto vero!
Qualche giorno fa un mio caro fratello ha chiesto ad un'altro famoso esorcista dell'Italia Centrale, stimato amico di padre Gabriele, notizie sul conto di Sai Baba. In particolare voleva sapere se avesse mai esorcizzato qualcuno entrato in contatto con il santone.
La risposta è stata repentina "è capitato un solo caso di una signora che è stata per cinque anni in India da Sai Baba, e che era completamente posseduta. Durante l'esorcismo gli ho chiesto: "Chi è Sai Baba?" e il demonio mi ha risposto: "E' la vera incarnazione di Lucifero!" ".
Considerando che i suoi adepti nel mondo sono circa 10 milioni, pur non essendo tutti posseduti, ce ne sarà di lavoro da fare...
La Cannabis, le bugie e i danni taciuti
di Chino Pezzoli
tratto da LaBussolaQuotidiana.it
Ci mancava solo il campo di canapa per produrre olio di marijuana “a scopo terapeutico”. È questa l’ultima trovata del governatore pugliese, Nichi Vendola. Un’iniziativa che segue il progetto della regione Toscana di legalizzare l’uso della cannabis “per fini medici” sulla falsariga di un provvedimento già approvato in Puglia. Ce n’è abbastanza per non scorgere l’ennesimo tentativo di voler sdoganare le impropriamente dette “droghe leggere”. Abbiamo chiesto un parere a don Chino Pezzoli, della Fondazione Promozione e Solidarietà Umana, che da anni lavora sul campo per sottrarre i giovani all’abisso della tossicodipendenza.
Le ultime iniziative vogliono di fatto sminuire gli effetti negativi della marijuana. La solità superficialità, le solite sparate! La nostra esperienza di trent’anni ci fa dire che la cannabis fa male. Gli studi scientifici, già da tempo, hanno dimostrato le conseguenze dannose prodotte in chi ne ha fatto uso; così come c’è la consapevolezza che solo l’ideologia sessantottina, cara ad alcuni dei nostri politici, riconosce validità al binomio fumo-innocuità.
Tra la solita disinvoltura dei mezzi di comunicazione si è diffusa, nei più, la convinzione della cosiddetta canna come sostanza inoffensiva.
“Fa più male l’alcol quando ci si sbronza”, si dice, come se il problema fosse di scegliere il meno dannoso di due veleni, dimenticando il particolare, non proprio irrisorio, che entrambe le sostanze avvelenano l’esistenza umana. Recentemente gli studi hanno ribadito tutta la nocività della cannabis.
Già nel 2001, Giovanni Battista Cassano, rinomato docente dell’Università di Pisa denunciava che «Questa droga (la marijuana) agisce nelle stesse strutture del cervello interessate dalla cocaina e dalla morfina, e costituisce un gradino, sia per l’assunzione delle droghe “pesanti”, sia come attivatore di patologie psichiatriche […] di tipo paranoide […] o crisi di depersonalizzazione”. Nel 2002 una Relazione Ministeriale sulle Tossicodipendenze in Italia ha confermato gli effetti dannosi sul cervello del tetracannabinolo, il principio attivo presente nella cannabis. Esso provoca: «le paranoie, il risentimento, una sorta di vischiosità del pensiero, una subdola forma di depersonalizzazione, con ostilità ed irritabilità non presenti nei tratti caratteristici del paziente […]».
Un ulteriore lavoro da parte dei medici americani, pubblicato su una rivista specialistica medica, cita che «l’impiego di cannabis è un fattore a rischio per una successiva assunzione di cocaina o di oppiodi». Tutto ciò la direbbe lunga anche sullo scarso rendimento scolastico degli alunni; l’atteggiamento di disimpegno è difatti una delle caratteristiche tipiche del consumatore della canapa indiana. Queste ed altre conseguenze negative risultanti dal consumo della cannabis, sono descritte nel libro di Claudio Risé, dal titolo Cannabis, come perdere la testa e a volte anche la vita. Lo psicanalista con forza afferma di non chiamare più la cannabis droga leggera. La leggerezza sta solo nel considerarla poco pericolosa.
Oggi gli spinelli sono geneticamente modificati e potenziati per avere effetti sempre più micidiali, e causano gravi danni cerebrali.
“Di cannabis, oggi, si può anche morire”, dice lo psicanalista. “La cannabis, continua lo psicanalista, è una bomba per il cervello, specie per gli adolescenti in via di sviluppo. Dà problemi di memoria e concentrazione, provoca apatia e demotivazione, disturbi nella capacità di formulare idee e risolvere problemi. Può causare ansia e depressione, allucinazioni, attacchi di panico e paranoia. E gravi malattie mentali, come psicosi e schizofrenia”.
Lo skunk è micidiale. Negli ultimi anni si è passati dal 4 al 25 per cento di thc (il principio attivo della cannabis): lo spinello più forte, chiamato skunk, può provocare da solo un’overdose, anche senza l’aggiunta di altre sostanze. Uno solo può causare una crisi psicotica. E l’età in cui si comincia ad assumere cannabis si abbassa sempre più. Attenti quindi alla vita che finisce in fumo.
I genitori, purtroppo che pensano agli spinelli di quando erano giovani, hanno l’obbligo di informarsi. I danni al sistema nervoso e cerebrale ci sono sempre stati. La novità è che ora si può morire rapidamente. Oggi la cannabis può avere gli stessi effetti devastanti del “buco” di 20 anni fa. Come minimo, fa da autostrada per altre droghe: i tossicodipendenti iniziano sempre con “una canna”. Dobbiamo evitare che i nostri figli muoiano o diventino pazzi». Chiediamoci, perché tanto pressapochismo?
I motivi sono diversi. In sostanza, la diminuzione del prezzo, l’aumento della quantità distribuita grazie alla legge del libero mercato, la diffusione sempre più capillare grazie anche a un’imponente crescita degli immigrati, il raddoppio della quantità personale ammessa per legge, disegnano i contorni di un Paese schizofrenico, dove si piangono le morti giovani del sabato sera, ma non ci si interessa mai veramente su cosa le provochi e perché. Dietro questi numeri, o c’è un intero popolo che viene tenuto da politici e media all’oscuro dei pericoli che l’uso di questa sostanza porta con sé. Nessun giornale italiano ha avuto il coraggio di comportarsi come il quotidiano britannico The Independent che, nel marzo scorso, è uscito con in copertina il titolo “Cannabis: an apology“, “Cannabis: scusateci”, in cui rivedeva le posizioni che, un decennio prima, lo avevano spinto a una campagna per la sua liberalizzazione e il suo declassamento fra le droghe cosiddette leggere e non punibili. Un cambiamento dovuto al fatto che, come ha spiegato Colin Blakemore, responsabile del Medical Research Council, «il legame tra cannabis e psicosi adesso è chiaro, mentre non lo era dieci anni fa».
Di fronte a tutte le droghe occorre essere intolleranti. Il vantaggio certamente è quello di rendere chiaro a tutti, senza confusione e pressappochismo, che qualsiasi tipo di droga fa male. E’ falso ribadire che tale strategia non darà risultati, anche perché, fino adesso, è prevalsa la tesi del permissivismo ed è stata diffusa l’idea che gli “spinelli” non fanno male; anzi qualcuno ha pure sostenuto la tesi, senza un fondamento scientifico, che curano persino determinate malattie. Educhiamo, per favore, i nostri giovani al bene della salute e, finiamola una buona volta per tutte, di far passare una informazione falsa e soprattutto di impartire cattivi esempi. Conosco papà e mamme che passano ai loro figli gli “spinelli” e li fumano insieme. Sono degli irresponsabili. Così pure ci sono insegnanti che sostengono che una “canna” disinibisce e apre le “piste cerebrali”: quelle della pazzia purtroppo.
Feti come ingredienti. La nuova deriva dell'industria cosmetica e farmaceutica.

Un articolo crudo che rivela un'inquietante verità, quella del traffico di feti abortiti richiesti da aziende cosmetiche e ditte farmaceutiche senza scrupoli. Buona lettura.
di Virginia Lalli
tratto da BastaBugie.it
A 180 dollari si può comprare negli USA su prescrizione medica e via internet in Europa per 90 euro, la crema antirughe ottenuta da feti umani abortiti. I ricercatori dell’Università di Losanna durante le operazioni sui feti nell’utero, si resero conto che i bambini, una volta nati, non avevano alcuna cicatrice. Le virtù di queste cellule di feto si sono allora rese evidenti: queste ultime potevano essere efficaci per trattare le vittime di ustioni. Un male per un bene? Verificata l’ipotesi, i ricercatori di Losanna hanno deciso di associarsi ad un laboratorio privato, Neocutis, autorizzandolo a commercializzare la prima crema antirughe a base di cellule di pelle di feto.
I responsabili di Neocutis hanno dichiarato al giornale Le Parisien: «In nessun caso, noi incoraggeremo l’aborto». Molti prodotti di tale casa contengono linee cellulari di origine fetale.
“The Guardian” nel 2004 ha pubblicato un articolo che illustra come una compagnia cinese usi i feti abortiti per la fabbricazione di cosmetici. In generale, molte ricerche “mediche” sono state effettuate, e lo sono ancora oggi, sui bambini abortiti ancora in vita. Il dottor Lawrence Lawn del Dipartimento di Medicina Sperimentale di Cambridge negli anni ’70 compiva esperimenti su bimbi vivi abortiti.
La sua giustificazione è stata: “Usiamo semplicemente per il bene dell’umanità qualcosa che è destinato all’inceneritore… non li avrei mai fatti su un bambino vivo. Questo non sarebbe giusto”.
Sempre in Inghilterra, la Langhman Street Clinic (specializzata in aborti) vendeva feti vivi tra la 18a e la 22a settimana al Middlesex Hospital. Philip Stanley, portavoce della Clinica, ha dichiarato: “La posizione è chiara. Un feto deve avere 28 settimane di vita perché sia riconosciuto legalmente come essere umano. Prima di questo momento equivale a spazzatura”. Le cliniche abortive rivendono a industrie farmaceutiche oppure ad istituti di ricerca i feti abortiti. Così nel silenzio felpato di questi “luoghi di morte” si è sviluppato un importante traffico che si stende su scala mondiale, e che nell’anno 2000 fruttava già un miliardo di dollari americani. Certe cliniche consigliano la donna gravida di ritardare l’aborto. Fanno questo con lo scopo (non espresso) di ricevere bambini ben sviluppati, con organi funzionali, in perfette condizioni. Questi bambini di 18 settimane e più vengono estratti tramite un taglio cesareo. Con questo sistema il medico abortitore è in grado di soddisfare le più rigorose specificazioni dell’acquirente: l’industria farmaceutica, cosmetica o ricercatori universitari. Il cliente, che pagherà il feto abortito tra i 70 e i 150 dollari lo riceverà col certificato che dice: estratto dal seno materno “in stato di vita”.
Secondo la rivista Time Magazine, il commercio degli organi umani è una cruda realtà, ed in certi paesi i bambini della strada vengono catturati per alimentare le “banche clandestine d’organi umani”. Ecco alcuni esempi denunciati da giornalisti di come alcuni bambini abortiti sono stati sfruttati allo scopo di fornire organi umani. Certi vaccini contro l’influenza vengono prodotti utilizzando polmoni di bambini abortiti, in sostituzione di uova di anitra.
Il 9 Gennaio 1980, la rivista Chemical Week ha rivelato che alcuni scienziati hanno tentato di produrre un vaccino contro il raffreddore. Per far questo avevano iniettato un virus di questa malattia nel dotto nasale di bambini non nati. Il 26 Luglio 1980, un giornale di Chicago, il Sun Time, ha riportato la notizia di esperienze fatte per verificare l’azione dei pesticidi sugli embrioni umani. Una ditta farmaceutica si è servita di 14 piccoli abortiti per provare l’efficacia di alcuni prodotti da utilizzare contro l’ipertensione. I reni di bambini non nati sono utilizzati per coltivare dei virus nelle ricerche sull’immunologia e la biochimica. Gli intestini di bambini non nati sono utilizzati copiosamente nella preparazione del vaccino Salk, contro la Poliomielite.
Il 17 marzo 1996, una domenica, la televisione francese ha diffuso in rete nazionale un’emissione intitolata: “Gli embrioni umani sono utilizzati nel mondo”. Tra l’altro, la rete nazionale ha divulgato una tecnica nuova chiamata “nascita parziale”. Il medico prepara il corpo del bambino in modo che si presenti con le gambe e non con la testa. La testa deve rimanere bloccata all’interno dell’utero materno, la faccia in giù. Trovandosi in questa posizione il bambino non può gridare. Allora, mentre il bambino si agita disperatamente, il medico gli perfora il cranio presso la nuca, vi introduce un tubo e gli aspira il cervello. Un momento prima che il cranio sia vuotato del suo contenuto, il corpicino smette di agitarsi. Finito di succhiare, il medico tira fuori il corpicino e lo smembra. Separa le parti negoziabili, specialmente il cervello, e le confeziona non dimenticando di menzionare la garanzia: “In stato di vita”.
Ancora oggi, bambini abortiti sono usati come cavie di laboratorio. In particolare, per la preparazione di alcuni tipi di vaccino. È quanto riporta, nel 2005, la Pontificia Accademia per la Vita nella dichiarazione “Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti”: “Dal punto di vista della prevenzione di malattie virali come la rosolia, la parotite, il morbillo, la varicella, l’epatite A, è chiaro che la messa a punto di vaccini efficaci contro tali malattie, e il loro impiego nella lotta contro queste infezioni fino alla loro eradicazione, mediante una immunizzazione obbligatoria di tutte le popolazioni interessate, rappresenta indubbiamente una “pietra miliare” nella lotta secolare dell’uomo contro le malattie infettive e contagiose. Tuttavia, questi stessi vaccini, poiché sono preparati a partire dai virus raccolti nei tessuti di feti infettati e volontariamente abortiti, e successivamente attenuati e coltivati mediante ceppi di cellule umane ugualmente provenienti da aborti volontari, non mancano di porre importanti problemi etici”.
La produzione prosegue, nonostante in molti casi esistano alternative moralmente lecite con cellule ottenute da linee animali. Certo è che vi è una coincidenza temporale tra la scoperta di tali vaccini a fine anni ’60 – inizio anni ’70 e la concomitante ‘esplosione’ di leggi abortiste nei paesi cosiddetti “democratici”. Secondo le parole di Marshall McLuhan alla “meccanicizzazione della morte” e al “sonnambulismo collettivo” di fronte a simili trattamenti della vita ricordiamo ciò che Giovanni Paolo II scrisse nell’Evangelium vitae (1995):
“Ritroviamo l’umiltà e il coraggio di pregare e digiunare, per ottenere che la forza che viene dall’Alto faccia crollare i muri di inganni e di menzogne, che nascondono agli occhi di tanti nostri fratelli e sorelle la natura perversa di comportamenti e di leggi ostili alla vita, e apra i loro cuori a propositi e intenti ispirati alla civiltà della vita e dell’amore”.
lunedì 25 aprile 2011
Il rispetto di Lorenzo
Lo scorso Venerdì (Venerdì Santo) mentre RaiUNO trasmetteva la Via Crucis, RaiDUE trasmetteva un bel concertone con Zucchero, la figlia Irene, i Nomadi, Davide Van De Sfroos e altri.
Ringraziando Dio non tutti gli artisti sono insensibili al mistero di Cristo, anche se cattolici non praticanti...
Un esempio su tutti Lorenzo Cherubini alias Jovanotti che intervistato da Avvenire ha detto:
"E' una questione di rispetto. Quando hanno fatto il calendario del mio tour, ho detto subito che non andava bene. Non ho mai suonato il Venerdì Santo e il Sabato Santo, neanche quando facevo il dj. Il Venerdì Santo non si festeggia. Anche se non sono praticante mi sembra una forma di rispetto dovuta".
Così i concerti di Perugia, sono stati posticipati alla fine di Maggio.
E bravo Lorenzo! Dio ti benedica.
domenica 24 aprile 2011
Le risposte di Papa Benedetto XVI date nel corso dello Speciale A Sua Immagine del Venerdì Santo 2011
Di seguito il video con le risposte alle sette domande su Gesù rivolte a Sua Santità Benedetto XVI in occasione del Venerdì Santo. Buona visione!
La morte di un anticristo
Lo chiamavano il guru delle star...per noi cristiani era semplicemente uno dei più grandi falsi profeti di tutti i tempi, un vero e proprio anticristo per dirla alla maniera dell'apostolo Giovanni.
Si definiva la Verità, ma è morto...proprio la notte di Pasqua, la notte in cui Cristo Risorto vince la morte e trionfa sull'impero delle tenebre.
Il giorno in cui Cristo col soffio della sua bocca annienta il nemico, il santone si è spento.
Che coincidenza!
Cristo Gesù, il Figlio di Dio regna in eterno, unica e sola Via,Verità e Vita.
Sai Baba sta già iniziando a decomporsi e ad emanare cattivo odore...
A voi le conclusioni.
sabato 23 aprile 2011
Che cosa è avvenuto?
Recita un'Antica Omelia sul Sabato Santo:
Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura.Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce.Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire. Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».
venerdì 22 aprile 2011
Anche Topolino si arruola nelle milizie ecologiste
di Riccardo Cascioli
tratto da LaBussolaQuotdiana.it
Speravamo almeno in qualche zona incontaminata, magari proprio quelle belle storie di Topolino e Paperino che sembravano fatte apposta per liberare la mente, per passare qualche minuto spensierato, magari con il sorriso. E invece no, anche Topolino è stato attaccato dal virus ecologista, dall’indottrinamento forzato alla nuova religione che non prevede momenti di svago, ma solo impegno per salvare il pianeta, qualunque cosa si faccia.
Sembra una rivisitazione dissacrante della fede cristiana: “Sia che beviate sia che mangiate, sia che vegliate sia che dormiate…” fate un’azione che salvi il pianeta. E così, ci informano le agenzie, in questo numero anche Topolino è a “impatto zero”, un numero completamente dedicato all’ambiente, che partecipa al progetto di tutela di un pezzo di foresta in Costa Rica per compensare le emissioni di anidride carbonica provocate dalla lavorazione, messa in stampa e distribuzione del famoso giornalino. All’interno poi una bella storia in cui Paperino e Pico de’ Paperis, alle prese con lo scioglimento dei ghiacciai, costringono il cattivo Zio Paperone a impegnarsi nella lotta contro il riscaldamento globale. Le pagine tra un fumetto e l’altro sono quindi interamente dedicate all’ambiente, incluso uno sponsor, una famosa acqua minerale che ci vuole convincere di essere più minerale delle altre.
Il tutto perché oggi, come dal 1970 ogni 22 aprile che si rispetti, si celebra la Giornata della Terra, che da iniziativa elitaria si è trasformata in fenomeno di massa, che coinvolge tante voci insospettabili, anche in ambito cattolico. Segno evidente che ben pochi sanno di che cosa si tratti e perché è stata istituita.
Ebbene, mentre questa settimana noi eviteremo accuratamente di acquistare Topolino per i nostri figli, quanto alla Giornata della Terra dobbiamo subito precisare che – contrariamente ad altre giornate mondiali - non ha niente a che fare con l’ONU. Non che questo la renda in sé più o meno degna, ma per i tanti che considerano l’ONU un’entità morale sotto le cui insegne ogni cosa acquista un valore positivo, magari è una notazione importante.
In ogni caso ben più importante è capire l’origine di questa celebrazione che, come già detto, ha preso il via il 22 aprile del 1970 negli Stati Uniti. Fu anzitutto il tentativo di dar vita a un evento nazionale che incanalasse in un programma unitario la frammentata galassia di movimenti ecologisti vecchi e nuovi (questi ultimi erano nati negli Usa soprattutto come reazione al problema dell’inquinamento atmosferico particolarmente sentito in alcune grandi città). Ma tale movimento di base non avrebbe avuto la capacità di un impatto nazionale prima e mondiale dopo se non ci fossero stati due personaggi chiave: il senatore del Wisconsin Gaylord Nelson e il miliardario Hugh Moore.
Il primo, un ambientalista convinto, da anni si batteva con scarso successo in Senato per mettere in testa all’ordine del giorno i problemi ambientali. Il secondo, fin dagli anni ’50 si era gettato a capofitto nella battaglia per il controllo delle nascite, ed è l’inventore dello slogan “La bomba demografica” (The Population Bomb), che è stato il titolo di un pamphlet pubblicato a sue spese nel 1956 e distribuito in migliaia di copie sulle scrivanie di tutti gli uomini che contavano, dagli Usa alle Nazioni Unite. “La bomba demografica”, a livello popolare, è un’espressione divenuta poi famosa in tutto il mondo perché fu usata come titolo del libro uscito nel 1968 dal biologo Paul Ehrlich, tradotto in tutte le lingue e venduto in milioni di copie.
Anche Nelson era ossessionato dal problema della sovrappopolazione, che egli considerava come il principale problema ambientale. Girando il Paese in lungo e in largo e vedendo cosa si muoveva nella società americana ebbe l’intuizione di creare un momento “politico” in cui unire la galassia ecologista, dandole anche un orizzonte più ampio. A questo proposito bisogna ricordare che i “vecchi” movimenti ecologisti americani affondano le loro radici nelle Società Eugenetiche che, nate alla fine dell’800 come applicazione del Darwinismo sociale, ebbero grande fortuna nel mondo anglosassone nei primi decenni del Novecento. Stessa radice, ovvero eugenetica, hanno anche i movimenti per il controllo delle nascite.
Il progetto politico di Nelson si sposò perfettamente con quello di Hugh Moore che, oltre ad essere un grande finanziatore promotore di movimenti antinatalisti, aveva anche il genio per azzeccare degli slogan che facessero breccia nell’immaginario collettivo. Non per niente lanciò “la bomba demografica” a metà degli anni ’50, quando non solo era ben vivo il ricordo dell’esplosione atomica di Hiroshima e Nagasaki, ma era anche presente la paura e il rischio di una guerra atomica con URSS e Cina.
Allo stesso modo, nel finanziare e sostenere attivamente l’istituzione della Giornata della Terra, Moore ne conia anche lo slogan, fortunato come il precedente, ovvero “La popolazione inquina”. Questa diventa subito la parola d’ordine, rafforzata dalla diffusione a tappeto del solito pamphlet (The Population Bomb).
La prima Giornata della Terra quindi segna la saldatura delle diverse correnti eugenetiche, quella ecologista e quella antinatalista, che da quel momento in poi si ritrovano e fanno azione comune. Nel giro di dieci anni tutte le principali organizzazioni ambientaliste americane – Sierra Club, National Wildlife Federation, Worldwatch Institute, Natural Resources Defense Council, Environmental Action per citare i maggiori – fanno causa comune con il Population Crisis Committee, Population Reference Bureau, Planned Parenthood, Zero Population Growth, nel chiedere al Congresso USA un piano nazionale per fermare la crescita della popolazione.
E da quel momento movimenti antinatalisti e ambientalisti parlano lo stesso linguaggio: da una parte troviamo, ad esempio, un Werner Fornos – figura di spicco del movimento per il controllo delle nascite e presidente del Population Institute – che indica “la crescita incontrollata della popolazione“ come la causa della “scomparsa delle foreste, l’erosione del suolo, la desertificazione, la scomparsa delle specie e l’allargamento del buco dell’ozono”; dall’altra troviamo l’ambientalista Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute, che ogni anno pubblica un rapporto (State of the World, lo Stato del Mondo) in cui si descrivono una serie di calamità imminenti sempre dovute alla crescita della popolazione. Catastrofi che – ripetiamolo ancora – sono sempre state smentite dalla storia, perché si basano su una visione totalmente negativa dell’uomo che non corrisponde alla realtà.
Eppure tale unità d’intenti è oggi più che mai evidente anche in Italia e in Europa, dove i movimenti che coniugano difesa della natura e ostilità per la presenza umana sono chiaramente prevalenti. Peraltro è questo l’approccio che è alla base delle politiche ambientali globali, incluso il Protocollo di Kyoto e relative azioni climatiche invocate. La stessa Agenda 21 approvata al Summit della Terra (la Conferenza ONU sull’ambiente svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992) ha come principio ispiratore la necessità di limitare la presenza (o, per dirla con il loro linguaggio, l’impatto) umana, sia qualitativa sia quantitativa. Vale a dire, la ricetta principale per guarire l’ambiente sarebbe: controllo delle nascite nei Paesi poveri, freno allo sviluppo nei Paesi ricchi.
Liberi ora di celebrare ancora la Giornata della Terra, e magari di acquistare il Topolino in edicola, ma almeno sapete che state lottando per l’eliminazione di voi stessi, cosa che – dimostra ancora la storia – farà il male anche dell’ambiente.
giovedì 21 aprile 2011
Aprite le porte a Cristo
di sr. Maria Gloria Riva
titolo originale: Nella notte dietro a Giuda
tratto da LaBussolaQuotidiana.it
Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce
(Gv11,9)
Il panorama che ci circonda, quello che questo Giovedì santo sorprende, come tempo Altro nel tempo cronologico, è così oscuro che non si può incontrar queste parole di Gesù senza sentirsene presi, senza rimanerne impigliati. Quell’ora notturna in cui è inevitabile l’inciampo, la indicò Giuda, uscendo dal cenacolo: era notte, commenta l’evangelista Giovanni. Era notte, una notte così nera da non poter distinguere cosa da cosa, verità da menzogna, bene da male, vero da falso. Era come la notte di questo mondo così terribilmente impenetrabile, nonostante le illuminazioni a giorno, le luci al neon, le lampade fluorescenti. Sì, nonostante ciò, siamo al buio, inciampiamo nella menzogna, nel grottesco, nel non senso. Siamo nella notte della capacità critica, nella notte della ragione, nella notte dei valori. Ed entriamo nel Giovedì santo così, dietro le spalle di Giuda, mentre si chiude la porta del cenacolo e noi fuori con lui, soli e nella paura perché la notte impenetrabile del cielo corrisponde a una notte interiore, ancora più fonda e silenziosa.
La via di quello splendore che Cristo ha inaugurato pare lontana e ormai perduta. Mi sembra realisticamente questo il Giovedì Santo di molti miei fratelli che si dibattono là fuori dal Cenacolo. Come riportarli dentro? Mi viene in mente un dipinto inedito, di un pittore italiano ormai scomparso, Antonio Martinotti, che ebbe molto successo all’estero, in America. Si tratta di un olio, appartenente a una collezione privata, il cui titolo è Cristo alla porta.
Uno scorcio di porta, una mano, il volto di Cristo: è tutto ciò che, nel dipinto, ci è dato di vedere. Eppure è sufficiente per riportarci là dietro la porta di Giuda, nel cenacolo. In quell’ora.
Al di qua della porta ci siamo noi, bruni di terra, come l’ombra che s’indovina sull’uscio. Noi, chiamati ad un banchetto, eppure così irrimediabilmente distratti; noi invitati alla comunione col Mistero, eppure così ottusamente ripiegati sulle nostre certezze quotidiane. Quel volto dietro l’uscio è una rivelazione: le labbra sono dischiuse, sono le labbra di chi ha appena finito di parlare, di chi ha detto tutto, di chi ha pronunciato il suo Amen. Eppure sono anche le labbra di chi parlerà di nuovo, instancabilmente, ripetendo quell’Unica Parola che redime se questo dovesse servire alla salvezza di chi sta al di qua della porta.
E lo sguardo? Lo sguardo getta uno spiraglio di luce sulle nostre oscurità: in quello sguardo c’è la trepidazione dell’attesa, c’è il timore di scorgere ciò che non si vorrebbe. La luce del quadro è tutta lì, negli occhi mesti e profondi di Gesù. Chi la contempla ne resta affascinato: è una luce che non ammette ombre, che penetra, che conosce, che ama.
È la verità di questo sguardo che chiama, che può riportarci entro i confini del Mistero. È solo la verità di un incontro, di un amore. L’ultima cena di Gesù prima di essere un rito, prima di essere il rinnovo di un’alleanza è la storia di un amore, di una passione per l’uomo, di una scelta totale per la Verità che è Dio.
Dice Benedetto XVI: Ciò di cui il mondo ha bisogno è l'amore di Dio, è incontrare Cristo e credere in Lui. Per questo l'Eucaristia non è solo fonte e culmine della vita della Chiesa; lo è anche della sua missione: «Una Chiesa autenticamente eucaristica è una Chiesa missionaria». Anche noi dobbiamo poter dire ai nostri fratelli con convinzione: «Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi!» (1 Gv 1,3). Veramente non c'è niente di più bello che incontrare e comunicare Cristo a tutti.
Celebrare il Giovedì Santo per quelli che, come me, sono dentro al Cenacolo, significa farsi carico delle infinite notti che si consumano là fuori. E ardere dal desiderio di far esplodere nel mondo la luce di quello sguardo che abbiamo incontrato.
Mi piace pensare che Cristo, in tutti i «Giovedì Santi» della storia, sia eternamente dietro la porta del Cenacolo. Giuda non ha potuto chiuderla del tutto, la mano di Cristo è allo spiraglio, come la mano dello sposo del Cantico dei Cantici. È allo spiraglio ma non apre totalmente, quello spiraglio per spalancarsi chiama la nostra libertà.
Antonio Martinotti ha potuto realizzare un Cristo così, con la forza evocativa di questo sguardo, non solo perché è passato dentro l’esperienza dei campi di sterminio, ma perché non si è arreso alla notte che nei campi di sterminio aveva incontrato. Lui ha risposto, aprendo lo spiraglio. Forse anche a noi è necessario non arrenderci alla notte.
Dentro gli occhi mesti di Cristo si riflette il Cielo, anzi di più: un cielo risplende azzurro anche là, dietro lo spiraglio della porta. Non possiamo arrenderci alla notte ma dobbiamo far leva sul quel cielo che dentro ogni uomo chiede l’eternità.
Bloccare la pubertà per decidere il sesso

Un interessantissimo articolo di Chiara Atzori per far luce sull'ennesima deriva diabolica.
di Chiara Atzori
tratto da LaBussolaquotidiana.it
La notizia arriva dalla Gran Bretagna. Una clinica del servizio sanitario nazionale ha ricevuto l’autorizzazione a somministrare iniezioni mensili che bloccano la pubertà a bambini che si dicono incerti sulla loro identità sessuale. In sostanza chi si sente "diverso" rispetto al suo genere d'appartenenza potrà essere sottoposto ad una cura farmacologica che blocca temporaneamente la pubertà consentendo al ragazzo di riflettere in tutta calma sul proprio orientamento sessule prima che appaiano i tratti spiccatamente maschili o femminili. Sul tema abbiamo raccolto il contributo di Chiara Atzori, infettivologa presso l'ospedale Sacco, dell'associazione Obiettivo Chaire
L’identità personale di ogni essere umano, sempre sessuata, è il risultato “già e non ancora” di inestricabili interazioni tra ciò che è biologico (il DNA, i geni, gli ormoni) e relazionale (famiglia, educazione pressione sociale). Natura e cultura si abbracciano (e talvolta litigano) in un processo che non è “aut aut” ma “et et” , che per non perdersi del delirio deve necessariamente mantenersi in collegamento con l’imprescindibile bio-logico della realtà. Il processo di fioritura, di progressiva appropriazione da parte di ogni essere umano della propria identità, così come è scritta nei geni nel DNA, dal concepimento alla morte, è un processo esposto alla vulnerabilità, sia biologica che psichica e culturale: anomalie embrionali con esiti come l’ermafroditismo, le patologie genetiche legate al sesso come la resistenza agli androgeni sono una riprova di come un progetto possa essere gravato da derive biologiche, non scevre di complesse ricadute psicologiche e relazionali, che vanno accostate in punta di piedi.
Rimane il fatto che ogni identità sessuata, ogni uomo e donna non affetto da patologia è dotato di un intrinseco “progetto”, modulato, plasmato e ferito dalle esperienze relazionali e ambientali, mai pienamente compiuto, è un mistero che scaturisce da una dicotomia binaria, un uomo e una donna, il padre e la madre, il principio maschile e femminile, un mistero di uni-dualità che chiama in causa trascendenza e metafisica.
In una quadro di tale complessità, stupisce e sconcerta la notizia, riportata dal The Telegraph (Puberty blocker for children considering sex change, da Richard Alleyne) che in UK la clinica Tavistock and Portman di Londra sia stata autorizzata a somministrare iniezioni di ormoni in grado di bloccare lo sviluppo puberale nei bambini di 12 anni affetti da una patologia psichiatrica caratterizzata dalla “confusione di genere”, la sindrome chiamata GID (gender identity disorder).
Questa malattia e’ una dispercezione da parte del bambino o della bambina rispetto al suo genere sessuale, per la quale vi è una soggettiva sensazione di non appartenere al genere maschile o femminile in cui si è effettivamente nati: un bambino crede di essere una femmina o una bambina crede di essere un maschio. Numerosi studi clinici hanno mostrato che il disturbo non adeguatamente affrontato nell’infanzia è correlato in età adulta con lo sviluppo di omosessualità, transessualità e transgenderismo, e più in generale con una elevata incidenza di disfunzionalità psicologica e comportamentale .
Ma la progressiva depatologizzazione dei vari “generi” o orientamenti sessuali come “varianti” equivalenti da parte dell’ideologia gender sta portando ad una rinegoziazione non scientifica ma filosofica e politica del concetto di GID come “disordine”: in effetti se ogni variante di genere rappresenta una opzione, una scelta soggettiva e soggettivabile, a prescindere dal biologico, come teorizzata da Michel Foucault ed estremizzato dalla filosofa del femminismo lesbico radicale Judith Butler, allora non ha senso porre un limite a questa possibilità di scelta del sesso a cui appartenere, neppure per motivi di età. Su questo tema si stanno confrontando i grandi nomi del gotha psichiatrico e psicoanalitico americano alle prese con la revisione del cosiddetto “ DSM IV”, manuale-vangelo dei disturbi mentali, senza peraltro che il grande pubblico si possa rendere conto del calibro dell’argomento trattato, che rappresenta il cuore dell’antropologia, e la pretesa di contrapporre dialetticamente natura e cultura.
Ed ecco la proposta di “congelare” la natura (lo sviluppo puberale) per favorire la “scelta” (l’opzione, il desiderio), come se il desiderio abitasse un contenitore astratto e neutrale e non emanasse piuttosto da un soggetto oggettivamente sessuato. Che il processo di sessuazione psichica preveda l’emersione dall’ambivalenza androgina e più in generale che crescere e “diventare grandi” preveda l’accettazione dei limiti del reale dovrebbe essere un'acquisizione condivisibile in una società pienamente umana, in cui ragionevolezza ed emozione, pulsione e capacità di controllo trovano un punto di equilibrio. Diventa invece un rinforzo dell’utopia della completa autodeterminazione, del delirio di onnipotenza il pensare di poter congelare con una iniezione i meccanismi biologici puberali che ci rimandano alla dicotomia binaria del maschile e del femminile.
Lo sviluppo puberale infatti, al di là di uno psichismo che può essere ferito e sganciato dal reale come nel GID, (come può essere peraltro quello di un soggetto che immerso nella fantasia o nel sogno può immaginare di essere uccello, o gatto, o sasso…) ricorda, poco intellettualisticamente e molto realisticamente, a noi adulti spesso ideologizzati che noi “siamo” il corpo e non uno psichismo “intrappolato” nel limite del corpo, come certa neo-gnosi ci propone.
Al di la di complesse considerazioni filosofiche o metafore esistenziali, gli esperti della disforia di genere infantile (da Zucker a Cohen Kettenis) ci ricordano nella letteratura scientifica come il GID possa “guarire” spontaneamente (talvolta allentando la attenzione esasperata sulle manifestazioni di “non conformità di genere” dei piccoli pazienti) o con adeguata terapia (soprattutto sistemica, cioè non primariamente focalizzata sul bambino confuso quanto piuttosto sulla sua costellazione familiare e relazionale). L’esperienza fallimentare della clinica per la “trasformazione del sesso” della John Hopkins University di Baltimora, chiusa dopo avere verificato la mancata risoluzione del disagio dei tanti soggetti adulti con GID chirurgicamente trattati sulla scia delle teorie sessuologiche della preponderanza della identità di genere sul biologico derivate da Money, dovrebbero indurre una prudenza, o con parole rubate ad una enciclica ad esercitare “Caritas in veritate”. Cautela rispetto e prudenza rispetto ad opzioni volte ad enfatizzare la possibilità di “scegliersi” il sesso a cui appartenere, come se il genere fosse un abito da scegliere ed indossare e non piuttosto un seme ricevuto da far “fruttificare” secondo la sua natura, tenendo conto, con delicatezza ed empatia, mai sganciandosi dalla realtà dei fatti, delle eventuali condizioni climatiche favorevoli o avverse in cui questo seme si sia venuto a trovare nel suo processo di sviluppo.
Urge un momento di seria autocritica e di responsabilità da parte del mondo clinico, medico e biologico, per affrontare con realismo, scrollandosi di dosso le pressioni politiche e dell’attivismo militante il tema fondante della identità sessuale e di genere, senza far pagare ai piccoli (i bambini confusi del GID) lo scotto delle nostre sovrastrutture ideologiche a pretesa unisex o pansessuale di stampo gender.
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