mercoledì 7 marzo 2012

Geremia....giovane, pauroso, profeta!


La liturgia, in questi giorni, ci presenta alcuni passi del libro del Profeta Geremia, che invitano a riflettere sul mistero della pedagogia divina nella storia dell'uomo.  Ma l'aspetto più importante è il rapporto personale e singolarissimo che Dio ha con quest'uomo scelto per annunziare la sua parola in un momento particolarissimo della storia del regno di Giuda, al tempo del re Giosia ed in concomitanza con l'esilio in Babilonia.
Ma chi è Geremia, che insegnamento lascia a noi oggi? Rispondendo all’appello di Dio, egli mette subito in chiaro la sua posizione: 
Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare perché sono giovane (Ger 1,6). Il termine ebraico utilizzato (nahar), in greco neoteros (il minore, il più piccolo), indica il giovane alla ricerca della propria identità, della propria strada

Quando egli si fa avanti dicendo: ecco io non so parlare perché sono giovane, Geremia non intende tanto far riferimento alla sua età cronologica o fisica, ma piuttosto alla sua mancanza di esperienza, alla sua fragilità interiore, al fatto che non ha ancora messo niente di solido alla base della sua vita, non esistono ancora punti tanto fermi da potervi edificare sopra qualcosa. 
Ma su questo punto Dio non vuole esitazioni: Non dire: sono giovane! Ma va da coloro a cui ti manderò e annunzia loro ciò che io ti ordinerò. Non temerli perché io sono con te per proteggerti (Ger 1,7-8).
 Notate bene il senso della risposta di Dio: di fronte ai “ma” del profeta, egli sottolinea il fatto che non è l’io dell’uomo che nel ministero affidato ha il ruolo preponderante, ma l’io di Dio. L’uomo è solo uno strumento: 
non è l’età che conta ma l’essere in sintonia con l’io di Dio; non è la quantità delle parole che si dicono o delle azioni che si compiono a impressionare gli abitanti di Gerusalemme, ma l’attenzione a dire e a fare sempre ciò che effettivamente Dio ordina di dire e di fare. Anche la cosa più piccola, compiuta o detta sullo sfondo della sintonia di Dio è più feconda di mille cose compiute o dette senza tale sintonia. 
Anzi, c’è di più. In questo caso la giovinezza al posto di diventare un elemento di ostacolo, può benissimo mutarsi in un punto a favore: quello di una disponibilità più ampia a lasciarsi plasmare.

I tratti della chiamata di Geremia sono interessanti in quanto afferrano il giovane così come egli è. Dio non si avvicina a Geremia dicendo: “Guarda. Tu appartieni a una famiglia decaduta e a una dinastia
maledetta. Purificati da questa condizione e seguimi!”. No. Ma dice: Prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo, prima che venissi alla luce ti avevo consacrato (Ger 1,5). Parafrasando: “sono io che ti ho fatto nascere nel contesto di questa particolare famiglia perché a me servi proprio in quanto tu
provieni da una simile esperienza”. Dio non passa dicendo: “Geremia, sei giovane, sappi che sei chiamato
a diventare mio servo. Pensaci perché, quando sarai maturato, ripasserò”. 
No. Gli dice: Ecco io metto le mie parole sulla tua bocca. Va e annunzia loro… così come sei. 
Alla scuola di Dio si cresce investendo se stessi, totalmente, mente, volontà e cuore
C’è infine una terza cosa che Dio non fa nel momento in cui chiama Geremia ad essere suo profeta: non gli anticipa tutto quello che gli succederà. Eppure sarebbe stato più facile per Geremia. Il suo annuncio sarebbe stato più convinto e più convincente. Dio non glia anticipa nemmeno che quell’entusiasmo suscitato dal re Giosia durerà poco… Geremia imparerà a discernere la storia passo dopo passo, camminando. Come diceva don Alberione, : “Dio non spreca mai la sua luce ma accende una lampadina per volta”.


Dio , ci cerca ogni giorno, ogni ora, ogni istante, lasciamoci trovare così come siamo, aderendo alla sua volontà che da senso alla nostra esistenza...... Coraggio fratelli, scommettete su Dio, l'Amore può fare soffrire, ma non deluderà mai!

martedì 6 marzo 2012

Il senso cristiano del dolore e della resurrezione, in un minuto




Come smontare lo sfrenato e disumano eco-animalismo in 4 semplici mosse


Una recente vicenda giudiziaria ha visto coinvolte alcune orche e i proprietari di tre grandi parchi acquatici americani. Gli avvocati della Peta (People for Etichal Treatment of Animals) hanno trascinato in giudizio questi ultimi con l'accusa di aver segregato i poveri cetacei lontani dall'habitat naturale, riducendoli in schiavitù per il ludibrio dei perfidi spettatori.
Il comportamento degli aguzzini avrebbe infranto, a detta degli animalisti, il 13° emendamento della Costituzione americana che vieta la schiavitù e i lavori forzati. 
I giudici hanno ovviamente respinto la richiesta stabilendo che l’emendamento si applica ai  soli esseri umani: «Nella storica frase “We the people…” (“Noi, il popolo…”) nessuno alludeva alle orche». 

Vediamo, in 4 punti, coadiuvati dalle riflessioni del filosofo Tommaso Scandroglio, come smontare le assurde pretese degli eco-animalisti del nostro tempo:

1) PERCHE’ SOLO ALCUNI ANIMALI? PERCHE’ NON LE PIANTE?  “Le orche, le scimmie, etc...hanno dei diritti”, dicono. E’ possibile essere d’accordo, ma a patto che per non discriminare nessuno dovremmo riconoscere dei diritti non solo ai tenerissimi panda, ma anche a pulci, zecche, pidocchi, ragni, piccioni, topi, scarafaggi, formiche, mosche, zanzare ecc. Ma anche i batteri appartengono al regno animali, dunque se l’animale vale quanto l’uomo dovremmo smettere di curarci la polmonite, le enteriti, la tubercolosi, il tetano? 
Bisognerebbe che questi militanti animalisti smettessero anche di girare a piedi o in auto per le loro battaglie, dato che ogni loro movimento comporta il massacro di milioni di animali (sotto le scarpe, sul parabrezza ecc.). E perché poi discriminare le piante? Questi fanatici, aggressivi verso chi non è vegetariano, fanno scorpacciata di quegli stessi vegetali di cui dimostrano le attività neurologiche e, addirittura, la capacità di lanciarsi richieste di aiuto. Sì, magari quando scorgono in lontananza Michela Brambilla o Margherita Hack

2) ESTENDERE LORO ANCHE DIRITTI MINORI? Se le orche hanno diritto alla libertà ciò comporta necessariamente riconoscere loro anche diritti minori o di pari importanza: diritto di compravendita, di voto, alla pensione, di coniugio, etc. Tutte modalità attraverso cui la libertà di un individuo si esprime e che quindi non possono essere negate.

3) RICADUTE TRAGICOMICHE? Se la sentenza americana avesse avuto esito positivo le ricadute sarebbero state tragicomiche: obbligo di tutti i possessori di bocce in vetro contenenti pesci rossi di sversare il contenuto in mare o nel lago. Anche cardellini, fringuelli, pappagalli e canarini avrebbero visto aprirsi le porte delle loro gabbiette a motivo di questo animalesco indulto (per entrambe le specie ovviamente il risultato sarebbe stato la morte improvvisa dato che sono animali domestici). Da qui ovviamente il divieto perpetuo di trasmettere il cartone animato Gatto Silvestro perché il canarino Titty dietro le sbarre avrebbe sicuramente configurato apologia di reato. Infine il dubbio: forse che anche l’amato cane Fido implicitamente ci chiede di lasciarlo in mezzo ad una strada per ritornare libero allo stato brado condizione originaria dei suoi lontani progenitori, piuttosto che restare legato ad un guinzaglio impacchettato in un maglioncino rosso? Però se lo facessimo saremmo di certo travolti dall’ira di una pletore di animalisti convinti. Insomma ci troveremmo tra due fuochi: Fido libero o ridotto in schiavitù ma non abbandonato
Un’altra domanda: ama di più i pesci o i pappagalli chi li tiene nell’acquario/gabbietta o chi li lascia liberi nel loro ambiente?

4) AVERE DEI DIRITTI COMPORTA DEI DOVERI Se vogliamo estendere agli animali i diritti destinati agli uomini, questa stessa libertà per forza di cose comporterà delle responsabilità
Da che mondo è mondo se io uomo uso male della mia libertà dovrò pagarne le conseguenze: libero di andare in giro in auto, ma se investo una persona me ne assumerò le conseguenze anche legali. 
La dolce Tilly, una di queste cinque orche, in passato ha sbranato ben due dei suoi addestratori. Nulla di scandaloso: ci sarà pur un motivo se questi cetacei in inglese sono conosciuti con l’appellativo di killer whales. Essendo in America però la nostra Tilly si meriterebbe un’immensa sedia elettrica
In Italia, a Livorno, un branco di cani ha sbranato in questi giorni un camionista, padre di famiglia. Un cane non randagio, addomesticato e “amico dell’uomo” ha massacrato un bimbo di 9 anni nel 2008, nel 2009 la stessa sorte è toccata a un bimbo di un anno, pochi mesi fa un neonato è morto dopo l’aggressione del cane dei genitori. Di fronte a tutto questo, chi invocasse la scriminante “l’animale è innocente perché è l’istinto ad averlo costretto ad agire così”, entrerebbe in palese contraddizione:  se è l’istinto a presiedere alle azioni degli animali, allora dobbiamo concludere che i loro atti sono determinati da madre natura e quindi non sono liberi, come quelli umani. Ma allora significa che cagnolini e orche sono schiavi dell’istinto. E dunque, che senso ha lottare per difendere inesistenti diritti “umani” di libertà? 


lunedì 5 marzo 2012

Senza la Domenica non possiamo vivere



«Senza la Domenica non possiamo vivere», dissero orgogliosi i martiri di Abitene agli albori della cristianità. 

Nonostante fossero stati proibiti «i sacri riti e le santissime riunioni del Signore» (Atti dei Martiri, I), quarantanove cristiani continuarono a radunarsi per le sacre celebrazioni sfindando l'Imperatore. Il convito eucaristico era loro necessario non soltanto perché li legava a Gesù Crocifisso e Risorto, ma anche per l’unità delle famiglie e dell’intera comunità. «Sono cristiano e, di mia volontà, ho partecipato all'assemblea domenicale con mio padre e i miei fratelli», disse uno dei bambini interrogati. E il sacerdote spiegò al persecutore: «Non lo sai, che è la Domenica a fare il cristiano e che è il cristiano a fare la Domenica, sicché l’una non può sussistere senza l’altro, e viceversa? Quando senti il nome 'cristiano', sappi che vi è una 'comunità riunita' che celebra il Signore; e quando senti dire 'comunità riunita', sappi che lì c’è il 'cristiano'». Morirono tutti, massacrati per aver difeso i propri diritti e la propria fede.

Oggi come ai tempi di Diocleziano vogliono toglierci nuovamente la Domenica. 

Provate solo per un istante ad immaginare quali terribili scenari si aprirebbero se ciò dovesse realizzarsi.

Se ai ritmi frenetici del nostro quotidiano vivere dovessero togliere l’unico momento di tranquillità, cosa resterebbe della famiglia? Poco o niente. Padri e madri lontani dalle loro case, genitori assenti e figli ancor più soli, nessun dialogo, nessuna comunicazione...

Senza la Domenica, senza i dovuti momenti di festa, senza la Festa della settimana, la famiglia si sgretolerebbe fino a morire, lasciando il posto ad anonimi ostelli per conviventi notturni casuali. 

La Domenica è troppo importante! Ci ricorda che siamo persone e non semplici individui; persone bisognose di relazioni e rapporti affettivi: padri, madri, figli, fidanzati, amici, gruppi, comunità. Ci ricorda che il principio economico non è tutto e non può regolare tutto, né può privarci di essere ciò che radicalmente siamo, ovvero uomini e donne nati per amare ed essere amati.

«Senza la Domenica non possiamo vivere». Sì, perché nessuno privato della sua naturale libertà potrebbe più dirsi realmente vivo.


Attenzione ai morti viventi a scuola...!




A volte capita che alcuni studenti tirino fuori scuse di vario tipo per saltare la scuola, specie in caso di interrogazioni o compiti in classe, e una delle “scuse” che talvolta verrebbe utilizzata è “è morta mia nonna”.
È più raro che siano gli operatori scolastici a usare scuse di cattivo gusto come questa, eppure Joan Barnett, di New York, ha fatto anche di peggio, cercando di convincere i dirigenti scolastici che era morta sua figlia, in modo da poter passare un’altra settimana in Costa Rica, paese dove la donna ha dei parenti.

La donna ha addirittura fatto chiamare l’altra figlia per dire che la sorella “aveva avuto un attacco cardiaco ed era morta”. La Barnett ha anche inviato un certificato di morte contraffatto.
Il certificato ha però fatto sollevare qualche dubbio ai dirigenti, perché era stampato con font diversi e le parole non erano ben allineate. Per una verifica, hanno contattato l’ambasciata costaricana, che ha rapidamente riconosciuto il documento come falso: i numeri di protocollo e altri codici di identificazione erano in realtà di un certificato di morte emesso nel 2005, che la donna aveva evidentemente usato come base per la contraffazione.
I dirigenti hanno ricontattato la Barnett, chiedendo spiegazioni, che ha insistito nel sostenere che la figlia era morta, ed ha inviato un ulteriore certificato di morte, che però conteneva dati ancora diversi.
La Barnett è stata licenziata e denunciata per falso, ha solo perso il posto....

PS

NO COMMENT



Lasciamoci riconciliare dal Padre



di don  Valentino Salvoldi


«Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra» (Gv 8,7). Solo Cristo può pronunciare simili parole: egli lancia la sfida e poi si china verso terra e scrive sulla sabbia tracce o parole che il vento cancella, come lui, il Figlio di Dio, can­cella e dimentica il peccato: «Nessuno ti ha condannato, don­na? Neanche io ti condanno. Va' e non peccare più» (Gv 8,11). Nessuno scaglia un sasso contro l'adultera. Tutti han­no più o meno peccato e i primi ad abbandonare il luogo del­l'intentato processo sono i più vecchi.

Col passare del tempo, una persona scopre che il suo più grande peccato è quello dell'omissione: il non rispondere con amore all’Amore, essere indecisa e cincischiare, anziché but­tarsi nella vita, dimenticando se stessa e diventando puro do­no. Peccato che consiste in una situazione: fare scelte di co­modo, invecchiare male perdendo la purezza delle origini, ab­bandonando il sogno e la fantasia e smettendo di lottare per­ché, forse, a furia di graffiare si sono rovinate le unghie e si ha paura, ora, di rovinare anche le dita...

II Qoèlet (e. 3) ci dice che c'è un tempo per ogni cosa, ma che ogni cosa è vana perché rinascono gli stessi problemi in ogni stagione. Forse pecca di eccessivo pessimismo. Col pas­sare dei tempi il volto di Dio, o la comprensione che di lui ha l'umanità, cambia. Forse la concezione del Padre — alla quale è legata la coscienza del peccato — cambia col passare degli anni, nell'arco di ogni esistenza umana. Quand'ero bam­bino lodavo il Signore perché grande e onnipotente. Il ser­virlo mi faceva sentire importante. Avevo bisogno della tra­scendenza, del mistero: ciò mi dava sicurezza. Nell'età ma­tura, camminando nel deserto alla ricerca delle tracce di Dio, lo lodo perché, sul male del mondo, lui, come me, piange.

Non mi interessa, ora, «l'Assoluto», «l'Onnipotente», dopo aver scoperto che il suo volto più bello è quello della misericordia: « Là dove il male abbonda, la grazia sovrab­bonda». Non danno angoscia il male, il limite e il peccato, visti alla luce del perdono di Dio, venuto sulla terra non per i sani, ma per i malati. Alla coscienza del mio limite è legata la gioiosa esperienza che tutta la vita di Cristo mi appartie­ne, nella misura in cui mi ritengo peccatore come Zaccheo, prostituta come la Maddalena, rinnegatore come Pietro.
Il peccato può essere  uno stimolo a cantare la miseri­cordia di Dio. E ciò vale tanto per il peccato personale e na­scosto quanto per quello di chi si confessa: ogni accusa non interessa tanto in se stessa, ma piuttosto come uno stimolo a pregare di più e un mezzo per aiutare il penitente a scopri­re se, oltre il limite o nel peccato stesso, ci sia nascosta un'a­nima di bontà da ricuperare.

A tutti i cristiani, ma in particolare ai sacerdoti è rivolta l'esortazione: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati. Non con­dannate e non sarete condannati. Perdonate e sarete perdo­nati. Donate e vi sarà dato... » (Le 6,36-38). Ecco il parame­tro della misericordia cristiana: imitare il Padre, essere co­me lui, che non condanna, ma perdona, dimentica e dona tutto di sé; essere come Cristo, che più volte, nel Vangelo di Giovanni, dice di non voler giudicare nessuno perché la­scia al Padre questa responsabilità (cf. Gv 3,17; 8,15; 12,47); essere come lo Spirito Santo, comunicato a noi come fuoco che purifica e consuma il peccato, senza umiliare, anzi con lo scopo di riabilitare e di togliere le scorie perché in noi luc­cichi ciò che è prezioso.
Chi fa l'esperienza della misericordia di Dio trasforma il perdono ricevuto in uno stimolo a essere dono per il prossimo. Naturale gli diventa il condividere, il portare il fardello degli altri, l'uscire dalla tranquillità della propria esistenza per farsi carico di chi è nel bisogno. E tutto ciò, ben lungi dall'essere un peso insopportabile, diventa uno scopo di vi­ta, fonte di quella segreta gioia che nasce solo quando una persona riesce a dimenticare se stessa, a non ripiegarsi sulla sua tristezza, a trovare pace nel vedere sorridere e sperare il debole e l'emarginato.

Paolo, fatta esperienza della misericordia di Dio, dice: «Quando sono debole, allora sono forte» (2 Cor 12,10). È la situazione tipica di chi ha intuito che il Signore ci ama grazie alla nostra debolezza, lui che ha deciso di farsi piccolo per raggiungerci, lui che cammina con il nostro stesso passo ed è «debole» proprio perché ama. Non è forse l'amore debo­lezza, capacità di farsi piccoli, desiderio di scomparire per­ché l'altro cresca, bisogno di un abbraccio, fare i pagliacci perché i bambini ridano, giocare la parte del debole che fa di tutto per sentirsi dire: «Ti voglio bene»?

Chi è debole, chi si fa mendicante d'amore, diventa for­te, vivendo il discorso della montagna: «Beati i misericor­diosi, perché otterranno misericordia». E chi è misericordio­so? L'uomo coraggioso, degno di fiducia perché compie ciò che non è obbligato a fare, ma agisce guardando al Padre, e cerca di imitarlo. È misericordioso chi evita di fare come il fariseo che non si associa al peccatore (cf Mt 9,13; 12,7), chi si mette al livello degli altri e perciò è tollerante, soccorre chi è nel bisogno, perdona ricordando di essere « stato salva­to non per le opere di giustizia da lui compiute, ma per la sola misericordia di Dio» (Tt 3,5).
Il misericordioso otterrà misericordia, virtù che, per l'An­tico Testamento, implica giustizia (cf Os 12,17; Mie 6,8), ret­titudine e santità (Sal 36,11 ; 40,11), pace  (Ger 16,5). Tale virtù che, come la gioia, non può stare da sola, esige di essere con­divisa da una comunità chiamata a fare festa: la festa della misericordia. Il peccatore che leva gli occhi al cielo è motivo di festa per i santi e di tripudio per il Padre: «Venite alla festa!».
Dio ci invita a «lasciarci riconciliare», perché ciò fa bene a noi: ci libera da assurde angosce, da unità alla nostra esi­stenza, fa cadere quelle barriere che c'impediscono di amare e d'essere amati, ci rappacifica con la creazione, essa pure ferita e umiliata dalle nostre scelte egoistiche.
All'invito a lasciarsi riconciliare, il peccatore risponde con un gesto che, mentre richiede un'umiliazione nel riconoscere lo sbaglio commesso, è contemporaneamente espressione della sua grandezza in quanto «libera la lode» incatenata dal pec­cato. In un mondo incline alla tristezza, in un'esistenza in cui gli errori sono fonte d'angoscia, il sacramento della riconciliazione acquista il valore profetico di spezzare le cate­ne del male che impediscono all'uomo d'essere grande nel can­tare la misericordia di Dio.
Chi ha ricevuto l'assoluzione è accolto dalla comunità che festeggia il Risorto, attorno a un banchetto in cui pane e vi­no sono offerti «in remissione dei peccati»: il corpo e san­gue di Cristo ristabiliscono l'alleanza d'amore con il Padre estirpando la radice stessa del male, l'egoismo, guarendo il fedele e ridandogli la gioia di ripetere: «Canterò in eterno la misericordia del Signore».

giovedì 1 marzo 2012

Ciao Lucio


Lucio Dalla ha chiuso gli occhi a questa vita.
Il quotidiano “La Repubblica” nel 1994 riportò un'intervista in cui il cantante esternava la sua fede cattolica e il suo orgoglio di cristiano praticante. Si tratta di poche, concise parole dal sapore di un lasciapassare per l'eterna beatitudine.
Con queste lo voglio ricordare.
A Dio Lucio!

«Sono cristiano, sono cattolico, credo fermamente in Dio e professo la mia fede sempre. La fede cristiana è il mio unico punto fermo, è l’unica certezza che ho. La fede è una grande certezza in una società come la nostra che diviene ogni giorno più complessa, più enigmatica. La nostra società moderna ha un grande bisogno di fede. Nelle mie canzoni ci sono molti valori cristiani. Metterei l’accento sulla parte umanistica della vita, quello che cerco attraverso le mie canzoni è invitare ad aumentare la propria coscienza. Ho trovato una grande forza nelle parole dei Salmi, non lasciano indifferenti». 

Buon viaggio!


mercoledì 29 febbraio 2012

La "Fraternité" scimmiesca del neo-giacobinismo ateo


di Rino Camilleri

da LaBussolaQuotidiana.it
titolo originale: Le scimmie sono sorelle, parola di Veronesi

Il pianeta delle scimmie è il nostro, esattamente come nella saga hollywoodiana. Con la piccola differenza che le scimmie non si sono evolute affatto, sono sempre le stesse fin dai tempi di Darwin e anche prima. Nè una mutazionie artificialmente indotta da quegli sventati che siamo noi umani le ha istigate a prendere il nostro posto come razza dominante. No, saremo noi umani a far loro posto accanto a noi: prego, si accomodino, dal momento che siamo fratelli.

Sì, fratelli. E sorelle. Parola dell'oncologo emerito Umberto Veronesi, che la notoria pigrizia delle redazioni fa sì che venga intervistato su tutto, dall'amore gay ai primati (nel senso di antropoidi). E' sempre la pigrizia dei redattori a incoronare Tuttologi ultraottantenni fuori servizio come il sopracitato, come Margherita Hack, come Rita Levi Montalcini. Oggi il caso riguarda le scimmie di genere macaco, che la multinazionale Harlan acquista nella solita Cina e intende impiegare per esperimenti nella sua azienda brianzola. Gli animalisti hanno promesso sfracelli e subito si è accodata la ex ministra Brambilla, che, com'è noto, ama talmente gli animali da voler imporne l'amore a tutti.

E' come per le sigarette: lo Stato, per il tuo bene, ti vieta di fumare. Sempre per il tuo bene, dissolve il matrimonio etero. Ed è sempre perchè tu, cittadino qualunque, non sai qual sia il tuo vero bene che adesso devi sopportare anche questa delle scimmie. Dice infatti il Veronesi emerito: "non c'è nessuna ragione al mondo per cui si debbano sacrificare dei primati, che sono nostri fratelli e sorelle". Ipse dixit.

Peccato che un altro oncologo famoso, Silvio Garattini, che è ancora in servizio permanente ed effettivo all'Istituto Mario Negri di Mlano (di cui è, per giunta, direttore), dica il contrario. Dice esattamente che la sperimentazione sulle scimmie è e rimane "fondamentale". A lui si aggiungono i Nas, che non hanno trovat o alcunché di irregolare in quel che fanno alla Harlan. Nemmeno i controlli del Ministero della Salute hanno di che lamentarsi.

Bene, qui abbiamo due scuole di pensiero: una del tutto ideologica a cui fanno capo l'ex ministro del turismo di fulvo crine e il Veronesi, che della razza umana ha un'opinione singolare (sostenne, non molto tempo fa, che l'amore omosessuale è il più puro, appunto perchè non figlia); l'altra, quella oggettivamente scientifica dei Nas, di Garattini e del Ministero competente. Si noti che gli appartenenti alla prima scuola sono gli stessi che proclamano il primato e l'infallibilità della Scienza a ogni piè sospinto. Ma, da buoni giacobini, tendono a chiamare Scienza quel che frulla loro nel cervello, e Oscurantisti chi non la vede come loro. Sognano l'Arcadia, quella col cibo naturale e filosofici pastorelli che parlano con gli animali, dove il leone pascola con l'agnello e bianchi mulini ad acqua macinano biscotti. Dèjà vu: l'Illuminismo cominciò con l'Arcadia e finì con la ghigliottina per chi non si adeguava. La sola differenza è che oggi la Fraternité viene estesa ai macachi. 

martedì 28 febbraio 2012

Bufale, polli e ostie allucinogene


Il 21 luglio del 2009 pubblicavo sul blog la notizia relativa a due bufale spacciate come vere su social network e siti di importanti quotidiani nazionali. 

Protagonisti delle fiabesche vicende erano una suora "Batman" fermata per eccesso di velocità e un fantomatico sacerdote beone milanese risultato positivo all'alcool-test

Dietro queste e altre pazzesche vicende battute da importanti agenzie di stampa, c'era il nome di un avvocato allora poco noto, Giacinto Canzona, oggi tristemente famoso per l'assurda vicenda dei presunti sposini della Costa Concordia di cui da settimane si sta occupando "Striscia la Notizia". 

Il filo rosso che collegava le bufale, oltre all'ovvio sensazionalismo, era la buona dose di anticlericalismo con cui venivano sapientemente condite.

Sembrava fosse tutto fermo al 2009, ma le piante cattive, si sa, non muoiono mai, così ecco ripetersi nuovamente il copione a distanza di 3 anni. 


Il meccanismo è semplice: una notizia falsa, riportata su di una sperduta pagina di Facebook, viene data per vera e battuta da un'attendibile agenzia di stampa e...il gioco è fatto!

Tanto poco è bastato per ingannare prestigiose testate come AbruzzoWeb, Il Messaggero, Il Mattino, Libero e IlSole24Ore, che senza farsi troppi scrupoli la scorsa settimana hanno diffusamente parlato della vicenda fittizia ambientata a Campobasso che vedeva per protagonisti alcuni fedeli alle prese con ostie allucinogene. 

Se da un lato stupisce l'incapacità dei giornalisti di verificare le fonti delle notizie pubblicate, dall'altro non sorprende la constatazione che tali negligenze al 90% riguardano (ma tu guarda il caso!) la Chiesa Cattolica. 


mercoledì 22 febbraio 2012

Due modi, anzi uno



di Alessandro D'Avenia
Avvenire 5 febbraio 2012

Ci sono due modi di “vivere la vita” e uso l’espressione di proposito. Perché due modi ci sono per sentirsi viverla e per sentirla vivere: controllarla o servirla, dominarla o accoglierla, imprigionarla o amarla. E vale per tutti: dallo scienziato all’insegnante, dalla madre all’amico. 
Nella recente commemorazione della Shoah ho riletto alcune parole di Appelfeld che amo molto: 
«Nel ghetto e nei campi di concentramento avevo visto la bassezza, ma anche la generosità degli uomini. La bassezza era tanta e la generosità poca, ma la mia memoria ha custodito proprio i momenti chiari e umani nei quali la vittima superava il suo meschino egoismo e si sacrificava per il prossimo. Questi pochi momenti non si limitavano a portare luce nell’oscurità: infondevano in me la fiducia che l’uomo non sia un insetto… Ho fatto un conto: ogni uomo che si è salvato durante la guerra si è salvato grazie ad una persona che, in un momento di grande pericolo, gli è venuta in aiuto. Nei campi di concentramento non abbiamo visto Dio ma abbiamo visto i giusti. L’antica leggenda ebraica, che dice che il mondo continua a esistere per merito di pochi giusti, era vera allora come oggi».
Se ciò è stato vero nell’orrore nazista, vale in momenti della storia meno assurdi, anche se critici e carenti di speranza. La vita è un compito di fronte al quale siamo posti come esseri liberi, di fronte alla vita che emerge, in ogni sua forma, possiamo scegliere: o imprigionarla per usarne o ammirarla e farla fiorire, servendola
Di fronte ad un fiore blu in montagna, incastrato tra le rocce e il ghiaccio posso scegliere: coglierlo per me o incontrarlo, stupirne come un dono da lasciare intatto. Di fronte alla vita di uno studente posso scegliere il controllo perché faccia ciò che voglio, o cercare di capire che unicità è venuto a portare sulla terra e mettermi a fianco, proteggerla, difenderla, sfidarla. Da oggetto da modellare a soggetto ricco di potenzialità. 

Così faceva mia nonna con le piantine ancora deboli: piantava accanto un bastoncino che le aiutava a crescere dritte, verso la luce del sole. Più una pianta si slancia verso l’alto più rende profonde le radici. Quando le ha affondate nella terra che la nutre abbastanza in fondo da resistere alle intemperie, il bastone sparisce, altrimenti ne limiterebbe la crescita.

Non è una forma di controllo, ma una forma di servizio. All’apparenza ruvido, ingiusto, forse, ma alla fine capace di restituire la pianta a sé stessa, al suo migliore slancio: 
«Perdonami se ti cerco così / goffamente, dentro / di te / È che da te voglio estrarre / il tuo migliore tu. / Quello che non / vedesti e che io vedo, / immerso nel tuo fondo, preziosissimo. / E afferrarlo / e tenerlo in alto come/ trattiene / l’albero l’ultima luce / che gli viene dal sole» (Pedro Salinas). 
Davanti a un malato il dottore può scegliere di estirpare o accogliere. Davanti all’embrione lo scienziato può scegliere se congelare o riservare il calore di un grembo. Davanti ad un feto la mamma può scegliere tra la sua vita e la propria vita, tra il controllo della vita del bambino o il dono della propria al bambino.

Davanti alla propria vita un giovane può scegliere: controllare o donare, imprigionarla o servirla. Ma potrà farlo solo se gli adulti che ha vicino gliel’avranno messa sotto gli occhi come qualcosa di amabile e da servire, in sé e negli altri. Emily Dickinson diceva che «non sappiamo la nostra altezza sino a che non siamo chiamati ad alzarci in piedi». Da oggetti a soggetti. Ma avremo noi il coraggio di guardare la vita? Quella vita che tra le ombre emerge, si slancia verso l’alto, a cercare la luce. 
Avremo noi occhi capaci di vederla? E una volta vista, che cosa sceglieremo: imprigionarla per soddisfare i nostri desideri (che poi non sono altro che desiderio di divorare ciò che c’è aldilà del desiderio stesso), o chinarci a servirla, dovesse costarci la schiena? E la vita la perdiamo di più controllandola o donandola?

Lo sanno i giusti. Chiedilo a loro. O al chicco di grano.

Il folle progetto danese per lo sterminio dei Down



Viene dalla Danimarca l'ultima, agghiacciante, battaglia eugenetica per la sistematica eliminazione dei "diversi". Un tempo questo triste primato spettava ad insulsi totalitarismi, oggi è diventato sinonimo di modernità e democrazia. 

Tutto tace mentre il Paese scandinavo in questione continua ad offrire ai suoi cittadini la possibilità di ricorrere gratuitamente alle diagnosi prenatali per l’identificazione, e la conseguente eliminazione a mezzo aborto, dei nascituri "difettosi".  Una operazione che ha uno specifico obiettivo: l'eliminazione entro il 2030 della sindrome di Down (trisomia 21) dal Paese

A rivelarlo è stato, sul finire di quest’anno, un articolo del giornalista Nikolaj Rytgaard apparso sul quotidiano danese Berlingske.

Ora si eliminano i bambini Down, ma chi può determinare cosa sia l'imperfezione? In Inghilterra, ad esempio, lo Stato che si è spinto anche più in là, ritenendo inaccettabile qualsiasi anomalia fisica: la legge consente l'aborto fino al nono mese se il bambino ha il labbro leporino o se ha un dito in più. Anche il naso storto o le orecchie a sventola sono difetti: seguendo la logica perfezionista anche i bambini con queste imperfezioni dovrebbero essere abortiti. Ci rendiamo conto?

Chi determina i requisiti per ammettere una persona nella 'società perfetta'? E chi garantisce i limiti di quei requisiti? Chi può escludere, ad esempio, che il prossimo passo in Danimarca non sia l’eliminazione dei nascituri affetti da diabete, da malattie cardiache, da cecità...?

Ad un recente Meeting di CL a Rimini, Clara Gaymard, figlia dello scopritore della sindrome di Down Jérôme Lejeune, parlando dei propri ricordi personali, ha raccontato quando un giorno un ragazzo trisomico di dieci anni si presentò allo studio di suo padre, piangendo convulsamente. La mamma di quel ragazzo spiegò che il figlio aveva visto un dibattito in televisione, in cui si discuteva della possibilità di eliminare i nascituri affetti da sindrome di Down. Il ragazzo gettò le braccia al collo di Lejeune, supplicandolo: «Dottore, vogliono ucciderci tutti; la prego ci protegga, siamo troppo deboli, non sappiamo farlo da soli!». Fu da allora che Lejeune decise di dedicare la sua vita alla difesa di quelle fragili esistenze. 

Oggi Lejeune non c’è più, ma gli sterminatori di quelli che lui definiva «i miei piccoli» sono ancora in circolazione, invocando in nome di una falsa scienza lo stesso pretesto: la realizzazione di una società "perfetta"

martedì 21 febbraio 2012

Attratti dalla Bellezza che chiama


Quante volte ci è capitato di rimanere estasiati a contemplare un variopinto panorama, un'alba, un tramonto o la perfezione di un piccolissimo particolare. Il cuore si riempie di gioia mentre in una frazione di secondo si ha la limpida certezza che quella perfezione, quella bellezza che ci sta facendo palpitare è qualcosa di assolutamente divino

Riconosciamo in quel bello una forza irresistibile che ci spinge verso una Bellezza che trascende ogni bellezza e che di quella bellezza è la Fonte. Allora subentra in noi una gioia inesprimibile, una pace inspiegabile e sentiamo un misterioso amore avvolgerci e scaldarci il cuore.

La Bellezza ci trae a sé, ci attrae, ci chiama e chiamandoci alimenta in noi l'amore.
Questo concetto, ben noto al mondo ellenistico, è ricorrente nel Nuovo Testamento laddove ad esempio si parla di chiesa, ecclesìa, ek-kaléo (chiamati da) nei termini di un'assemblea di convocati, chiamati, adunati "dal" Bello (kalos - parola che deriva da kaléo).

I fedeli sono chiamati, convocati, perché attratti dal Bello, anzi dalla stessa Bellezza. Ragion per cui il Pastore della parabola lucana è Bello (e non  semplicemente buono come generalmente viene tradotto) e "le pecore lo riconoscono" in virtù di quell'immediatezza che la Bellezza porta in sé e che la bontà, esigendo la conoscenza, non ha. 

Occorre aprire gli occhi alle infinite sfumature della bellezza che ci circonda, ed imparare lo stesso stupore che nasce dalla gioiosa curiosità dei bambini, per potersi soffermare a contemplare il quotidiano e riconoscere in esso l'inconfondibile firma di Dio. 
Allora sì che, l'inesorabile bellezza, inarrestabile per natura, salverà il mondo.